domenica 14 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/371. Infanzia: quando le onde e le foglie parlavano la stessa lingua

 


Non c’era sabbia, solo ciottoli e sassi, mia nonna è seduta accanto a me con il suo fazzoletto tradizionale u ‘maccaturi, annodato dietro la nuca. Trotterello verso il mare, mi bagno i piedi, mi chino a toccare l’acqua, ritorno dalla nonna. La spiaggia è quella di Trebisacce, ci sono barche e pescatori. Un giorno portano a riva una testuggine. Corriamo tutti a guardarla da vicino, è un animale enorme, papà mi solleva e mi fa sedere sul guscio, la tartaruga avanza di qualche passo. Tutti i bambini sono incantati, papà mi riprende in braccio, i pescatori spingono piano la tartaruga per farla tornare in acqua e lei scivola via senza mai voltarsi. Forse mi aspettavo che lo facesse? In quelle estati a Trebisacce ho due/tre anni soltanto. Ho un costumino bianco e rosa e un cappellino di paglia rosa con l’elastico sotto il mento per tenerlo fermo. Mia mamma ha un costume a righe bianche e nere e papà un costume pesante di lana nera e zoccoli di legno. Mangiamo panini, beviamo acqua da un termos, mangiamo pomodori sani, cioè interi, pesche, anguria comprata in loco. C’è un po’ di vento, mi rifugio tra le braccia di nonna Mela e mi addormento. Un altro giorno arriviamo in spiaggia, papà gonfia il materassino, stende il grande telo da mare a righe bianche e rosse, mi piazza al centro del materassino, ma per poco. Ho un secchiello, una paletta, la mucca Carolina della Invernizzi. Non credo di averci giocato più di un’estate perché so di averla persa in mare, ricordo di averla vista allontanarsi tra le onde, portata dalla corrente. Forse sarebbe andata a giocare con un’altra bambina? Un’estate successiva giocavo in spiaggia con Susanna Tuttapanna, che adoravo. Non perché fosse bionda, ma perché rideva e mi era simpatica. Ho sempre la paletta e il secchiello rosso. Non siamo più a Trebisacce ma a Villapiana Lido. C’era solo sabbia, la pineta, prendiamo ombrellone lettini e sedie a sdraio al lido The Sea Horse, imparo così le mie prime parole inglesi. Il gestore è un britannico che si è fermato in Calabria per amore, ha i capelli rosso-biondi e gli occhi azzurri. Parla italiano con un accento pesantissimo, è simpatico e la sua spiaggia è bella. Al bar vendono, dopo le 10, pizzette buonissime. È bello quando restiamo tutto il giorno al mare anziché ritornare a casa subito prima o subito dopo pranzo. Quando restiamo mangiamo pizza, focaccia, soppressata, capocollo e anguria. Beviamo Coca-Cola nella classica bottiglietta di vetro. Giochiamo a bocce, a carte, a pallone, costruiamo castelli di sabbia. Non riesco a imparare a nuotare, ho paura, così metto sempre il salvagente. Adesso ho un costumino dello stesso colore del mare, i capelli più corti e il fratellino Alex e la cuginetta Maria, con la quale vivevo in simbiosi, chiamata da tutti Mariuccia per distinguerla da sua nonna Maria, sorella maggiore di mio padre. Suo padre Rodolfo non amava la spiaggia di Villapiana perché era piatta, il mare era basso e non poteva pescare. Così ogni tanto andavamo alla spiaggia di Bruscate, dove c’era un fiume e Rodolfo pescava a mani nude e il Lido Millepini, anche se andavamo quasi sempre alla spiaggia libera. L’acqua era profonda, mi sentivo meno a mio agio, ma il mare era mare e la sabbia, sabbia. Costruivo sempre castelli fatti come torte nuziali e pinnacoli lasciando scorrere sabbia e acqua tra le dita. La pizza non mancava mai, correvamo avanti e indietro, non c’erano domande da parte nostra, solo domande portate dal mare. Mia madre e mia cugina Vittoria chiacchieravano sedute all’ombra; Mariuccia, sua figlia, era la mia ombra e io ero la sua ombra. Giocavamo con mio fratello e con i cuginetti che, in numero variabile, venivano con noi. I cuginetti erano i figli di zio Giacomo, fratello maggiore di mio padre. Domenico, Luigi, Salvatore, Giancarlo e Mario, tutti nati tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. Questo mare che ho avuto negli occhi e nelle orecchie tutto il giorno, è il mare dell’innocenza, il mare della gioia. Buona parte della mia infanzia felice è tutta racchiusa in quella manciata di estati infinite che nella memoria sono diventate eterne. Abbiamo conosciuto la felicità da bambini e la portiamo in noi. Quel mare, quel sole, il suono delle onde, il vento, la piana di Sibari, i fiumi Esaro, Follone e Crati, i fichi d’India, le angurie, u ‘melune a acqua e i meloni gialli, u’ melune i pani del capanno di Fragghiaco, la fonte di Spezzano Albanese, il forno dove compravamo le pagnotte di pane e la pitta, i pomodori dell’orto di nonna Mela e quelli dell’orto di Rodolfo che erano ancora più grossi e succulenti, le cipolle rosse di Tropea, il basilico, i peperoni verdi a cornetto, fritti nella padella di ferro, a volte soli a volte con le patate, il pollo, pure lui fritto, i maiali nella ‘zimma  a cui io e Mariuccia portavamo gli avanzi della tavola e soprattutto le bucce dell’anguria. Gli oleandri, la menta e i gigli selvatici, i fiori rossi di cui non ho mai saputo il nome, l’acquaro davanti a casa di nonna, la stalla, il tabacco appeso a essiccare, i campi di grano, gli ulivi, i fichi, la grande quercia, noi che andavamo tutti insieme a dormire alla sua ombra dopo pranzo.

