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martedì 21 maggio 2024

Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente.

 (Quando l’autunno è passato e le foglie sono cadute dagli alberi e solo gli scuri sempreverdi conservano la loro chioma che è al tempo stesso riparo e ostacolo al passaggio della luce, ci accorgiamo di non essere mai stati soli nella foresta. Emergono le forme delle case, la gente che vive la propria vita quotidiana; c’è una nuova prospettiva delle distanze, la scoperta di orizzonti che non si sarebbero mai potuti scorgere in primavera e in estate, ma solo immaginare durante l’autunno. Guarda quegli alti camini che si alzano da fuochi che non sapevamo fossero mai stati accesi, eppure ardono, alimentati in segreto! Guarda i sentieri appena rivelati! Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente. L’ambiente che mi circonda ha perso il suo travestimento; io stessa ho perso il mio. C’è persino la possibilità di nidi, nuovi o abbandonati, sul mio albero!)

Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

domenica 19 maggio 2024

La vita dei nostri genitori

Mi rammaricavo del fatto che la vita dei nostri genitori, spesa a nutrirci, vestirci e proteggerci, ci avesse lasciato poco tempo per conoscerli e amarli. Avevo passato la vita a osservarli, ad ascoltali, a cercare di decifrare il loro codice, sempre alla ricerca di indizi. Erano i due alberi fra noi e il vento, la neve, il mare; ma questo nell’infanzia. Sentivo che la loro morte ci avrebbe forse esposti alle intemperie, ma avrebbe anche lasciato entrare la luce da ogni direzione e avremmo conosciuto la realtà invece del rumore del vento, della neve, del mare, e saremmo stati in grado di percepire ogni momento dell’esistenza.


Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

lunedì 4 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/757. Sotto gli alberi riprende a mormorare la sorgente

 


In questi anni di crisi e di disastri prolungati, di persone che scompaiono dalle nostre vite per molteplici motivi, di accadimenti epocali, diventa sempre più difficile dare un senso al nostro essere nel mondo, non solo al nostro stare al mondo. Se la vita è una tessitura continua, un accumulo di eventi e relazioni, accade all’improvviso che un filo sfugga alla trama, che il senso diventi debole se non addirittura assente. La vita, gli eventi, ci sottraggono quello che ci avevano offerto. A volte sono perdite senza conseguenza, perché le persone perdute non erano più poi così importanti per noi. A volte sono perdite così enormi, inguaribili se non col tempo. Il dolore cresce in noi, ci divora dall’interno sino a quando non ha creato lo spazio adeguato a farne una tana. Perché ci sono dolori che diventano parte di noi, come se andassero a sostituire oggetti interni, se non addirittura pezzi d’anima. Un grande silenzio, un silenzio primordiale accompagna queste perdite. Diventiamo sordi e ciechi, il nostro sguardo si fa impotente. Il contatto con la natura può essere un balsamo che ci aiuta a riprendere i contatti con il mondo e con i nostri sensi. Anche oggi è René Char che me ne fornisce una dimostrazione:

 

 

Talvolta il profilo di un puledro,

di un bambino in lontananza,

s’avvicina a esplorare il mio sguardo,

scavalca il muro del mio timore.

È allora che, sotto gli alberi,

riprende a mormorare

la sorgente.

 

 

Lo sguardo è in grado di rimettere a fuoco il mondo, l’udito si risveglia, il silenzio diventa sottile e si ritira nella sua tana di fili di ragnatela. Siamo vivi e nel dolore del mondo, viviamo e respiriamo, perché il pur nel dolore la bellezza da qualche parte resiste, sempre.

Oggi è lunedì 4 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 757 si è immersa nella sorgente e ascolta il canto dell’acqua.

domenica 13 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/707. Finché vivi, risplendi

 


 

Ci sono parole che arrivano a noi dopo avere varcato gli oceani del tempo, parole in un alfabeto antico, incise su un’antica stele per qualcuno che non c’è più, ci sono le indicazioni musicali, ma noi non conosciamo la musica greca, manca l’ultima frase in basso, perché uno dei proprietari precedenti l’aveva tagliato per rendere stabile quell’antico pezzo di marmo. La stele è ora esposta al Museo Nazionale Danese e si possono reperire in rete molte foto e varianti delle traduzioni, oltre che la messa in musica e non ce ne sono due uguali. La traduzione che ci ha offerto oggi la filosofa Claudia Baracchi è talmente bella da essere una poesia:

 

Sono un’immagine, io, la pietra;

qui mi pone Seikilos, segno

duraturo di una memoria

immortale.

 

Finché vivi, risplendi.

Non affliggerti affatto.

Il vivere è per poco.

Il tempo esige la fine.

 

 

Mi ha commosso profondamente ascoltare queste parole, trascriverle e poi rileggerle, soprattutto dopo un pomeriggio filosofico che ha nutrito la mia anima. È stato magnifico ascoltare la nostra maestra che ci ha guidato tra le rappresentazioni di Odisseo, Orfeo, il teatro, il senso della trascendenza e il misticismo. Ci ha guidato nella Repubblica di Platone, dove le anime degli eroi sono intente a scegliere la propria vita nuova. Tutti questi racconti risuonano forti in me, hanno addirittura evocato Le parole, l’autobiografia di Jean-Paul Sartre che avevo studiato decenni fa per l’esame finale di francese III all’Università. In tutto questo turbinio di ricordi e di scoperte più di tutte risuonano in me alcune delle frasi dell’epitaffio: “Sono un’immagine, io, la pietra” un verso che vorrei avere scritto io come mi ha detto anche il mio amico poeta Danilo. L’ultima frase “Il tempo esige la fine” perché il nostro essere nel tempo non può prescindere dalla sua durata che per noi viventi ha un limite. Ma più di tutte mi risuonano queste parole: “Finché vivi, risplendi” e in questa dimensione possiamo risplendere nella luce che ci arriva dalla nostra unica stella, dal sole che ci inonda e ci rallegra. Ecco, finisco su questo senso di allegria portato dalla luce, luce che è anche una mia ossessione poetica.

