domenica 21 febbraio 2016

Alzate gli occhi, diceva, alzate il corpo, nel vento

Stlanik


Dopo due o tre giorni cambiava il vento,
e calde correnti d'aria portavano la primavera.
 Varlam Šalamov

Uno chiamava da un ponte, esile sulle correnti:
l'acqua, ancora, diceva senza dire: sempre qui 
l'appuntamento: nella luce dell'acqua,
qui accanto, nella luce. Sospesi.
Accarezzando qualcosa: ringhiere, cortecce 
d'alberi morti, schegge d'osso, pettini smangiati.
Con le mani, con gli occhi o con la voce: proteggere
quello che sale da dietro, da sotto,
non visto, nelle gole più cupe: l'improvviso 
guizzare di un uccello nella luce 
del botro. E dire grazie,
umilmente. Con cura.

Un altro andava portato dalle alghe:
contava sassi, asperità fluviali, voragini.
Schiacciato dal tempo, scivolava
nel flusso, annichilito.
Rinunciando a ogni cosa: niente occhi, niente dita,
e più nessuna memoria, o senso. Grida, forse,
grida scolpite su grate, graticci di dolore. Pietre
coperte di muschi, fanghiglie,
e luce cruda di ghiacci, serpenti
nei cunicoli. Rose senza radici. Masticava
del vetro, annegando per tutti.

Il terzo era distante, irraggiungibile.
In cammino, in cammino:
oltre la fatica e il deserto. Camminava
tradito, a testa alta, ancora in piedi.
Sotto le nuvole e contro le nuvole, marciando.
Sotto le nuvole e sopra le nuvole, con passo
barcollante, ma lo sguardo
fisso verso l'Amur, dove acqua sporca
trascinava carcasse verso il mare
vietato. C'è chi dice
recitasse Petrarca.
Alzate gli occhi, diceva, alzate il corpo, nel vento
cercate le ali.

Nevica. Il pino prostrato si rialza,
segna nel gelo la via del primo fiore.
Annuncia frutti, torrenti.

E l'armadillo cammina verso nord.

Fabio Pusterla
Corpo stellare
Marcos y Marcos 2010

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