sabato 20 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/349: il dilemma dei triangoli, equilatero, isoscele o scaleno?

 


Ero molto piccola, andavo alle elementari, seconda o terza non saprei, un tardo pomeriggio d’inverno ero rimasta incastrata su un esercizio di geometria che non riuscivo a capire. Il protagonista era un triangolo isoscele, ma avrebbe potuto anche essere una forma della sesta dimensione per quanto io non riuscissi a capirne l’essenza. Mia madre era in cucina con il fratellino nel seggiolone, artista della fuga, veniva tenuto fermo con una piccola cinghia. Sorrideva, mi sorrideva, io espressi a mia madre il mio dilemma, la mia incapacità di arrivare a capire il mistero del triangolo isoscele, lungo e allampanato, possedeva una grazia che, ai miei occhi bambini, il triangolo equilatero e lo scaleno non possedevano. Mia madre mi ascoltò e mi diede un consiglio: “Vai a fare una passeggiata e vedrai che quando torni, capirai”. Decisi di seguire il suo consiglio e mi offrii anche di andare al supermercato a comperare il latte. Quando fui davanti al banco refrigerato e presi in mano il cartone della Centrale del Latte, la forma di un triangolo equilatero si espanse nelle tre dimensioni e io vidi la differenza con lo scaleno e quello che mi interessava di più, il triangolo isoscele. Tornai a casa di corsa, dissi trafelata che avevo capito e che dovevo finire l’esercizio. E così feci, l’esercizio era finito in un attimo e tutta trionfante ero tornata in cucina a raccontare a mia madre e al fratellino, che mi ascoltava come fossi un oracolo, cosa avevo scoperto. Mia madre aveva un golfino turchese e quello di mio fratello era blu. Io indossavo un vestitino scozzese con il fondo grigio e le linee blu e arancioni. Fuori faceva freddo, ma era stato bello uscire, perché imparai quel giorno che se un’idea non ti arriva, se non capisci, ci sono due strade per sbloccare la situazione. Camminare è la prima, è come se i passi richiamassero il mondo a darci una risposta, come se le cose del mondo facessero a gare per venirci incontro e offrirci il metodo per svelare i loro misteri e le intuizioni, per acchiapparli mentre vagano nell’etere come farfalle. La seconda strada è quella del sonno, del riposino diurno, o dell’abbandono al mondo dei sogni notturni. Anche lì i misteri fluttuano, sebbene non rispondano alle leggi della veglia. Ma anche quel mondo esiste, quella dimensione così rarefatta ma, a volte, più concreta di questo mondo che definiamo reale.

 

La terra inesplorata che chiamavamo infanzia

 

Mi vengono incontro piccoli angoli

ottusi e ridanciani, so che sto

sognando, perché cammino a testa

in giù e guardo la terra come fosse

un cielo e i miei piedi affondano

nelle nuvole soffici di quando

ero bambina, non so se schiuma

o panna montata. Tutte le geometrie

cadono nella loro forma e noi vediamo

un tulipano che custodisce al centro

un triangolo isoscele perfetto e altero,

stupito come lo ero io nella terra

inesplorata che chiamavamo infanzia.

 

È tempo di uscire a camminare adesso, un nuovo triangolo sta aspettando di svelarmi il suo mistero.

Oggi è sabato 20 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 349 è tutta angoli e poesia. La terra inesplorata che chiamavamo infanzia è inedita e l’ho appena scritta.

venerdì 19 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/348: gli occhi non riflettono le immagini, gli occhi sono le immagini

 