Oggi è domenica 13 febbraio del terzo anno senza Carnevale, ma pare che a Viareggio si stiano preparando a festeggiare il Carnevale, la pandemia scema, pare, e la mia amica Paola mi ha chiesto come si chiameranno le Cronache allora. Continueranno a essere le Cronache degli anni senza Carnevale, perché questo virus ha segnato uno spartiacque nella nostra storia e nel nostro immaginario, ha inciso la nostra memoria, ci ha fatto scoprire e riscoprire paura e dolore, la nostra fragilità e la nostra vulnerabilità. Ecco quindi anche oggi la Cronaca quotidiana, e questa è la 707, già seduta alla scrivania perché si è messa in testa di leggere Platone mentre io trascrivo gli appunti e li rileggo.


domenica 23 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/686. Vivo la mia vita in cerchi che si allargano

 

 


 

Oggi è stata una domenica felicemente monacale, dove mi sono concentrata nella revisione e correzione del mio nuovo romanzo. Non erano molte le cose da sistemare, ma dopo avere finito la lettura ad alta voce con Elisabetta Giromini, scrittrice talentuosa e amica preziosa – io ho letto il suo romanzo e lei il mio – ho preferito lasciar trascorrere un po’ di tempo prima di mettere di nuovo mano al libro. Sono state ore belle e intense, sono persino riuscita a commuovermi in alcuni passaggi e a sorridere in altri, proprio come se il libro non lo avessi scritto io. Come compagno di lavoro ho tenuto accanto a me un libro che amo moltissimo, Il libro d’ore di Rainer Maria Rilke, soprattutto nella traduzione fatta da Lorenzo Gobbi, poeta e traduttore raffinato oltre che uno dei più cari e vecchi amici. Come faccio sempre con i libri di poesia ho aperto a caso, letto, sottolineato, sono andata all’inizio ed è proprio la seconda poesia da cui ho tratto il titolo della Cronaca:

 

 

Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,

che passano sopra le cose.

L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,

ma voglio protendermi, tentare.


Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,

le giro attorno da migliaia d’anni

e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,

o un canto, forse – grande.

 

 

 

È bellissima l’immagine della vita in cerchi che si allargano, come un sasso gettato nell’acqua, le onde si allargano verso l’infinito, sino a quando non verranno riassorbite dall’immensità che le circonda. C’è qualcosa di profondamente consolatorio in questo pensiero e leggere Rilke è sempre un momento di verità e profondità. Perché il senso dell’eternità e della bellezza della vita si manifestano e sono caldi e vicini e la notte è un rifugio come il giorno la nostra casa. La poesia di Rilke è sempre un balzo oltre la vita ordinaria e la trascendenza è la sua cifra, forse per questo lo leggo sempre come se stessi leggendo un mistico o un oracolo.

Ho passato un giorno di cui rendere grazie, dove mi sono presa cura del mio libro, dove ho letto parole meravigliose e dove ora sto scrivendo questa Cronaca 686 di domenica 23 gennaio del terzo anno senza Carnevale accompagnata dalla voce di Zucchero e dalla musica di Miles Davis che cantano e suonano Dune Mosse, un’altra preghiera laica che mi mette i brividi ogni qual volta l’ascolto.

sabato 4 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/636. Sciogliere i capelli insieme al nome

 

Storie dell’Avvento/1. Mi chiamo Anja

 

Erano solo le cinque del pomeriggio, ma tutta la città era avvolta nella nebbia. Agnieszka chiuse l’armadietto di metallo dove teneva gli abiti da lavoro cercando di tenere a bada il tremore delle mani. Doveva immaginare che il mattino successivo alle otto sarebbe ritornata in fabbrica e poi nell’ufficio delle contabili a battere al computer fatture e bolle di consegna per tutto il giorno. A sua madre aveva detto che sarebbe andata a dormire a casa di Ewa dopo il cinema. Loro due abitavano nella periferia opposta di Cracovia e non era la prima volta che l’amica l’avrebbe ospitata. Ma quella volta Ewa non sapeva nulla, dopo il lavoro Agnieszka aveva appuntamento con Janusz che aveva appena finito il turno anche lui. Si sarebbero visti nell’antica birreria di Podgorze dove già erano stati altre volte. Neanche Janusz sapeva nulla e lei voleva vederlo un’ultima volta, dopo avere continuato a non dire nulla della sua scelta. La sirena della fabbrica ululò per la terza volta nella nebbia e, come sempre, la ragazza immaginò di abitare già in riva al Baltico, in una città portuale in mezzo a tanti stranieri dove nessuno l’avrebbe notata. Il tremore alle mani le era passato e si rallegrò per il sangue freddo, anche se aveva spesso pensato che il suo sangue fosse tiepido più che freddo. Non c’era davvero nessuno che la potesse tenere legata alla città natale. Non sua madre, una donna silenziosa persa nei rimpianti della propria gioventù durante gli anni di Danzica e Solidarność. Suo padre doveva averlo conosciuto proprio in quel periodo, anche se non era mai riuscita a farsi raccontare niente. Riusciva a immaginarlo quel padre, le bastava guardarsi allo specchio e accorciare i capelli ricci, ombreggiare le guance e il mento con una fitta barba ed ecco che paparino emergeva dal passato che lei non conosceva. A sua madre non assomigliava neanche da bambina, quindi doveva essere tutta suo padre. Le poche amiche, a parte Ewa, erano soprattutto colleghe dell’ufficio, non le sarebbero mancate. E Janusz? Lui lo conosceva da poco, si piacevano, ma non era innamorata, e la vita che stava facendo non le piaceva più. Doveva partire, lo sapeva di dover partire e quella notte lo avrebbe fatto. Aveva portato il solito zainetto da lavoro con un paio di pantaloni e un maglioncino, un libro di Adam Zagajeveski, i dollari che andava accumulando da quando aveva iniziato a lavorare cambiandoli al mercato nero. Aveva deciso di andare a piedi al locale dove aveva appuntamento con Janusz, aveva capito di dover partire la settimana precedente, quando stava a leggere le solite notizie su internet e si era ritrovata a battere i pugni chiusi sul ripiano del tavolo. Si era anche fatta male, sua madre non aveva sentito niente, presa com’era a guardare uno dei programmi sui nuovi talenti della canzone che tanto le piacevano. Cosa aveva che non andava lei? Perché non era mai contenta? Perché non era mai stata contenta della sua vita? La maggior parte della gente non solo si accontentava, ma era contenta della vita che faceva. Anche se i giorni si ripetevano uguali uno dopo l’altro. “È la vita, figlia mia”, le diceva sua madre. Vita? Respirare, alzarsi, lavorare, tornare a casa, guardare la televisione? È vita questa? Ma che razza di vita?

