sabato 21 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/13: ognuno di noi è l’intreccio di un silenzio e di un mistero


Come tutti ho un sacco di tempo a disposizione per pensare in questi giorni e, dopo avere finito la lettura dei giornali il mattino prestissimo, cerco di evitare di passare troppo tempo su Facebook, anche se ci trovo sempre un mucchio di cose intelligenti e interessanti e anche belle da vedere e da ascoltare. Facebook ha un senso e una sua utilità in questo momento storico, pazienza se continuano a tracciare le nostre navigazioni e a vendere le nostre profilazioni al miglior offerente. In questo momento ci consente di restare in contatto grazie alla condivisione di immagini, parole, volti e paesaggi. Questo strumento iper sollecita due dei nostri sensi, vista e udito, a discapito degli altri tre, gusto, tatto e olfatto, anche se gusto e olfatto sono a loro volta sollecitati dal cibo e dalla cucina cui pare tutta Italia si stia dedicando senza sosta.
Il mondo è tutto una nostra creazione, o meglio, è con la nostra presenza che il mondo si fa mondo. Come scriveva la geniale antropologa culturale Ida Magli, precocemente finita nel dimenticatoio della storia, anche la natura è un fatto culturale, perché siamo noi umani che abbiamo dato i nomi alle cose e le abbiamo studiate, inventate, esplorate in senso positivo, ma anche manipolate, sprecate, distrutte in senso negativo. Nella dimensione del reale che chiamiamo mondo e che percepiamo come esterno a noi, anche se lo studioso Riccardo Manzotti dice che mondo, coscienza e io sono un tutt'uno, un elemento fondamentale del nostro vissuto e delle nostre narrazioni sono le relazioni con gli altri. Le migliaia di amicizie virtuali su Facebook sono una distorsione delle possibilità che l’amicizia ci offre, ognuno di noi lo sa molto bene. Il virtuale può darci una momentanea consolazione, sopperire agli incontri in carne e ossa ma non sostituirli. Gli amori virtuali nascono in un turbine di emozioni e finiscono senza lasciare strascichi nella maggior parte dei casi perché il corpo era assente nel momento in cui è scattata la scintilla dell’innamoramento. Per le amicizie è cosa diversa, perché nascono quasi sempre sulle basi di uno o più interessi in comune. E nascono con la stessa passione dell’amore. Montaigne lo scriveva del suo più caro amico Étienne de La Boétie, potete leggere la citazione in fondo a questo scritto*, e che io potrei sottoscrivere per alcune amiche e amici che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia vita. Lo stato nascente, per dirla con Francesco Alberoni, è il medesimo, ma laddove l’abitudine e la frequentazione non sempre ci consentono di passare dall'i’innamoramento all’amore, anzi spesso ne sono i carnefici, l’amicizia è sempre più forte. Anche se, forse, la fine di un’amicizia è qualcosa di più doloroso della fine di un amore. Vi è mai capitato di perdere un’amica? A me tante volte, nonostante i sentimenti fossero forti e intatti. La prima perdita fu Laura Olivas, la mia compagna di banco in prima elementare, ci eravamo conosciute al campo giochi il pomeriggio precedente il primo giorno di scuola. Quando all’appello del mattino successivo il preside snocciolò i nostri due cognomi in fila, Olivas – Petrassi, nell'appello della prima E, saltellammo dalla gioia. Ci sedemmo insieme nell'ultima coppia di banchi del blocco centrale. Eravamo quarantadue bambine il primo giorno, poi ci divisero nei doppi turni. Eravamo così contente che non facevamo altro che chiacchierare. La maestra Maria Luisa Galbiati, scrivo i nomi perché i nomi delle persone che abbiamo conosciuto e incontrato sono importanti quanto preservarne la loro memoria, dopo qualche giorno ci chiamò alla cattedra, ci impose di tagliare due pezzi di scotch di lunghezza adeguata ed entrambe fummo costrette a incollarcelo sulla bocca, a tornare al nostro posto e ad aspettare la fine della lezione per poterlo strappare via, cosa che fu anche piuttosto dolorosa. Mi ricordo l’umiliazione e la vergogna, di questi tempi la maestra sarebbe stata denunciata, ma così imparammo a rispettare la regola del silenzio e dell’attenzione in classe durante le lezioni. Quell’episodio saldò la nostra recentissima amicizia e la maestra, non che non si fidasse del metodo educativo che aveva scelto per noi, fece spostare Laura al primo banco con la scusa della sua altezza e per lo stesso motivo io rimasi in fondo. I primi due anni delle elementari portano ancora il nome di Laura in me. La nostra amicizia finì soltanto perché suo padre decise di tornare a vivere in Sardegna e non ci siamo mai più viste ne sentite e lei quasi di sicuro non ha mai sentito la mia mancanza quanto io la sua, perché qualche anno fa, quando suo fratello Roberto aveva postato una foto della nostra classe sulla sua pagina Facebook e che io avevo intercettato per i magici algoritmi che conducono la nostra vita digitale, gli avevo scritto chiedendogli di portarle i miei saluti e il mio entusiasmo nell’averla ritrovata, ma la risposta di Laura fu tiepida e io decisi di non insistere preferendo preservare il ricordo di quella bambina con le treccine da cui sfuggivano i riccioli e un mucchio di lentiggini sul naso e sulle gote.
Dopo questa prima fine molto traumatica, molte e molte altre relazioni sono finite, ma non voglio attardarmi a farne un elenco triste e significativo solo per me. Le amicizie finiscono a causa delle passioni comuni che vengono meno, a causa dell’invidia, a causa della noia. Sapete, quando frequentando una persona non fa altro che raccontarvi sempre le stesse cose di sé e anno dopo anno non fa altro che ripetere gli stessi sentieri battuti e gli stessi copioni. Una forma chiusa che il tempo non fa altro che confermare. Molte relazioni si sono chiuse nella mia vita per questo motivo e so che molte persone che mi hanno lasciato scivolare nell'oblio lo hanno fatto perché mi hanno vissuta in questo modo. Però questa è una regola che ha molte eccezioni. Ci sono persone che frequentiamo proprio perché sappiamo che sono proprio quella forma chiusa che noi ben conosciamo e che ci nutre lo spirito come accadeva il primo giorno. Oltre a queste amicizie a forma chiusa e soddisfacente, ce ne sono altre ancora, quelle ancora più importanti, che alla forma nota aggiungono quel guizzo inaspettato che riesce a sorprenderci, è il lancio del sasso nel mare della nostra vita, è quell'insieme di onde che si allarga a cerchi concentrici verso il largo. Mi è sempre piaciuto immaginare la mia vita, come quella degli altri, come a un insieme di cerchi concentrici, dove io me ne sto seduta sul mio piccolo trono bardata per affrontare il mondo e i cerchi più vicini si intersecano con quelli di familiari, amici intimi, amici, colleghi, vicini di casa, negozianti, camerieri, intrecci di cerchi che confermano la teoria “dei sei gradi di separazione”, ci ho provato tantissime volte e sono arrivata persino alla Regina d’Inghilterra, a Barack Obama, a Sylvia Plath e Anne Sexton in meno di cinque incontri. I cerchi del mondo reale sono attraversati e sconquassati da quelli del mondo digitale e, soprattutto, da quanto ci sta accadendo in questo periodo, il nostro io scende dal trono e intorno ha solo pochi familiari, e non per tutti è una fortuna, o la propria immagine riflessa in uno specchio. Niente sassi lanciati nell'acqua, niente piccole onde, niente respiro che si allarga. Forse è per questo che in questo silenzio e nel mistero che ciascuno di noi è, possiamo riflettere sui contrasti, sulle perdite di amici e amori, sulle rotture e sul perdono. Perché è il perdono che ci consente di tornare a casa, di sederci sul nostro trono, poltrona o seggiola che sia e di credere alla grazia di una mattina di primavera, alla tenerezza delle gemme sui rami, al silenzio di cui siamo custodi.