I misteri della geometria, la rappresentazione del mondo in forme nette e riconoscibili, mi hanno affascinata sin da bambina (e tornerò su questo tema). Ieri ne ho sentito parlare con ardore e passione dal mio amico pittore Roberto Plevano, che conosco da oltre vent’anni e con cui ho collaborato molte volte, scrivendo poesie e prose poetiche a partire dalle sue opere che continuano a riempirmi di meraviglia e di stupore. In questi ultimi due anni Roberto ha lavorato a una monumentale autobiografia che intreccia vita privata, vita pubblica e opere. Compiuti i 70 anni, Roberto ha deciso che doveva e voleva raccontare se stesso e la sua pittura. Il tempo, le delusioni e le sconfitte non hanno mai fatto venire meno la sua passione, perché la sua è un’arte necessaria che dal mondo arriva nei suoi occhi e ne esce trasfigurata. Le forme geometriche che tanto gli sono care, popolano i suoi quadri e ritornano a noi accompagnate dai paesaggi che lo hanno colpito nel corso degli anni. Dopo il periodo figurativo, che segna gli esordi della sua carriera, dove sono protagoniste la casa natale e le montagne di Chiavenna, sono i Navigli milanesi, colti nella loro dimensione metafisica, a segnare il suo percorso negli anni Settanta del secolo scorso. E poi arriva la libertà delle vele dispiegate nelle sue “Regate veliche”, un’armonia di forme e di colori che mi ha suscitato uno dei miei racconti giovanili che più amo, “La città di vetro”. Negli anni Ottanta sono state le rocce della Gallura e quel mare dove lui ha nuotato sin quasi a smarrirsi per poi ritornare a riva e dipingere. Una collaborazione significativa tra di noi arriva a fine anni Novanta, inizio degli anni Duemila, quando ho scritto una poesia per ciascuna delle sue “Donne allo specchio” e insieme al compianto Mario Galzigna, abbiamo presentato le sue opere e le mie poesie alla Libreria Bocca di Milano, in Galleria Vittorio Emanuele.


Anche i “Big Bang” hanno caratterizzato le sue creazioni degli anni Novanta, insieme agli “Alberi della vita”. Una fase successiva, quella del “Tempo e le tracce” gli suggerirà anche il titolo per l’autobiografia, mentre andavano crescendo le collaborazioni con jazzisti del calibro di Guido Manusardi, Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia, con i quali anch’io partecipai a una serata fantastica in quel di Corsico. Nella sua vulcanica vitalità Roberto è stato anche direttore della rivista della Libreria Bocca e ha organizzato incontri con alcuni dei più importanti intellettuali italiani, tra cui Giulio Giorello. Il periodo delle “Crocefissioni” è stato un altro momento fecondo della nostra collaborazione, ma stare dietro all’evoluzione e alla ricerca di Roberto, al suo lavorare caparbiamente a prescindere dai riscontri della macchina economica e culturale che ruota intorno al mondo dell’arte, non è facile, bisogna avere buone gambe, risoluzione e fiato, proprio com’è lui. La “Route des serres” provenzale è una delle altre fasi della vita pittorica e personale di Roberto, un uomo in cui la bellezza del mondo e la gioia di vivere riverberano l’una nell’altra. “Anatomia del tempo, dello spazio e della materia” è un’altra delle fasi esplosive dell’opera di Plevano e poi, dato che il mondo lo permea, la pandemia ancora in corso non poteva non entrare nei suoi dipinti. Non sappiamo ancora quando il libro uscirà, ma speriamo molto presto. Roberto, per me, è il simbolo della resistenza umana e artistica, un uomo che ha molto vissuto, sofferto e amato, un artista che vive non solo in questo mondo, ma anche in quello che ha creato nei suoi quadri. Concordo con Danilo Bramati, grande amico e grande poeta, che così scrive in una poesia che fa parte della raccolta L’ultima promessa, di prossima pubblicazione nella collana Il passo di Efesto di Atì editore.

 

Sul margine

 

Sul margine del taccuino

trascrivo questo proverbio:

“Gli occhi non riflettono le immagini,

gli occhi sono le immagini”.

 

Per questo un artista e la sua opera sono un tutt’uno, per queste le forme e l’architettura dell’opera sono fondamentali, derivano dal nostro occhio e, a loro volta, lo plasmano, lo modellano.