L’infanzia è racchiusa tra il canto del mare e il canto della quercia: le onde e le foglie parlavano la stessa lingua.

La Cronaca 371 appartiene a domenica 14 marzo del secondo anno senza Carnevale e ultimo giorno prima dell’inizio di un nuovo confinamento in zona rossa. Il cielo è stato pulito dal vento e ha brillato luminoso e azzurro su tutta l’Italia per darci coraggio.

sabato 13 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/370: è salata l’aria, amara l’attesa e muto anche il mare

 


 

Sono andata in giro per la città con una rete a strascico per acchiappare immagini e frammenti di conversazione. Quanti nomi sono rimasti in questa rete, quanti germogli e quanti fiori. Potrei fare pagine e pagine di elenchi ora. Ma per la memoria occorre poco, solo un’immagine, solo un profumo nell’aria e un giorno molto più in là nello spazio tempo, tornerà questa giornata, mi chiederò se davvero l’ho vissuta o se è stato solo un sogno, solo un frammento di quell’altra realtà che abitiamo dietro gli occhi chiusi e il respiro acquietato dalla notte. Posso anche giocare con i nomi, scambiarli di posto, ma a nulla serve, perché l’acqua trascina il senso e la ragione proprio dove devono essere e li impregna di poesia e l’acero soffia il passato verso la fiamma che danza nel camino e la legna profuma, e il passato ritorna proprio nelle narici.

 

Prima della resurrezione

 

Arriva un’onda, il primo sogno

si infrange sulle rive del mattino.

Arriva un sogno, la prima onda

si infrange sulle rive della notte.

Tra il sogno e l’onda è passato

questo giorno e non abbiamo

raccolto né sassi, né conchiglie

e il buio scende e ancora non

abbiamo trovato un riparo

per i miei sogni e per le tue

onde. È salata l’aria, amara

l’attesa e buio questo buio

che aspetta un inciampo

prima della resurrezione.

 

 

Oggi ho incrociato una donna che stava raccontando di avere fatto un fioretto sino a Pasqua: niente dolci, di nessun tipo. Era mezzo secolo che non sentivo parlare di fioretti, rinunce, Quaresima e digiuni. C’è un grande senso di futuro e di speranza nel periodo di Quaresima. Sappiamo cosa accadrà, l’esito fatale del Venerdì Santo, così come conosciamo il senso della Pasqua, il ritorno da quel luogo sconosciuto che tanto temiamo. Pasqua significa Resurrezione, significa che il bene vincerà di nuovo sul male, significa che la speranza sarà sempre più forte della paura.

Per questo posso lasciarmi andare allo sciabordio delle onde che arriva dalla spiaggia e al crepitare della legna che arde nel fuoco. Non sono solo rumori o suoni questi. Sono il canto del tempo che va e viene, che ritorna e si allontana, poi torna, poi tace.

Questa è la Cronaca 370 e oggi è sabato 13 marzo del secondo anno senza Carnevale, mia madre avrebbe compiuto 85 anni e ho sognato che mi stava sorridendo. Prima della Resurrezione è la quasi quotidiana poesia inedita che mi accompagna verso la notte che viene.

venerdì 12 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/369: neanche noi possiamo impedirci di fiorire

 


 

La stagione arriva in noi prima del calendario, e non importano gli anni, non contano gli ormoni o la fase della vita. La primavera arriva quando scoppiamo dalla voglia di uscire, quando i piedi si trasformano in ballerine e le mani in orsi rivolti verso il favo di miele. Ci sorprende ogni anno la primavera, ci sorprende e ci fa irrompere come un bucaneve, spezza il ghiaccio nelle membra e ci fa rotolare nel fango e annusare l’erba.

Questa è la seconda primavera che ci ritrova intenti a proteggerci dal virus. Il Carnevale non lo abbiamo festeggiato per scelta. Ma alla primavera non possiamo rinunciare anche se conosciamo tutto il dolore che irrompe dentro.

