domenica 7 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/364: nessuno parla, è una domenica di preghiere mute e di nostalgie

 



Nessuno parla, non ci sono tempeste, c’è calma di vento, il mare è grigio inframmezzato d’azzurro, specchio del cielo e del nostro umore. Respiriamo salsedine, odore di alghe, ci fermiamo a guardare le onde che divorano le nostre impronte. Nessuno parla, è una domenica di preghiere mute e di nostalgie. È quasi un anno che siamo chiusi in casa, un anno dalle prime paure e dalle manifestazioni di ottimismo per il futuro. E, invece, la pandemia rallenta un po’ grazie ai vaccini, la disorganizzazione territoriale della sanità sta mostrando tutte le proprie pecche in Lombardia, regione che pretendeva di essere il meglio della sanità. La lotta tra pubblico e privato in Italia non so se avrà mai fine. Il pubblico viene disprezzato, salvo quando si pretende la soluzione dei problemi con la bacchetta magica, in tanti ritengono che le perdite siano da condividere e finanziare dal tento detestato Stato centrale. I profitti no, quelli sono per loro natura privati e non condivisibili. Il patto silenzioso tra la politica e gli evasori fiscali ci ha portato ad avere i livelli di debito pubblico che abbiamo. I poco avventurosi lavoratori dipendenti delle generazioni dei baby-boomer e i pensionati, sono non solo la spina dorsale, ma tutto lo scheletro della finanza pubblica, le tasse pagate da queste persone sono quelle che hanno permesso di tenere in piedi la macchina delle politiche pubbliche e dei servizi. Le folli scelte su istruzione e sanità dell’ultimo quarto di secolo, hanno mostrato durante la pandemia il loro vero volto, chissà se il PD e le sue mille correnti se ne sono accorti, chissà se l’assistenzialismo dei 5 stelle, l’identitarismo e il sovranismo di Lega e FdI, verranno toccati da quanto sta accadendo.

Le facoltà universitarie a numero chiuso hanno decimato il numero dei medici, forse bastava mettere esami obbligatori al primo anno e solo le persone veramente motivate, avrebbero continuato quel duro percorso di studi. Forse era meglio mantenere le lauree quadriennali anziché inventarsi i licei prolungati che alcune facoltà sono diventate. Forse sarebbe stato meglio non farsi rimbambire dalla retorica televisiva degli anni Ottanta – oh ve la ricordate la Milano da bere? - e Novanta con la discesa in campo di una nuova destra aziendalista e scintillante. Cosa è rimasto di quegli anni, figli misconosciuti del Sessantotto? L’ascensore sociale è bloccato, è sempre più raro che i figli riescano a maturare condizioni di vita migliori di quelle della famiglia d’origine. La scolarizzazione di massa non ha fatto aumentare l’amore per la cultura e il sapere. Dopo il rimbambimento televisivo ecco quello social, dove tutti si sentono legittimati a esprimere la propria opinione su qualunque argomento e a riportare le chiacchiere da macchinetta del caffè come fatti e non opinioni. Non solo l’autorità è stata incrinata, anche il principio di autorevolezza, quello che fa blaterare di pandemia e vaccini chiunque. Starete forse pensando che lo faccio anch’io. Lo studio e la lettura continui mi danno forse una piccola legittimità a condividere le mie riflessioni. Nel mio spazio virtuale lancio le mie bottiglie nell’oceano dell’informazione. Dove finiranno questi scritti? Da nessuna parte è la risposta giusta. Da nessuna parte, se non qui, dove continuo ogni giorno a raccogliere frammenti di mondo e a impastarlo con la poesia che mi abita.

Nessuno parla, non ci sono tempeste, c’è calma di vento, il mare è grigio inframmezzato d’azzurro, specchio del cielo e del nostro umore. Respiriamo salsedine, odore di alghe, ci fermiamo a guardare le onde che divorano le nostre impronte. Nessuno parla, è una domenica di preghiere mute e di nostalgie. Chissà dove saremo e cosa staremo facendo il 7 marzo del 2022. Questa è la Cronaca 364 del secondo anno senza Carnevale, sociologica, riflessiva e muta di poesia.

sabato 6 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/363: noi nuvole di pioggia e di tempesta, noi che abbiamo molti nomi


 

È impossibile programmare la propria vita senza lasciare spazio all’imprevisto, all’impensato. L’arte della vita assomiglia moltissimo alla meteorologia: possiamo fare progetti, impegnarci, prefissare delle mete e poi accade quel che accade e da una primavera precoce e già fiorita, ripiombiamo in una giornata di pieno inverno, con un gelido vento siberiano che ha fatto strage dei germogli, proprio come accade oggi nella città disorientata.