Questa è la Cronaca 348 di venerdì 19 febbraio del secondo anno senza Carnevale ed è figlia di riflessioni, letture e sguardi che si perdono nel tempo, e che ascoltare Roberto ieri pomeriggio e leggere le poesie di Danilo questa mattina, hanno generato.

giovedì 18 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/347: per arrivare al centro e poi tornare indietro, bisogna disegnare la mappa del nostro labirinto

 



Possiamo camminare e camminare, creare la nostra mappa della città o del giardino, ma sarà una mappa racchiusa nei nostri occhi che non potrà contemplare tutti i labirinti che i luoghi custodiscono e, spesso, tengono nascosti.

Se cerchiamo di comporre una mappa delle stelle il percorso sarà ancora più arduo perché il nostro occhio non sa riprodurre la vastità del cielo e la numerosità delle stelle.

Le mappe sono per la terra e i labirinti segnano l’indicazione di una via. Entriamo in un labirinto non tanto quando iniziamo un percorso o un cammino. Al labirinto si accede quando una frattura ha intaccato il tempo umano, quando una relazione, d’amore, di parentela o d’amicizia, finisce e noi portiamo via la maggior parte di ciò che siamo e solo un po’ di ciò che siamo stati in quella relazione. La memoria condivisa non resta tutta con noi, noi sapremo solo una parte della storia, rivedremo e sentiremo in noi solo frammenti e mai più l’intero.

 

Il cammino è un madrigale che ha parole d’aria

 

Ecco ho imboccato il labirinto già

molto tempo fa, ho intravisto da

che parte era l’uscita, ma sono

tornata sui miei passi perché ancora

non avevo finito di graffiarmi le braccia

contro i rami e ferire i piedi sulle pietre

affilate che segnano il cammino. Devo

arrivare al centro e poi tornare indietro,

là dove regna l’ombra più splendente e

dove la luce è nera per non trarci in

inganno. Il centro sembra vuoto

quando si inizia, ma è solo l’angolo

distorto della nostra abitudine a rendere

reale questo primo inganno. A volte sembra

che nel centro si possa trovare un labirinto

di minori dimensioni, a volte stracci e

foglie cadute. A volte un canto che sale

dal cielo e scende dalla pietra. A volte

è uno sguardo amato che ci indica questa

nuova direzione e soffiano i venti, soffia

un madrigale che ha parole d’aria e

ancora, molti pensieri. Quella tristezza

d’acqua giacerà nella fontana e noi gireremo

intorno alla sfera che è il centro dove

siamo diretti e il luogo che crea l’uscita

dal labirinto. Invisibile agli occhi, ma

non ai nostri passi.

 

Immagini opera dell’ingegno umano, la natura che offre spunti per rinforzare le nostre intuizioni, le parole degli altri che diventano frecce e creano simboli che ci guideranno. Oggi ringrazio le persone che ho incrociato in questo attraversamento e Chiara Mirabelli, Ivan Carlot e Marialuisa Damini per essere stati sempre con noi in tutto il tempo del nostro percorso.

Oggi è giovedì 18 febbraio del secondo anno senza Carnevale. Il cammino è un madrigale che ha parole d’aria è inedita e l’ho scritta questa sera per la Cronaca 347.

mercoledì 17 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/346: dove il vento regna e si riposa, anche la betulla e la rosa guardano a occidente

 



Spazio dopo spazio, vento dopo vento e sillaba dopo sillaba, un’altra giornata sta arrivando al suo compimento. Cosa abbiamo lasciato di noi nel tempo, cosa il tempo ci ha donato?

È sempre un movimento minimo, un sussurro, una lingua di fuoco che ci fa spostare dal luogo di sosta che avevamo scelto.

Quando la primavera si affaccia nel mondo e sfiora tutte le creature, non ci sono distinzioni tra noi e gli altri. Godiamo del sole, dell’aria chiara, del canto degli uccellini e respiriamo sotto un cielo sollevato che si rispecchia nel mare come nei nostri occhi.