 

Come alberi che urlano nel vento

 

Pensiamo sempre che è dall’inverno

che dobbiamo proteggerci, come se

fosse il gelo, come se fosse il tempo

corto a chiedere protezione dalle

sue intemperie, dal muto e cieco

desiderio di calore che ci tiene in

casa e implora la stagione. Ma è

la primavera la stagione più pericolosa,

lo scrivono i poeti, lo sanno gli amanti

e gli amati. La lingua del ghiaccio si

ritira a lascia spazio alle nuove sillabe,

ma ora nessuno conosce le parole degli

alberi che urlano nel vento.

 

Così, mi impongo di decifrare questo linguaggio che arriva dalle radici alle gemme, mi fermo ad accarezzare le cortecce, respiro il muschio e le ultime foglie della stagione passata che nessuna forza era riuscita a staccare nonostante l’albero sappia quando è il momento di lasciare al vento ogni foglia, ogni germoglio.

Il cammino di oggi sta tutto negli occhi e nelle mani. È un cammino noto e allo stesso tempo misterioso, perché ritornare sui propri passi significa decifrare ciò che è accaduto tra una primavera e l’altra e accettare il verdetto della stagione.

Oggi è venerdì 12 marzo del secondo anno senza Carnevale ma con la primavera. Come alberi che urlano nel vento è la nostra condizione e la poesia inedita che accompagna questa Cronaca 369… Neanche noi possiamo impedirci di fiorire.

giovedì 11 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/368: i sogni restano sulle mani come polvere di farfalla

 


Attraversiamo come si attraversa un sogno, raccogliamo negli occhi frammenti di luce, i petali nuovi della magnolia, i germogli del gelsomino. Neanche una goccia di pioggia ha attraversato questo cielo, sarà un sogno di aria fine e molto silenzio. Qualcuno tornerà dove era nato cercando quella via, la stessa piazza, ma solo per cercare se stesso bambino. Qualcuno avrà perso il mare e qualcuno lo avrà trovato spostato un po’ più in là. Qualcuno avrà comprato un pane tondo e nuove speranze.

Ma il sogno non è scontato se la luce non attraverserà l’aria impregnata da quelle minuscole goccioline che avvolgono gli sguardi e rendono onirico questo paesaggio.

Non sempre sappiamo imboccare la strada di casa, a volte è meglio non farlo e lasciarsi portare dal caso come il vento fa con le foglie per sfiorare l’acqua o il volto di un passante.

Il caos che è la vita diventa così un racconto quando lasciamo all’occhio e all’orecchio il compito di strappare all’oblio e al silenzio, quanto sta accadendo intorno e dentro di noi.

Avremo una buona storia per ogni incontro e per ogni giorno, una storia che ne chiama altre, una storia che ritorna al sogno che l’ha generata e si accuccia, questa storia-lupo, ai piedi del sogno-narratore e aspetta il conforto di una carezza, la pienezza del fuoco e la notte dolce come il più morbido dei mantelli.

 

Dove il tuo sguardo sta arrivando

 

Tiro un filo e tiro il sogno,

tiro l’altro filo ed è la memoria,

tiro il giorno e tesso la luce,

quante mani stanno lavorando

con me sullo stesso telaio?

Non rispondono i giorni e neanche

le ore. Restano in attesa

le mani dei tuoi racconti e forse

di quei passi che ancora non hai

inciso nella pietra del tempo.

Così non so mai dove il sogno

è caduto, dove la pioggia è

risorta, dove il tuo sguardo

ha cercato questo nuovo silenzio.

 

Ho ascoltato sogni oggi, ho ascoltato storie di vite che non sono la mia. E ho scoperto che i sogni restano sulle mani, come polvere di farfalla.

Per questi sogni e per questo storie devo ringraziare Susanna F. e Ivan C. che tengono, anche se ancora non lo sanno, i due capi di questa Cronaca 368, di oggi giovedì 11 marzo del secondo anno senza Carnevale, un giorno che è una Cronaca e una poesia inedita, Dove il tuo sguardo sta arrivando, scritta stasera.

mercoledì 10 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/367: primavera e nostalgie, in egual misura


