lunedì 13 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/36: il vento che abbiamo dentro


Ci diciamo attraversati dal vento, siamo sconquassati dalle raffiche, ci pieghiamo su noi stessi ed avanziamo se proprio non possiamo farne a meno, cerchiamo un rifugio se non possiamo proseguire.

Il vento trascina le nuvole, sconquassa gli alberi, agita il mare.

È soffio divino, simbolo della collera di un dio inferocito, impedisce il ritorno di Ulisse e lo costringe a soste che non aveva cercato.

Il vento è voce del mondo, sua incarnazione, non udremo il suono degli alberi e delle nuvole se non fosse il vento a farsi carico di questa incombenza.

Essere la voce di qualcun altro è una sfida altissima che non sempre va a buon fine. Poeti e scrittori spesso affermano di voler essere la voce di qualcun altro, la voce dei diseredati, degli ultimi del mondo.

Due sono le strade che possono poi intersecarsi, la prima è quella della cronaca che diventa storia, penso tra i tanti autori a Paolo Rumiz e Ryszard Kapuściński.

La seconda strada è forse ancora più ardua perché attraverso l’immaginazione vuole dare voce a chi non l’ha avuta, non ce l’ha e non l’avrà mai.

La voce e il vento diventano così strumenti di riscatto e di memoria, sconfitta dell’oblio cui tutti siamo destinati.

Poi ci sono le malattie del vento, così le chiama la medicina tradizionale cinese, ma non solo.

L’etnopsichiatra Piero Coppo, autore del libro Guaritori di follia, ne aveva parlato durante un suo intervento alla Libreria Utopia circa un quarto di secolo fa, raccontando del popolo Dogon.

Il vento porta la ragione fuori di sé, entra in noi e ci possiede, ci smaschera ci fa diventare altri rispetto a ciò che eravamo stati. Ci rende forse autentici? Ci accompagna verso la libertà?

Il teologo Vito Mancuso, in una recente intervista che si può leggere sul suo sito, dice “Questa malattia attacca i polmoni, ricordandoci quanto dipendiamo dal respiro. In greco, in latino, in ebraico, in sanscrito, nella lingua indù, la parola spirito significa proprio respiro, aria che si muove, vento. La domanda è: perché tutte queste lingue, tra le tantissime parole che avevano a disposizione, sono andate a prendere proprio questa per nominare quella parte dell’essere umano che noi chiamiamo spirito? Ha la risposta? Suppongo che sia perché l’aria è la cosa più imprendibile che ci sia. Non si vede. Non si sa da dove viene. Né dove va. È imprevedibile e inclassificabile. Cosa vuol dire questo? La spiritualità non è andare in Chiesa: è qualcosa che riguarda tutti gli esseri umani che vogliono essere liberi, cioè tutti quelli che si pongono il problema di gestire le raffiche di vento che hanno dentro. Non di eliminarle, né di rimuoverle. Perché è questo caos che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi e ci rende uomini”.

Le raffiche di vento che abbiamo dentro sono simbolo del nostro desiderio di essere liberi.

Il vento è il respiro che entra dentro di noi, sosta e viene poi espulso. Leggete il blog di Nicoletta Cinotti e guardate i suoi video su Youtube: la consapevolezza del respiro è uno dei primi passi per la consapevolezza più ampia del nostro essere su questa terra, in questa casa cui siamo arrivati senza averlo chiesto, dove troviamo nutrimento e riparo.

A nessuno di noi possono bastare nutrimento e riparo, l’anelito alla libertà e alla pienezza della vita è tutto quel vento che ci agita dentro.

Il poeta Attilio Bertolucci, padre dei registi Bernardo e Giuseppe, ha scritto una delle poesie che più amo sul vento:


Vento
Come un lupo è il vento
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
prende le cose, come dopo l’amore.


Attilio Bertolucci

Sirio
Alessandro Minardi Editore 1929

Se Bertolucci ci consola e ci dà un sollievo temporaneo, è di nuovo Danilo Bramati a squarciare questo nostro tempo di respiri corti e di vento impazzito.

Il vento

Il vento succhia, tira, strappa,

stropiccia folle di alberi,
il vento incalza, ti costringe
a uscire fuori da te.
Tu non vuoi, ti ribelli,
inutilmente.

E le strade sono inquiete,

tutti che cercano riparo
infagottati negli abiti pesanti.
Non c’è sciarpa, non c’è bavero che tenga,
dovranno subire questo vento.