Arrivò alla Ślepa Latarnia in ritardo e Janusz non c’era e non arrivò neanche nella mezz’ora successiva. Forse le aveva mandato un messaggio sul cellulare, ma lei lo aveva lasciato apposta a casa. Non voleva essere rintracciata e le tracce del cellulare erano le prime che avrebbero seguito, quando sua madre sarebbe andata a denunciare la sua scomparsa. Uscì dal locale e si fermò a guardare le luci riflesse nelle acque della Vistola. Pensò che neanche il fiume le sarebbe mancato, era ora di andare al luogo dell’appuntamento. Il passaporto, tedesco e falso, era nel portafoglio. Se anche l’avessero fermata avrebbe risposto in un tedesco impeccabile, a qualcosa sarebbe pur servito l’avere studiato le lingue per così tanti anni. I suoi documenti autentici li aveva fatti a pezzetti e gettati in acqua non appena uscita dal lavoro, la carta di credito era nel cassetto della scrivania. Sperava che pensassero a un rapimento finito male. Scosse i lunghi ricci castani e insieme anche il nome: Agnieszka aveva cessato di esistere e dalla sua mente era nata Anja. Non tutti avevano la fortuna di nascere due volte come lei aveva scelto di fare. Alle spalle della fabbrica di Oskar Schindler, la BMW le fece il segnale concordato con i fanali. Anja accelerò il passo, il lungo viaggio stava iniziando.

 

Questa Cronaca 636 di sabato 4 dicembre del secondo anno senza Carnevale inaugura una serie di racconti dell’Avvento che mi è venuta in mente in questi giorni, mentre lasciavo correre i pensieri a caccia di idee per le Cronache. Spero di avervi incuriositi.

giovedì 10 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/459. Dove la gioia irradia luce mentre passeggiamo in riva ai Navigli.

 



Veniamo al mondo nudi, indifesi e ciechi, senza poter parlare. Piangiamo tantissimo per farci capire, sorridiamo e lalliamo. Resteremo a lungo affidati alle cure degli adulti, soprattutto a quelle materne. Portiamo in noi un’eredità genetica di cui non siamo né consapevoli, né responsabili. Intrecciamo relazioni, assorbiamo l’ambiente che ci circonda, impariamo in ogni istante. Il tempo è infinito durante l’infanzia, ma è l’unica fase della nostra vita in cui siamo esseri fuori dal tempo. Per ciascuno di noi è molto diverso il momento in cui entriamo nel tempo, diventiamo, cioè, consapevoli che il tempo esiste e ci governa. Forse è il corpo il primo a saperlo, quando inizia a cambiare grazie alle tempeste ormonali che si scatenano nella pre-adolescenza. Ma il nostro essere nel tempo, quando siamo adolescenti, non è ancora il momento della consapevolezza della nostra finitudine. Gli adolescenti sono eterni, eterna è la giovinezza, la maturità è la vecchiaia sono eventi che accadono agli altri, non a noi. In queste prime e brevissime fasi della vita, ogni giorno erigiamo palazzi, seminiamo campi e attraversiamo terre sconosciute. Gli unici a capirci sono i nostri coetanei e qualche adulto illuminato che non ha dimenticato la propria adolescenza. Oltre agli adulti della propria cerchia familiare, sono soprattutto gli insegnanti che ci insegnano a stare nelle relazioni, che ci offrono competenze, risposte e molte nuove domande da esplorare insieme. Continuiamo a imparare ogni giorno cose nuove senza neanche accorgercene. Impariamo l’alfabeto delle emozioni e quello del corpo, che parla una lingua universale. Il futuro è vasto e meraviglioso, anzi è infinito e pieno di gioia. Poi finiscono le scuole superiori, i più fortunati, dotati e volenterosi vanno all’università, gli altri a lavorare. Questo è quello che accadeva nelle vite di noi baby boomer, la generazione più fortunata della storia dell’umanità, almeno così ci piace pensare, quelli che hanno avuto tutte le opportunità e le hanno sfruttate: studiare, viaggiare, lavorare e smettere quando se ne aveva voglia, andare a vivere da soli ancora molto giovani. Ricordo che quando ho trascorso un’estate in Svizzera a studiare letteratura francese all’università di Losanna, ero l’unica poco più che ventenne che viveva ancora in casa con la famiglia d’origine e tutti i miei nuovi amici e amiche se ne stupivano. E poi? Come accade che si entri nella maturità e si inizi a guardare il mondo con occhi diversi? Parto di nuovo dalla mia esperienza individuale per cercare di trarne ispirazione per formulare leggi “universali”. Si entra nella maturità quando ai guadagni e all’espansione del respiro verso il futuro, si affiancano le perdite: il proprio corpo che inizia ad avere i segni del tempo, la scomparsa di persone care, di solito i nonni e gli anziani della famiglia, quando si affievoliscono i legami con i compagni di scuola. Nessuno di noi è veramente preparato alle perdite che la vita ci infliggerà, all’inesorabile trascorrere delle giornate che si faranno tutte molto simili e poco avvincenti. Il lavoro, soprattutto se sarà un lavoro non molto interessante e non molto amato, sarà causa di grande afflizione. Ma anche a questa afflizione esiste un rimedio che è frutto della maturità e della consapevolezza, cioè la capacità di prenderci cura delle persone, dei luoghi e degli oggetti. Se è intuitivo pensare alla cura degli oggetti, mantenerli in buone condizioni d’uso, preservarne la bellezza e la trasmissione alle generazioni future, avere cura del paesaggio e dei luoghi è ancor più complesso e difficile. Se riusciamo a curare la nostra casa, per avere cura dei luoghi e dei paesaggi bisogna che entrino in gioco forze e intelligenze collettive che abbiamo una visione d’insieme. E qui entra in gioco la dimensione politica della vita, dove sono necessarie persone appassionate e competenti. Abbiamo visto in anni recenti i disastri fatti da politici improvvisati. Per quanto riguarda la cura delle persone, a partire da noi stessi, dei corpi e delle anime, il processo è delicato, continuo e necessita di passione e di compassione, di capacità di ascoltare e di donare, di amore per le persone a partire da quelle più vicine a noi, di amore per le loro storie, perché dare un senso al nostro vissuto attraverso la narrazione della nostra vita, soprattutto in forma scritta, può diventare anche un percorso di terapia e di auto-terapia. Declinando il nostro personale Alfabeto della Cura impariamo ad accettare le perdite, che sono inevitabili e fanno parte della nostra natura umana, e costruiamo giorno per giorno quella ricchezza che trasmette gioia irradiata da noi stessi e che su noi stessi ritorna. Così perdite e guadagni, anche se non mi piace molto questa contabilizzazione dei sentimenti, scorrono in noi e attraverso noi e ci permettono di guardare al passato senza nostalgie e rimpianti e ci aiutano a stare nel tempo presente, quello che smette di essere tale respiro dopo respiro, parola dopo parola. Oggi è stata una bella giornata estiva anche nella mia amata città non più silenziosa, in questo giovedì 10 giugno del secondo anno senza Carnevale, dove ho condiviso il tempo con la mia adorata amica Rossana, a zonzo sui Navigli, come amiamo fare d’estate e come anche questa Cronaca 459 ricorderà.

