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martedì 15 dicembre 2015

Ogni romanzo, che lo voglia o no, propone una risposta alla domanda: che cosa è l’esistenza umana e dove sta la sua poesia? La poesia sta nell'interruzione dell'azione, nella digressione, nell'incalcolabile

Fra tutti i romanzi di quell'epoca (il Settecento), il mio preferito è Tristam Shandy di Laurence Sterne. Uno strano romanzo. Sterne lo apre con la rievocazione della notte in cui Tristam fu concepito, ma ha appena incominciato a parlarne che viene sedotto da un’altra idea, e questa, per libera associazione, richiama un’altra riflessione, e poi un altro aneddoto, cosicché a una digressione ne segue un’altra e Tristam, l’eroe del libro, viene dimenticato per un buon centinaio di pagine.

Questa maniera stravagante di costruire il romanzo potrebbe sembrare un semplice gioco formale. Ma, nell'arte, la forma è sempre qualcosa di più di una forma. Ogni romanzo, che lo voglia o no, propone una risposta alla domanda: che cosa è l’esistenza umana e dove sta la sua poesia? I contemporanei di Sterne, Fielding per esempio, hanno saputo gustare soprattutto il fascino straordinario dell’azione e dell’avventura. Diversa è la risposta sottintesa nel romanzo di Sterne: per lui la poesia non sta nell'azione, ma nell’interruzione dell’azione.

Forse qui, indirettamente, si è avviato un grande dialogo fra il romanzo e la filosofia. Il razionalismo del Settecento si fonda sulla famosa frase di Leibniz: nihil est sine ratione. Nulla di ciò che esiste è senza ragione. Spinta da questa convinzione, la scienza si accanisce a esaminare il perché di ogni cosa, col risultato  che tutto ciò che esiste sembra spiegabile, dunque calcolabile. L’uomo cui preme che la sua vita abbia un senso rinuncia a qualunque gesto che non abbia una sua causa e un suo scopo. Tutte le biografie sono scritte in questo modo. La vita appare come una luminosa traiettoria di cause, di effetti, di fallimenti e di successi, e l’uomo, fissando lo sguardo impaziente sul concatenamento causale dei suoi atti, accelera ancor di più la sua folle corsa verso la morte.

Di fronte a questa riduzione del mondo alla successione causale degli avvenimenti, il romanzo di Sterne, con la sua sola forma, dichiara: la poesia non è nell'azione, ma là dove l’azione si ferma; là dove si spezza il ponte fra una causa e un effetto, e dove il pensiero vagabonda in una libertà dolce e oziosa. La poesia dell’esistenza, dice il romanzo di Sterne, è nella digressione. È nell'incalcolabile. È agli antipodi della causalità. È sine ratione, senza ragione. È agli antipodi della frase di Leibniz.

Milan Kundera
L'arte del romanzo
traduzione di Ena Marchi
Adelphi 1988

mercoledì 10 dicembre 2014

Lo spirito del romanzo è spirito di complessità e continuità

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l'eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono. Per lo spirito del nostro tempo, o ha ragione. Per lo spirito del nostro tempo, o ha ragione Anna o ha ragione Karenin, e la vecchia saggezza di Cervantes, che ci parla della difficoltà di sapere e dell'inafferrabile verità sembra ingombrante e inutile.
Lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l'hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l'esperienza anteriore del romanzo. Ma lo spirito del nostro tempo è concentrato sull'attualità, che è così espansiva, così ampia, da escludere il passato dal nostro orizzonte e ridurre il tempo al solo attimo presente. Preso in questo sistema, il romanzo non è più opera (cosa destinata a durare, a congiungere il passato all'avvenire), ma un'avvenire di attualità come tanti altri, un gesto senza domani.

Milan Kundera
L'arte del romanzo
traduzione di Ena Marchi
Adelphi 1988

lunedì 26 agosto 2013

Il romanzo: un'unica porta, un'unica Musa

… le arti non sono tutte uguali; ognuna accede al mondo attraverso una porta diversa. Una di queste porte è riservata esclusivamente al romanzo. Ho detto esclusivamente, perché il romanzo non è secondo me un «genere letterario», un ramo fra i rami di un unico albero. È impossibile capire il romanzo se gli si nega una sua specifica Musa, se non lo si considera un’arte sui generis, un’arte autonoma. Il romanzo ha una sua genesi (che si situa in un momento che gli appartiene totalmente); ha una sua storia scandita da specifici periodi (il passaggio dal verso alla prosa, così importante per l’evoluzione della letteratura teatrale non ha equivalenti nell’evoluzione del romanzo; le storie di queste due arti non sono in sincronia); ha una sua morale (Hermann Broch ha detto: la sola morale del romanzo è la conoscenza; un romanzo che non scopra alcuna porzione sino ad allora sconosciuta dell’esistenza è immorale; perciò «andare all’anima delle cose» e dare il buon esempio sono intenti diversi e inconciliabili); ha un suo specifico rapporto con l’«io» dell’autore (per poter ascoltare la voce segreta, appena percepibile, dell’«anima delle cose», il romanziere, contrariamente al poeta e al musicista, deve essere in grado di far tacere le grida della propria anima); ha un suo tempo di creazione (la stesura di un romanzo occupa un’intera epoca nella vita dell’autore che, alla fine del lavoro, non è più quello che era all’inizio); si apre al mondo al di là dei confini della sua lingua nazionale (da quando in poesia l’Europa ha aggiunto la rima al ritmo, non è più possibile trapiantare la bellezza di un verso in un’altra lingua; mentre si può tradurre fedelmente un’opera in prosa; nel mondo del romanzo non ci sono frontiere di Stato; i grandi romanzieri che si richiamano a Rabelais lo hanno letto quasi tutti in traduzione).