 Nel quartiere in cui vivo stanno ristrutturando un negozio dove negli anni si sono succeduti vari ristoranti e pizzerie. Così ho visto che hanno svuotato magazzino e cantine perché c’erano mucchi di oggetti da cui era possibile risalire ai probabili proprietari. Tazze da caffè, piattini, piatti, vassoi, ciotole e scodelle, bicchieri da birra di varie fogge, pentole di terracotta. E poi libri e intere collezioni di fumetti, Linus, Zagor, Corto Maltese tra gli altri, e di fascicoli dedicati alle guerre nella storia. C’erano scaffali in metallo, pentole, portacandele, quadri, tutti i frammenti di varie vite ed esercizi commerciali che avevano occupato spazi in quel palazzo negli ultimi decenni. C’erano tre donne che curiosavano tra la montagna di oggetti e un uomo. Quando gli operai addetti allo sgombero si sono accorti dell’interesse di quei condomini, hanno cominciato a dire “gli scaffali, no, i bicchieri da birra no, le pentole di terracotta neanche, i nuovi proprietari del ristorante vogliono tenerli”, devono avere pensato che ci fosse qualcosa di un certo valore se quella gente che abitava in una bella casa d’epoca si stava impolverando per recuperare alcuni cose. Mi ha molto colpito quel confronto muro contro muro che si era scatenato tra i due gruppi. I condomini che di sicuro erano gente piena di oggetti e gli operai, tutti stranieri, dell’est dalla pronuncia, che di cose di certo non ne avevano molte. Così la mia passione sociologica ha preso il sopravvento e sono rimasta a guardare sino a che il confronto/scontro non è finito. L’uomo degli scaffali ha rinunciato ma si è preso un’alzatina di peltro per la frutta, le signore si sono spartite i libri  e le riviste e ho sentito una che diceva alle altre di avere la cantina piena di oggetti lasciati dai gestori del ristorante che si sono volatilizzati un paio di anni fa senza più pagare i conti. Una storia come tante, una storia che contiene in sé tutte le storie della varia umanità che un tempo aveva scelto quegli oggetti e li aveva portati in casa o nel ristorante. In quel mucchio di cose provenienti da almeno gli ultimi cinque decenni, non ho potuto fare a meno di riconoscere il naufragio e la fine stessa del Novecento, il secolo che è finito nel Duemilaventi con la pandemia e non quando lo credevamo finito per convenzione con l’avvento dell’anno Duemila. Oggi siamo ancora nel pieno di un evento che ha mutato le modalità lavorative, scolastiche e sociali. Il dopo è presumibile, ma non certo, possiamo avere speranze ma non certezze. Così ho ripreso la mia camminata sino a che non è il sole non è tramontato, ho guardato le prime fioriture e sono ritornata sui miei passi, fantasticando sul passare del tempo, sul succedersi delle generazioni, su quello che di noi lasceremo ai posteri, a chi ci ama, ai nostri discendenti.

Gli oggetti parlano, è vero. Dicono di chi li ha costruiti e di chi li ha comprati, usati e poi gettati. Ma è negli occhi e nei capelli, nella corporatura, in uno sguardo, un gesto, una posa della mano, un piegamento della testa che vedo genitori, nonni e zii replicarsi nelle giovani generazioni, l’unica vera eredità di questa terra è il mistero della lotteria genetica che ci ha dato corpo e lineamenti che siamo, e una minore o maggiore resistenza al virus. Cosa sono gli anni, cos’è il tempo, cosa sono le generazioni? Torno a casa e mi metto a guardare vecchie fotografie, a commuovermi su quei volti che il tempo ha mutato o divorato, mentre tutti insieme vaghiamo per lo spazio e conosciamo poco e niente tutto l’universo che ci contiene.

Oggi è mercoledì 10 marzo del secondo anno senza Carnevale, un giorno scoppiettante di primavera e nostalgie.

martedì 9 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/366: un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca

 