Forse l’unica cosa che avremo davvero appreso da questa pandemia è l’imprevedibilità della vita, ma ancor più la sua fragilità. Forse avremo imparato che siamo preziosi, che ogni vita lo è, che ogni nostro gesto ha conseguenze e che il passato non tornerà, che potremo cercare di tornare a una vita simile a quella novecentesca che il virus ha spazzato via. Certo che niente sarà più come prima, non perché alla fine saremo migliori, l’unica certezza è che saremo diversi, la nostra psiche uscirà segnata da ciò che ancora sta accadendo. Ma ricominceremo a vivere, come dopo ogni guerra, carestia, pestilenza e lutto. Siamo creature adattabili e forti, anche se fragili e delicate. Per questo continuo ad avere fiducia nell’imperscrutabile futuro che ci attende.

 

 

Un movimento tra la memoria e l’oblio

 

Osservo le nuvole, cerco

di decifrare i movimenti

per rilevare le regole del

moto, come se le nuvole

fossero mosse da una spinta

dell’immaginazione. Ma so

già che è al vento che devo

chiedere spiegazioni e farmi

rivelare qual è il segreto

del suo cavalcare il cielo,

della sua abilità nel trasformare

l’aria in movimento. Ma non

risponde il vento, mi sbeffeggia

e soffia. Non è mai solo una

la legge della nuvola, intorno

all’altare del tempo si accavallano

i canti e le orazioni. Andiamo e

veniamo, stiamo ritorniamo, noi

nuvole di pioggia e di tempesta,

noi nuvole dell’impermanenza,

noi che abbiamo molti nomi,

vi dimostriamo che prevedere

non significa sapere e che lo

sguardo, alla fine, non crea ma

si avventura nella fitta rete di

coincidenze che chiamiamo

vita. Tutto tace ora in quest’aria

di vento e stelle che le nuvole

strappano nell’alto dei cieli.

E quaggiù noi continuiamo

a scrutare ciò che dal cielo

non cade e a salutare questa

stanca stagione fredda che

adorna le strade con la speranza

di ciò che saremo, di ciò che

sarà su questo foglio e sulle

vostre labbra dischiuse.

 

Tornano come spirali i racconti, torna come un lampo la poesia. Se qualcosa ho imparato in questi mesi è che ogni racconto, ogni poesia, hanno bisogno di nascere in quella terra senza nome che sta tra memoria e oblio. Solo così le parole nuove, le giovani parole, troveranno quella forza necessaria e passeranno da quel luogo misterioso vasto come l’eternità, alle menti e alle mani di chi continua a scrivere e nello scrivere trova un senso a ciò che è stato, a ciò che sarà.

Oggi è sabato 6 marzo del secondo anno senza Carnevale. L’inverno ci sta regalando l’ultimo sprazzo della stagione. Fa freddo oggi e questa Cronaca 363 si è avvolta in una grande coperta di lana, sta accanto al camino e accarezza le orecchie di questa poesia Un movimento tra la memoria e l’oblio, che è un gatto dal mantello tigrato con le nuvole negli occhi.

venerdì 5 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/362: c’è sempre una storia da raccontare e un canto misterioso che ci chiama dal legno

  


Non potendo coltivare nel mio sguardo i paesaggi che mi sono cari, se non quelli cittadini della città semi-silenziosa, coltivo con accanita passione il mio paesaggio interiore che vado raccontando da quasi un anno in queste Cronache.