venerdì 19 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/348: gli occhi non riflettono le immagini, gli occhi sono le immagini

 


I misteri della geometria, la rappresentazione del mondo in forme nette e riconoscibili, mi hanno affascinata sin da bambina (e tornerò su questo tema). Ieri ne ho sentito parlare con ardore e passione dal mio amico pittore Roberto Plevano, che conosco da oltre vent’anni e con cui ho collaborato molte volte, scrivendo poesie e prose poetiche a partire dalle sue opere che continuano a riempirmi di meraviglia e di stupore. In questi ultimi due anni Roberto ha lavorato a una monumentale autobiografia che intreccia vita privata, vita pubblica e opere. Compiuti i 70 anni, Roberto ha deciso che doveva e voleva raccontare se stesso e la sua pittura. Il tempo, le delusioni e le sconfitte non hanno mai fatto venire meno la sua passione, perché la sua è un’arte necessaria che dal mondo arriva nei suoi occhi e ne esce trasfigurata. Le forme geometriche che tanto gli sono care, popolano i suoi quadri e ritornano a noi accompagnate dai paesaggi che lo hanno colpito nel corso degli anni. Dopo il periodo figurativo, che segna gli esordi della sua carriera, dove sono protagoniste la casa natale e le montagne di Chiavenna, sono i Navigli milanesi, colti nella loro dimensione metafisica, a segnare il suo percorso negli anni Settanta del secolo scorso. E poi arriva la libertà delle vele dispiegate nelle sue “Regate veliche”, un’armonia di forme e di colori che mi ha suscitato uno dei miei racconti giovanili che più amo, “La città di vetro”. Negli anni Ottanta sono state le rocce della Gallura e quel mare dove lui ha nuotato sin quasi a smarrirsi per poi ritornare a riva e dipingere. Una collaborazione significativa tra di noi arriva a fine anni Novanta, inizio degli anni Duemila, quando ho scritto una poesia per ciascuna delle sue “Donne allo specchio” e insieme al compianto Mario Galzigna, abbiamo presentato le sue opere e le mie poesie alla Libreria Bocca di Milano, in Galleria Vittorio Emanuele.


Anche i “Big Bang” hanno caratterizzato le sue creazioni degli anni Novanta, insieme agli “Alberi della vita”. Una fase successiva, quella del “Tempo e le tracce” gli suggerirà anche il titolo per l’autobiografia, mentre andavano crescendo le collaborazioni con jazzisti del calibro di Guido Manusardi, Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia, con i quali anch’io partecipai a una serata fantastica in quel di Corsico. Nella sua vulcanica vitalità Roberto è stato anche direttore della rivista della Libreria Bocca e ha organizzato incontri con alcuni dei più importanti intellettuali italiani, tra cui Giulio Giorello. Il periodo delle “Crocefissioni” è stato un altro momento fecondo della nostra collaborazione, ma stare dietro all’evoluzione e alla ricerca di Roberto, al suo lavorare caparbiamente a prescindere dai riscontri della macchina economica e culturale che ruota intorno al mondo dell’arte, non è facile, bisogna avere buone gambe, risoluzione e fiato, proprio com’è lui. La “Route des serres” provenzale è una delle altre fasi della vita pittorica e personale di Roberto, un uomo in cui la bellezza del mondo e la gioia di vivere riverberano l’una nell’altra. “Anatomia del tempo, dello spazio e della materia” è un’altra delle fasi esplosive dell’opera di Plevano e poi, dato che il mondo lo permea, la pandemia ancora in corso non poteva non entrare nei suoi dipinti. Non sappiamo ancora quando il libro uscirà, ma speriamo molto presto. Roberto, per me, è il simbolo della resistenza umana e artistica, un uomo che ha molto vissuto, sofferto e amato, un artista che vive non solo in questo mondo, ma anche in quello che ha creato nei suoi quadri. Concordo con Danilo Bramati, grande amico e grande poeta, che così scrive in una poesia che fa parte della raccolta L’ultima promessa, di prossima pubblicazione nella collana Il passo di Efesto di Atì editore.