*“Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono insieme. Nell'amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’una nell'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: «Perché era lui; perché ero io».
C’è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione.
Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l’uno dell’altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi".

Michel de Montaigne
Saggi
Capitolo I, libro XXVIII
traduzione di Fausta Garavini
note di André Tournon
testo francese a fronte a cura di André Tournon
Bompiani 2012



venerdì 20 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/12: la primavera, i draghi e le illusioni


Passeggiata o contemplazione? Dato che non possiamo uscire mi immagino a passeggio, mentre guardo i rami gonfi di gemme che si stagliano contro il cielo già chiaro. L’aria è fresca ma non gelida, visto che dirigo io la passeggiata includo molti passanti e anche qualche auto. Ai semafori c’è poca gente, ma non sono ancora le sette del mattino. Guardo tutti i cespugli in fiore nelle aiuole sui marciapiedi intorno a Piazza Sicilia, ma poi torno sui miei passi perché la mia strada preferita, per arrivare in Piazza del Duomo segue altre vie, letteralmente. Così percorro tutta Via Sacco sino in Piazza De Angeli e a destra giù per Via Marghera, una delle strade più deliziose di Milano, dove i vecchi palazzi regnano silenziosi. A metà si può deviare per Via Ravizza, proseguire fino in piazza Wagner o imboccare Corso Vercelli, attraversare Piazza Piemonte, salutare i due palazzi gemelli, i grattacieli di Milano come li chiamava l’architetto Mario Borgato che li aveva progettati, e sbucare in Piazzale Baracca. Andando sempre dritti, nelle belle giornate si vede anche la Madonnina seguendo questo itinerario. Se invece di prendere Corso Vercelli si arriva sino in Piazza Wagner è bene imboccare via Belfiore, breve ma altrettanto suggestiva come Via Marghera. Da Largo Cherubini si imbocca comunque Corso Vercelli, si attraversa Piazzale Baracca e giù per Corso Magenta dove ci sono le tracce di Leonardo, con Santa Maria delle Grazie e il Cenacolo e le Vigne, di fronte uno dei miei palazzi preferiti in assoluto. Proseguendo questo cammino vediamo anche il Bar Magenta che è sempre bellissimo, Palazzo Litta, la spettacolare chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, dove tanti anni fa partecipai a una lettura di poesia, e giù ancora per Via Meravigli, sino in piazza Cordusio, una piccola deviazione a rivedere Piazza Mercanti e poi ecco il Duomo che non finisce mai di lasciarmi stupefatta. Questo tragitto si può fare anche con il tram 16 e guardare palazzi e passanti con più agio. Ma a passeggio è proprio bello, soprattutto se è primavera, soprattutto se siamo liberi di scegliere il nostro itinerario. Adesso che ho ripercorso in pochi minuti una strada ben più lunga mi consola aver rivisto con gli occhi della memoria un pezzo della mia città che amo. Magari ne farò altre di passeggiate immaginarie nei prossimi giorni, ho tutto quel che mi serve. Non voglio piangermi addosso, non voglio cedere alle più facili emozioni in questo primo giorno di primavera, non voglio. Penso alle donne e agli uomini che sono al lavoro per mantenere in piedi noi e il nostro Paese, penso a coloro che ci hanno lasciati senza un saluto, penso al dolore di familiari e amici, penso allo sgomento, penso alla paura. Mi commuovo per un nonnulla, piango sulle note di Fratelli d’Italia, piango quando ascolto Gabriele Romagnoli e quando leggo Michele Serra e Paolo Rumiz su Repubblica, Claudio Magris e anche i tanti contributi di gente comune che racconta la propria storia. Ora che ho finito la mia passeggiata immaginaria, posso accingermi alla passeggiata trionfale nella mia dimora, dove lo spazio è quel che è, posso zigzagare tra i mobili, a volte compierne il periplo quasi completo. Posso spolverare qualche altro libro, decidere se conservare una recensione ritagliata dal Corriere della Sera nel 1993. Se tengo il libro tengo la recensione. Stesso discorso per un’intervista di Franco Marcoaldi a Josif Brodskij del 14 ottobre 1993 intitolata “I draghi di Brodskij”, e un’altra intervista, apparsa sull’Unità del 22 marzo 2003, di Maria Serena Palieri a Paul Auster e intitolata “L’illusione di vivere”. Illusione e draghi sono ottimi temi per una poesia sulla primavera che arriva comunque, magari stasera la scrivo. Seduta sul divano osservo la libreria di fronte a me. Tutti i libri di Paul Auster e Siri Husvedt, sua moglie, se ne stanno affiancati ed eleganti nelle loro copertine Einaudi, poco distante c’è un intero ripiano dedicato a Rilke, giusto ieri ho ritrovato alcuni versi tratti dal “Libro d’ore” e che mi risuonano nella testa senza sosta:

