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giovedì 9 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/823. La parola semplice, della stessa materia della luce

 


  

Oggi giornata di lavoro durissimo, intenso e divertente e poi a fine pomeriggio incontro alla Libreria delle Donne per programmare gli incontri futuri. Ci sono tanti libri interessanti, documentari e persone da incontrare e scoprire. Però oggi è anche uscito un prezioso libro Verrà la pace e avrà i tuoi occhi. Piccolo vademecum per la pace ricco di riflessioni e poesie dedicate a questo tema imprescindibile per educarci a vivere in un mondo senza conflitti. Che è un intento utopistico, lo so bene, ma senza l’orizzonte dell’utopia, come scriveva Eduardo Galeano, è difficile continuare a camminare. Nel libro c’è anche la mia poesia Trittico degli alberi e della pace che ho già postato nelle Cronache, così scelgo la poesia di Lorenzo Gobbi:

 

 

La gioia è un turbine di quiete

 

Ho imparato, Layla, quanto

è giusto stendere la mano

al disperdersi dei passeri

per fame – senza foga di nutrire,

di salvare. Impazzirei se non sognassi

un dio che è pane.

Penso che sia stata pronunciata

la parola semplice, la sola

che ci ascolti intimamente

senza dire, della stessa materia

della luce.

Purifica il dolore... a me

non sembra: direi che c’è un bisogno

indiscutibile di gioia

com’è forse nella vita oscura

dei diamanti – gioia pura,

grazia illimitata perché a volte

l’opera si compia.

È bene liberare, Layla,

assolvere nel gesto e nella voce,

aspergere col sangue se bisogna –

il proprio, il solo. Se no, perché

parlare?

Quando si spezza la canna incrinata

e il lume che vacilla cede

tutto alla durezza della notte,

senti a poco a poco come

un fremito nel buio e nella terra:

un saluto che si colma, un abbraccio

caldo che ridona vita appena può.

 

 

Con un canto di speranza si chiude questo giovedì 9 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 823, semplice, pura, luminosa.

domenica 23 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/686. Vivo la mia vita in cerchi che si allargano

 

 


 

Oggi è stata una domenica felicemente monacale, dove mi sono concentrata nella revisione e correzione del mio nuovo romanzo. Non erano molte le cose da sistemare, ma dopo avere finito la lettura ad alta voce con Elisabetta Giromini, scrittrice talentuosa e amica preziosa – io ho letto il suo romanzo e lei il mio – ho preferito lasciar trascorrere un po’ di tempo prima di mettere di nuovo mano al libro. Sono state ore belle e intense, sono persino riuscita a commuovermi in alcuni passaggi e a sorridere in altri, proprio come se il libro non lo avessi scritto io. Come compagno di lavoro ho tenuto accanto a me un libro che amo moltissimo, Il libro d’ore di Rainer Maria Rilke, soprattutto nella traduzione fatta da Lorenzo Gobbi, poeta e traduttore raffinato oltre che uno dei più cari e vecchi amici. Come faccio sempre con i libri di poesia ho aperto a caso, letto, sottolineato, sono andata all’inizio ed è proprio la seconda poesia da cui ho tratto il titolo della Cronaca:

 

 

Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,

che passano sopra le cose.

L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,

ma voglio protendermi, tentare.


Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,

le giro attorno da migliaia d’anni

e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,

o un canto, forse – grande.

 

 

 

È bellissima l’immagine della vita in cerchi che si allargano, come un sasso gettato nell’acqua, le onde si allargano verso l’infinito, sino a quando non verranno riassorbite dall’immensità che le circonda. C’è qualcosa di profondamente consolatorio in questo pensiero e leggere Rilke è sempre un momento di verità e profondità. Perché il senso dell’eternità e della bellezza della vita si manifestano e sono caldi e vicini e la notte è un rifugio come il giorno la nostra casa. La poesia di Rilke è sempre un balzo oltre la vita ordinaria e la trascendenza è la sua cifra, forse per questo lo leggo sempre come se stessi leggendo un mistico o un oracolo.