Vento, perché ci assali,

ci torturi, ci strapazzi?
Sgombra le nostre strade,
lasciaci liberi di andare!

Ma siamo tutti incamminati

nei medesimi sentieri
e un vento ci scava dentro:
questo è il clima, questo è il tempo.

Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

domenica 12 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/35: attraversare la notte con gli occhi pieni di stelle


Attraversiamo la notte in silenzio come guerrieri dopo la disfatta che seguono il corso del fiume per ritornare a casa.

Attraversiamo la notte con gli occhi puntati verso il cielo, cercando di superare la coltre di nubi che ci impedisce di riconoscere la nostra costellazione guida.

La notte che attraversiamo non ha le stesse regole del giorno, il tempo scorre con un’altra velocità, ci mozza il fiato quando va veloce, ci rende indolenti ogni volta che rallenta.

La notte stanno svegli gli insonni e i gatti, i bambini e i pazzi, ultimi i poeti. Che umanità variegata e imprevedibile che sono, che siamo.

I bambini stanno svegli perché la notte rende visibili i fantasmi che la luce del giorno oscura, hanno storie eccezionali da raccontare quei fantasmi e i bambini restano incantati.

Anche i gatti stanno svegli per lo stesso motivo, sentono i fantasmi e vogliono ricevere anche le loro attenzioni, non si accontentano mai i gatti delle solite crocchette e grattini, ai gatti interessano soprattutto le storie che non riusciamo a dire ad alta voce e che poi solo a loro sussurriamo nelle orecchie.

Insonni e pazzi si fanno una grande compagnia di notte. Solcano la casa con passi decisi, scoprono arcipelaghi e nuove rotte, sostano sul divano come se fosse l’ultima spiaggia. Spesso incontrano Ulisse nel loro vagabondare, chiedono consigli, non per ritornare, ma per imparare a stare nell’incertezza più profonda, profonda quanto il vasto mare del giorno che di notte diventa un oceano sconfinato.

Chi è più saggio tra questi eroi?

È il poeta che se lo chiede, il sempre scompagnato che di volta in volta si fa bambino, insonne, gatto e pazzo. Non fa molta fatica il poeta a ritrovare Ulisse tra le onde, a portarlo a riva, a fargli confessare che per vent’anni aveva cercato di fuggire, di raggiungere i compagni nelle profondità marine, ma che poi si era arreso al proprio destino, e a capo chino aveva ripreso la rotta e si era fidato del vento per ritornare a casa.

Il poeta è spesso insonne, non ha dimenticato com’è essere bambino, ha l’anima di un gatto ma non è pazzo. La pazzia dei poeti è l’ultimo residuo romantico di un’epoca ormai svanita. La pazzia blocca la poesia perché si nutre nelle stesse oscure profondità. Anne Sexton diceva di riuscire a scrivere solo tra una crisi di follia e l’altra. I pazzi implorano i poeti perché hanno perso le chiavi della lingua, perché con loro sono impazzite tutte le metafore e il mondo langue senza più speranza.

Hanno in comune la notte tutti quanti e non sempre sanno come attraversarla.

Le stelle tacciono e poi lasciano lo splendore all’alba che viene.

I gatti si addormentano tra le gambe o sulle spalla dei loro umani.

I fantasmi tornano nei muri, i pazzi si addormentano come bambini.

Ai poeti il compito di dire ciò che è stato ma ancora di più ciò che sarà, perché a volte la poesia è una profezia, è una verità scritta solo qualche anno prima del tempo dovuto.

Il congedo di questa sera è una poesia che ho scritto nel 2016 e che non è mai uscita in volume.


Con gli occhi pieni di stelle

Il tempo della pazienza è finito e
il buio lentamente arretra e si
ferma ai confini del campo dove
l’aratro ha inciso le parole
dell’inverno nella terra scura.

Sui confini restano le ombre
delle giornate invernali coi
loro tavolini da tè e i camini accesi
con i libri iniziati e non ancora
finiti perché gli occhi erano troppo
pieni di stelle per potersi chinare
sulle pagine ruvide e sulle tue
mani leggere.

Ora il camino è spento, il fuoco
non crepita più e la cenere tiene in
sé tutto l’amaro dei giorni di questo
inverno del nostro scontento
falciati dal gelo come l’ultima
foglia testarda che ancora non è
caduta e resta per dire il tempo
che è stato.