Giro attorno a Dio, all’antica torre,
giro da millenni;
e ancora non so se sono un falco, una tempesta
o un grande canto.


E mi viene in mente una poesia scovata qualche anno fa in Rete e che dice quanto sia pericoloso il mondo in primavera:

Un poeta non deve in primavera
passare da solo per i parchi.

Sotto i rami si abbracciano le coppie
e l’erba è umida.

Non deve attraversare
da solo i parchi in primavera.

Ci sono nuvole lanceolate, voli, resti
di amore già usato in terra, e i lillà,
i lillà così dolci, come feriscono.

In primavera è pericoloso il mondo.

Juan Cobos Wilkins

Biografia impura

Un poeta no debe en primavera
cruzar solo la tarde de los parques.

Bajo las ramas se abrazan las parejas
y la yerba humedece.

No debe pasear
en primavera solo por los parques.

Hay nubes lanceoladas, vuelos, restos
de amor usado ya en la tierra, y las lilas,
tan suaves las lilas, cómo hieren.
En primavera es peligroso el mundo.


Per oggi basta, dalla fase immaginativa mi pongo in quella contemplativa. Chissà che un drago non venga a sedersi sul mio davanzale, chissà che la primavera non ci porti sollievo.

Il ciliegio si agita nel vento

Il ciliegio e Thomas Mann

Le piogge hanno assalito la primavera. Hanno scosso
Gli alberi gettando i petali in una pozzanghera,
Essi giacciono, luccicando, il loro sonno è esile,
Il ciliegio si agita nel vento
Come una legione di cagnolini adirati.
La primavera tosata,
La primavera offesa,
E la gola è assediata da nubi
Così azzurre.
Il ciliegio è una Montagna Magica –
Con dentro un tedesco tisico
Il cui allegro rossore fatale
È come i fiori tremanti del ciliegio
.


Elena Schwartz

Tu mi hai creato poeta

Poesia n. 326 Maggio 2017

traduzione e cura di Paolo Galvagni

giovedì 19 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/11: le parole che fondano il mito