Era l’otto marzo del 1941 quando Etty Hillesum, un’autrice che mi accompagna da oltre trentacinque anni, iniziò a scrivere il suo diario, la cui prima edizione risale all’autunno del 1985. Era uno dei periodi giovanili di più intense letture e scritture, soprattutto sulle vite degli scrittori e dei poeti, dato che io stessa stavo cercando la mia strada creativa. Leggendo i diari, le lettere, le biografie, le memorie cercavo delle tracce e dei segnali riconoscibili che mi permettessero, a mia volta, di capire se quello che io sentivo come un grande bisogno fosse una vera vocazione o un desiderio narcisistico. Quando ho letto il diario di Etty Hillesum sono stata folgorata: l’ho letto in poco più di un giorno, rubando il tempo a qualunque altra attività, perché già lavoravo e il tempo per me era davvero poco. È un libro che negli anni ho riletto, sia per intero che a brani, più volte e ne possiedo più di una copia perché ci sono stati dei momenti in cui ho sentito il bisogno di rileggerlo senza andare a vedere le annotazioni e le sottolineature della prima lettura, per capire anche che cosa, nei miei sentimenti e nella mia percezione, nel tempo fosse cambiato. La cosa che mi colpì, e che mi colpisce ogni volta che lo rileggo, è che questo diario è la testimonianza di un cambiamento profondo, ma non necessariamente di una maturazione. Quando noi pensiamo alle persone molto giovani pensiamo che siano destinate ad un processo di maturazione. Etty Hillesum, forse per i tempi che ha vissuto, forse perché tutto il suo mondo è imploso nel giro di pochissimi anni, era una donna straordinariamente matura. Matura al punto che, anche se ormai la giovane donna che scriveva queste parole potrebbe essermi figlia, la lettura me la fa sentire straordinariamente vicina. Lei ha vissuto intensamente ed ha voluto rendere testimonianza. Questo è il primo elemento importante nella storia di questa donna. Si è resa conto subito di quello che stava accadendo agli Ebrei in Europa. Si è resa conto perché ha ascoltato le testimonianze che arrivavano, c’erano tutti i segnali che facevano capire – a chi voleva – quello che era il progetto di sterminio della popolazione ebraica europea. Il diario inizia con delle riflessioni molto personali sulla sua vita sentimentale, sui suoi incontri erotici. Lei era nata il 15 gennaio 1914, si era laureata in giurisprudenza, studiava lingue slave all’università e la sua grande passione era il russo, che abbastanza rapidamente iniziò anche ad insegnare. Era figlia di una colta e benestante famiglia ebrea olandese, con due fratelli, Jaap e Mischa, entrambi geniali: uno ricercatore medico e l’altro musicista. Suo padre Luis era un coltissimo studioso, era preside del Liceo dalla cittadina olandese di Deventer dove Etty visse la maggior parte della sua gioventù. Sua madre Rebecca era una donna molto vivace, intelligente, ma particolarmente umorale, che spesso scaricava sulla figlia le frustrazioni della sua vita, in qualche modo, di donna non realizzata. Etty lascia la famiglia quando si laurea e si trasferisce ad Amsterdam. Qui va a vivere a casa di un uomo che lei chiama Pa Han e che diventa rapidamente il suo amante, evento che non impedirà ad Etty di avere una relazione sentimentale anche con il figlio di quest’uomo. Vivevano in cinque in questa casa, dove anche l’altra inquilina, ebbe a sua volta una relazione con Pa Han. Ma tutto questo veniva vissuto con grande spirito di condivisione e di allegria, senza moralismi, senza senso di colpa. Queste cose mi colpirono molto, quando lessi, quando lessi la prima volta il diario di Etty. Quello che accade, quando a mano a mano lei si rende conto degli avvenimenti, di quello che i Tedeschi stanno facendo in Europa agli Ebrei, anziché sprofondare nella depressione o in una rabbia sterile, questo dolore e questo rabbia che lei comunque provava le hanno permesso di scendere in profondità dentro se stessa, nel suo cuore, nella sua anima, e di scavare, scavare per arrivare proprio alle radici, alle radici più profonde di sé ed avere il coraggio di guardarsi per quello che lei era realmente, con la sua debolezza. Lei di questa debolezza si rende conto ma, ad un certo punto, nel diario scrive anche che, proprio perché sa di essere debole, e questa debolezza è la stessa che vede nelle persone che le stanno intorno, lei vuole diventare forte, perché deve essere forte non tanto per se stessa, ma per gli altri, essere forte per gli