Oggi siamo fermi nello spazio
incerto tra le stagioni, dove
la mano di ghiaccio dell’inverno
sconfitto, sfiora le tiepide dita
della signora primavera che
si ritrae dal suo abbraccio appassito
e volge lo sguardo verso il nostro
cielo vuoto di parole.

Ancora le rondini non sono tornate
e le nuvole sono fogli bianchi
per le nuove poesie e quanto
è vasto lo spazio che ci sovrasta
e quanto calda la luce che attraversa
il vetro verde di quella bottiglia
e tutte le nostre parole.

Presto sarà il tempo delle rose
e il fiume canterà alla nostra
porta in una lingua straniera
presto sarà il giorno dove leggeremo
le stesse rondini e lo stesso frammento
di cielo.

Elena Petrassi

sabato 11 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/34: il silenzio prima della Resurrezione


Il tempo è compiuto, il cielo si è squarciato, l’evento è accaduto e l’orrore è diventato visibile ai nostri occhi.

La scena numinosa della morte di Cristo in croce era una fonte di sgomento negli anni dell’infanzia.

Prima di quella morte il mondo non aveva un prima e un dopo, il mondo fluiva e con esso il tempo, in un’unica direzione.

Quella morte atroce ha costituito per l’umanità, credenti e non credenti, una cesura netta e implacabile tra il prima e il dopo.

Il giorno del sabato, dopo il venerdì della morte e prima della domenica della Resurrezione, è quella cesura, è il giorno del silenzio in cui non vengono pronunciate orazioni o parole, il giorno in cui la stagione si ripiega su se stessa come una rondine nel nido e aspetta.

Il sabato è dunque il giorno del silenzio e dell’attesa. Ma cosa stiamo aspettando? Non lo sapevano e non potevano immaginarlo i contemporanei di Cristo, mentre noi, due millenni dopo, credenti e non credenti, sappiamo che dalla morte si può ritornare.

Il sabato del silenzio può essere metafora di queste settimane che sono una quarantena a tempo indefinito ma non indeterminato.

Il nostro vecchio mondo è morto, quello che nascerà ancora non riusciamo a immaginarlo.

Ma non possiamo permetterci di continuare ad adorare la cenere di ciò che è stato; come diceva Gustav Mahler, la tradizione è conservare il fuoco, non adorare la cenere.

Questo silenzio è la condizione che ci permette di distinguere ciò che è estinto da ciò che ancora vibra e scintilla e su cui possiamo soffiare per tenerlo in vita. Il soffio vitale è un’altra immagine che rimanda alla cristianità sotto la cui iconografia siamo cresciuti, soprattutto noi italiani. Per tutte le immagini e rappresentazioni sacre vale il Cenacolo vinciano qui a Milano, che ho visitato diverse volte e di quelle visite ne ricordo una in particolare nel giugno del 1988, dove ero andata a vederlo con la mia amica Annemarie. C’eravamo solo noi nella sala e siamo rimaste ferme un tempo lunghissimo, senza parlare, a contemplare la messa in scena di uno dei momenti più importanti nella vita umana. Il tempo del pasto, la condivisione del cibo, la presenza degli amici alla propria tavola, cioè tutto ciò che nell'anno senza Carnevale, non ci è dato vivere.

Il sabato del silenzio è il margine del tempo in cui noi stiamo in bilico tra un mondo morto e uno non ancora nato, come scriveva Edgar Morin.

Stare in bilico tra il vecchio e il nuovo non è proprio una delle specialità di noi esseri umani, perché o conserviamo il vecchio in adorazione perpetua, o lo abbandoniamo con slancio feroce verso la ricerca del nuovo.

Stare fermi è una delle cose più difficili al mondo, anche stare in silenzio lo è.

Quando ero bambina alle scuole elementari, la maestra esausta ci faceva fare il gioco del silenzio. Una bambina a lei benvoluta usciva per scrivere alla lavagna il nome delle compagne che bisbigliavano. Quelle che invece erano capaci di vincere il gusto naturale della parola e stavano al banco con le braccia conserte, il busto ritto e la bocca ben sigillata, concorrevano per un premio. Non ricordo proprio quale fosse il premio per la bambina più silenziosa o composta, forse non l’ho mai vinto o forse l’ho dimenticato perché era poco importante.

Così sto attraversando questa giornata silenziosa in attesa della Resurrezione, della domenica che sancirà la vittoria della vita sulla morte.