Crescita, innovazione, cambiamento, progresso: non siamo proprio capaci di stare fermi noi occidentali. Lungi da me l’idea di provare a fare speculazioni filosofiche, non ne possiedo gli strumenti, ma questo nostro essere sempre spinti in avanti in nome del cambiamento e del progresso è uno dei movimenti mitici che fondano la nostra civiltà. Il nuovo di oggi sarà già vecchio domani in nome del progresso e del cambiamento. Una corsa senza fine che ci estenua e ci porta a vivere il tempo in funzione della velocità, altra parola imprescindibile per i tempi moderni, del successo, della competizione. La politica ha perso da tempo la capacità fondamentale di originare parole dense di significato e si è accodata nella scia sfolgorante del capitalismo che trionfa. E ha trionfato al punto di inglobare anche le società comuniste cinese e russa. In un saggio molto interessante e mai tradotto, Democracy and Capitalism di Samuel Bowles e Herbert Gintis, che ho letto tanti anni fa per il corso di Scienza Politica, alla fine della lettura sono arrivata alla convinzione che il capitalismo fosse in grado di cucirsi addosso qualunque forma di produzione sino ad arrivare a quella più estrema del nazismo che usava gli esseri umani come pezzi di una macchina e che potevano essere buttati, anziché riparati, perché il serbatoio degli schiavi era pressoché illimitato. Gli ultimi decenni del Novecento e i primi due del secolo in corso, ci hanno dimostrato che la variabile indipendente è l’economia e non la politica. Un’ulteriore variabile interveniente è rappresentata dalla tecnologia che ha contribuito a sostenere il mito della velocità e ha ulteriormente messo in posizione servile la politica.
Gli articoli di giornale, le interviste, le testimonianze, le fotografie, i video, i post su Facebook raccontano storie che si assomigliano, sia per chi è tenuto a stare chiuso in casa, sia per chi è costretto a uscire per andare al lavoro e garantire a tutti i servizi essenziali, come essere curati e nutriti. Chi è costretto a lavorare in ospedale non ha più una vita privata e rischia il contagio e la morte ogni giorno. Chi lavora nei pochi negozi e nei supermercati ancora aperti, guarda ormai ai clienti come possibili untori e ho visto anche la più gentile delle commesse del supermercato dove vado più spesso, trasformarsi in un cerbero.
La dialettica tra dentro e fuori, tra salute e malattia, tra solitudine e socialità si scontra ogni giorno con la paura, con il dolore, con l’ansia e l’angoscia. Così come il passato e il futuro esondano e sommergono il senso di questo presente implacabile e inimmaginabile.
Soprattutto ci costringe a fare i conti con chi siamo stati, chi siamo e chi saremo o vorremmo essere. Ci costringe a guardare davvero in faccia le persone con cui dividiamo lo spazio della casa e la fisicità della vita, la sua dolorosa essenza, credo ci stia rendendo consapevoli che la vita è qui e adesso, che dobbiamo ricollocarci in questo tempo diverso e lento, che possiamo diventare esploratori del mondo pur stando chiusi tra quattro mura, anche se stiamo rimpiangendo la vita di prima, quella dove non c’era bisogno di farsi domande, perché le risposte erano già tutte pronte e confezionate da altri.
In questo ritorno ai termini essenziali della vita la poesia, la parola poetica, possono essere un sostegno e una fonte d’ispirazione, per scendere nella profondità del nostro essere, per molare una pietra che non conosciamo e farla risplendere, per aggiustare quel qualcosa che la vita di prima aveva già spezzato in noi, per dare un nuovo senso al risveglio di ogni mattina, per non avere timore se la notte non riusciamo a dormire.
Non siamo soli in questo frangente della storia, la solidarietà, la comprensione, il rispetto per il mistero che ognuno di noi è, l’amore anche per i lontani, per i sofferenti, il lutto per chi ci sta lasciando in solitudine e senza un saluto, sono sentimenti che ciascuno di noi prova.
Leggo decine di poesie ispirate dalla peste del XXI secolo che esprimono le emozioni di chi scrive, ne apprezzo la spontaneità, gli intenti, il pathos, il valore terapeutico, perché le parole possono essere curative. Ma alla maggior parte di esse manca quell'equilibrio tra immagini, metafore, similitudini, parole, ritmo, forma. Se anche non siete lettori abituali di poesia quando leggerete una poesia che è frutto di questo equilibrio la riconoscerete d’istinto.

Oggi ho scelto una poesia di Velimir Chlebnikov, poeta russo poco noto in Italia, tradotta dallo scrittore, traduttore e molto altro Paolo Nori e pubblicata da Quodilibet nel 2009 nella raccolta intitolata 47 poesie facili e una difficile:

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

Il mondo materiale è essenziale e scarno in questi giorni, le nuvole e il cielo li possiamo guardare anche da una piccola finestra, li possiamo guardare con gli occhi della memoria, nel nostro teatro interiore, nei sogni. Ci sono, sono lì al loro posto, ci accompagnano, ci consolano, ci nutrono e ci esortano anche se possono parlare solo grazie ai poeti e alle voci umane.


mercoledì 18 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/10: la vita segreta degli oggetti