La passeggiata odierna è stata lunghissima e, nonostante l’acqua sia ancora fredda, ho camminato sul bagnasciuga e lasciato che il sale impregnasse vestiti, capelli e viso. Sono passata dalla Casa delle Tre Sorelle che erano in veranda a prendere il sole. A occhi chiusi sembravano tre divinità sul loro altare, e i gabbiani devoti arrivavano a inchinarsi e le onde, a ogni giro, erano un po’ più alte e rumorose.

 

Sapere sulla pelle dove la stagione chiara arriverà per prima

 

Solo noi sappiamo che ogni devozione

è figlia del vento. Senza la sua spinta

non ci sarebbero inchini e piroette,

non potrebbe la rosa chinare il capo e

la betulla piegarsi a occidente, dove

il vento regna e si riposa. Così accetto

la spinta lieve che mi riporta nel tuo

giardino e sorrido all’oleandro e al

melograno, solo noi sappiamo dove

la stagione chiara arriverà per prima

e siamo pronti a festeggiare questo

nuovo inizio.

 

Il mare e il suo profumo salato, le alghe e le onde. La sabbia e l’acqua, i pini in lontananza, i limoni sul tavolo, un bicchiere vuoto. Poche parole nell’aria perché le divinità non devono essere disturbate.

Rientro prima dell’imbrunire e sorrido ai gatti e al fuoco che li riscalda. Preparo il tè, sbuccio un’arancia, apro il quaderno e inizio a scrivere della devozione di questa giornata, del tempo che non è reale oltre la nostra pelle, delle immagini che danzano nel fuoco, delle ore serali tonde e arruffate, delle parole che diremo e ascolteremo.

Questa è la Cronaca 346 di mercoledì 17 febbraio del 2021, il secondo anno senza Carnevale. Sapere sulla pelle dove la stagione chiara arriverà per prima, è il frutto inedito delle onde che ancora risuonano in me.

martedì 16 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/345: la neve muta i contorni delle betulle, solo il silenzio è sempre lo stesso

 


Facciamo sempre le stesse cose, eppure ogni giorno è diverso, eppure ogni giorno è uguale. Non siamo noi a stabilire l’ordito, è l’ordine del tempo a plasmarlo. Ma la trama è nostra, nostra la tessitura. Anche in spazi minimi e senza cielo, possiamo definire come saranno le ore del giorno e tirare i fili quando la sera sarà arrivata.

 

La stagione chiara che sta arrivando

 

Cosa potremmo offrire a questo giorno

che ancora non abbiamo dato? Sue

sono le tre sillabe d’argento portate

dal mattino, sue sono le pietre che

ho deposto sulla riva del fiume e

suo è il vento che ci sfiora nel nostro

solito cammino. Ora che è sera è tempo

del fuoco diventare dono insieme alle

arance che risplendono sul tavolo, si

sentono i canti degli uccellini in fondo

al giardino. Ma forse è solo un sogno,

un desiderio per la stagione chiara che

sta arrivando.

 

La sera è l’ora dei libri, si accendono le luci nei punti migliori per leggere, la casa ripiega le ali e si prepara alla notte. Non sempre è un uccello migratore la mia casa. A volte è un veliero alla ricerca di un nuovo approdo, a volte è una slitta che attraversa la tundra siberiana mentre la neve cade e muta i contorni alle betulle. Solo il silenzio è sempre lo stesso, sfiora il capo di ciascuno e dormono i pesci sul fondo del mare e il gelo è una coperta ricamata, una quiete altissima avvolge ogni cosa, e noi possiamo scendere in un libro e iniziare una vita diversa e nuova.

Oggi è martedì 16 febbraio del secondo anno senza Carnevale. La stagione chiara che sta arrivando è inedita e l’ho scritta per questa Cronaca 345.

lunedì 15 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/344: tutto è mare intorno e mare dentro, tornerà l'estate anche fuori dal nostro cuore



 

Entriamo e usciamo, varchiamo le soglie delle porte tra i mondi. E da ogni viaggio portiamo frammenti di ciò che è stato.

