mercoledì 28 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/416. Quando la solitudine chiama il silenzio

 


 

Quest’anno abbondante di pandemia, ci ha fatto riflettere molto sulla solitudine. Soprattutto sulla solitudine degli anziani intrappolati nelle case di riposo, la solitudine delle madri lavoratrici inchiodate davanti ai computer con anche i figli in didattica a distanza cui badare. Abbiamo parlato della solitudine delle famiglie separate dal virus, dei nonni e dei nipoti che non si potevano abbracciare, delle coppie separate dalle frontiere chiuse, delle amicizie sospese in attesa di tempi migliori. Ciascuno di noi ha provato una solitudine non scelta, imposta dagli eventi, ancora più dura per chi già prima della pandemia viveva in uno stato di disagio sociale. Le risorse e le strategie messe in atto per sopravvivere sono state e sono le più svariate. Per alcune persone la solitudine forzata è stata una fonte di scoperta della propria interiorità e della propria casa. Ma la solitudine funziona bene solo quando è una scelta, la grammatica della solitudine ha regole sconosciute che vanno comprese e adattate.

 

La moltitudine che ha scelto un solo nome

 

È sola la sabbia? È più sola

della neve? Non risponde

la sabbia, non risponde neanche

la neve. Solo le orme sembrano

dirsi parole segrete che nessuno

conosce. Non so cosa fare

oggi, dove un piede affonda

nel bianco e l’altro sulla riva

del mare. La solitudine è un

duetto cantato da una voce

sola, un madrigale fermo

alla prima strofa, nessuno è

ancora arrivato, qualcuno

arriverà mai? Questa è solo

una romanticheria, noi siamo

sempre in compagnia di noi

stessi, una moltitudine

che ha scelto un solo nome.

 

 

Scandaglio la solitudine, la sfioro, la riporto nel giorno, la sento e la ripongo. La solitudine chiama il silenzio, ma col silenzio parlerò domani.

Oggi è mercoledì 28 aprile del secondo anno senza Carnevale, un anno di poche parole e molte solitudini che si stanno cercando.

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