domenica 7 dicembre 2014

La magia del paesaggio collinare

C'è qualcosa di magico e soprannaturale nel paesaggio collinare, che affascina la mente e i sensi. Si dimentica ogni cosa, si dimentica il proprio io, non si sa più dove si è.

Jean-Jacques Rousseau
Giulia o la nuova Eloisa
BUR Classici 1992

sabato 6 dicembre 2014

Susan e Thomas si incontrano sulla montagna incantata

Leggere e ascoltare musica: trionfi del mio uscire da me stessa. Che quasi tutto ciò che ammiravo fosse prodotto da persone che erano morte (o vecchissime) o provenienti da un altro luogo, idealmente l'Europa, mi sembrava inevitabile.
Accumulavo dèi. Ciò che Stravinskij era per la musica, Thomas Mann lo diventò per la letteratura. Nella mia grotta d'Aladino, la Pickwick, l'11 novembre 1947 - prendendo in questo momento il libro dallo scaffale trovo la data scritta sulla pagina di risguardo in quel carattere corsivo che andavo allora praticando - comprai La montagna incantata. 
Lo iniziai quella sera, e per le prime sere ebbi problemi a respirare mentre leggevo. Perché quello non era semplicemente un altro libro che avrei amato, ma uno di quei libri che trasformano, una fonte di scoperte e riconoscimento.
L'Europa intera fece irruzione dentro la mia testa - a patto però che iniziassi a celebrarne il lutto.

Susan Sontag
Pellegrinaggio
traduzione di Paolo Dilonardo
Archinto 1995

venerdì 5 dicembre 2014

Un frammento di tempesta tra i pianeti

Lingua 

Non hai bara da trascinare sulla neve, 
ma un cane che trema nel buio. 

Madre-lingua sei triste 
l’aglio si fa nero nel rame. 

Il rombo dal camino sale. 
I venti si confondono 
Eolo soffia e Babele vive. 

Figlia-lingua: scricchioli a ginepro. 
Il tuo brivido alla nascita 
è un frammento di tempesta tra i pianeti 

 e le nuvole, le nuvole ciecamente corrono 
 cancellando dai cieli ogni genealogia. 

Antonella Anedda


Dal balcone del corpo 
Mondadori 2007

Limba 


Non tenes baùle ‘e istrisinare in supr’e nie 
Ma unu cane a trémula in s’iscuriù 

Limba-matre ses triste 
S’azu s’inniéddigat in sa sartàine 

Sa mùghit’anziat 
Sos ventos si coffundent. 
Eolo survat et Babele s’isparghet. 

Fiza-limba tràchitas a ghineperu 
Una tremita tua naschinde 
Est ch’astula de livrina in mes’a isteddos 

et sas nues, sas nues a sa thurpas fughint 
iscanzellande dae chelu onzi zenìas 





Tongue 

You own no coffin to drag across the snow, 
just a dog shivering in the dark. 

Mother-tongue you’re heavyhearted; 
garlic blackens in the copper pan. 

A low drone rises from the hearth. 
Winds tangle throughter and findrinny. 
Aeolus blows but Babel’s left alive. 

Daughter-tongue: creak of the juniper. 
Your shudder at birth’s a shard chipped off 
a storm among the planets 

and the clouds, the clouds blindly race 
obliterating from the skies 
all trace of lineage. 


translated from the Logudorese by Jamie McKendrick
international literary magazine www.formafluens.net 

giovedì 4 dicembre 2014

Nella mia lieve tunica di fuoco

È rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…
Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu parola
che tramutavi il sangue in lacrime.
Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…
Torno sola…
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco.


Cristina Campo
La Tigre Assenza
Adelphi 1991

mercoledì 3 dicembre 2014

Il posto dello scrittore nel libro che sta scrivendo

Qual era il posto dello scrittore nel libro? Non riusciva a capirlo. 
Bisogna sempre sapere da dove viene la voce di chi scrive, quando si scrive. È decisivo! Il suo problema, scrivendo, era di lasciare fare alla storia, che si scrivesse da sola insomma, ma proprio per questo doveva ritagliarsi il suo posto in quel farsi. E disfarsi. Un posto nel libro.

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza 2014

martedì 2 dicembre 2014

Come un ramo curvato da molte nevi

Devota come un ramo

Devota come un ramo 
curvato da molte nevi 
allegra come falò 
per colline d'oblio, 
su acutissime lamine 
in bianca maglia di ortiche, 
ti insegnerò, mia anima, 
questo passo d'addio... 

14 Dicembre 1957 

Cristina Campo 
“ La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda” diretta da Gianfranco Draghi 

lunedì 1 dicembre 2014

A quest’ora al tramonto se a occidente il cielo nuvoloso

Discendendo il colle


I

A quest’ora al tramonto se a occidente
il cielo nuvoloso si piagava e diveniva celeste
a oriente il campo mietuto e saccheggiato
ardeva di tanti fuochi: era la città di Roma

nel tardo autunno e qui il Tasso a occidente
del mio cammino in Sant’Onofrio e a oriente Gramsci
in Regina Coeli patirono la bellezza di cieli
similmente piagati un tale ardere di fuochi

poi che un altro anno finiva assai
amaramente della loro vita entrambi
da reclusione e castità sorrisi mentre
più giù più giù nell’ombra che infittisce

e palpita di corpi abbracciati un commercio
prospera per cui non moriranno i borghi
da queste alture ancora ocra e rosa
prima della notte e di un lume di luna

tiepido come latte e portatore d’insonnia.


II

Splendi ottone risuona legno poi che
dicembre ha disperso la nuvolaglia e viene
Natale tutto il cielo è celeste
chiara la città come una rosa.

O pomeriggio trasmutato in sera o baci
nell’illuminarsi e perdurare scuro
di vicoli e piazzette, petali
umidi di una polluzione notturna:

questa notte sveglia, la rosa
e le cornamuse dolcemente nasali
che seguirono il sereno e i suoi
lampi, lontane. E fu

il marasma o la sua prova
generale: doveva accadere qui in un
inverno corruttore e languido
così che il sudore improvviso sembrasse naturale.


III

Lo stesso amaro profumo del sempreverde
e sapore di fumo in bocca per
sarmenti bruciati – è il lavoro d’ogni giorno
da metà gennaio per questi
giardinieri avventizi, uomini
di grandi vizi e d’una media miseria,
adulteri stempiati per cui
i minorenni s’equivalgono, amati
più della vita.
Qui dove ormai, e sempre,
la bellezza soltanto dà suono
sincero, metallo che corrusca
non si consuma alla saliva dei baci.
Ne riceve ferite discendendo
il colle inebbriante di sereni lontani –
l’orizzonte aperto perché le giornate s’allungano –
chi si credette temprato dai rigori
d’un’infanzia ostinata
nell’Italia e nell’Europa che ancora
avvolge notte e nebbia e stringe gelo delirante d’inverno.
Ma lascia che al braccio piegato
(piagato) d’una curva sbianchi
la facciata d’un ospedale
dove soffrono bambini, senti
gemere il sempreverde nel piccolo
falò terminale: non disperare.

Attilio Bertolucci

da Viaggio d’inverno
Garzanti 1971