Ho scelto le Montagne della Nebbia, l’Altipiano della Luna, la Casa delle Parole, quella delle Stelle e delle Tre Sorelle. Abitanti probabili e improbabili, amici, scrittori e poeti, vivi e morti, vanno e vengono tra questa ed altre realtà. Mi fanno compagnia, mi rallegrano, mi arricchiscono. Memorie reali e fittizie si mescolano, analisi sociologiche e antropologiche si mescolano con quelle psicologiche. E tutti questi movimenti sono intessuti dalla poesia. Non ho ancora contato quante poesie ho scritto in quest’ultimo anno, ma non sono poche. La poesia contiene e dà forma e immagini a tutto ciò che ho amato e che amo.

 

 

A cosa serve uno scrittoio da viaggio

 

È solo un vecchio scrigno

intarsiato, di legno antico

che qualcuno ha portato,

almeno cent’anni fa dalle

nebbie d’Inghilterra a quelle

del lago. Tenuto sulle ginocchia

traballanti in carrozza o su un

vecchio tavolino, quello scrittoio

da viaggio mi ricorda che c’è

sempre una storia da raccontare.

E dove la storia non arriva, cioè

quasi sempre, è la poesia a dare

senso ai mondi e al tempo. Non

senti quel canto che arriva dallo

scrigno ancora chiuso?

 

Oggi, venerdì 5 marzo cerco i fili di questa bizzarra tessitura che sono le Cronache dagli anni senza Carnevale. Tiro un filo a caso e vedo dove mi porterà. Questa Cronaca 362 è frutto di una rilettura di ciò che ho scritto e dei segni che mi ha mandato quel mio antico scrittoio da viaggio, acquistato oltre trent’anni fa sull’isola di San Giulio, cuore del lago d’Orta.

giovedì 4 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/361: dove il silenzio chiama la sua notte

 


 

Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Entriamo nel tempo sotto un cielo e lasciamo l’eternità dietro di noi. Usciamo sotto un diverso cielo e l’eternità è intatta, così come l’avevamo lasciata. Fare esperienza del mondo è dimenticare nel tempo l’esperienza dell’eternità che può essere solo un orizzonte di riferimento, un luogo che può esistere solo nella nostra immaginazione sino a che viviamo immersi nel tempo. Quel che il mondo fa di noi, ciò che noi facciamo al mondo, è il carico che ci porteremo dietro quando il tempo sarà finito. È crudele pensarlo, ma inevitabile. Siamo creature del tempo tanto quanto del sogno e dell’immaginazione. E crediamo nell’eternità perché sentiamo la sua potenza che si irradia in noi e intorno a noi.

Scrivo queste brevi note più per rassicurare me stessa che per condividerle, oggi. Ci sono giorni come questo, dove l’eternità ha scurito il cielo, dove sento onde sconosciute che attraversano il fiume e il giardino. Non posso essere muta testimone, così raccolgo qualche frammento e ne faccio poesia.

 

Quando l’invisibile ci indica il cammino

 

Nel regno del silenzio esistono

particelle invisibili e frammenti

delle nostre voci che vorticano

ancora cercando il centro, quel

centro immaginato che la poesia

reclama. Quando particelle e

frammenti si toccano, ecco che

una terza forma avanza e chiede

al sonno le sue ragioni. Sono di

polvere gli anni rimasti, sono di

polvere e luce riflessa. Tutto

intorno brilla l’eternità mentre

noi camminiamo a testa bassa

occupando tutte le rive del nostro

fiume e solo l’invisibile prende

forma e solo l’invisibile ci indica

il cammino. Poi è notte, poi è

silenzio.

 

Nel giardino risplende l’eternità questo pomeriggio, è la primavera che canta e turba il quieto dormire della stagione muta. Accolgo le ombre come fa il pastore quando il gregge ritorna per il ricovero notturno. Accendo il fuoco per farle danzare, le invito a riempire i muri e a sussurrare i nomi di quelli che verranno. Io sarò l’ospite inatteso in questo vagabondare tra le stelle e questa realtà, dove sono poche le luci, molti i misteri e dove gli anni si fanno densi e bisognosi di parole. Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Ombre, un’ombra, un sussurro, l’eternità che cerca casa.