 

Sul margine

 

Sul margine del taccuino

trascrivo questo proverbio:

“Gli occhi non riflettono le immagini,

gli occhi sono le immagini”.

 

Per questo un artista e la sua opera sono un tutt’uno, per queste le forme e l’architettura dell’opera sono fondamentali, derivano dal nostro occhio e, a loro volta, lo plasmano, lo modellano.

Questa è la Cronaca 348 di venerdì 19 febbraio del secondo anno senza Carnevale ed è figlia di riflessioni, letture e sguardi che si perdono nel tempo, e che ascoltare Roberto ieri pomeriggio e leggere le poesie di Danilo questa mattina, hanno generato.

lunedì 15 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/344: tutto è mare intorno e mare dentro, tornerà l'estate anche fuori dal nostro cuore



 

Entriamo e usciamo, varchiamo le soglie delle porte tra i mondi. E da ogni viaggio portiamo frammenti di ciò che è stato.

Oh mia giovinezza aspra e curiosa, porto ancora con me le foglie e le pietre che mi hai donato. Mi ricordo di te, mi ricordo la tua fede e così ancora oggi posso credere che la memoria sia lo scriba dell’anima.

È vasta l’anima tanto quanto la memoria e il mio cranio si espande a ogni pensiero. Respirano anche nell’acqua i pensieri, e tornano con una tristezza occidentale che non placa i dormienti. I sogni arrivano a soccorrere gli inquieti e strappano all’oceano della memoria nuove immagini che torneranno. Quanti pesci addormentati sui fondali, prigionieri delle alghe e della nostra nostalgia. Tutto è mare intorno e mare dentro, tornerà l'estate anche fuori dal nostro cuore.

Sento le mani respirare dove la stella marina ha illuminato la stella cadente che l’ha preceduta. In che lingua conversano le stelle? Riuscirò ad avvicinarmi abbastanza per decifrare il loro sussurrio?

Ma la stella tace ed è l’aria che sostiene il mondo a suggerire che è tempo di mutare, di muoverci in quell’eterno mutamento che chiamiamo vita.

 

Mentre il fuoco ama le foglie

 

Tutte le vostre voci camminano nel

vento, i vostri volti raddoppiano le nuvole,

chiare su un  lato, nere nell'altro.

Il mare è caduto nel cielo, tutti gli sguardi

cercano la terra mentre il fuoco ama

le foglie e la pagina bianca è un campo

non ancora arato.

 

 

Solo le parole sono specchio di quel che sentiamo e le due ossa del braccio si separano e sfiorano l’aria intorno al tuo volto. Ritornano nel loro guscio le mani e l’ombra decide l’ora del ritorno. Addio, vorrei dirti, ma il tuo grido è ancora intatto tra le labbra. Così mi siedo e ascolto, ti guardo negli occhi e ascolto i millenni di parole che non hai detto mai.


Oggi è lunedì 15 febbraio del secondo anno senza Carnevale dalle cui cure sguscia questa Cronaca 344. Mentre il fuoco ama le foglie è una poesia che ho scritto nel tardo pomeriggio quando ero con persone speciali che hanno toccato la terra e l’acqua è subito sgorgata.

 

lunedì 23 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/260: ci saranno nuovi passi su sentieri mai percorsi e nuove storie attraverso le strade

 

La vita ha radici trasparenti di cui non siamo consapevoli, almeno fino al giorno in cui uno strappo inaspettato ce ne fa sentire la presenza.

 

Queste radici non sono solo la storia della nostra vita, sono l’insieme delle abitudini che nel tempo abbiamo prima creato e poi consolidato.

 

Proprio per le loro intrinseche proprietà le abitudini hanno regole precise e sono l’esoscheletro della nostra vita.

 

Partiamo dal mattino presto, il caffè lo bevete in casa o al bar? Mangiate biscotti o brioche? Bevete una spremuta d’arancia o un succo di frutta? Uscite di casa prima o dopo le 7:30?

 

Chi mai si fermava a pensare a queste piccole cose che disegnavano l’inizio di ogni giornata?

 

In un lento disfarsi del quotidiano ci siamo opposti con pazienza, canti e determinazione. Poi l’estate ha restituito una parvenza di normalità, ma era frutto di un errore di prospettiva madornale.

 

Ora è di nuovo freddo e fa buio presto, le vacanze di Natale sono un’incognita. Forse, l’anno senza Carnevale diventerà anche l’anno senza Natale.

 

Tutte rinunce, niente progetti, le radici sono visibili e ricoperte di fuliggine. E poi c’è la città che oscilla tra l’implosione e la disperazione.

 

Ma penso che sia questo il momento per prendersi cura delle nostre radici, che non sono solo abitudine di gesti e percorsi. In una via misteriosa riscopro in me echi della vita dei miei genitori, un modo di chinare il capo sulla spalla destra, il gesticolare vivace delle mani, un sorriso gentile che si apre sul mondo.

 

Anche questi giorni diventeranno radici e abitudini, avremo appreso il piacere di trascorrere più tempo in casa e meno tempo sui mezzi pubblici, di fare colazione con un caffè della moka e una torta fatta in casa.

 

Oggi ho fatto una lunga passeggiata in giro per il quartiere e ho sfidato il sole a splendere più di quanto non splenda la speranza che porto in me.

 

Scrivo perché mi dà gioia farlo, pubblico queste Cronache perché mi piace farlo, anche quando non è successo nulla, o sembra che non sia successo nulla, quando lo sguardo è tutto concentrato sulla New York letteraria di Paul Auster e la Londra di Virginia Woolf. Un giorno torneremo a viaggiare non solo con la mente e la memoria.

 

Ci saranno passi su sentieri mai percorsi e nuovi volti che ci sfioreranno, nuovi desideri e nuove storie da raccontare.

 

Oggi è lunedì 23 novembre dell’anno senza Carnevale. Le radici sonnecchiano davanti al fuoco con le parole, questa stanza è sempre più affollata, mancano solo i gatti che stanno giocando sul letto e intorno al mio cuore.

giovedì 22 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/228: le emozioni che vengono da ogni luogo, dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta

 


Vivere ogni giorno come se stessimo compiendo un destino o un’opera d’arte. Quali immagini mi vengono in mente per dare corpo a questa idea?

