mercoledì 12 giugno 2013

Tre nubi e queste poche parole

Il giorno apre la mano

Tre nubi

E queste poche parole


(El día abre la mano

Tres nubes

Y estas pocas palabras)


Octavio Paz

martedì 11 giugno 2013

La scrittura vive di folgorazioni e ostacoli

La scrittura vive di folgorazioni e ostacoli e l'ostacolo vale quanto la folgorazione, è una folgorazione rimossa.
Non si frammenta il tempo in quantità lineari per scrivere, la scrittura non è questo.
Le folgorazioni sono rapide, gli ostacoli sono lenti e sono folgorazioni rallentate che faticano a uscire, che devi scavare, inseguire, limare.

Danilo Bramati

lunedì 10 giugno 2013

Scrivere con forza e ispirazione

Il romanzo I Fratelli Karamazov è l’ultima opera di Dostoevskij. Doveva essere il primo di una serie. Dostoevskij aveva allora cinquantanove anni; egli scriveva «Constato spesso con dolore che non ho espresso, letteralmente, la ventesima parte di quello che avrei voluto, e, forse anche, potuto esprimere. Quello che mi salva è la speranza abituale che un giorno Dio mi manderà tanta forza e ispirazione, che mi esprimerò più completamente: in breve, che potrò esporre tutto quello che racchiudo nel mio cuore e nella mia fantasia».
Era uno di quei rari geni che avanzano, d’opera in opera, per una sorta di progressione continua, fino a che la morte non li venga bruscamente a interrompere. Nessun ripiegamento in quella sua focosa vecchiaia, non più che in quella di Rembrandt o di Beethoven, al quale mi piace paragonarlo: un sicuro e violento approfondirsi del suo pensiero.
Senza alcuna compiacenza verso di sé, continuamente insoddisfatto, esigente fino all’impossibile, - e tuttavia pienamente cosciente del suo valore, - prima di abbordare i Karamazov un segreto trasalimento di gioia l’avverte: possiede, finalmente, un soggetto della sua statura, della statura del suo genio. «Mi è raramente capitato», scrive, «di aver da dire qualcosa di più nuovo, di più completo e originale». E questo libro fu quello che accompagnò Tolstoj sul suo letto di morte.


André Gide
Dostoevskij
Medusa 2013
anticipazione su Repubblica di oggi

domenica 9 giugno 2013

Andare a capo prima di fine riga non significa scrivere versi

Ogni qual volta leggo un titolo di giornale che preannuncia versi e poesia mi dispongo in uno stato d'animo di lieta attesa, anche perché ciò accade sempre più di rado. Ogni giorno spero di scoprire versi sorprendenti, pieni di forza, metafore e passione. 
Sul Corriere della Sera di oggi a pagina 23 un bel titolone bluette preannuncia "il racconto in versi",  dedicato al padre Mario, famoso analista junghiano,che lo scrittore e critico, notevole critico e buon scrittore, Emanuele Trevi leggerà mercoledì prossimo al Festival delle letterature nella Basilica di Massenzio a Roma.
Dunque leggo:

La scena è poco allegra.
Era la metà di marzo.
Stavo con mio padre, una notte di pioggia,
un paio di settimane prima che morisse.
Ero contento di tenergli compagnia, fare
qualche servizio, ma a un certo punto
lo avevo perduto. Da un giorno all'altro
aveva smesso di parlare. Letteralmente,
non sapevo più dove era. Immaginavo
l'anima, il soffio, la forza vitale
- chiamatela come credete - 
impegnata in un tentativo
lento e laborioso di distacco
dalla vecchia carcassa.

Le righe totali, non i versi perché versi non sono, ammontano - se nella furia non ho sbagliato la conta - a 176. 
Confesso anche che leggere la descrizione del declino fisico e mentale di un uomo brillante e creativo - anche se scritta con la piana semplicità e anche l'affetto mostrati - che Trevi ha fatto di suo padre, mi ha causato un disagio più che percettibile.
Non intendo mettere in discussione la libertà assoluta che ogni artista ha rispetto alla materia dell'arte che gli è propria, né del diritto di fare di ogni cosa pasto per i lettori. Nella nostra epoca voyeuristica tutto passa dall'esperienza del reale alla parola scritta con la velocità e la concisione di un tweet.
Ma avrei preferito leggere il racconto di un personaggio anziano e morente che il figlio cerca di comprendere e ricordare vivo con la fiamma delle parole.
Se riprovate a leggere il racconto eliminando gli "a capo" vedrete che così funziona decisamente meglio e le ultime righe possono lasciare libere quelle tre parole di innalzarsi in una guizzante, e subito spenta, fiammella poetica:

... E credo
che il sorriso di mio padre
rappresenti il grado più alto
della consapevolezza
la coincidenza dell'umanità
e dell'idiozia che fa di noi,
quando viene ammessa ed onorata,
creature sacre e vere,
sacre 
e vere.

La poesia, gentile Trevi, vive di parole, immagini, ritmo, contenuto, che stanno tutti insieme indissolubili e fittamente intrecciati, andare a capo prima di fine riga proprio non basta.

