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domenica 20 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/287: dove una cena per gli amici genera un’altra cena e molte risate

 


Mentre tutti gli altri tacevano, Lino si schiarì la voce e iniziò a raccontare la sua storia:

“Si chiamava Brenda Newland nelle sue fantasticherie giovanili, quando ancora correva libera e selvaggia, prima delle scuole commerciali. Se i suoi genitori si fossero sposati sarebbe cresciuta nel Donegal avendo il nome giusto. Se non si fossero sposati si sarebbe chiamata Lucia di nome, come sua nonna materna, e Terranova di cognome, come sua madre che di nome faceva Antonia. I suoi genitori scherzavano sempre sulla singolare coincidenza dei loro cognomi e pensavano che questo fosse uno dei segni che avrebbe reso eterno il loro amore.

In realtà nessuno l’aveva mai chiamata Brenda e, come accade spesso nei piccoli paesi, presero a chiamarla con un nomignolo, lo stesso che nonna usava quando era bambina e quindi la chiamava Bimba.

Si era arresa al nome e anche lei come i genitori, sperava che quel nome fosse un segno della fortuna che un giorno l’avrebbe portata lontano da lì. Ma lì, il paesello, era scritto nel destino e se sua madre non fosse andata in gita a Firenze non avrebbe mai neanche incontrato quel bel giovane moro e con gli occhi azzurri che studiava arte a Dublino e stava facendo il Gran Tour d’Italia con il suo più caro amico.

Tempo un mese, Colin e Antonia scapparono insieme e andarono a vivere nella casa disabitata dei nonni paterni di lei. Si sposarono, facendo felici le loro madri, perché Antonia era incinta, lo era rimasta subito incinta, la prima volta che avevano fatto l’amore. Come accade quando ci si sposa sulla scia di una passione selvaggia, sopiti i sensi e annoiati entrambi dalla vita di provincia nel paesello toscano, i due si lasciarono e divorziarono perché anche in Italia ormai il divorzio era consentito. L’unica a risentirne fu la bambina, che non vide più il padre se non per poche settimane per poche estati e poi mai più, quando lui si risposò per la terza volta ed ebbe nuovi figli.

Anche Antonia si era risposata e aveva avuto un’altra figlia dal secondo matrimonio e non aveva abbastanza energie per stare dietro a quella ragazzina cocciuta e ribelle. Istinto e sete di libertà non l’avevano certo aiutata a raggiungere degli obiettivi, in verità perché di obiettivi non ne aveva. Così, quando nel capoluogo aprirono il primo centro commerciale con un immenso iper-mercato si candidò per l’assunzione e venne assunta come cassiera.

Avete presente cosa significhi fare la cassiera otto ore al giorno? Bimba lo sapeva, pur non essendo brillante, non era certo una stupida e negli anni aveva preso l’abitudine di imparare a memoria il prezzo di ogni prodotto venduto, abilità che le valse un altro nomignolo, perché i colleghi presero a chiamarla prima “prezzo netto” e poi “codice a barre”.

Mentre sapeva tutto dei prodotti venduti, non si era mai interessata alle persone che sfilavano davanti a lei, giorno dopo giorno.

Fino a “quel “giorno, il giorno in cui si rese conto che memorizzava anche le composizioni delle varie spese e che era in grado di riconoscere le famiglie e i singoli da quello che compravano.

E riusciva a capire anche quando i figli crescevano, se qualcuno aveva avuto un aumento di stipendio, se un matrimonio si era concluso, se qualcuno si era fatto la nuova amante.

Così, una sera, quando era tornata a casa, aveva iniziato a redigere una schedario dei suoi clienti, perché aveva anche capito che alla gente piaceva tornare sempre alla stessa cassa, anche se lei si limitava a salutare e ringraziare e sorrideva poco. Forse l’apprezzavano perché quando mancavano le etichette col prezzo, lei lo sapeva sempre e nessuno era costretto a fare le corse a cercarlo o a lasciare l’acquisto alla cassa per non perdere tempo.

Poi nell’iper-mercato iniziarono a vendere anche i libri, e lei si incuriosì. Non aveva finito le scuole superiori e a stento le medie. Ma leggere le piaceva e scoprì che le dava anche un grande senso di sollievo, perché i libri e le storie narrate, erano l’unico elemento di diversità nelle sue giornate che si dipanavano come l’Autostrada del Sole nella tratta finale verso Reggio Calabria prima che la finissero. Non c’erano uscite, non c’erano cartelli e non potevi fare altro che andare avanti. Cominciò con letture avvincenti e molto popololari: Liala, Sveva Casati Modignani, Maria Venturi. E poi Isabel Allende che era diventata famosissima dopo il film tratto dalla Casa degli spiriti.