Ho passato un giorno di cui rendere grazie, dove mi sono presa cura del mio libro, dove ho letto parole meravigliose e dove ora sto scrivendo questa Cronaca 686 di domenica 23 gennaio del terzo anno senza Carnevale accompagnata dalla voce di Zucchero e dalla musica di Miles Davis che cantano e suonano Dune Mosse, un’altra preghiera laica che mi mette i brividi ogni qual volta l’ascolto.

mercoledì 27 gennaio 2021

Cronache dall’anno senza Carnevale/325: è così che voglio scrivere, con altrettanto spazio intorno a poche parole



 

Oggi sto in silenzio e in compagnia del Diario di Etty Hillesum. Così questa Cronaca 325 del 27 gennaio del secondo anno senza Carnevale, è una tessitura di alcuni suoi frammenti e delle poesie che le ho dedicato negli anni trascorsi.

 

 

Esperienza amorosa con una primavera

per Etty Hillesum

 

Dio è la sorgente sepolta dalla

sabbia, non sarà facile arrivare

nel centro della polla e ammirare

l’acqua che sgorga pura e incontaminata.

Possiamo scavare solo a mani nude e

nudi nella polvere, scalzi i piedi.

Se non tieni la terra ben salda contro

l’intero corpo, non potrai inginocchiarti

a scavare. Allora l’ombra che siamo si

ridurrà e darà sollievo alle mani ferite che

dividono sasso da sasso, il sì dal no.

I ciottoli che feriscono le ginocchia

saranno il monito, il memento del

tempo a dire che possiamo vivere

o lasciarci vivere, dal tempo farci

molare e frantumare, o resistere.

Quando la sabbia sarà fresca e umida

nelle mani il vento visiterà la terra e

asciugherà il nostro sudore sotto

la sabbia antica, sotto i frantumi dei

giorni che siamo stati, ci saranno ancora

rocce a difendere la sorgente. Allora

potremo spostare ogni pietra a lato e

circondare lo scavo da noi compiuto e farne

un bacino dove l’acqua potrà sostare

prima di dissetare una gola riarsa, incapace

di parole e di farsi attrarre dal sole e seguirne

i raggi fondersi nella nuvola pensierosa

e ricadere nel mare, guizzante tocco

ai pesci che mai conosceranno la vita

dell’aria. E così poter amare la fresca

carezza della mano di Dio che ci

soccorre, dopo che noi lo avremo

aiutato.

E tenere nell’incavo del ricordo

l’acqua, la sabbia, la nuvola

l’impronta di quelle ginocchia

e la preghiera che non ascende

al cielo, ma nella materia oscura

canta una ripetizione e la nostra

nostalgia contornata dall’ombra di

Dio.

 

 

L’albero rosso-sangue di Etty

 

Ricordi il faggio rosso-sangue, quello

con cui avevi adolescente un rapporto

speciale? Io pure lo ricordo, ti vedo

prendere la bicicletta e andare per

mezz’ora veloce sino ai suoi rami.

L’incanto era la tua vista, le tue

parole oggi anche la mia nostalgia.

So come lo sapevi tu, che è possibile

avere, un’esperienza amorosa con

una primavera. Ricordi ancora?

 

Ora un brano dal diario della Hillesum.

 

"Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner*. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con il ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni, i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza."

 

5 Giugno 1942 da Diario 1941-1943, Etty Hillesum, Adelphi

 

*Evariste Edgar Glassner era un musicista e organista tedesco. Avendo perso il proprio impiego come organista di chiesa a Berlino, (era un mezzo ebreo, secondo la classificazione nazista) era emigrato ad Amsterdam: qui conobbe Julius Spier, partecipando ai concerti organizzati dagli ebrei dopo la loro esclusione dalle sale pubbliche

 

Di seguito la poesia che è scaturita dalla lettura di questo brano.

 

Invocazione alla luce

per Etty Hillesum, da una sua annotazione

Ti accompagniamo nella tua

crescita, silenzioso Glassner

e dall’altro capo dei giorni

io tendo l’orecchio alle

tue note e bevo la luce di

quella estate mai respirata:

cedi all’oscuro impulso

e rendi ebbra l’anima

di questa invocazione

“fa che torni primavera

dammi ancora quelle

note e la sua voce

che le ha precedute”.