E siccome non basta, trascrivo i primi versi del Requiem, nell'edizione einaudiana curata da Giacomo Cacciapaglia nel 1992, che Rainer Maria Rilke scrisse in soli tre giorni fra il 31 ottobre e il 2 novembre 1908,  e che dedicò all'amica pittrice Paula Modersohn-Becker morta a soli 31 anni nel 1907:

Ho morti  ed a se stessi li ho lasciati,
stupito di vederli così in pace,
a casa loro nella morte, giusti,
così diversi dalla loro fama. Tu sola
torni, mi sfiori, qui t'aggiri, vuoi
urtarti a cosa che di te risuoni
e ti riveli. Oh, non togliermi quello
che lentamente imparo. Io ho ragione, tu erri
se cosa alcuna a nostalgia ti muove.
Perché le cose noi le trasformiamo;
non sono qui, appena riconosciute
noi ne facciamo specchi della nostra sostanza. 

sabato 8 giugno 2013

Un pomeriggio woolfiano a Brescia

Una luce estiva affilava gli angoli delle strade, il mercato risuonava di cento lingue diverse. Odori di spezie piccanti e di pane bianco si affollavano nell'aria ferma del mezzogiorno. Poi piano si sono placate le voci e i passi, solo un vento lieve e il silenzio del giardino delle rose hanno accolto il mio arrivo nella casa.
Ho respirato quel silenzio per qualche ora e poi accompagnata dalla prima edizione Oscar Mondadori del Diario di una scrittrice, che il fratello del dottor Gherardo P. mi prestò in un remoto novembre del secolo scorso, e dai Meridiani dedicati a Virginia Woolf curati da Nadia Fusini, sono andata alla libreria Rinascita e ho raccontato la "mia" Woolf, partendo proprio dalla storia di quella copia del Diario e ho intrecciato le sue annotazioni agli avvenimenti della vita e poi alle prime e ultime righe di alcuni dei suoi romanzi: Jacobs's room, Al faro, Orlando, Le onde. Ho sentito e visto l'attenzione e le emozioni delle donne e degli uomini presenti. Non è semplice fare un discorso unitario su una scrittrice così imponente e particolare. Dopo tanti anni dalla mia prima lettura, ancora mi meraviglio del suo genio e della bellezza di quello che ha scritto. Così, a circa ottanta anni di distanza dal tempo in cui scrisse quelle parole, oggi pomeriggio eravamo con lei, presi in trappola dalle arti sapienti di una scrittrice che sapeva intessere nella trama narrativa momenti di poesia assoluta. E che sapeva illuminare le metafore con un ritmo della lingua unico. 
Era bello essere lì con tutte e tutti voi. 

E.P.

Je responderay: io risponderò, sarò responsabile

Ciò che chiamiamo "motto" è probabilmente un concetto estraneo ai giovani d'oggi. Guardando dalla mia epoca a quest'altra, mi rendo conto che questo concetto - la parola, le mot, il motto - è uno dei fenomeni della vita che col passare del tempo hanno decisamente perso valore. Per i miei coetanei il nome era la cosa o l'uomo, addirittura la parte migliore di un uomo, e dire che egli valeva quanto la sua parola era un grande complimento.
(...)
La famiglia inglese dei Finch Hatton ha nel suo stemma la divisa 
« Je responderay ». Credo lo abbia da molto tempo, visto che è scritto in francese antico; 
(...)
Questo vecchio motto mi piaceva tanto che chiesi a Denys, che era sbarcato in Africa prima di me, ..., se potevo farlo mio.
Lui me lo regalò generosamente e me lo fece incidere persino su un sigillo. Quella divisa mi era cara e per me significava molto, per diversi motivi, di cui uno in particolare.
Il primo era il grande valore che dava alla risposta in sé. Perché una risposta è una cosa molto più rara di quanto in genere si creda. Ci sono molte persone estremamente intelligenti che non hanno nemmeno una risposta. Una conversazione o una corrispondenza con loro non è altro che un doppio monologo; sia che tu le accarezzi appena, sia che le colpisca con forza, non manderanno un'eco più sonora di un ciocco di legno. E allora come si fa a continuare a parlare?
Nelle lunghe valli degli altopiani africani sono stata circondata e seguita da echi soavi come quelli di una cassa armonica. Laggiù la mia vita quotidiana era piena di voci che rispondevano, non parlavo mai senza ottenere risposta, parlavo liberamente e senza soggezione, anche quando tacevo. 
Una spiegazione era, credo, che vivevo molto in alto a più di duemila metri sopra il livello del mare, per così dire sul tetto del mondo, dove l'aria sembra l'elemento dominante e tende a trasformare tutti i cuori in arpe eolie.
(...)
In secondo luogo amavo il motto dei Finch Hatton per il suo contenuto etico. 
Io risponderò di quello che dico o faccio; corrisponderò all'impressione che do. 
Sarò responsabile.

Karen Blixen
Dagherrotipi
I miei motti
(discorso pronunciato al Dinner Meeting Address del 28 gennaio 1959)
traduzione di Bruno Berni
Adelphi 1995

venerdì 7 giugno 2013

Le cose belle di una giornata a Milano

Le cose belle di una giornata a Milano non sono poche.
Il profumo dei gelsomini andando al lavoro.
La passeggiata dopo pranzo dal Duomo sino a Cairoli camminando a passi piccoli e lenti.
Lo sguardo che indugiava sui passanti e sui vecchi palazzi.
L'angolo di città proprio dietro il teatro Dal Verme dove mi sembra sempre di essere in un'altra epoca.
Il chiosco di libri usati che non mi delude mai.
La fortunosa scoperta di un libro introvabile di Karen Blixen, Dagherrotipi.
La risposta a una domanda non fatta che ho trovato nel libro.
La chiacchierata con la signora del chiosco dei libri usati.
Il profumo di un caffè appena fatto.
Il sole sfrangiato dal vento.
Il profumo dei gelsomini tornando a casa.
La lettura ad alta voce a un amico del saggio della Blixen 
I motti della mia vita. 
La lunga conversazione che ne è scaturita.
L'adesione a più di uno di questi motti ma soprattutto a due in particolare:
Je responderay e Pourquoi-pas?

A domani non la spiegazione ma le citazioni.

E.P.