Oh mia giovinezza aspra e curiosa, porto ancora con me le foglie e le pietre che mi hai donato. Mi ricordo di te, mi ricordo la tua fede e così ancora oggi posso credere che la memoria sia lo scriba dell’anima.

È vasta l’anima tanto quanto la memoria e il mio cranio si espande a ogni pensiero. Respirano anche nell’acqua i pensieri, e tornano con una tristezza occidentale che non placa i dormienti. I sogni arrivano a soccorrere gli inquieti e strappano all’oceano della memoria nuove immagini che torneranno. Quanti pesci addormentati sui fondali, prigionieri delle alghe e della nostra nostalgia. Tutto è mare intorno e mare dentro, tornerà l'estate anche fuori dal nostro cuore.

Sento le mani respirare dove la stella marina ha illuminato la stella cadente che l’ha preceduta. In che lingua conversano le stelle? Riuscirò ad avvicinarmi abbastanza per decifrare il loro sussurrio?

Ma la stella tace ed è l’aria che sostiene il mondo a suggerire che è tempo di mutare, di muoverci in quell’eterno mutamento che chiamiamo vita.

 

Mentre il fuoco ama le foglie

 

Tutte le vostre voci camminano nel

vento, i vostri volti raddoppiano le nuvole,

chiare su un  lato, nere nell'altro.

Il mare è caduto nel cielo, tutti gli sguardi

cercano la terra mentre il fuoco ama

le foglie e la pagina bianca è un campo

non ancora arato.

 

 

Solo le parole sono specchio di quel che sentiamo e le due ossa del braccio si separano e sfiorano l’aria intorno al tuo volto. Ritornano nel loro guscio le mani e l’ombra decide l’ora del ritorno. Addio, vorrei dirti, ma il tuo grido è ancora intatto tra le labbra. Così mi siedo e ascolto, ti guardo negli occhi e ascolto i millenni di parole che non hai detto mai.


Oggi è lunedì 15 febbraio del secondo anno senza Carnevale dalle cui cure sguscia questa Cronaca 344. Mentre il fuoco ama le foglie è una poesia che ho scritto nel tardo pomeriggio quando ero con persone speciali che hanno toccato la terra e l’acqua è subito sgorgata.

 

domenica 14 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/343: la quiete che placa lo sguardo e disseta il respiro

 


 

Paesaggio dopo paesaggio, sento che il mio sguardo ha trovato la sua dimora e mi sdraio a guardare il cielo, e mi sdraio a cercare nelle nuvole forme animali, e mi sdraio a contare le stelle.

Niente fermerà questa sosta, niente verrà a interrompere questa fusione. Nessuna voce coprirà il mio silenzio, nessuna voce consiglierà un movimento.

 

Questa profondissima quiete

 

Non ci sono barriere o confini

in questa terra imbevuta di

luce. I bambini giocano nei

campi e si nascondono in

quell’ombra liquida che disseta

i girasoli. Il canto delle cicale

copre ogni pensiero, apro gli

occhi e intorno solo il gelo di

una domenica infinita e il tuo

sguardo che domina questa

profondissima quiete.

 

 

Vite su vite si affastellano, come quando si impasta la farina con l’acqua e poi si ritorna, movimento dopo movimento, a una nuova forma, a un diverso spessore.

E ho impastato così tanto che non vedo più il confine tra il tuo paesaggio e il mio. Tutto il mondo visto e quello sognato, stanno nel nostro sguardo.

Così le immagini si sfilano e, nitide come fotografie, vanno a popolare il mondo intorno e noi sappiamo che ci sarà una mattina in cui ti vedrò attraversare il prato e sorridere, senza bisogno di aggiungere nulla alla voce del vento che soffia sull’altipiano.

Oggi è domenica 14 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 343 ruota intorno alla poesia come il sole fa con la terra. Questa profondissima quiete è nata dal silenzio della sera.