giovedì 28 gennaio 2016

Scrivere in una stanza chiusa a chiave

Sottoposta a un simile regime, acquistai, plasmai in me, con l'abitudine di lavorare, un temperamento da aggiustatrice di porcellane. Che sorta di laboratorio è una prigione! Parlo di ciò che conosco: la vera prigione, e
il rumore della chiave girata nella toppa, e la libertà restituita quattro ore dopo. «Esibite i documenti, prego...». Io invece dovevo esibire pagine scritte. Questi dettagli di cattività quotidiana non tornano a mio onore,
me ne rendo conto, e non mi piace far la figura della pecora. Ma il rispetto della verità strampalata, e un sapore un po' gotico, assegnano loro un posto qui. Dopotutto non c'erano sbarre alla finestra, e potevo benissimo
tagliare la corda. Pace dunque a quella mano, oggi morta, che non esitava a girare la chiave nella toppa. A lei devo la mia arte più sicura, che non è quella di scrivere, ma l'arte domestica di saper attendere, dissimulare,
raccogliere briciole, ricostruire, rincollare, rindorare, cambiare in meglio il peggio, perdere e riconquistare nello stesso istante il gusto frivolo di vivere... Ho imparato soprattutto ad avere, fra quattro mura, quasi tutte le mie evasioni, a transigere, comprare, e infine, quando mi piovevano addosso i «presto, per dio,
presto!», a insinuare: «Forse in campagna lavorerei più in fretta...».

Colette
Il mio noviziato
Adelphi 1981

Il 28 gennaio è il compleanno della scrittrice francese Colette che iniziò a scrivere costretta dal suo primo marito, Willy, giornalista e scrittore, uomo mondano che a lungo firmò i romanzi della giovane moglie.
A un certo punto Colette aprì quella porta e si liberò di quel marito ingombrante. Iniziò una vita trasgressiva e libera che la portò a diventare una delle più grandi scrittrici francesi. Leggerla in francese significa entrare in un mondo di delizie, ho imparato il francese da lei più che da qualunque altro scrittore. 
Ho comprato, in un inverno di tanti ann,i fa molti dei suoi libri in lingua originale nella vecchia libreria di Bruno Torciani in Corso di Porta Nuova a Milano.
Erano libri che arrivavano dalla biblioteca della moglie di un noto ministro del regime fascista. Gli eredi si erano sbarazzati senza molti pensieri dei libri e io frugando nel magazzino, senza sapere a chi fossero appartenuti, avevo trovato prime edizioni imperdibili. L'estate successiva ci fu il primo viaggio in Francia, un mese tra Bretagna, Normandia e poi Borgogna. I romanzi di Colette, tornati per qualche settimana nel paese d'origine, furono la compagnia letteraria di quel viaggio. La Francia reale coesisteva con la Francia narrata ed era più che vivere due volte. Era una gioia frenetica di leggere, parlare e ascoltare la mia seconda lingua più amata. Ma queste sono altre storie...

Elena Petrassi

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