Milan Kundera
Il sipario
da Andare all'anima delle cose
traduzione di Massimo Rizzante
Adelphi 2005

domenica 25 agosto 2013

I poeti del romanzo

Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz… essi formavano forse un gruppo, una scuola, un movimento? No; erano dei solitari. Più volte li ho chiamati «la pleiade dei grandi romanzieri dell’Europa centrale» e, in effetti, proprio come gli astri di una pleiade, ciascuno di loro era circondato dal vuoto, distante dagli altri. E mi pare tanto più significativo il fatto che la loro opera esprima un orientamento estetico comune: tutti sono stati poeti del romanzo, cioè: interessati alla forma e alla sua novità; preoccupati dell’intensità di ogni frase e di ogni parola; sedotti dall’immaginazione che cerca di varcare le frontiere del «realismo»; ma al tempo stesso refrattari a ogni seduzione lirica; ostili alla trasformazione del romanzo in confessione intima; allergici a ogni ornamentalizzazione della prosa; interamente concentrati sul mondo reale. Tutti hanno concepito il romanzo come una grande poesia antilirica.


Milan Kundera Il sipario
Die Weltliteratur
traduzione di Massimo Rizzante
Adelphi 2005

sabato 24 agosto 2013

Scrivere è riconoscere la propria tradizione

L’Europa non è riuscita a pensare la propria letteratura come un’unità storica e non mi stancherò di ripetere che in questo consiste il suo irreparabile fallimento intellettuale. Infatti per restare nella storia del romanzo: è a Rabelais che Sterne reagisce, è Sterne che ispira Diderot, è a Cervantes che Fielding si richiama costantemente, è con Fielding che Stendhal si misura, è la tradizione di Flaubert che prosegue nell’opera di Joyce, è nella sua riflessione su Joyce che Broch sviluppa una poetica del romanzo, è Kafka che fa capire a García Marquez che è possibile abbandonare la tradizione e «scrivere diversamente».


Milan Kundera
Il sipario
da Die Weltliteratur
traduzione di Massimo Rizzante
Adelphi 2005

venerdì 28 giugno 2013

La ragion d’essere dell’arte del romanzo

Don Chisciotte spiega a Sancio che Omero e Virgilio non descrivevano i personaggi «così com’erano, ma come dovevano essere per servire da esempio di virtù alle generazioni future ». Ma lo stesso don Chisciotte è tutto fuorché un esempio da seguire. I personaggi romanzeschi non chiedono di essere ammirati per la loro virtù. Chiedono di essere compresi, il che è completamente diverso. Gli eroi dell’epopea vincono o, se sono sconfitti, conservano sino all’ultimo respiro la loro grandezza. Don Chisciotte è sconfitto. E senza grandezza alcuna. Perché d’un tratto tutto è chiaro: la vita umana in quanto tale è sconfitta. Di fronte all’ineluttabile sconfitta che chiamiamo vita non ci resta che cercare di comprenderla. In questo risiede la ragion d’essere dell’arte del romanzo.

Milan Kundera
Il sipario
da Il povero Alonso Quijada
traduzione di Massimo Rizzante
Adelphi 2005

martedì 25 giugno 2013

Scrivere è cercare il tempo presente

Il narratore, per definizione, racconta ciò che è accaduto. ma ogni piccolo avvenimento, non appena diventa il passato, perde concretezza e assume contorni indistinti. La narrazione è un ricordo, quindi un riassunto, una semplificazione, un'astrazione. Il vero volto della vita, della prosa della vita, si trova solo nel tempo presente. Ma come raccontare gli avvenimenti passati e restituire loro il tempo presente che hanno perduto? L'arte del romanzo ha trovato la risposta: presentando il passato attraverso scene. La scena, anche se raccontata al passato grammaticale, è, ontologicamente, il presente: noi la vediamo e la sentiamo; si svolge davanti a noi, qui e ora.

Milan Kundera
Il sipario
da Alla ricerca del tempo presente
traduzione di Massimo Rizzante
Adelphi 2005

venerdì 25 maggio 2012

Lo scrittore si trasforma in una vasca di pietra

Kundera avrebbe voluto abbandonare silenziosamente la creazione trasformandosi "in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l'universo cade come una tiepida pioggia".


Pietro Citati su Milan Kundera
La Repubblica del 5 febbraio 2002