venerdì 14 agosto 2015

radioso come una rosa al mattino

Anteo
Quando dormo sdraiato per terra
Mi alzo radioso come una rosa al mattino,
Nelle lotte cerco sempre di cadere
Per strofinarmi nella sabbia
Che per me è come un elisir.
Non posso essere svezzato
Dal lungo profilo della terra, dalle sue vene di fiumi.
Quaggiù nella mia caverna
Sorretto da rocce e radici
Mi culla il buio che mi tenne in grembo
E in ogni arteria mi nutrì
Come se fossi un piccolo colle.
E venga pure ogni nuovo eroe
In cerca di Atlante e pomi d’oro.
Con me dovrà lottare
Prima di entrare in quel regno di gloria
Tra nati in cielo e reali:
Può ben gettarmi a terra, rinnovando la mia nascita,
Ma che non progetti, alzandomi da terra,
La mia elevazione, la mia caduta.

Seamus Heaney 
North
1975
nella traduzione inedita di Franco Buffoni
dal sito di Nuovi Argomenti

ANTEUS
When I lie on the ground
I rise flushed as a rose in the morning.
In fights I arrange a fall on the ring
To rub myself with sand
That is operative
As an elixir. I cannot be weaned
Off the earth’s long contour, her river-veins.
Down here in my cave
Girdered with root and rock
I am cradled in the dark that wombed me
And nurtured in every artery
Like a small hillock.
Let each new hero come
Seeking the golden apples and Atlas.
He must wrestle with me before he pass
Into that realm of fame
Among sky-born and royal:
He may well throw me and renew my birth
But let him not plan, lifting me off the earth,
My elevation, my fall.

giovedì 13 agosto 2015

lo stupore delle stelle e della neve

Respiro 

Abbandono notturno
sul masso
al limite della pineta
e il tuo strumento fanciullesco
lentamente
a dire
che una stella
due stelle
sono nate
dal grembo del nevaio
ed un’altra sprofonda
dove la roccia è nera -

ed un lume va solo
sul ciglio del ghiacciaio
più grande di una stella
più fioco -
forse la lampada di un pastore -
la lampada di un uomo vivo
sul monte -
colloquio intraducibile
del tuo strumento
col lume dell’uomo vivo -

ascesa inesorabile dell’anima
di là dal sonno -
di là dal nero informe
stupore delle cose -

abbandono notturno
sul masso
al limite della pineta -

Breil (Pasturo), 13 agosto 1933 


Antonia Pozzi
Parole
a cura di A. Cenni e O. Dino, 2^ ed. ampliata 

mercoledì 12 agosto 2015

pongo in te al cospetto dei due astri, il gelo e il vento

Appoggia il capo sui miei ginocchi, mia volpe. Non sono felice eppure tu mi basti. Candeliere o meteora, non c’è più sulla terra cuore gonfio o avvenire. I gradini del crepuscolo rivelano il tuo murmure, covo di menta e rosmarino, confidenza scambiata tra i rossori autunnali e la tua veste leggera. Sei l’anima della montagna dai fianchi profondi, dalle rupi ammutolite dietro labbra d’argilla. Fremono le ali del tuo naso. Chiuda la tua mano il sentiero e accosti la tenda degli alberi. Tutte le speranze franate, mia volpe, io pongo in te al cospetto dei due astri, il gelo e il vento, per un cardo che vinca la rapace solitudine.
René Char
traduzione di Vittorio Sereni in
Il musicante di Saint-Merry
Einaudi 1981

Ma renarde, pose ta tête sur mes genoux. Je ne suis pas heureux et pourtant tu me suffis. Bougeoir ou météore, il plus de cœur gros ni d’avenir sur terre. Les marches du crépuscule révèlent ton murmure, gîte de menthe et de romarin, confidence échangée entre les rousseurs de l’automne et ta robe légère. Tu es l’âme de la montagne aux flancs profonds, aux roches tues derrière des lèvres d’argile. Que les ailes de ton nez frémissent. Que ta main ferme le sentier et rapproche le rideau des arbres. Ma renarde, en présence des deux astres, le gel et le vent, je place en toi toutes les espérances éboulées, pour un chardon victorieux de la rapace solitude.

martedì 11 agosto 2015

Foglia di melograno nell'alba

Giardino dei melograni (istruzioni) 

Leggi attentamente
i ritmi.
Attenta, mente.