E tutto andava bene e non cambiava, sino a quando una cliente lasciò alla cassa Capricci del destino di Karen Blixen perché non aveva abbastanza soldi. Non conosceva quella scrittrice, così spinta dalla curiosità e dalla poca voglia di andare a riportare il libro al suo posto nello scaffale, lo comprò per sé.

Bum! Rimase folgorata da quelle storie, da quella lingua così diversa da quella che conosceva. Un racconto in particolare l’aveva colpita, Il pranzo di Babette da cui era stato tratto anche un film che pure non conosceva. Dopo avere finito il libro andò a cercare in biblioteca altri libri della Blixen e anche il film che aveva ricevuto dopo un paio di settimane perché stava alla Biblioteca Centrale del capoluogo.

Il film ebbe lo stesso effetto sconvolgente del libro e un’idea insolita, che già le si era affacciata nella testa, prese ancor più corpo. Mancavano più di due mesi al Natale e quindi aveva tutto il tempo di pianificare una strategia. Prima di tutto andò a cercare nel suo schedario quante persone sole ci fossero. Ce ne erano moltissime, ma lei doveva scegliere, così lo fece tra quelli che compravano frutta e verdura, perché dalle sue parti era sicuro che tutti fossero carnivori. Ne scelse dieci, perché di più al suo tavolo da pranzo non poteva ospitarne. E una volta in postazione non le fu difficil,e in tre o quattro giorni, individuarli tutti. Erano sette donne e tre uomini, tutti suoi coetanei, cioè ormai sopra la cinquantina, o anche qualcuno sopra i sessanta.

Iniziò a sorridere, a fare chiacchiere e la gente ne era felice. Tempo un mese ed era riuscita a invitarli tutti al pranzo di Natale che stava organizzando “per pochi amici” come le piaceva dire.

Lei che non aveva più coltivato né l’amicizia, né l’amore si sentiva in quei giorni più ricca della Regina d’Inghilterra.

Il Natale arrivò, e fu una giornata lieta, coronata dal buon cibo e dal buon vino. Salame di cinghiale, porcini sott’olio, prosciutto crudo da tagliare al coltello, lardo di Colonnata, una giardiniera fatta in casa, lasagne al forno, spaghetti con i broccoli, le acciughe e il pane secco, cappone arrosto, patate riso e cozze, vitello arrosto, patate al forno, panettone, cantucci, pandoro, i ricciarelli e il panforte di Siena, i torroncini morbidi siciliani, la cioccolata, le arance e i mandarini, la frutta candita, le noci e le mandorle, il chianti, il vin santo e il moscato. E quando avevano finito di mangiare erano quasi le quattro del pomeriggio e così decisero di giocare a tombola.

Dei dieci convitati nessuno era timido, erano brave persone come lei, lavoravano o avevano lavorato, qualcuno aveva dei figli che vivevano lontano, qualcuno era arrivato da altre regioni, ma nessuno aveva intenzione di andarsene. Avevano messo tutti le radici, come si suol dire, e il cibo buono, il vino, il focolare accesso e il profumo di legna e agrumi nell’aria, li aveva imbozzolati nello spirito natalizio. Bimba allora aveva svelato come le fosse venuto in mente di organizzare quel pranzo di Natale e tutti rimasero colpiti dalla sua ingegnosità e dalla generosità che aveva dimostrato, perché aveva comprato lei la maggior parte delle cibarie e del vino e, soprattutto, aveva passato la Vigilia in cucina a spignattare.

Erano tutti così felici di quella giornata che decisero di replicare per la notte di San Silvestro, su cui non c’è molto da dire perché finì col somigliare al Natale, fatto salvo che si misero a ballare e si baciarono sotto il vischio e poi mangiarono anche il cotechino con le lenticchie.

Avevano già fatto qualche programma per le vacanze di Pasqua e per quelle estive, si sentivano vivi come non gli capitava da anni e pensavano che Bimba fosse un incrocio tra un genio e una fata benevola.

Peccato che il nuovo anno che era appena iniziato fosse il 2020”.


Lino tacque, gli altri aspettavano, Chino gli chiese di continuare e anche Geppo.

Ma il vecchio non li stava ascoltando perché si era incantato a guardare i cuccioli che giocavano e il loro piccolo fuoco che scaldava quella strana grotta.

-     Non lo so cosa è successo dopo. Bimba è sparita e non conosco i nomi dei suoi amici, come faccio a raccontarvi cosa è successo dopo?