Nella vita di ognuno di noi ci sono oggetti che hanno un valore particolare, che non è il valore intrinseco e nemmeno il valore d’uso. Questi oggetti sono speciali perché hanno vissuto con noi momenti speciali, momenti che vogliamo ricordare anche per le persone che erano con noi in quei frangenti.
Io amo circondarmi di oggetti, non mi piacciono il vuoto, le case minimaliste, mi piace guardarmi intorno e sfiorare con lo sguardo quel che mi ricorda ciò che è stato.
In cucina ho una piccola collezione di bottiglie verdi da vino. Ognuna di esse appartiene a una sera speciale dove abbiamo cenato e parlato e riso. Ci sono poi bottiglie trasparenti, fiori essiccati, un cestino, un erogatore di gomme da masticare a pallina, di quelle che una volta si trovavano sia nei bar che nei panettieri.
Il bollitore dell’acqua ha visto tempi migliori, ma funzione ancora bene e, soprattutto, è l’ultimo acquisto che ho fatto in compagnia di mio padre, un lontanissimo e fatale mese di maggio.
Ho poi anche un piccolo vassoio di vetro lavorato che risale agli anni Venti che apparteneva alla nonna paterna. Quando arrivava qualcuno in visita subito bisognava servire un caffè freddo nei bicchierini oppure un caffè bollente fatto con la macchinetta napoletana, ma il vassoietto era sempre lo stesso. In un cassetto conservo il ditale e gli occhiali di mia madre e piango ogni volta che li tocco. Ho conservato anche un pacchetto di Marlboro vuote, ricordo di una cena con gli amici poeti, e alcuni tappi di sughero di bottiglie stappate per festeggiamenti vari.
Tra gli oggetti da tavola amo in maniera particolare i bicchierini da liquore ricordo di un’amica andata a vivere nell'altro emisfero, poi le posate che sono tutte scompagnate, o meglio ho forchetta, coltello, cucchiaio e cucchiaino coordinati, ma le serie sono una ventina diverse. E ho anche le posate che mio padre usava da militare e che aveva conservato.
Appese alle pareti ci sono molto fotografie, tra cui una che riprende il mio ponte sui Navigli, quello che è stato intitolata ad Alda Merini per intenderci, e un macinino da caffè degli anni Trenta, che arriva dall’Olanda, un regalo di una persona che un tempo amavo.
In bagno c’è una saponetta profumata a forma di farfalla ancora avvolta nel suo involucro che l’ha conservata intatta e boccette e flaconi in alluminio della serie dei Coloniali che sono ormai fuori produzione. Il piattino porta sapone, ricordo di un viaggio a Parigi, continua a svolgere la sua funzione, ma non è solo quell'essere piattino che lo rende speciale.
Conservo in un cassetto in camera da letto il copri materasso tessuto al telaio da mia nonna materna negli anni Venti, il maglione preferito e la sciarpa di mio padre, una camicetta, una gonna e una canottiera di mia madre. Quando li prendo in mano mi sembra ancora di sentire l’aroma della loro pelle, il dopo barba di papà e il profumo Paris della mamma.
In soggiorno c’è la penna Parker con cui ho scritto i testi di tutti gli esami universitari e quella con cui ho scritto la prima versione dei Frammento del tredicesimo mese, il mio primo romanzo. In un portapenne di peltro c’è la scorta di Bic turchesi con cui scrivo le poesie, in un angolo della scrivania i quaderni intonsi, in uno dei mobiletti quelli già scritti. Ci sono poi una trousse portacipria e rossetto in pelle dorata degli anni Cinquanta che avevo comprato dal rigattiere di viale Coni Zugna negli anni Ottanta, il vassoietto di ceramica arancione con contenitori da toeletta che arriva dagli anni Venti britannici, lo scrittoio da viaggio degli anni Cinquanta dell’Ottocento, sempre inglese, in legno intarsiato comprato sull'isola di San Giulio negli anni Novanta e la macchina da scrivere Olivetti, nera, con i tasti color avorio che mio padre aveva comprato all'inizio degli anni Cinquanta quando è venuto a vivere a Milano. È con quella macchina da scrivere che ho battuto il mio primo racconto 007 in gonnella che vinse un premio a un concorso indetto da un quotidiano locale negli anni Settanta. In una scatola di cartone bianco e oro, che conteneva un paio di guanti di pelle di capretto che mia madre aveva ricevuto in dono da mio padre negli anni di fidanzamento, conservo bigliettini e un cioccolatino fondente che non ho mai voluto mangiare. In una scatola a cassettiera conservo le fotografie di famiglia che amo di più. Ma la passione per le fotografie è un’altra storia che non voglio raccontare adesso.
Gli oggetti non sono solo oggetti, hanno una vita segreta che condividono con noi umani. Quanti oggetti conservate anche voi solo per quel valore intrinseco che nessuno conosce? Gli oggetti, tutti gli oggetti nelle nostre case fanno parte di quel che abbiamo vissuto, di chi siamo stati.
Arriva un momento poi, in cui non occorre avere letto gli infiniti manuali giapponesi tanto in voga, per decidere che alcuni oggetti hanno smesso di parlarci. E così li buttiamo, li ricicliamo a seconda del loro stato. Ma non quegli oggetti speciali, quelli che hanno un’anima, quelli che ritroveremo nel loro paradiso cui potremo accedere un giorno per sceglierne qualcuno.
Lo sapevano i nostri antenati quando accostavano ai defunti oggetti della vita quotidiana e oggetti preziosi. Non si affronta il viaggio, breve o lungo che sarà, senza portarsi una cosa cara.
Sono così pieni di energia e di allegria gli oggetti amati, fanno compagnia e fanno bene agli occhi.
Oggi ho iniziato a spolverarli con cura, la primavera vuole trovare superfici splendenti per portare lo scompiglio dei rami e dei fiori appena sbocciati.

martedì 17 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/9: canto notturno dell’Italia in attesa