Un ritorno alla vita che ha un prezzo altissimo. Noli me tangere disse il Cristo alla Maddalena, Non toccarmi o forse Non trattenermi come si è più propensi a tradurre oggi.

Perché Noli me tangere, dunque? Forse perché chi è tornato ha visto quelle cose che non possono essere dette, chi è tornato deve ritornare lì da dove è venuto.

Mi fermo in questo silenzio perché la Resurrezione sarà domani, nel tempo che ancora deve venire.

So che verrà, perché mi hanno detto di alberi che sembravano morti e che sono sbocciati di nuovo, ne ho visti due proprio in questi giorni, una quercia e un olivo centenari, sono lontani migliaia di chilometri ma comunicano tra loro come accade tra le creature che sono tornate alla vita. I lupi vanno a visitarli e si fermano ad ammirare la luna. Quando il lupo sotto la quercia ulula, in lontananza la lupa risponde nella loro lingua segreta e le stelle fanno capolino e sembra si fermino ad ascoltare quel canto.

Il congedo di questa sera è una poesia di Danilo Bramati.


Dietro ogni silenzio

Mai, in verità, ho raggiunto

le soglie estreme del silenzio.

Mai, mai, neppure

quando ascoltavo il grande platano
sillabare nella nebbia,
quando tacevo con gli amici,
con la gente.

C’è un silenzio oltre quel platano,

un silenzio oltre il silenzio.
Guardo il cielo che si oscura:
in ogni stella una stella tace.


Danilo Bramati

Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017


venerdì 10 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/33: la casa che è tutte le case

Una sola casa dove ritornare, una casa costruita con tutto quello che ho amato di più nelle case mie e di altri che ho frequentato. 

È un’immaginazione tutta mia e allora procedo e scelgo la ringhiera della mia casa attuale. È un palazzo del 1905 che è sopravvissuto a due guerre, soprattutto la Seconda, quando il giorno della Liberazione gli scontri a fuoco giù in strada furono così intensi che saltarono tutti i vetri, mentre quando venne bombardata la fabbrica tessile De Angeli Frua  nel 1942, la casa non riportò neanche un danno. È una casa di un rosa stinto nato da un rosa carico anziché dal tipico giallo Milano delle case di quei tempi che invecchiando vira, appunto, sul rosa. 

Dalla casa di mia nonna paterna in Calabria mi approprio dell’Acquaro, del fiumiciattolo di acqua che dalle montagne scendeva per confluire nel fiume Follone e poi nel fiume Crati giù sino al Mare Ionio, e poi prendo anche l’orto di mia nonna perché non ne ho mai visto un altro così bello e rigoglioso. 

Dalla casa milanese in zona San Marco dell’amico Vittorio, scomparso da decenni, salvo il terrazzo di oltre cento metri quadrati dove ho trascorso mattine, pomeriggi e sere tra le più belle qui a Milano. Anche questa casa è di inizio Novecento ma è una casa signorile, quindi non ha ringhiere, ma ampi ballatoi, balconi e terrazze. Questa casa la dovrò raccontare per intero prima o poi. 

Torno in Calabria fino alla Contrada Acquafredda e scendo giù per i sentieri ombreggiati dove basta chinarsi per trovare conchiglie fossili e vado sino alla stalla della giumenta Ofelia, il primo animale che io abbia cavalcato e dalla quale sono anche rovinosamente caduta. 

La villa di zio Pietro, la campagna incorniciata dalle sue finestre, le rovine romane nella vigna, le ho già descritte ma nella mia casa ideale ci stanno. 

Un’altra vista indimenticabile è quella sul lago Lemano che si godeva da casa delle mie amiche Elena e Annamaria, a Losanna in rue de Maupas, prendo anche il balcone del loro soggiorno e la vista e li monto nella mia casa immaginaria. 

Giardini tra cui scegliere ne ho parecchi, ma mi accontenterò di quello della villa di Mount Desert nei pressi della quale viveva Marguerite Yourcenar e il giardino inselvatichito della casa di campagna di Fausta a Soliva, dove due enormi abeti dell’Himalaya ombreggiavano tutto un lato e la rosa rampicante copriva quello opposto. 

Non mancano i caminetti nella casa dei sogni, quello della cucina a casa dei miei genitori in Calabria, dove passavano parte dell’anno dopo essere andati in pensione, poi il camino in cucina di mia nonna paterna, un vero focolare d’altri tempi.