 

 

Le mie poesie sono tratte da Figure del silenzio, Atì Editore 2010

 

Ora Un frammento di Etty tradotto da Lorenzo Gobbi, Il bene quotidiano. Breviario dagli scritti. (1941-1942), Edizioni San Paolo 2014

 

Prima, quando stavo seduta alla mia scrivania, mi sentivo sempre molto in ansia, come se stessi perdendo qualcosa della vita. Così, non sapevo concentrarmi bene sui miei studi. E quando ero nella "vita vera", tra la gente, avevo sempre molto desiderio di tornare alla scrivania, e non ero per nulla felice tra la gente. Questa separazione innaturale tra lo studio e la "vita vera", ora è scomparsa. Adesso, alla scrivania ci "vivo" davvero. Lo studio è diventato un'autentica "esperienza di vita" e ha smesso di essere qualcosa che riguarda soltanto la testa. Alla scrivania sono immersa totalmente nella vita, e nella "vita" porto la pace interiore e l'equilibrio che ho acquisito dentro di me. Prima, ero obbligata a ritirarmi ogni volta dal mondo perché le sue troppe impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo fuggire in una stanza silenziosa. Adesso, porto con me questa che possiamo chiamare "stanza silenziosa", e posso rifugiarmi là in qualsiasi momento, anche se mi trovo se un tram affollato o su un treno che si ferma con tutto il suo peso. (...)

9 gennaio 1942

 

La poesia che segue è mia ed è tratta dalla raccolta Scrivere il vento, Atì editore 2017

 

Le cose che facevano parte di me

a Etty Hillesum

Le cose che facevano parte di

me erano nel tuo lento accumulare:

api che ronzavano alla finestra,

il ramo di glicine addormentato

nel bicchiere, il libro d’ore di Rilke,

l’acero rosso che contava le stagioni,

il desiderio di poter dominare

tutte le parole e tutto mettere in

parole, suoni, immagini per

dare conto a quelli che verranno

della tua esperienza amorosa

con una primavera.

 

“Ma ci sono anche dei giorni in cui

egli invecchia, i minuti gli passavano

sopra come anni” scriveva il poeta

all’amico Ewald. E ora che gli anni

sono passati sui tuoi giorni scomparsi

nella sabbia, come l’ultima onda prima

del tramonto seppellisce il mare,

tu che capivi la certezza della fine e

hai scelto di restare per essere il balsamo

di molte ferite.


“I cieli si stendono dentro di me

come sopra di me” scrivevi, sapendo

che tu sola potevi essere misura a

te stessa: la ragazza che non voleva

inginocchiarsi, che aveva iniziato

a costruirsi una casa pietra su pietra.

Incantata dal glicine odoroso, hai aperto

le mani e lasciato rotolare melodiosamente

il mondo fino alla mano di Dio e ti sei

immersa per cercare nel profondo i tesori

che vi giacciono senza possedere gli strumenti,

sapendo fabbricarli dal nulla delle parole.

 Oggi io sono qui nel cuore luminoso

di un giorno invernale, a indovinare

il glicine che sarà fiorito nella tua

primavera amorosa.

 

 

Ecco ho trascritto i frammenti e le poesie, posso tornare a leggere il Diario e a guardare l’unica rosa che tengo sulla scrivania e a pregare perché la prossima primavera sia un tempo di libertà rifiorita.

mercoledì 9 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/276: non ti dà stupore l’impeto della tempesta perché la tua casa era l’estate

 



Ogni giorno al risveglio ritorno dalla terra dei sogni e dei morti che pare abitino lo stesso luogo. Quanto è grande il conforto di quei volti tanto amati, di quelle voci che non sentiamo più da anni.

La vita è un lento accumularsi di eventi, fatti, persone che arrivano, persone che vanno, sogni infranti, desideri realizzati.

Ci sono, però, fasi come si è concretizzato questo 2020, dove la somma delle perdite, per molti di noi, è maggiore di quella dei guadagni. Non riesco a trovare una metafora migliore di quella della perdita doppia oggi. Non posso non pensare alle decine di migliaia di mogli, mariti, figlie e figli, nipoti che si ritrovano all’improvviso senza una persona cara, strappata prima del tempo dal Covid.

Per questo ogni giorno cerco di avere cura di coloro che amo, quasi tutti lontani fisicamente, e di onorare il ricordo di coloro che amo e non sono solo lontani fisicamente, ma che vivono ormai da tempo, nel mondo dei sogni e dei ricordi.