Oggi è giovedì 4 marzo del secondo anno senza Carnevale. Quando l’invisibile ci indica il cammino, l’ho pensata e scritta per questa Cronaca 361.

mercoledì 3 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/360: lo sanno le nuvole che non si trasformano in pioggia

 


 

Continuo a fidarmi delle ombre, io che sono un’adoratrice della luce, ho imparato che è l’ombra a dare forma al nostro pensiero. Noi, la luce, una superficie di atterraggio ed ecco che l’ombra si manifesta e svela una realtà diversa, dove conta la forma e non il colore.

L’ombra è luce nera, non rifratta, se anche pensiamo di essere noi i veri agenti di questo movimento, è la luce che ci dona sia i colori che l’ombra. Senza luce vagheremmo come i pesci mostruosi delle profondità marine. Senza occhi, solo bocca e respirazione, solo cibo, solo l’atto del mangiare per conoscere il mondo.

Anche i bambini piccoli imparano a conoscere il mondo attraverso la bocca e il senso del gusto e presto imparano che non tutto può essere imparato attraverso la bocca.

In questo primo anno di pandemia e di confinamento i nostri sensi sono stati messi a dura prova, certo, camminiamo, guardiamo il cielo, ascoltiamo e respiriamo il mare, abbiamo cura di piante e fiori. Ma più le cose sono interdette, più le desideriamo, l’ho imparato presto anch’io.

Quello che davvero vorrei in questo momento, è prendere la macchina, una tenda e partire verso la Francia o verso il nord Europa, come ho fatto tante volte da ragazza. Partire con una mappa cartacea, segnare i luoghi da visitare dopo avere letto la guida Michelin e andare. Andare con in mente solo una vaghissima idea della meta, non sapere chi avremmo conosciuto, quali cibi mangiato e sotto quale cielo dormito. Questo è per me un bel modo per scoprire il mondo e l’ho fatto più volte in giro per l’Europa, negli USA e in Medio Oriente. Mi mancano ancora tante mete da raggiungere.

L’anno scorso avevo previsto di visitare Mosca e San Pietroburgo e poi le isole di Cefalonia e Itaca in estate e New York in autunno. Come per tutto il resto dell’umanità, i viaggi sono rimasti desideri e io continuo a fantasticare su come sarà andarci un giorno.

Così, mentre ascolto il chioccolio dell’acqua nella fontana in fondo al giardino, immagino di prendere un traghetto per andare sull’altra riva. Altra riva di cosa ancora non lo so, ma un’altra riva da raggiungere c’è sempre.

 

 

Perdere il luogo dove non saremo mai stati

 

La verità del fiume è che

non possiamo stare nello

stesso momento nell’acqua,

sulla riva sinistra o su quella

opposta. Sono tre spazi e noi

possiamo stare solo in uno e

muoverci seguendo la corrente

da un angolo all’altro, sempre

pronti a perdere il luogo dove

non saremo mai più o dove non

saremo mai stati. La saggezza

dell’acqua sta tutta qui, ci mostra

il movimento e la direzione, a

noi scegliere se nuotare, salire

su una barca o stare a riva

sdraiati a guardarla passare o

guardare il cielo, un altro modo

di essere umani e sognatori.

Lo sanno le nuvole che non si

trasformano in pioggia, lo sa

l’acqua che riposa in cielo e si

prepara alla caduta. E noi,

che caduti lo siamo già, aspettiamo

e aspettiamo anche quando non

sappiamo bene cosa.

 

Così saluto questo mercoledì 3 marzo del secondo anno senza Carnevale, con una poesia inedita, scritta per questa Cronaca 360 e i viaggi che farò, vivi tra lo sguardo e il cuore.

martedì 2 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/359: la danza circolare di stelle e atomi terrestri


 


 

Sappiamo che il fiume scorre dalla sorgente alla foce e si mischia ad altre acque in un delta o in un estuario. Sappiamo che il fiume e l’acqua non coincidono, il fiume ha un letto, pesci, rive, alghe, pescatori, isole, detriti, riflessi. Ma senza acqua il fiume non esisterebbe. Quando piove è il cielo a ricordare che neanche l’acqua è tutta del fiume. E anche l’acqua sa di non essere un monolito, ma la combinazione di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. L’acqua ricopre i due terzi della Terra e costituisce circa la metà del peso di un essere umano.