Il nuovo giorno chiude le ali, ha già perduto l’alba e ora anche le ultime ore di luce stanno svanendo. È pronto all'oscurità questo giorno finito, è silenzioso perché silenziosi siamo noi umani, fermi in questa attesa al rallentatore, smarriti, timorosi, perché la notte arriva implacabile e nemica per molti di noi. Per questo voglio elencare immagini notturne di bellezza della vita di un tempo che porto in me. 
Le notti stellate in Calabria, immense, quando tornavo a casa con la nonna dopo essere state a casa di zio Giacomo che stava un po’ più su in collina. Tenevo stretta la mano della nonna e quando siamo arrivate e lei ha estratto la chiave, prima di aprire la porta si è fermata e mi ha detto “Guarda quante stelle!” e per la prima volta io le ho viste attraverso la guida del suo sguardo e delle sue parole. Le notti calabresi erano cullate dal canto dei grilli e popolate dai giganti che si muovevano sulle colline di fronte, luci oscillavano, si accendevano e si spegnevano, erano le loro lanterne, ma io ero certa che non sarebbero arrivati sino a noi.
Ancora in Calabria, le notti passate a chiacchierare con mia cugina Mariuccia, parlavamo in continuazione ed eravamo sempre insieme, come due gemelle siamesi. Andavamo persino in bagno insieme, con quella naturalezza che solo i bambini hanno. E non smettevamo un attimo di parlare. La notte in campagna era anche il momento delle prove di coraggio, bisognava fare il giro intorno alla casa della nonna, da soli. Tutti sapevamo che gli altri cugini ci avrebbero teso un agguato, ma andavamo lo stesso, per provare quel brivido inspiegabile e urlare in piena libertà. Una sera molto tardi, era notte ormai, avevo raccontato ai cuginetti la storia dell’uomo nero che passava a prendersi i bambini nelle notti di temporale. E un temporale scoppiò e qualcuno bussò alla porta e noi gridammo di spavento. Ma era solo zio Giacomo che era venuto a ripararsi dalla pioggia.
Il mare di notte, o la sera tardi, dà lo stesso brivido di libertà, soprattutto quando si scendeva a nuotare nella scia argentea della luna, in silenzio, lasciando che solo il mare parlasse con le sue onde. Poi si tornava a casa bagnati e pieni di sabbia, con il sale che non si seccava sulla pelle e sulle labbra come accadeva di giorno. 
Le notti in viaggio si stagliano nei ricordi ben separate le une dalle altre, una notte in campeggio in Alta Savoia abbiamo visto sorgere una luna perfetta e rossa, che ha compiuto un semi-arco nel cielo prima di sprofondare nel bosco. E sì il bosco nero di castagni a Soliva, di cui ho già scritto, quando scendevo in cucina a bere e guardavo fuori, la mia immagine riflessa nel vetro risplendeva come proiettata su una lastra di ardesia. La prima notte a Parigi abbiamo camminato sino allo sfinimento per il Quartiere Latino e poi da Rue de Seine, dall'Hotel La Louisiane giù fino alla Senna. E tutti gli scrittori, le scrittrici e i poeti che avevano camminato per quelle vie e guardato quelle luci, ci avevano accompagnato giù fino all'acqua. La prima notte in Israele avevamo il deserto del Negev intorno e profumi nell'aria che mi riportavano in Calabria. La prima Notte a New York non abbiamo quasi dormito perché il rumore tipico della città, insieme al suo odore di spazzatura, pane appena sfornato e aria salata, aveva esaltato i nostri sensi e non volevamo, né potevamo dormire.
C’è una prima notte per ogni viaggio compiuto, una prima notte per ogni nuova città visitata. Ci sono tutte le prime notti dei ritorni, avvolti ancora nell’aroma del viaggio appena concluso. 
Le notti lontani da casa hanno tutte un nome diverso, un’immagine particolare che le riporta in vita.
Le notti a casa, nei tempi che furono la nostra quotidiana normalità, si confondono una con l’altra, e come vorrei stasera trovare per ciascuna un’immagine e un ricordo. A dire il vero ho molte immagini e molti ricordi ma che, per il momento, voglio tenere nella sfera della mia vita segreta.
Queste notti di vita imprevista non sono dolci, non ci sono adulti a raccontare fiabe per consolarci, se l’uomo nero arriva porterà davvero via qualcuno.
Saremo insonni, spaventati, soli nella grande città silenziosa, cercheremo consolazione come meglio potremo, aspettando che il giorno nuovo annunci una speranza.
Come chiameremo questi giorni quando l’emergenza sarà finita? Mai nella storia dell’umanità sono rimaste così tante testimonianze dirette di quel che accade. Mai. Noi siamo testimoni di un tempo che non tornerà e di un tempo che finirà.
E non sappiamo ancora, non riusciamo a immaginare quel che sarà il tempo che dovremo inventare.
La notte è scesa mentre scrivevo. Ora leggerò le statistiche dell’epidemia, mi affaccerò alla finestra e darò la buonanotte al mio albero meraviglioso cui sono spuntate le prime foglie. 
La primavera ancora non sa che noi siamo in attesa di un giorno diverso, di un segnale nuovo.

lunedì 16 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/8: ritratto dei libri nelle loro dimore