Per questo cerco ogni giorno dentro il ricordo di una poesia o anche solo di qualche verso e lo coltivo, aggiungo un po’ d’acqua e guardo le radici che si rafforzano e nuovi germogli iniziare a prendere forma.

Tenere e lasciar andare allo stesso tempo è la magia che la poesia compie ogni volta che la leggiamo e la scriviamo.

Siamo creature che arrivano dal passato e con la mente vivono in un presente eterno futuro. Con una mano tiriamo il filo del passato, con l’altra quello del futuro. Ne esce una tessitura molto particolare, dove ogni giorno ha i suoi colori e le sfumature, gli intrecci e i nodi che lo rendono unico.

Molto spesso mi sono detta e vi ho detto, in questi mesi, che ogni giorno sembrava un unico eterno giorno fatto sempre delle stesse cose, ma non è vero, perché ogni giorno ho lavorato, ho scritto, ho letto e ho detto cose differenti.

Le conversazioni con le persone amate non sono mai uguali a se stesse, ci raccontiamo per dare un senso al nostro stare al mondo, per condividere un piacere o un dispiacere.

Anche questi giorni freddi, nebbiosi e piovigginosi hanno una storia da raccontare, da ogni finestra illuminata, a quest’ora, arrivano i bagliori delle vite nel loro compiersi.

È questa la vita vera, quella che viviamo, quella che ci spaventa, quella che pare non avere risposte e progetti per il futuro.

Ma ognuno di noi sa che non è così, sa che il tempo debito arriva per ciascuna cosa, che l’amore arriva quando meno ce lo aspettiamo, che un gesto gentile ci aspetta dove non vedevamo che tenebre, mentre la nostra casa non è solo il luogo dove il corpo abita con la sua corte di sogni e desideri.

 

 

Non ti dà stupore l’impeto della tempesta, -

tu, l’hai vista farsi forte; -

fuggono gli alberi. La loro fuga

fa sì che ogni viale passi oltre.

Lo sai, tu: colui dal quale fuggono

è colui che tu stesso vuoi raggiungere,

ed è lui che cantano i tuoi sensi,

quando ti fermi alla finestra.

 

Furono quiete le settimane dell’estate,

il sangue cercò l’alto negli alberi;

e tu lo senti, adesso, che ricadere vuole

in colui che fa ogni cosa.

Credesti di conoscerla, la forza,

quando il frutto tu cogliesti,

e adesso nuovamente si fa enigma,

e sei un ospite, tu: ancora.

 

Così come casa tua era l’estate,

e in lei, lo sai, tutto sostava –

adesso, nel cuore devi muoverti,

all’aperto, come in una piana.

La grande solitudine è all’inizio,

si fanno sordi i giorni,

e il vento accoglie dai tuoi sensi

come foglie disseccate il mondo.

 

Il cielo – sei tu che lo possiedi – guarda

tra i suoi rami vuoti;

sii terra, ora, e canto della sera,

e patria che lui possa custodire.

Fatti umile, adesso, come cosa

che maturi nella propria verità,

così che lui, dal quale giunse la notizia,

ti senta: quando con la mano te raggiunge.

 

 

Ecco, oggi sono stata terra e pioggia leggera, ora posso essere canto e notte che scende, camino acceso e poesia viva, potente e chiara. Poesia che ci riscalda e ci nutre, poesia che dà senso a ogni giorno, un giorno dopo l’altro.

Oggi è mercoledì 9 dicembre dell’anno senza Carnevale, e questa Cronaca 276 si intreccia con una poesia di Rainer Maria Rilke tradotto da Lorenzo Gobbi per Il libro d’ore, Servitium editrice 2008.


domenica 29 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/266: la casa avanza lenta nella notte mentre aspetta la tua voce

 

Giulio Ario Tarrutenio, prefetto della città di Roma nel V° secolo, giunse ad Argentanum, quella che sarebbe diventata la città di San Marco Argentano, in una tiepida giornata di primavera. Fu prima ospite del console locale, ma poi, aggirandosi per le campagne scelse di far costruire la propria dimora a metà strada tra il fiume Follone e le Fontane che sgorgavano dalla collina. Per ricordare la bellezza del luogo fece piantare ulivi e fichi e in mezzo al campo di grano più ampio una quercia che lo avrebbe ricordato nei secoli a venire.