 

Oggi è domenica 20 dicembre dell’anno senza Carnevale, questa è la Cronaca 287 ed è pure la seconda parte del mio racconto di Natale che non è ancora finito.


venerdì 26 luglio 2013

Sulla pagina bianca il silenzio racconta la storia più profonda

«Con mia nonna» diceva «ho fatto una scuola dura.» “Sìì fedele alla tua storia” mi ripeteva la vecchia strega. “Sii eternamente, inflessibilmente fedele alla tua storia”. “Perché nonna?”, le domandavo. “E ti devo dire anche i motivi sfrontata?”, gridava lei. “E tu prenderesti di fare la narratrice! Eppure devi diventarlo, e io ti dirò quei motivi! Ascolta, dunque: dove il lettore è fedele, eternamente, inflessibilmente fedele alla sua storia, là alla fine parlerà il silenzio. Dove la storia è stata tradita, il silenzio non è che vuoto. Ma noi, i fedeli, subito dopo aver pronunciato l’ultima parola, udremo la voce del silenzio. Che una ragazzina mocciosa lo capisca o no”».
«Chi allora» ella continua «racconta una storia ancora più bella delle nostre? Il silenzio. E dove si legge una storia più profonda di quelle scritte sulla pagina più squisitamente stampata del più prezioso di tutti i libri? Sulla pagina bianca. Quando una penna regale e coraggiosa, nel momento della sua più alta ispirazione, ha finito di scrivere la sua storia con l’inchiostro più raro… dove, in quel momento, si può leggere un racconto ancora più profondo, più soave, più allegro e più crudele di quello? Sulla pagina bianca».

Karen Blixen
Ultimi racconti
La pagina bianca
Traduzione di Adriana Motti

Adelphi 1982

sabato 8 giugno 2013

Je responderay: io risponderò, sarò responsabile

Ciò che chiamiamo "motto" è probabilmente un concetto estraneo ai giovani d'oggi. Guardando dalla mia epoca a quest'altra, mi rendo conto che questo concetto - la parola, le mot, il motto - è uno dei fenomeni della vita che col passare del tempo hanno decisamente perso valore. Per i miei coetanei il nome era la cosa o l'uomo, addirittura la parte migliore di un uomo, e dire che egli valeva quanto la sua parola era un grande complimento.
(...)
La famiglia inglese dei Finch Hatton ha nel suo stemma la divisa 
« Je responderay ». Credo lo abbia da molto tempo, visto che è scritto in francese antico; 
(...)
Questo vecchio motto mi piaceva tanto che chiesi a Denys, che era sbarcato in Africa prima di me, ..., se potevo farlo mio.
Lui me lo regalò generosamente e me lo fece incidere persino su un sigillo. Quella divisa mi era cara e per me significava molto, per diversi motivi, di cui uno in particolare.
Il primo era il grande valore che dava alla risposta in sé. Perché una risposta è una cosa molto più rara di quanto in genere si creda. Ci sono molte persone estremamente intelligenti che non hanno nemmeno una risposta. Una conversazione o una corrispondenza con loro non è altro che un doppio monologo; sia che tu le accarezzi appena, sia che le colpisca con forza, non manderanno un'eco più sonora di un ciocco di legno. E allora come si fa a continuare a parlare?
Nelle lunghe valli degli altopiani africani sono stata circondata e seguita da echi soavi come quelli di una cassa armonica. Laggiù la mia vita quotidiana era piena di voci che rispondevano, non parlavo mai senza ottenere risposta, parlavo liberamente e senza soggezione, anche quando tacevo. 
Una spiegazione era, credo, che vivevo molto in alto a più di duemila metri sopra il livello del mare, per così dire sul tetto del mondo, dove l'aria sembra l'elemento dominante e tende a trasformare tutti i cuori in arpe eolie.
(...)
In secondo luogo amavo il motto dei Finch Hatton per il suo contenuto etico. 
Io risponderò di quello che dico o faccio; corrisponderò all'impressione che do. 
Sarò responsabile.

Karen Blixen
Dagherrotipi
I miei motti
(discorso pronunciato al Dinner Meeting Address del 28 gennaio 1959)
traduzione di Bruno Berni
Adelphi 1995

venerdì 7 giugno 2013

Le cose belle di una giornata a Milano

Le cose belle di una giornata a Milano non sono poche.
Il profumo dei gelsomini andando al lavoro.
La passeggiata dopo pranzo dal Duomo sino a Cairoli camminando a passi piccoli e lenti.
Lo sguardo che indugiava sui passanti e sui vecchi palazzi.
L'angolo di città proprio dietro il teatro Dal Verme dove mi sembra sempre di essere in un'altra epoca.
Il chiosco di libri usati che non mi delude mai.
La fortunosa scoperta di un libro introvabile di Karen Blixen, Dagherrotipi.
La risposta a una domanda non fatta che ho trovato nel libro.
La chiacchierata con la signora del chiosco dei libri usati.
Il profumo di un caffè appena fatto.
Il sole sfrangiato dal vento.
Il profumo dei gelsomini tornando a casa.
La lettura ad alta voce a un amico del saggio della Blixen 
I motti della mia vita. 
La lunga conversazione che ne è scaturita.
L'adesione a più di uno di questi motti ma soprattutto a due in particolare:
Je responderay e Pourquoi-pas?

A domani non la spiegazione ma le citazioni.

E.P.