I libri abitano con noi, nelle nostre case, nelle nostre librerie e biblioteche personali.  
Iniziano la loro vita mondana in una libreria i nostri libri che ancora non sono tali. Milano, in un tempo non troppo lontano, pullulava di librerie e bancarelle di libri usati che erano una gioia per gli occhi e per la mente. Qui ne citerò poche, ma sono quelle che più ho frequentato negli anni, molte non ci sono più e me ne dolgo ancora, ma dentro di me, eccome se ci sono.
La prima libreria di cui ho varcato la soglia è stata la Rizzoli in Galleria. Con il mio primo modesto stipendio da impiegata-ragazzina ho comprato le poesie di Quasimodo, Saba, Ungaretti e Montale. Avevo quindici anni e avevo scritto la mia prima poesia sull’arrivo della primavera. Oltre ai poeti che leggevamo, malamente, a scuola, avevo bisogno di confrontarmi con altri. In Rizzoli ho poi comprato anche Baudelaire, Mallarmé, Rilke, Bramati, Anedda, De Angelis, nei decenni successivi. Nelle estati delle scuole superiori lavoravo in una ditta che faceva import/export di materiale per elettronica ed elettrotecnica che era ubicata in Via Manzoni 31, dove ora c’è l’hotel Armani. Anche questa storia del mio primo lavoro la lascio in sospeso per futuri racconti, ma in Via Manzoni c’era anche la prima libreria Feltrinelli della città. Ci andavo quasi tutti i giorni e c’era sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Lì ho conosciuto Roberto Cerati che si intratteneva spesso con il libraio Casati, ho assistito a non so quante presentazioni ed era bellissimo. Per uno strano caso del destino l’ultima volta che ho incontrato Cerati, è stato a Parigi nella libreria Shakespeare and Company, non molto tempo prima della sua scomparsa. In via Manzoni, in un angoletto nascosto c’era la libreria Einaudi, ma non ci andavo spesso. Sempre in Galleria c’era la storica libreria Garzanti, anche lì scorazzavo di frequente e ci compravo soprattutto saggistica. Spostandomi dal centro, avevo iniziato a frequentare la libreria Gorizia Due in viale Gorizia. Giuliana e Clementina, libraie e ragazze del Sessantotto, sono state tra le amiche più care della mia gioventù. Da loro ho comprato i diari di Anais Nin, i romanzi di Marie Cardinal, a partire dal fondamentale Le parole per dirlo, i racconti di Katherine Mansfield, i due volumetti con la copertina viola editi da Adelphi. Andavo spesso anche alla libreria Sapere di piazza Vetra, alla libreria della facoltà di Scienze Politiche Cuesp, alla libreria delle Donne in via Dogana, alla libreria Utopia di largo La Foppa, libreria che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore e con la quale ho collaborato nell’organizzare presentazioni di libri e interi cicli di conferenze per venti anni circa dal 1987 al 2006. Sì, anche questa della libreria Utopia è una storia che apre una divagazione nei miei ricordi e quindi la terrò buona per un futuro racconto.
Non posso tralasciare il libraccio, anche perché via Corsico 9 è la mia casa natale e dove ora c’è il Libraccio “nuovo” c’era un forno con negozio e credo che i panettieri si chiamassero Cesira e Giovanni, mentre nei locali di fronte c’era una salumeria gastronomia di cui ricordo, soprattutto e chissà perché, le olive in salamoia.
Delle librerie statunitensi voglio ricordare la Pageant Book and Printshop di New York e la libreria del campus di Harvard. A Parigi la già citata Shakespeare and Company, la Hune e le Divan. A Londra la libreria di 84 Charing Cross Road, che quando ci sono andata non esisteva già più ma ci sono meravigliose altre librerie antiquarie nei paraggi, e Foyles dove sono uscita con libri a chili.
Delle bancarelle, cugine delle librerie, dove spigolavo, in piazza Cavour, in piazza Cordusio, in Via de Amicis, in largo Cairoli, in piazzale Cantore credo ne sia rimasta solo una. In piazzale Cantore, Angela Pasqua e suo marito compravano e vendevano libri fondamentali e dove ho comprato il cofanetto appartenuto a Cesare Musatti della traduzione della Recherche. Di bancarelle dove spigolare me ne sono rimaste solo due, per me simboli di resistenza umana in piazzale Baracca quella di Stefano Cesana e quella in piazzale Loreto. Le bancarelle sono le dimore dei libri che sono già appartenuti a qualcuno, per questo mi piace andarci a curiosare e l’ho fatto in tutte le città, i paesi dove sono stata, anche se non ne parlavo la lingua come in Germania, ma soprattutto ricordo i bouquinistes del lungo Senna parigino.
Dunque, le librerie sono le prime dimore dei libri che vengono acquistati e poi sbarcano, come astronauti su Marte, nelle nostre librerie. E qui viene il bello, perché ci sono tanti modi di sistemare una libreria tanti quanti sono i lettori e i bibliofili. Da bambina saccheggiavo, senza controllo alcuno, la biblioteca paterna e iniziavo ad accumulare i miei libri. Quando sono andata a vivere da sola, per il trasloco dei libri mi aiutarono mio fratello e i suoi amici, ci vollero un paio di giorni per governare quella migrazione. A mio fratello ho destinato uno dei regali più costosi, e utili, mai fatti in vita mia. Quando finì le superiori andammo nella Feltrinelli di Via Manzoni e gli regalai, in varie visite, un milione di lire in libri. Nella casa successiva alla prima casa da single, quella dove vivo tutt’ora, a un certo punto della vita mi sono arresa all’ordine perché i libri mi hanno dettato dove volevano stare. Così ci sono i ripiani dei libri più amati, quelli tematici, poesia, antropologia, viaggi, psicologia, psicoanalisi, femminismo - passioni antiche - fisica, neuroscienze e storia - passioni più recenti, dove i libri letti e quelli da leggere sono ordinati per autore. Anche i romanzi sono ordinati per autore e, se è il caso, per editore. E in questi giorni, nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro flessibile, ho iniziato a riordinare e a raggruppare i libri dedicati alla scrittura e alla lettura e anche all’uso terapeutico che se ne può fare. Altri ripiani molto popolati sono quelli delle biografie, autobiografie, monografie, epistolari e diari di scrittrici, scrittori e poeti. Grazie a questa dotazione ho potuto a scrivere le voci biografiche di Anne Sexton, Sylvia Plath, Agota Kristof, Irène Némirovsky, Grazia Livi, Marie Cardinal, Virginia Woolf e Katherine Mansfield per l’Enciclopedia delle donne.
Alcuni libri passano poi dalle librerie alle biblioteche e sono, forse, i più fortunati perché avranno molti più amanti e amici di quelli reclusi nelle dimore private, da cui a volte arrivano donazioni verso le biblioteche pubbliche.