Cinque secoli dopo, la città venne conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo cui si devono numerose architetture che ancora oggi testimoniano l’importanza del luogo. Anche il Guiscardo restò incantato dalla piccola valle tra le Fontane e il fiume e fece erigere, non lontano dalla grande quercia, un casino di caccia dove svagarsi lontano dalle questioni di palazzo. 

Dopo numerosi secoli ancora, ecco che la grande quercia ormai millenaria era diventata il rifugio dei bambini durante la calura estiva. Non bastavamo noi cugini, ed eravamo in quindici, a cingerle il tronco con le nostre piccole braccia.

I nostri giochi selvaggi non avevano niente di terribile e pericoloso come ai tempi di Giulio e Roberto. Ma furono i nostri tempi di pace che videro mani sacrileghe abbattere la nostra quercia. La piango ancora dopo decenni e a volte la sogno.

Così oggi ho deciso di portarla con me nelle terre delle Montagne della Nebbia, dove già ci sono numerose querce.

Vedete, non è difficile popolare quella vasta regione che abita al centro della mia immaginazione. Penso una cosa, la vedo nel teatro della mente e poi la ritrovo laggiù proprio come la volevo. Non mi sono mai posta la domanda sulla natura delle sue foglie, così anche oggi, nel cuore dell’autunno, i rami risplendono di un bel verde cupo e io mi nascondo da un sole pallido e chiuso da sembrare dipinto, sotto i suoi rami.

Subito mi raggiunge la lupa festosa, è sola e questo è molto strano. Il lupo sarà forse a caccia ma sono certa che a breve ritornerà. Giochiamo come due cuccioli e poi torniamo verso la Casa delle Parole dove non c’è nessuno e questa casa sembra l’ultima casa di Rilke:


In questo villaggio l’ultima casa

è sola come fosse l’ultima casa del mondo.

 

La strada, che il piccolo villaggio non trattiene,

va oltre, ancora, lenta nella notte.

 

Il piccolo villaggio è solo un passo tra due luoghi

vasti – colmo di presentimenti, timoroso:

un sentiero tra le case, neanche un ponte.

 

Chi lascia il villaggio vaga a lungo,

e molti muoiono, forse, per la via.

 

La quercia millenaria protegge il nostro piccolo villaggio, la Casa delle Parole e la Casa delle Stelle, la Casa delle Tre Sorelle in riva al mare, l’antica torre e il bosco. E so che allo stesso tempo la Casa delle Parole veglia su tutti noi e aspetta chi non è ancora rientrato.

Accendo il fuoco, chiamo i gatti, sul tavolo metto un ramo di quercia con le foglie lucide e numerose ghiande. Brucio nel fuoco alcune pigne resinose e poi getto anche le bucce del mandarino.

Chiamo la quiete notturna a farmi compagnia e ricordo tutto, ricordo la voce e lo sguardo, le risa di chi non è con me.

 

Oggi è il 29, l’ultima domenica di novembre dell’anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 266. È bene che inizi a cercare un nome per le Cronache che verranno perché questo anno funesto non sarà l’ultimo senza Carnevale. La poesia di R. M. Rilke è tratta da Il libro d’ore, a cura di Lorenzo Gobbi, Servitium 2008.


lunedì 16 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/253: e notte sono io, della tua notte

 


Il tempo non è che un mare increspato di piccole onde, è l’eternità a essere oceano e porto accogliente per tutti i naviganti.

Durante la tempesta scrutiamo tra i marosi in cerca di segnali, ma possiamo solo aspettare che la furia si plachi e se scorgiamo intorno a noi una quiete assoluta è solo perché siamo al centro del ciclone.

Da qualche giorno ho proprio questa impressione, di essere in mare aperto e nell’occhio di un ciclone di cui non riesco a percepire le reali dimensioni, l’estensione, l’altezza e la direzione.