altri, dunque è uno dei principi che la sosterranno da quel momento. Questo diario, che è iniziato come un percorso di autoanalisi e di conoscenza di sé, diventa un percorso di testimonianza, proprio perché lei è consapevole di quello che sta accadendo. Non sa se sopravvivrà alla guerra, perché il piano di sterminio dei nazisti è ben chiaro in lei, e quindi decide di tenere questo diario, perché, se anche lei non dovesse arrivare alla fine della guerra viva, qualcuno, anche di sconosciuto, in futuro avrebbe potuto leggere quello che lei stava osservando e registrando, ma non con il piglio del giornalista o del saggista, ma con la forza di una scrittrice, intessendo questa scrittura con le letture che l’hanno accompagnata. Etty era una donna profondamente religiosa, addirittura mistica, ma essere profondamente religiosa per lei non significava appartenere ad una religione o frequentare la sinagoga; leggeva la Bibbia, sia il Nuovo che il Vecchio Testamento, e aveva alcuni scrittori e un poeta, sopra tutti, che sempre l’accompagnavano nel suo percorso di studio e di riflessione quotidiana. Gli scrittori erano Tolstoj e Dostoevskij, che cercava di leggere in russo, più Dostoevskij che Tolstoj, L’idiota, più di tutti gli altri romanzi del grande scrittore russo. Poi le Confessioni di Sant’Agostino, questa è un’altra lettura che lei più volte cita nel diario, e questo poeta straordinario Rainer Maria Rilke, che lei ci restituisce nel diario in maniera estremamente vivida. Tra l’altro, al di là di queste citazioni esplicite che lei fa nel diario tratte dal Libro d’ore, possiamo trovare riferimenti a questo legame tra la Hillesum e Rilke nella prefazione all’ultima traduzione fatta con pazienza e passione, da un carissimo amico, il poeta veronese Lorenzo Gobbi. Spesso Etty, infatti, trascrive citazioni senza indicarne la fonte, essendo le parole degli altri una fonte di ispirazione per la sua vita spirituale, citazioni che Lorenzo ha ben colto. Il Libro d’ore è un libro della gioventù di Rilke, come per la Hillesum gli anni in cui scrisse il diario furono anni della composizione folgorante, anche le poesie di Rilke esprimono la vitalità e lo slancio della giovinezza. Il Libro d’ore venne composto veramente in pochissimi mesi, e quindi c’è anche questa sorta di rispecchiamento e di ricerca, di dialogo ininterrotto con Dio da parte di quella che nel diario si è definita come “la ragazza che non vuole inginocchiarsi”, è lo stesso percorso che Rilke fa nel Libro d’ore. Etty, alla fine - lei non sa che la sua vita sta per finire, lo intuisce ma ovviamente non ne ha la certezza – arriva a dire che Dio è la parte più profonda e più autentica di sé. E questa parte profonda ed autentica di sé, è la parte profonda ed autentica degli altri esseri umani, delle persone con cui lei sta condividendo questa tragedia inimmaginabile. Questo percorso straordinario di cambiamento in Etty avviene non solo grazie alla consapevolezza di quanto sta accadendo intorno a lei, non solo grazie alle letture straordinarie di Rilke, di Dostoevskij e di Agostino, ma anche perché incontra un uomo. Ad alcune persone fortunate capita nella vita di conoscere qualcuno che radicalmente ci permette di cambiare, persone che diventano catalizzatori, persone che ci aiutano a rivelarci a noi stessi, a mostrare di noi quello che non sapevamo di essere o di avere. Quest’uomo si chiamava Julius Spier, era di origine svizzera, molto più anziano di lei: avrebbe potuto esserne il padre, aveva giù più di cinquant’anni quando si conobbero. Era un uomo, anche lui Ebreo, con una vita abbastanza movimentata - tra le altre cose aveva anche fatto il banchiere - e ad un certo punto aveva scoperto di avere un dono straordinario per la lettura della mano, cosa che può lasciare perplessi e far sorridere, però le testimonianze della capacità di quest’uomo nel leggere la mano tra quelli che furono suoi pazienti e sopravvissero alla guerra, raccontano di questa dote incredibile che aveva. Lui conobbe a Zurigo, Carl Gustav Jung, e fu proprio Jung che gli suggerì, dopo che fece un percorso analitico, di unire questo suo dono, quindi questa sua capacità di capire l’anima delle persone leggendo le linee della mano, con un percorso di analisi del profondo. E lui lo fece e ad Amsterdam fondò questo gruppo di studio e di terapia dove conobbe Etty. Julius si innamorò di Etty, all’inizio non furono amanti perché lui aveva già una donna che viveva a Londra, alla quale voleva essere fedele. Etty lo amava, benché continuasse ad avere la relazione con il suo amico e padrone di casa. Nel diario c’è quindi anche questa molteplicità di relazioni amorose. Amando Julius, lei per la prima volta capisce che si può amare senza possedere l’altro e senza volerlo possedere, soprattutto. Questo è un altro cambiamento profondo: l’amore senza possesso, l’amore senza controllo, l’amore senza desiderare che l’altro sia diverso da quello che è. Lei temeva tantissimo il destino delle persone che amava. Scrive in una delle lettere: “Io so di essere in grado di portare il destino che mi attende, quello che io non sopporto, quello di cui io ho paura: di dover sopportare il destino di coloro che amo, dei miei genitori, dei miei fratelli, dei miei amici e soprattutto di Julius”. Julius muore la notte prima che la Gestapo andasse ad arrestarlo, quindi non conoscerà l’umiliazione e l’annientamento del campo di concentramento; questo gli venne risparmiato. Quando Etty seppe che lui stava morendo, il primo uomo, la prima persona che lei, come racconta nel diario, vede morta, le dà un enorme sollievo, perché non voleva che lui dovesse affrontare quello che la sta aspettando. La vita quotidiana, all’inizio degli anni Quaranta ad Amsterdam, prima che i nazisti incominciassero a deportare gli Ebrei olandesi, verso Auschwitz, era una vita di privazioni materiali, ma ancora una vita piuttosto agiata. Uno degli elementi straordinari, in questa giovane donna, è la sua capacità di godimento delle piccole cose della vita, cercando continuamente la bellezza in quello che la circonda. Ci sono diverse descrizioni della sua scrivania davanti ad una finestra, degli alberi numerosi che vede sullo sfondo, di questi piccoli fiori che le vengono donati. Un giorno, addirittura, a una festa un suo amico le regala cinque rose Thea, che osserva quotidianamente fiorire e poi sfiorire, appassire e perdere poi i petali tra i fogli dei suoi libri. C’è il gusto del cibo, di ogni boccone, della cioccolata calda, del pane imburrato, della marmellata, dei pomodori freschi, dell’anguria. Ci sono sempre, in questo diario, straordinarie descrizioni delle cose, della materialità della vita, di quello che la circonda. Altrettanto straordinarie sono le descrizioni delle persone, non solo dei suoi amici, della sua famiglia, che lei a mano a mano che si avvicina alla fine, ci regala. Ad un certo punto, nel luglio del 1942, quando tutta la famiglia pare destinata alla deportazione, tramite degli amici lei riesce ad avere un impiego nel Consiglio Ebraico di Amsterdam. I Consigli Ebraici, che i nazisti istituirono praticamente in tutte le città occupate, furono uno dei più grandi inganni, perché introducendo questo metodo burocratico e spietato di registrazione, classificazione di tutti gli Ebrei, hanno permesso, a noi posteri, di sapere esattamente che cosa i Tedeschi abbiano fatto durante la guerra. Etty, quindi, diventa impiegata al Consiglio Ebraico, passa la giornata a battere a macchina delle pratiche e ogni tanto, però, quando è stanca, si allontana per leggere qualche poesia di Rilke. Questo le permette di rinviare la deportazione per qualche settimana. Ma, quando si rende conto del destino che incombe decide di andare a lavorare all’interno del campo di smistamento di Westerbork che per gli Ebrei olandesi era l’anticamera di Auschwitz.      Ogni settimana al campo di Westerbork c’era la selezione delle persone destinate ad Auschwitz. Etty riesce, per diversi mesi, per oltre un anno, a rimandare la partenza dei suoi genitori e dei fratelli. Amici olandesi le offrirono la salvezza, di nasconderla, di farla scappare, ma lei rifiuta sempre e decide di vivere la sua vita quotidiana definitivamente nel campo. Si allontanerà soltanto tre volte nel corso del tempo; tornerà ad Amsterdam per trovare un po’ di sollievo, non tanto morale quanto fisico, perché Etty soffriva di emicrania, le scarpe rotte le causavano delle vesciche tremende ai piedi, e spesso era costretta a camminare con grande dolore e grande fatica. Questo però non le impediva, all’interno del campo, di correre da una baracca all’altra a dare aiuto, conforto e sollievo alle persone che come lei erano prigioniere; prima di tutto ai suoi genitori, che erano in due baracche diverse, perché gli uomini e le donne erano tenuti separati. Scrive continuamente lettere, cosa che le diventa sempre più difficile, perché dalle quattro lettere alla settimana via via i nazisti le resero ancora più difficili i contatti con l’esterno. E nelle lettere racconta quello che accade e chiede che vengano mandati cibo e vestiti, soprattutto per i suoi genitori e poi per le altre persone che lei conosceva. Perché Etty fa questo? Perché si priva del cibo, perché si priva dei vestiti, perché presta la sua Bibbia? Etty non ha mai fatto carità, Etty non era una persona caritatevole. Gli atti di questa giovane donna sono dettati da un altruismo radicale. Questa definizione di “altruismo radicale” la dà Garlaandt, il curatore dell’edizione olandese di questo diario che ha vagato per circa trent’anni sulle scrivanie di vari editori prima di essere pubblicato. Etty non fa la carità, perché la carità presuppone la condizione di minorità in chi la riceve, in chi viene aiutato. L’altruismo, invece, ci mette sullo stesso piano, ed essendo così radicalmente altruista Etty diventa un modello di comportamento. La sua forza diventa la forza di quelli che le stanno vicino. Quando lascia il campo di Westerbork, nel settembre del 1943, riesce a buttare dalla fessura del vagone che la sta trasportando, una cartolina indirizzata ad un amico. Un contadino la raccoglie e la spedisce. Nella cartolina lei ha scritto: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. Uno degli aspetti veramente importanti nella vita di questa donna, che ci parla con forza immutata a quasi ottant’anni dalla sua morte, è proprio l’esempio, è questo voler essere, come lei dice in uno dei passaggi più belli del libro: “Vorrei essere il cuore pensante della baracca, cioè non dimenticare mai chi sono, non dimenticare mai cosa il mio cuore prova e non dimenticare mai quello che la mia mente capisce”.