La prima è quella di un lento e sapiente lavoro di cucito: scegliamo la stoffa, il modello, tagliamo, passiamo le marche, imbastiamo, proviamo, cuciamo, stiriamo e infine indossiamo questa giornata faticosa che ha portato molte preoccupazioni, pensieri tristi, molti nuovi ammalati e molti perduti per sempre, soprattutto tra gli anziani. Faccio fatica a scrivere la parola morte, non a pensarla, non a guardarla in faccia. Conosco moltissime persone che hanno perso uno o tutti e due i genitori o altri parenti quest’anno. Non è facile rassegnarsi alla perdita di chi amiamo, ma accade, accade ogni giorno e, prima o poi, a ciascuno di noi.

Vivere ogni giorno, un passo dietro l’altro, un respiro dietro l’altro. Prima del cucito c’è la tessitura, un’arte quasi completamente scomparsa che mi riporta alla mente Penelope e la sua tela infinita, gli arazzi medioevali, le donne che fino al secolo scorso tessevano in casa le stoffe necessarie alla vita quotidiana. Tra i miei cimeli di famiglia conservo un telo per materasso bianco e blu e alcune lenzuola tessute dalla nonna materna in Puglia durante gli anni Venti del secolo scorso.

Tessitura e cucito sono attività che la nostra civiltà da sempre assegna alle donne e che sono diventate arte dopo che i couturier e gli stilisti maschi le hanno portate alle luci della ribalta.

Vivere ogni giorno, un movimento dietro l’altro, le mani che modellano il vaso, che trasformano l’umile argilla in oggetti d’uso quotidiano. Conservo tra i cimeli due vasi e un’anfora modellati da zio Paolo, fratello del nonno materno, nel suo forno in Puglia.

Gli oggetti evocati da queste immaginazioni non sono opere d’arte, ma sono destinati all’uso quotidiano e arricchiscono la nostra giornata della semplice bellezza creata da mani sapienti e occhi curiosi.

Poi, come diceva Picasso, per un brivido improvviso ci scrolliamo di dosso la vita quotidiana e accade che:

 

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.

L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno”.

 

O come scriveva Pierre Hadot (vedi la Cronaca 222 del 16 ottobre 2020) proviamo un “sentimento oceanico” e ci sentiamo parte di un tutto, nonostante la fatica e le difficoltà.

La vita quotidiana e l’arte stanno, in apparenza, sulle rive opposte del fiume del tempo, ma non è così. Ha ragione Picasso nel rivendicare all’artista il ruolo di ricettacolo di emozioni e dunque di creatore. Ma senza la tessitura, il cucito, l’arte del vasaio, insieme alle mille altre cose che facciamo per vivere giorno dopo giorno, non vi sarebbe racconto possibile, non vi sarebbero le relazioni tra lo sguardo dell’artista con il cielo, le nuvole, lo sguardo di un passante, il vento d’autunno che ci scuote come foglie.

È sottile il margine che separa l’occhio dell’artista dall’occhio comune, è sottile ma solo l’artista lo possiede. Quando un dipinto, una poesia, un romanzo o una scultura sono compiuti e arrivano a noi è come se vedessimo, ascoltassimo e capissimo per la prima volta qualcosa che era già sotto i nostri occhi.

Rendere noto l’ignoto e visibile l’invisibile, questo ci donano gli artisti.

Ci fanno sentire soli nella moltitudine e accompagnati nella solitudine, anche in questi giorni di nuove paure e malinconie.

Questa sera vi saluto con una poesia di Ghiannis Ritsos che avevo già pubblicato nella Cronaca 14 del 22 marzo 2020.


L’altra città

 

Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto

ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte

o come scelte, come libere - intersecate sempre.

Ma nel profondo, in centro, esiste l'unica solitudine - dice;

una città sorda, quasi sferica, senza alcuna

insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,

con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta

da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città

da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con

le mani conserte,

ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,

questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati

dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,

inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

 

Sono passati giusto sette mesi e la Cronaca odierna, di giovedì 22 ottobre dell’anno senza Carnevale, è la 228.

La citazione di Picasso è tratta dal libro Propos sur l’art, Gallimard 2000 e citata in esergo al volume L’arte in sei emozioni di Costantino D’Orazio, Editori Laterza 2018.


giovedì 17 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/193: una cronaca è una poesia scritta nella lingua del giorno

 Quando mi sveglio non so mai di cosa scriverò nella Cronaca. Ho qualche vaga idea, qualche immagine dai sogni, citazioni dalle letture del giorno prima, il volo di un’ape solitaria sulle rose canine in giardino.

Poi il giorno si espande, matura, inizia a sfiorire e le sue immagini restano con me come gli oggetti trovati in riva al mare dopo un naufragio.

Forse la vita è davvero un naufragio, un lento, inesorabile viaggio per mare senza stelle e senza sestante.

Poi, così come si presentano i versi di una poesia nel teatro della mente, proclamati da una voce senza sesso e senza età, anche la materia della Cronaca mi parla.

Mi parlano le immagini, le parole e i suoni. Mi parla il cielo, le nuvole e la strada. Tutto intorno e dentro ha una voce che io sento.

A volte la voce è quella di una persona amica e oggi è quella di Elvio che non vedevo dallo scorso gennaio, prima del diffondersi della pandemia e del lockdown.

Io e lui ci conosciamo da quasi quarant’anni, abbiamo frequentato la stessa scuola superiore, fatto politica negli stessi ambienti e poi, dopo il suo esame di maturità, ci siamo persi di vista per quasi quattro decenni. E quando ci siamo ritrovati non ci siamo riconosciuti, le immagini del passato sono riaffiorate dopo aver “scoperto” che avevamo frequentato la stessa scuola.