Questa improbabile quiete, così come accadde durante il primo lockdown, è governata dai numeri che vengono snocciolati senza soluzione di continuità. I numeri della pandemia, delle vittime, dei nuovi ammalati, dei guariti, dei confinati in casa. Questi numeri, una prima rappresentazione del mondo, sono pesanti se letti nella loro nuda verità, si diluiscono quando vengono riportati alle percentuali. Dietro ogni numero ci sono una persona, una vita, una famiglia in preda al dolore e allo sgomento.

Gli altri numeri sono quelli dell’economia, delle aziende che chiudono, delle richieste di sussidio, dei disoccupati, dei nuovi poveri. Anche questi numeri sono la rappresentazione delle nostre povere vite in balia di un nemico minuscolo e letale, invisibile e sconcertante.

Dietro ogni numero sono celate narrazioni molto simili tra loro, ma ognuna uguale a se stessa, la febbre, il respiro corto e la paura. Il dolore, lo spaesamento, la speranza.

Non tutte le storie hanno un lieto fine, mentre ci eravamo ormai abituati a scongiurare il male rappresentandolo nei libri, al cinema, nei videogiochi, il male è arrivato in silenzio e ci ha, letteralmente, mozzato il respiro.

Il respiro è vita, calma, piacere, gioia involontaria dell’essere vivi. Respiriamo male nella città silenziosa, respiriamo male da anni. Ma siamo in qualche modo assuefatti all’aria pesante e riconosciamo la differenza solo dopo che da questa città ci siamo allontanati.

 

Dove trovare l’aria, dove ripristinare il respiro e la speranza in questo mese che è il culmine dell’autunno?

Io cerco nella poesia la mia aria spirituale e in lunghe camminate nel mio quartiere cerco un respiro profondo a dispetto della qualità dell’aria.

Come tutti aspetto la buona novella, il giorno in cui scopriremo che il numero dei nuovi contagi è crollato, che le terapie intensive si sono svuotate e che il mondo ridiventerà un luogo di nuovo aperto ed esplorabile.

Ora continuiamo a vivere nel nostro guscio, nelle nostre stanze, aspettiamo, condividiamo il tempo con chi amiamo, quando possiamo in presenza, se no in video e al telefono.

È un mondo ristretto quello in cui stiamo vivendo, dove siamo stati costretti a ripensare il nostro stile di vita, le aspettative, i progetti. Non ho mai pensato che ne saremmo usciti migliori, non lo credevo a marzo, non lo credo ora.

Ma credo che la nostra umanità dolente avrà qualche strumento in più per essere più umana, per riconoscere la fragilità e la vulnerabilità e avere cura gli uni degli altri, soprattutto di chi è più fragile e vulnerabile.

 

Anche oggi, lunedì 16 novembre dell’anno senza Carnevale, è un giorno interlocutorio e la Cronaca 252 è altrettanto interlocutoria, tesse ragnatele e foglie secche, soffia nel vento parole antiche. Così vi saluto con una poesia di Rilke tradotta da un altro poeta, Lorenzo Gobbi:

 

 

Come il custode ha la capanna

tra le vigne e veglia,

sono capanna, io, Signore, tra le tue mani;

e notte sono io, Signore, della tua notte.

 

Vigna, pascolo, antico frutteto,

campo, che nessuna primavera mai ha tralasciato,

albero di fico che anche in una terra

tutta pietre porta molti frutti:

 

c’è un profumo che si spande uscendo dalla tua

                                                    rotonda chioma.

E tu non chiedi, se io stia vegliando;

senza spavento, dissolti nei sentori,

quiete a me risalgono le tue profondità.

 

 

 

Wie der Wächter in den Weingeländen

seine Hütte hat und wacht,

bin ich Hütte, Herr, in deinen Händen

und bin Nacht, o Herr, von deiner Nacht.

 

Weinberg, Weide, alter Apfelgarten,

Acker, der kein Frühjahr überschlägt,

Feigenbaum, der auch im marmorharten

Grunde hundert Früchte trägt:

 

Duft geht aus aus deinen runden Zweigen.

Und du fragst nicht, ob ich wachsam sei;

furchtlos, aufgelöst in Säften, steigen

deine Tiefen still an mir vorbei.

 

– Rainer Maria Rilke, um den 1.5.1905, Worpswede

 

 

Da Il libro d’ore, a cura di Lorenzo Gobbi, Servitium 2008