Ho riletto il Diario e le Lettere di Etty Hillesum per prepararmi all’incontro “Scrivere con gli altri: Etty Hillesum e le affinità letterarie con R.M Rilke, Lou Salomé, Lev Tolstoj e Fedor Dostoevskij” organizzato con l’associazione “Apriti Cielo” e ho scoperto ancora cose nuove in lei e in me, a partire dalla dimensione mitobiografica di colei che accompagna, una figura fondamentale per me e in me. Leggere Etty Hillesum è andare alla ricerca della propria invincibile estate, è acqua viva per dissetare il proprio giardino interiore.

Il titolo “un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca“ della Cronaca 366 di martedì 9 marzo del secondo anno senza Carnevale è una citazione dal Diario di Etty.

lunedì 8 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/365: nel cuore dell'inverno ho finalmente imparato che c'era in me un'estate invincibile.




Ecco che la sera è scesa anche su questo 365° giorno dall’inizio del primo confinamento. Non so perché un anno fa mi sia presa la pazzia di scrivere una Cronaca ogni giorno e di avere continuato a farlo, perché a maggio del 2020, dopo la prima riapertura, sapevo che non era  finita e non lo è ancora, non ancora. In realtà so perché scrivo ogni giorno, scrivo per rafforzare le memorie di questo periodo, scrivo per salvare frammenti di mondo e di umanità. Scrivo per il piacere dello scrivere, scrivo per dare testimonianza, per offrire il mio punto di vista sulle cose di questa realtà e su quelle della mia immaginazione che di realtà ne ha incontrate molte altre. Scrivo perché scrivere è una delle attività più belle della vita, perché così posso offrire e ricevere conforto e speranza attraverso le parole e sentire come risuona in me “l’invincibile estate” di Albert Camus.