Ecco, per oggi ho finito e per chiudere questa nuova Cronaca, faccio una breve scorribanda in biblioteche più o meno note ma che hanno quel qualcosa in più perché sono state nominate da grandi autori del recente passato. Riporto qui alcune citazioni che ho già utilizzato nel blog, ma in questi giorni ho bisogno dell’immaginazione e della sapienza degli scrittori e scrittrici che amo.
La biblioteca infinita e celestiale di J. L. Borges era la sua idea di Paradiso.
Umberto Eco si è fatto riprendere mentre cammina nella sua biblioteca labirinto di Milano.
Marguerite Yourcenar scriveva in dei suoi due libri per me più belli Memorie di Adriano “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”.
Alberto Manguel nella sua Una storia della lettura racconta una storia di tempi lontanissimi “Nel X secolo Abdul Kassem Ismael, gran visir del regno di Persia, per non far confusione con la sua collezione di 117.000 volumi, quando se li portava in viaggio, li faceva caricare su una carovana di quattrocento cammelli che dovevano marciare in ordine alfabetico”.
Amos Oz tocca un vertice quando narra in Una storia d’amore e di tenebra del suo desiderio di diventare un libro e non uno scrittore “Solo di libri, da noi, c’era abbondanza da una parte all’altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore non è difficile ucciderlo. Mentre un libro quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver”.
Virginia Woolf racconta di lettori e biblioteche in Voltando pagina. Saggi 1904-1941 “Cominciamo col chiarire la vecchia confusione tra chi ama apprendere e chi invece ama leggere, sottolineando che non esiste alcuna relazione fra i due. Un uomo colto è un tipo sedentario, un entusiasta assorto e solitario che cerca di scoprire attraverso i libri un granello di verità che gli sia particolarmente a cuore. Quando lo prende la passione della lettura, il sapere da lui conquistato vacilla e gli svanisce fra le dita. D’altro canto, un autentico lettore deve tenere a bada sin dall'inizio il suo desiderio di apprendere: se la conoscenza si impone a lui tanto meglio, ma mettersi alla sua ricerca, magari per leggere secondo un sistema, o per diventare uno specialista e un’autorità in materia ha forti possibilità di uccidere quella che a noi piace considerare la più nobile passione per la lettura pura e disinteressata. Detto questo, possiamo facilmente tracciare un ritratto benevolo del topo di biblioteca senza trattenerci dal ridere un po’ alle sue spalle. Proviamo a immaginare una figura pallida e delicata in vestaglia, persa in rimuginazioni, incapace di alzare un bollitore dal fuoco o di rivolgersi a una signora senza arrossire; uno che non sa le notizie del giorno, per quanto sia informatissimo sui cataloghi delle librerie dell’usato nei cui oscuri paraggi trascorre le ore in cui il sole è alto: è indubbiamente un tipo gradevole nella sua burbera semplicità, ma per nulla somigliante all'altro al quale vogliamo rivolgere la nostra attenzione. Perché il vero lettore è giovane nella sua essenza. È una persona d’intensa curiosità, piena d’idee, aperta e comunicativa, per la quale leggere ha più il carattere di un vigoroso esercizio all'aria aperta che non quello di studiare al chiuso; egli va avanti per la sua strada, s’arrampica sempre più in alto su per le colline ché l’aria non diventa troppo sottile anche solo per respirare; leggere per lui non è affatto una ricerca da svolgere a tavolino”.
Ettore Scola intervistato da Antonio Gnoli dice una cosa che ogni lettore e bibliofilo sente come imprescindibile “Ho imparato ad amare i libri. Oggi mi sorprendo a volte a spostarli nella mia biblioteca. Perché? Perché c'è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso. L'altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato: se vicino ad Anna Karenina c' è Don Chisciotte, di sicuro quest'ultimo farà di tutto per salvarla”.
Wilhelm Schmid indica al punto 87 Essere a casa nei libri, del suo L'arte dell'equilibrio. 100 tessere per l'arte di vivere “Anche voi vi sentite a casa dove ci sono dei libri? La libreria casalinga dà un senso di protezione. La biblioteca pubblica sembra una via di fuga permanente dalle angustie quotidiane. E le librerie diventano luoghi in cui vivere, soprattutto quando ci sono angoli in cui sedersi e sprofondare nelle letture del cuore. Perché i libri ci danno un sentimento di protezione? Certo è innanzitutto il fatto che i libri figurano possibilità. Provocano la domanda su ciò che si nasconde dentro di noi. Ben oltre la realtà da cui siamo dominati, i libri lasciano parlare i sentimenti, ci spingono a pensare, risvegliano la fantasia e dischiudono le nostre idee, ci lasciano fantasticherie sulle storie e sui destini nascosti dentro di noi”.
Siri Hustvedt in L’estate senza uomini scrive che le biblioteche sono fabbriche di sogni erotici. “Era cominciato tutto in biblioteca, con Kant. Le biblioteche sono fabbriche di sogni erotici. Li stimola il languore del corpo, che deve trovare una posizione comoda – gambe accavallate, gomito a cui appoggiarsi, schiena allungata – ma non deve andare da nessuna parte. Li stimola anche la lettura e il fatto di alzare lo sguardo da quello che si sta leggendo: la mente lascia il libro e vaga verso un polso o una coscia, reali o immaginari. Li stimola anche l’oscurità degli scaffali, perché dà l’idea di nascondere qualcosa. Li stimola l’odore della carta e delle rilegature, e probabilmente anche quello di colla vecchia. Kant non era difficile: La critica della ragion pratica era molto più della Ragion pura, ma avevo vent’anni, e la Pratica era già abbastanza difficile, e lui si era proteso verso di me per vedere cosa stavo leggendo…”.
E lascio per oggi l’ultima parola di nuovo a J. L. Borges che nelle lezioni americane raccolte in L’invenzione della poesia scrive “Il vescovo Berkeley (che, vi rammento, è stato un profeta della grandezza degli Stati Uniti) ha detto che il sapore della mela non si trova nella mela - che non può gustare se stessa - né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l'una e l'altra. Lo stesso accade nel caso di un libro o di una raccolta di libri, una biblioteca. Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva il buon lettore e le parole - o meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli - tornano in vita. Ed ecco la resurrezione della parola”.
Ecco la resurrezione della parola.