Per l’ampiezza delle stanze e i soffitti alti sei metri prenderei quasi tutte le stanze della casa di Via Quintino Sella a Catania dove non c’era il riscaldamento perché l’inverno era inverno solo di nome. 

Per un’altra vista prenderei quella sulla Baia del Silenzio di Sestri Levante, altro mio luogo dell’anima, con una terrazza che dà direttamente sulla spiaggia. 

Uno scorcio di montagna mi arriva da Santa Caterina Falfurva, frazione Paris dove il silenzio della montagna era cullato dalla fontana davanti a casa e da dove partivano meravigliose passeggiate in Val Zebrù.

Della casa dove sono cresciuta con i miei genitori e mio fratello amavo i lunghi corridoi già in parte occupati da librerie che anche io avrei riempito negli anni. 

Di quella casa, più di tutto, vorrei poter portare il profumo che c’era nell’aria, buon cibo, stoffe, libri, il profumo di mia madre, il dopo barba di mio padre che, tutti insieme, non appena si apriva la porta ti facevano sentire di essere tornato a casa.

Librerie mi tengo le mie che mi vanno bene così come sono, la camera da letto vorrei che fosse quella della maison d'hôte in un paesello della Normandia che si chiama St. André d’Hebertot. In quella stanza arredata con colori caldi tutto scintillava d’oro quando arrivava il sole del tramonto.

Per il bagno scelgo quello di un hotel di Washington dove c’era una vasca doppia di marmo, insieme a doppi lavandini, doppia doccia e tappeti dove i piedi affondavano sino alle caviglie. 

Per finire, tutto intorno alla casa ci sarà una terrazza piastrellata con piastrelle italiane, blu, verdi, ocra e crema e una tettoia sostenuta da pilastri separati da grate in ferro battuto che arrivano dal Marocco.

Mi sono soffermata forse più sulle architetture e le viste, agli interni dovrò dedicare un tempo speciale che non fa parte di questa narrazione.

Ecco che la casa ha una sua forma bislacca ma nella quale mi muovo con agio. 

Mi piace quel che vedo dalle finestre, mi piacciano le mura solide, le piastrelle colorate. 

Di nuovo la poesia e l’immaginazione portano a compimento la mia opera e lascio al poeta di dare il tocco finale alla mia casa delle mie immaginazioni:

Casa azzurra

La casa azzurra ha balconi azzurri,
porte azzurre, tetto azzurro.
La casa azzurra imita il cielo,
è un cubo azzurro nel sentiero.
La casa azzurra non ha voce,
le persiane sono chiuse.

Io sto al bordo del sentiero.
Il cielo si fa più limpido.
Tutte le nuvole spariscono.
La casa azzurra non c’è più.


Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

Questa casa azzurra sparita, mi conduce ad altre due “case” molto particolari, la prima è di Anna Maria Ortese che, in un’intervista in appendice al suo libro L’iguana, diceva:

“Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera”.


La casa che è tutte le case diventa metafora dell’anima nell'eternità.

E di case, di vita vera e immortale, scriveva il filosofo Emanuele Severino sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2014, tornare a casa è svegliarci accanto al fuoco, quale che sia il mondo che ci è toccato:

“Ognuno di noi abita una "casa" chiamiamola così. Attorno, a perdita d'occhio la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori - e ci si dimentichi di dove siamo davvero. Si è "a casa". Sin da prima dell'inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno, la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. Stando là fuori diciamo: "Ecco il mondo, questa è la vita che ci è toccata". Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti. Delle ombre e dal gelo della brughiera. Una povera favola? Non direi, ma una metafora sì: dello Spettacolo che da gran tempo tento di indicare”.

giovedì 9 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/32: in ogni passione avvengono prodigi


Tutto il mondo si prepara al temporale, le foglie nuove arricciano i bordi, gli uccellini si nascondono nei nidi, nessuna rondine sfreccia nel cielo.

Potremmo correre a ripararci in casa se già non fossimo tutti al riparo, dalla pioggia, dal virus, dal male.

La pioggia di primavera ha un gusto diverso perché non porta in sé la pesantezza della neve invernale che preme per cadere sulla terra, non porta in sé la malinconica danza che accompagna le foglie della stagione conclusa, non porta in sé la sete implacabile che ha fatto impazzire i girasoli di luce.

Ha mani delicate questa pioggia improvvisa e disseta i campi, lava le strade e i tetti, poi esplode.