 

C’è sempre un fiume da guadare per arrivare a casa

 

Attento quando dici acqua, stai

chiamando il sangue o il mare?

Se dici fiume cosa intendi? Parli

solo dell’acqua o anche di tutto

ciò che è dentro e intorno? Ogni

cosa fa parte di un sistema, ogni

cosa non è mai solo se stessa, noi

non siamo mai solo noi stessi. Io è

un altro, dichiarò Rimbaud e ogni

poeta lo sa molto bene. Per questo

mi immergo nel fiume che non è

mai lo stesso, mentre gli atomi

terrestri e le stelle si rispecchiano

nella stessa danza circolare, più

simili a baccanti che a mesto

corteo di un funerale. Tutto ciò

che sta sulla terra è prima stato

nel cielo: questa è la prima legge

della poesia celeste e terrestre.

Per questo scrivo con la cenere

del vulcano e scrivo con il sangue

di una ferita, scrivo con le lacrime

ballate e sulle rive del tempo che è

il mio fiume, asciugo i miei abiti

all’ombra della pioggia. E torno a

bagnarmi, a credere agli dèi antichi

che ora tacciono per mancanza di

ascoltatori. Un atomo di Atena si

è impossessato della mia mano e

una lancia è pronta a trafiggere

le acque, il fulmine di Giove, silenzioso

l’accompagna, fanciulli si bagnano

in quelle acque verdi. C’è sempre un fiume

da guadare per arrivare a casa.

Silenzio, solo acqua che scorre, solo

respiro del fiume. Silenzio e nulla più.

 

Sono diverse le acque che attraversano e bagnano le terre ai piedi delle Montagne della Nebbia. Senza di me non esisterebbero, senza di loro non avrei questi luoghi dove rifugiarmi quando la realtà diventa troppo reale.

Oggi è martedì 2 marzo del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 359, accompagnata dalla poesia inedita C’è sempre un fiume da guadare per arrivare a casa.

lunedì 1 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/358: dove i nomi spariscono nel buio


 
 

La mia passione per gli alberi è cosa nota, e non solo per gli alberi ma per tutto il mondo vegetale: cespugli, fiori, erbe spontanee, semi in volo. Raccolgo le foglie cadute da quando ero una scolara delle elementari, cerco di imparare a riconoscere le specie a partire dalle foglie, tocco i tronchi e accarezzo le cortecce. Le creature del mondo vegetale mi trasmettono gioia e serenità, mi piace passare il tempo a contemplarli. Cosa che posso fare più nel giardino della Casa delle Parole che nella città silenziosa, ma anche qui non mancano le occasioni. Oggi, durante la lunga passeggiata a ora di pranzo, ho visto le prime forsythie fiorite e mi sono commossa. Poi quando sono tornata a casa il mio amico Danilo mi ha letto una sua nuova poesia che gli ho chiesto per inserirla in questa Cronaca:

 

Ode: alberi ignoti

 

Pensare agli alberi

è la cosa più difficile.

Non gli alberi nominati,

la magnolia, il tiglio

ma quelli muti, che non chiedono niente,

hanno un cuore che riposa in solitudine

e stanno lì, indifesi

e il vento, le ali non li sfiorano.

 

Quante volte nei sentieri

vi ho incontrato senza riconoscervi

e i vostri rami sfioravano le nuvole

senza lasciare traccia…

Ignoti, ignoti perfino a voi stessi!

Quale Orfeo vi canterà?

 

Ma vi restano le notti

dove i nomi spariscono nel buio,

i viali inferi dove

tigli, oleandri, platani, pioppi

e voi, alberi senza nome

siete tutti uguali.

 

Ignoti a noi stessi come lo sono gli alberi, tutti noi cerchiamo un Orfeo che canterà noi o la nostra assenza. Anche noi siamo senza nome, persi nella folla, tutti uguali, tranne che allo sguardo di chi ci riconosce perché ci ama.

Buona serata amiche e amici delle Cronache, oggi mi lascio cullare da questi versi inediti di Danilo Bramati e chiudo presto la Cronaca 358 di lunedì primo marzo del 2021, il secondo anno senza Carnevale. Gli alberi e il cielo appartengono alla città silenziosa e li ho fotografati la settimana scorsa.