Oggi, camminando come al solito, consideravo che la tecnologia, veleno della nostra società, in quest’anno di pandemia è stata la cura che ci ha permesso di non bloccare, almeno fino a un certo punto, il lavoro e la scuola. Smartworking e DAD (didattica a distanza) hanno salvato almeno in parte, le nostre vite. Avete provato a immaginare cosa sarebbe stata una pandemia del genere solo dieci anni fa? Io sì, e so che sarebbe stato tutto, ma proprio tutto, molto più difficile. È grazie alla tecnologia che questa sera ho potuto presentare, grazie all'invito del professor Giancarlo Covella grande appassionato di poesia, studioso e raffinato traduttore, il mio ultimo libro di poesie Un’estate invincibile all’Istituto Pascal-Mazzolari di Verolanuova. Circa 300 partecipanti con la presenza del sindaco e di un’assessora, la preside e la dirigente scolastica, molti professori e moltissime studentesse e studenti che hanno contribuito leggendo in lingua Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Colette e Marguerite Yourcenar. Ho letto una poesia da ciascuno dei miei primi 4 libri e poi una scelta dal quinto. Nonostante gli schermi e la distanza, credo di avere sentito la presenza di tutte quelle giovani menti attente e curiose. Anche fare le presentazioni online è come gettare bottiglie con un messaggio in un oceano di cui non vedo i confini, né le isole, né le terre che lo delimitano.

Spero, spero davvero che i ragazzi e le ragazze stasera abbiano sentito la loro estate invincibile e che imparino a coltivare il loro giardino interiore.

Di seguito alcune delle poesie che ho letto stasera.

 

La stessa riva

Siamo rimasti fermi

sulla stessa riva, guardando

direzioni opposte tra la fine

e l’inizio della luce, accecati

intenti, pronti a riconoscere

il calvario della rosa

che fiorirà in novembre.

 

 

Il calvario della rosa

Moretti&Vitali 2004

 

 

L’opera del vento

 

Dovevo uscire dal gesto usuale

cambiare la foglia con l’acqua

piovana, non cercare presagi

sull’asfalto arroventato. Poco

molto poco, il calice non riempie

la brocca, il miele non addolcisce

l’ape, semmai ne fortifica il pungiglione.

Questo è il mio scrivere, ti confesso

mescolare polline e parole, il resto

è opera del vento.

 

 

Sillabario della Luce

Moretti&Vitali 2007

 

 

La rosa sapiente e profumata

 

Quella rosa, quella non un’altra

perfetta sull’orlo della sparizione

dove l’ultimo petalo esita a

proclamare la propria fioritura.

È quella la rosa che ha scolpito

il fondo della pupilla, immagine

pietrosa incisa in un occhio

che non sa il fondo perché

dentro l’abisso vive. Quello

è l’occhio scolpito, quella

vi dico, proprio quella rosa

aulentissima e perfetta, oh

mia mistica visione che a ogni

cosa doni il profilo di una

rosa. Quella rosa, quella

non un’altra. Dolorosa,

sapiente e profumata, mai

nata nel maggio odoroso.

 

Figure del silenzio

Atì editore 2010

 

 

In ogni passione avvengono prodigi

 

 

Le noci e il melograno

ancora intatti sul tavolo,

due parole opposte che si

attraggono, le sto cercando

quercia e pietra uniche

a sfidare il tempo

troppo simili nella pervicacia

meglio la pioggia e il vento

che passano e non sanno

il sollievo della sosta.

Così saranno la quercia

e il vento i primi opposti

e la pietra con la pioggia

ad accompagnare ogni ricordo

che avrai lasciato, ogni parola

che avrò perduto.

In ogni passione avvengono

prodigi.

 

Scrivere il vento

Atì editore 2016

 

 

Un muro, un tetto, il silenzio interiore

 

Quello che sta sopra di noi,

le nuvole, le stelle, i tetti delle

case, la luce del sole, la chioma

degli alberi, le foglie in aria,

la pioggia prima che cada.

Quello che sta intorno a noi,

il vento, la nebbia, la luce del sole,

la voce di ogni persona, la pioggia

mentre cade, il profumo dei tigli,

i ricordi che assediano i passanti.

Quello che sta sotto di noi,

la terra, la sabbia, le pietre,

l’erba che non è stata

tagliata, le foglie dopo che sono

cadute, l’acqua, la neve,

la carta gettata.

Dunque, sta sotto solo ciò che

possiamo evitare, ma il vento,

le voci, la stella marina e quella

appesa nel cielo, la luce del sole,

le nuvole, sono cose che non

possiamo scongiurare, se non

usando i poveri strumenti umani:

l’ombrello, il passo lungo, lo sguardo

chino e distratto, un muro, un tetto,

il silenzio interiore.

 

Un’estate invincibile

Atì editore 2019

 

 

Altre poesie da Un’estate invincibile, seguiranno nei prossimi giorni. Chiudo così questa Cronaca 365 di lunedì 8 marzo del secondo anno senza Carnevale