Anche i tuoni primaverili hanno un suono diverso, non hanno le ambizioni di quelli estivi e sanno di essere di passaggio, un suono provvisorio che non ruberà la scena al canto gioioso degli uccellini sui rami, sa che le api sanno aspettare per poi tornare a danzare intorno ai fiori, così si sbrigano a completare l’esibizione e come sono venuti se ne andranno.

È pericoloso il mondo in questa primavera di richiami, la stagione della rinascita, della rinascita.

Il prefisso “ri” ci narra che una nascita ci è già stata, che una morte è già avvenuta.

In questa circolarità della nuda vita, le stagioni danzano in cerchio come fanciulle e chiamano alla danza anche noi creature mortali e spaventate.

Ci sarà una fuga verso la terra della salvezza, ci sarà una morte da cui faremo ritorno solo per testimoniarla, ci sarà una resurrezione eterna che tenderà la mano a questa nostra primavera.

Soprattutto sapremo che ogni temporale si trasforma in pioggerellina e poi smette.

Sapremo la resurrezione della domenica di Pasqua.

Sapremo che la stagione invernale non ha polverizzato i doni che hai lasciato sul mio tavolo, le prove generali del tuo ritorno.

Del ritorno del tuo amore che non conosce stagioni.

Perché in ogni passione avvengono prodigi.


Le noci e il melograno
ancora intatti sul tavolo,
due parole opposte che si
attraggono, le sto cercando
quercia e pietra uniche
a sfidare il tempo
troppo simili nella pervicacia
meglio la pioggia e il vento
che passano e non sanno
il sollievo della sosta.
Così saranno la quercia
e il vento i primi opposti
e la pietra con la pioggia
ad accompagnare ogni ricordo
che avrai lasciato, ogni parola
che avrò perduto.
In ogni passione avvengono
prodigi.


Elena Petrassi

Scrivere il vento
prima poesia della sezione
Sipario di un giorno d'estate
Atì editore 2016

mercoledì 8 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/31: la gioia è vicina


La gioia sta all'eternità come la felicità sta all'istante.

Non ho nessuna prova se non la mia esperienza di vita, se non la poesia, di altri e mia.

Da decenni raccolgo citazioni e poesie, mi confronto con altri poeti e scrittori nel dialogo silenzioso che è la lettura, una delle attività umane che mi rende gioiosa.

Quando scrivo sono gioiosa, e non è solo un sentimento della mente, ma è qualcosa che parte dal corpo e vi ritorna, che scorre attraverso le dita sino all'inchiostro e alla pagina e ritorna attraverso le parole e la vista, giù nel profondo del cuore.

Antonella Anedda, una delle poetesse che sta in cima al mio personale Olimpo, ha intitolato uno dei suoi libri Il catalogo della gioia e in esergo ha citato il rabbino Nachman di Breslaw “A chi gli chiedeva quale differenza ci fosse tra l’essere tristi e avere il cuore spezzato, Nachman rispose che avere il cuore spezzato non impediva la gioia”.

Siamo tutti cuori spezzati in questo periodo storico, noi stessi con le nostre vite chiuse nell'intimo delle case, siamo diventati storia vivente. Forse non è mai accaduto prima di questa pandemia che la cronaca si facesse storia condivisa giorno dopo giorno.

Ma il nostro cuore spezzato, che insegue la gioia, sa ancora riconoscerla quando la prova.

Gli amori che nascono alle finestre della nostra clausura o sui balconi, gli amori che nascono nella condivisione di parole mai pronunciate prima, gli amori che resistono alla mancanza d’aria, alla lontananza, la scoperta di avere bisogno di poco per stare bene e che quel che manca non sono le cose ma le relazioni, le persone.

La gioia si manifesta quando le idee fluiscono e si preparano a trovare casa nello studio o in una lettera, quando il mistero della poesia irrompe nei gesti della vita quotidiana e li rende eterni con poche frasi.

Scriveva la poetessa russa Marina Cvetaeva, che visse in tempi tremendi, nei suoi taccuini moscoviti:

“Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane.
Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensioni in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?).
Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino”.