Guarda, in giravolta mortale
il volgersi di una vocale.
Voce, di chi.

Un metronomo sottopelle
punteggia la carta velina
sottile, sottile
questo velo copre e rivela una
grana di poesia lontana,
lontana.

Non devi bucare il foglio,
per quanto sottile –
che resti.
Foglio, velo.
Foglia di melograno nell'alba.
Vela.
Svela, rivela.

Vola via.

Camilla Miglio
Maree

Atì editore 2010

lunedì 10 agosto 2015

Dio è il seme di papavero più piccolo al mondo. Scoppia di grandezza.

Kierkegaard su Hegel

Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l'intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un'angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia, nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.

Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

domenica 9 agosto 2015

verso casa, solitari nel semplice andare

la prima tenerezza
le ombre invecchiate presto, ma noi
ricordiamo: verso casa, solitari
nel semplice andare
accogliamo silenziosi contorni
passo dopo passo. Poiché
le ombre, all'inizio
piccole unità nere
valùta per cui
l’artefice interruppe
la sua opera. una
volta o l’altra si allungò
premuroso in giù & accarezzò
la vuota linea squamosa. solo LUI
ha puntato così
dolcemente sulla nostra fronte: redenzione
& il di lei lungo pensiero comincia
all'attaccatura dei capelli,
la prima tenerezza del mondo. con lei
ogni oscuro cono, ogni
eccesso ci germoglia come lanugine
dalla testa, appena nati
pensava l’artefice
& lo traeva in avanti
& lo piegava per bene
& adagio lo riponeva
giù sulla schiena, molto giù
nel destino delle vie di lampioni. prima
correvamo alla nostra ombra
alle spalle & lui cadeva
sulle punte dei nostri cappelli di lana
inerme nel nulla. ma oggi
ricordiamo:
semplice andare, luce elettrica
& qualcosa alla fronte
se in piedi
sotto un lampione
Lutz Seiler
La domenica pensavo a Dio
a cura di Paola Del Zoppo
Del Vecchio Editore 2012

sabato 8 agosto 2015

la poesia è quello che, in modo misterioso e accorto, resta

“Corridoio degli arrivi, crisi, estate dura”. Cocci e Frammenti, la tua ultima silloge, apre così. Nella tua poesia c’è un’abitudine alla frantumazione e, nello stesso tempo, un’attenzione ai resti. Resti di stelle, resti di parole, resti animali e umani. Dalle terre emerse sono rimasti cocci e frammenti? Che cosa vuol rappresentare la tua poesia oggi?
Spero proprio che non siano rimasti soltanto cocci e frammenti, anche se ogni tanto posso avere la tentazione di temerlo. Il fatto è che i “Cocci e frammenti” sono solo una piccola parte del lavoro recente, successivo a “Corpo stellare” e non ancora concluso. Appartengono a quella famiglia di testi che in me registrano qualche aspetto più materico, e talvolta più greve, della realtà. Di solito, questa modalità riesce poi a dialogare con l’altra, di natura diversa e meno implicata con la materia; chissà se anche stavolta sarà possibile.
Come hai iniziato a conoscere la poesia?
Ho iniziato da ragazzo, un po’ grazie alla scuola,  ma soprattutto grazie alle poesie di Dylan Thomas, che è stato credo il primo autore che ho letto per conto mio. Accanto a lui imparavo a conoscere un pochino Leopardi, Baudelaire, Pascoli e Montale. Poi è venuto il resto, adagio adagio. Ma il punto di partenza credo sia stato quello, insieme a qualche disavventura personale che mi ha spinto, in qualche modo misterioso, verso la poesia.
incipit dell'intervista di Maria Zanolli a Fabio Pusterla apparsa il 12 aprile 2013 su Nuovi Argomenti