Ho frequentato per qualche tempo il suo gruppo di lettura ad alta voce che si riuniva alla Biblioteca Sormani. Lui ha una voce bellissima, cosa che non ricordavo, e grazie a una mia collega che era già nel gruppo, mi ha invitato perché io leggessi un brano dal mio romanzo Frammenti del tredicesimo mese, la cui voce narrante è la città di Milano.

Quando, a causa di svariati motivi, ho smesso di andare al gruppo, io e lui abbiamo continuato a vederci. Elvio è una di quelle persone a geometria variabile di cui ho scritto nei giorni scorsi, parlare con lui è sempre sorprendente. Ha un modo delicato e incalzante allo stesso tempo di fare domande, quando parliamo ho sempre l’impressione di dire cose interessanti e intelligenti, è merito suo farmelo credere, e ascoltarlo mi dà sempre un punto di vista interessante e spesso inaspettato sulle cose che accadono nel mondo.

Oggi abbiamo pranzato insieme, ci siamo raccontati del confinamento, della pandemia, delle aspettative e dei timori, delle cose accadute dalla fine di gennaio in poi. Abbiamo parlate, come sempre anche di libri e letture e lui mi ha chiesto quale fosse il primo libro che avevo letto che mi aveva segnato. Per lui è stato La Storia di Elsa Morante, del suo indimenticabile Useppe.

Per me il vocabolario Zingarelli della Zanichelli che a sette anni non sapendo che leggere dalla prima pagina all’ultima, ho letto in ordine alfabetico, in svariati anni, e poi il Livro de poemas di Garcia Lorca, la poesia della lumaca avventurosa e del Cristo che teneva in mano il suo cuore grondante sangue e miele.

A un certo punto, mentre gli stavo raccontando del riordino monumentale del mio archivio personale, abbiamo convenuto sull’utilità di fotografie, lettere, diari e vecchie sottolineature nei libri che diventano chiavi che aprono porte invisibili su frammenti del passato.

Ci siamo raccontati dei primi amori scolastici, delle cotte e infatuazioni, dei compagni di scuola, del clima che si respirava all’epoca. E, a un certo punto lui mi ha detto che anche altri suoi amici e amiche avevano ritrovato la stessa dimensione di riscoperta del passato anche remoto. Come se “l’impossibilità di viaggiare nello spazio, ci abbia permesso di viaggiare nel tempo, di tornare a persone e luoghi spesso dimenticati. Di sentirli di nuovo nel cuore”.

Come mi piacerebbe raccogliere questi viaggi nel tempo in un libro e non solo l’esperienza nuda del lockdown e dell’angoscia relativa.

Di questi momenti che restano sospesi in noi come polline nell’aria, come polvere nelle lame di luce del sole, Elvio mi ha regalato un momento straordinario. Stava viaggiando in treno di notte, dormiva, si è svegliato alla stazione di Bologna, ha aperto il finestrino, all’epoca si poteva, per guardarsi intorno. Sul binario accanto un altro treno stava per ripartire e una ragazza lo stava guardando dal finestrino di fronte al suo. Uno sguardo col batticuore, uno sguardo grondante sangue e miele. L’altro treno è partito, impossibile per Elvio sapere qualcosa di quella ragazza.

Oggi avrebbe potuto pubblicare una storia su Twitter, Instagram o Facebook e scatenare una “caccia alla donna”.

Ma ai nostri tempi avevamo solo i telefoni duplex e le lettere per comunicare con le persone che ci interessavano.

Così quella ragazza che lo guardava rapito, come lui la stava guardando, è diventata oggi un mito, il simbolo di tutti gli amori impossibili e perduti.

Grazie caro Elvio per questa storia, ti ho detto che ne avrei scritto e l’ho fatto subito.


Questa Cronaca 193 nasce il diciassettesimo giorno di settembre dell’anno senza Carnevale. La poesia di oggi è tutta negli sguardi di quei due ragazzi che non si sono mia più incontrati.


martedì 15 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/191: non ci sono geometrie cartesiane nel mio cuore

 

Ho già salutato più e più volte l’estate in questi ultimi giorni, ma la stagione bella non è ancora stanca e oggi ha avvolto la città silenziosa in un abbraccio di calore al limite del sopportabile.

In una delle vie del mio quartiere, ricca di bar, bistrot, pizzerie e ristoranti, sono apparsi nuovi dehors, che hanno un’aria così parigina, e piattaforme che sono andate a sostituire un po’ di parcheggi in striscia azzurra. Che bellezza! Vederli mi ha messo allegria. C’era un sacco di gente seduta fuori a pranzare e chiacchierare. Uno di quegli sprazzi di normalità concessi dall’estate ancora rigogliosa.

Ma io già mi ero adagiata tra le braccia del primo autunno e non avevo nessuna voglia di tornare indietro. Ieri sera ho passato una bellissima serata con la mia amica Paola, una serata densa di confidenze, pensieri intelligenti, profondità, risate, commozione, cioè tutto quanto fa un’amicizia e non solo una frequentazione. Quando siamo uscite dal ristorante, una scoperta anche per via della crema catalana allo zenzero, ancora non avevamo finito di parlare e siamo rimaste un po’ a goderci l’aria fresca della sera, con gli aceri e gli ippocastani che seminavano le foglie secche per strada. Ho accompagnato Paola alla sua auto e lei mi ha riaccompagnata sotto casa, dopo avermi regalato una squisita marmellata di fragole e rabarbaro fatta da lei, che è una delle mie persone preferite al mondo, che non è mai banale e scontata e ogni volta che ci vediamo non è solo una riscoperta ma una vera scoperta.

Una delle mie nonne diceva che per conoscere davvero una persona si deve aver mangiato con lei almeno un tummin’ di sale che non ho mai saputo a quanto corrispondesse, ma nella mia testa bambina equivaleva a una tonnellata, perché pensavo, e lo penso ancora, che per quanto si conosca una persona non la si conosce mai davvero fino in fondo, mai.