Anche Oliver Sacks, neuroscienzato e narratore impagabile scrive nella sua autobiografia In movimento”:

“(...) l'atto di scrivere, quando va bene, mi dà un piacere, una gioia, che non somiglia a nessun'altra. Mi porta in un altrove che mi assorbe interamente facendomi dimenticare tutto, ansie, preoccupazioni e persino il passare del tempo. In quel raro, paradisiaco stato della mente arrivo a scrivere senza sosta fino a che non riesco più a vedere il foglio. E solo allora scopro che è scesa la sera”.
E solo allora scopro che è scesa la sera, in questo senso la gioia si rapporta all’eternità perché il tempo cessa di esistere, mentre la felicità è quella freccia che ci trafigge e ci inchioda all’attimo presente e subito ne abbiamo nostalgia, perché è passato.

Ancora Marina Cvetaeva scriveva a Rilke nell’epistolario che ho già citato in qualche Cronaca fa:

“Ti aspetto con gioia come se tu fossi un intero paese e completamente nuovo”.

Lorenzo Gobbi, poeta e scrittore che vi ho già presentato, ha scritto un piccolo meraviglioso libro, il Lessico della gioia, di cui riporto il brano iniziale del secondo capitolo:

“La gioia è l’esito di una liberazione: è sostanza di vita liberata. In essa, la nostra vita può parlarci con infinita libertà, cioè con una sincerità disarmante. È ragionevole credere che la gioia sia un rivelarsi fulmineo del mondo e del suo senso, e che scaturisca innanzi tutto dalla prossimità dell’essere stesso che si dona a noi nel linguaggio che più gli è congeniale: immagini, bagliori e luccichìi. Ce lo conferma Hölderlin, in uno dei suoi sorprendenti colloqui con Diotìma:

Vieni, è la gioia intorno. Al bosco i rami
sono vento nel fresco della brezza
come ricci alla danza, e il cielo
è uno spirito lieto
che al suono della lira
ritma sopra la terra
pioggia e luce di sole. Sulle corde
un brulichìo molteplice di suoni,
battaglia innamorata.
Luce e ombra s’alternano melodici,
dileguano oltre i monti.
Prima il cielo sommesso tocca il fiume
fraterno d’una gocciola d’argento.
Prossimo ora agita
la preziosa pienezza del suo cuore
sul bosco e il fiume.

Una pioggia primaverile, rapida e leggera, è l’immagine stessa della gioia. Il cielo la alterna sapientemente alla luce del sole, come due aspetti di un unico dono che ne svela la “preziosa pienezza” – quella stessa che si “àgita” in prossimità delle cose, pronta a rivelarsi in questa armonia”.

La dimensione fusionale con la natura è fonte certa di gioia, così come lo sono, per quanto mi riguarda, la vicinanza dei bambini, dei gatti, le conversazioni con gli amici, anche solo al telefono, le onde del mare, le nuvole, il vento che fa cantare gli alberi, l’aria intorno che muta e si fa fiutare come fossimo lupi appena scesi dalle montagne, spesso in coppia in quella fedeltà reciproca che solo i lupi conoscono.

È fonte di gioia la mia biblioteca, i libri che ancora non ho letto, i libri che ancora non ho scritto, mi danno gioia i tanti post intelligenti e riflessivi che leggo nella mia bolla social, le fotografie che mi mostrano la bellezza del mondo in questo tempo dove non posso andare in nessun luogo.

Tornerò a scrivere della gioia, perché oggi la sento fluire in me, nonostante tutto.

Il mio congedo odierno è una poesia che ho copiato tanti anni fa sul mio taccuino ma di cui, purtroppo, non conosco il libro da cui è tratta e il traduttore.

Le prime ore

Le prime ore del mattino. Ancora non scrivi
(anzi, non provi nemmeno a scrivere) leggi solo pigramente
Tutto è fermo, tranquillo, pieno, ma
come per un regalo della musa della lentezza,
come tempo fa, nell'infanzia, in vacanza, quando a lungo
si studiava una mappa colorata prima della gita, una mappa
che prometteva così tanto, stagni profondi nel bosco
come occhi luminosi di farfalla, prati di montagna
coperti di erba pungente;
oppure un momento prima di addormentarsi, quando
ancora non ci sono sogni,
ma già si sente il loro arrivo da ogni parte del mondo,
la loro marcia, il pellegrinaggio, la loro veglia al letto del malato
(malato per davvero) e il vigore tra sculture medievali
rannicchiate in sé nell'eterna immobilità sopra la cattedrale;
le prime ore del mattino, silenzio
- ancora non scrivi,
ancora non capisci così tanto.
La gioia è vicina.

Adam Zagajewski