Anche se ci sono persone che negli anni confermano e reiterano la loro forma, e il pensiero che abbiamo su di loro, che finiscono con l’essere forme geometriche chiuse, che danno conforto come le vacanze sulla riviera romagnola, la pizza il sabato sera e il gelato d’estate. Conosco moltissime persone così, che sono così da quando le conosco e sto bene con loro e non mi aspetto grandi guizzi.

Poi ci sono persone come Paola che sono a geometria variabile e mi sorprendono ogni volta che ci parliamo. Lei e le persone come lei, sono un mare burrascoso, un sentiero in salita, un giardino inselvatichito. Poi la burrasca passa e ti trovi in una baia che non hai mai visto, il sentiero finisce su un prato costellato di fiori e attraversato da un ruscello e abitato da placide mucche al pascolo, il giardino inselvatichito tale non è, e le fragoline di bosco crescono in moltitudine in mezzo all’erba.

L’intensità del sentire e del vivere non significano una vita agiata e senza preoccupazioni. Sentire la vita che ci cresce intorno e che ci attraversa, sentirne le spine sui rovi e pungersi, non fermarsi di fronte alle difficoltà, vivere è anche questo. È non avere timore di guardarsi intorno, di lasciare che le geometrie si aprano e ci permettano di rivelare prima di tutto a noi stessi chi siamo.

Ho sempre sentito profondamente mia questa citazione da Joachim Du Bellay

 

 

La vita è una goccia

di miele che ho potuto

suggere sempre ma

soltanto da un ramo di

rovi.

 

 

E adesso apro il barattolo di marmellata di fragole e rabarbaro, preparo un buon tè e faccio finta che fuori sia autunno anziché estate. E scrivo a un’amica quanto le sue geometrie variabili siano preziose.

 

 

Geometrie

 

Una singola equazione

il risultato è la conferma,

la punta delle dita sulla

piega del tuo sorriso

aspetta l’esito definitivo

che non tolga ombra

al solco di sale che ha

rovesciato nel suo contrario

il triangolo iniziale: 

 

non ci sono geometrie

cartesiane nel mio cuore.

 

 

 

Questa Cronaca 191 appartiene al quindicesimo giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale. Il titolo e i versi finali della poesia sono una citazione da Ivan Illich.

La poesia è tratta dal mio primo libro Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004.

Joachim Du Bellay è citato da Rossana Rossanda con Manuela Freire nel libro-conversazione La perdita.


venerdì 22 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/75: non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile


La casa ha fondamenta nelle nuvole per questo non la si trova mai nello stesso posto.

Ridiamo insieme quando ciò accade e tu mi dici che la tua casa ora è dove noi siamo insieme.

Le nuvole sono molto solide e possono contare sulla complicità del vento.

La sacerdotessa governa entrambi i mondi e spinge la tempesta nel passato dove il re ancora non aveva conosciuto la sua regina.

Chiamo la casa che appare in cima alle Montagne della Nebbia e un attimo dopo le aquile la portano dove noi siamo insieme.

Non è questo il regno dei tuoi libri, poesie millenarie corrono di bocca in bocca e tu ti ostini a volerle trascrivere nei tuoi taccuini che poi conservi per me.

Il giardino non è completo – mi dici – non basteranno gli arbusti e il gelsomino di Spagna per confinare il labirinto nella sua giusta dimora.

Qui tutti hanno un palazzo dell’immaginazione, niente può fermare questo desiderio.

Tracci i primi passi del labirinto in modo tale che ogni uscita mi porti da te.

I poeti hanno voci oblique che cercano spazio dove solo il tempo continua a regnare.

Ti ascolto e vedo, anziché sentire, il nitore di ogni tua parola.

Il re chiama a raccolta i lupi che non tornano, sono già chiusi nella loro tana.

Solo le aquile eleganti e silenziose si aggrappano alle braccia regali.

È proprio del silenzio che volevo parlarti – ti dico –, ho capito solo oggi che non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile.

Così se siamo lontani e tu parli con gli alberi dalle radici profonde e trai linfa vitale da tutta quella vita sotterranea che a poco a poco si rivela, tu potrai scrivere quelle parole necessarie in un taccuino intonso che un giorno leggerò.

La muta rivoluzione delle stelle evoca una danza notturna che danzerò per te con la sacerdotessa.

Tutto diventa notte se le stelle aspettano il primo passo, anche i pescatori si vestono di nero e portano le lucciole al posto delle lampare.

Che la sfida abbia inizio, proclama il re!

Ma questo regno non gli appartiene, lui regna sulla luce e sull’oro che discende dal sole.

Senti come profumano i gelsomini?

Le luci danzanti fanno a gara per mettersi in mostra e io non so se brillino di più le lucciole, le stelle o le lingue di fuoco che incendiano anche le tue parole.

Così non è mai stato prima, così sarà per sempre, eternamente, vaticina la sacerdotessa.

Entro nella casa che è tornata sull’altipiano e ha preso radici nelle radici degli alberi, ultima sapienza cui pochi possono accedere.

La quarta fiamma che danza nell’oscurità è quella della candela che contende la mia attenzione a quel silenzio popolato di assenti.

Io pure trascorro molto del mio tempo a conversare con chi era e con chi un giorno sarà.

Tra questi due lembi del tempo che diciamo eterno, stanno le nostre vite, più splendenti ancora nelle parole che scriviamo e che sappiamo troveranno la loro eco in altre parole gemelle che da sempre si stavano cercando.

Quoi? L’éternité.

Questo suggerì il poeta e la scrittrice accolse nelle mani queste poche sillabe a raccontare una vita.

L’eternità non arriva e non parte, siamo noi a uscirne per una manciata di scintille che chiamiamo giorni.

Abbiamo solo bisogno di un miracolo domestico che segni i confini perché ogni anima ne possiede molti, molto più di tutta la terra.

I confini non escludono, i confini proteggono quel germoglio appena sbocciato che splenderà nel tempo e che ci chiamerà per nome.


Quoi? L’éternité è un verso di Arthur Rimbaud da cui Marguerite Yourcenar ha tratto il titolo per il terzo volume dei suoi romanzi autobiografici.