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domenica 9 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/672. Trattato sulle voci della città e dell’attesa notturna del silenzio

 



Se mi fermo e ascolto il canto della città, quale sarà la prima voce che riconoscerò? I passi dei vecchi, lenti e un po’ trascinati, i passi di corsa dei bambini, ma perché i bambini corrono sempre? Passeggio per la città con la mia rete a strascico, non so mai che suoni e che immagini resteranno impigliati, so che non tutti verranno con me, sino a casa. Il rumore del traffico è proprio uno di quei suoni che lascio andare, soprattutto nei giorni in cui è la sirena delle ambulanze a fenderlo e a renderlo ancora più angosciante. Miriadi di voci restano impigliate sotto i rami dell’albero bellissimo che poi me le offrono quando mi affaccio il mattino presto o nel cuore del buio, quando sono ferma sulla soglia tra il sogno e la realtà. Raccolgo sempre con cura il rumore delle ultime foglie che danzano col vento prima di lasciarsi andare, ho imparato a riconoscere ogni albero del quartiere proprio a partire dalle sue foglie e mi piace vedere che crescono ancora questi alberi, che ancora non stanno invecchiando. O se invecchiano non lo fanno seguendo le leggi umane ma quelle celesti che li uniscono alle stelle e quelle terrestri che li uniscono in un’unica società sotterranea cui noi non abbiamo accesso. Sono molte, a dire il vero, le società che a noi umani sono precluse. Di notte sono i tetti a riunirsi, a confabulare e a decidere come filtrare la luce e la pioggia. I gatti vorrebbero tornare a passeggiare sulle tegole, ma in questa città ci sono più tegole che gatti e nessuno li lascia circolare in libertà. Eppure un tempo tutto il quartiere era abitato da gatti e uccellini, da centinaia di piccioni. È stato negli inverni dei primi anni Duemila che sono scomparsi tutti, inverni freddissimi e nevosi, almeno nei miei ricordi, nel mio tentativo di spiegare l’assenza di canti e miagolii nelle strade.

  

Scrivere nell’aria dopo l’ultima parola

 

Impariamo a riconoscere

ogni voce non per il suo

timbro, ma per la sua

assenza. È una sagoma

di silenzio che intaglia

l’aria a suggerire quanto

fosse intensa o morbida

quella voce che abbiamo

notato perché non fa

più parte dell’anfiteatro

dei nostri sentimenti.

Vorrei che almeno i sogni

portassero indietro quelle

sillabe amate, ma posso

solo sperare e aspettare

che almeno qui, nel teatro

già vuoto, almeno qui,

potrò rivedere il tuo sguardo,

il tuo volto così amato, così

tanto smarrito che mi ritrovo

a tracciarne i confini con

la punta delle dita nell’aria

immota e scrivo, qui scrivo

come faceva Tolstoj agonizzante,

sul letto di morte.

 

 

Scrivere, scrivere sempre, anche senza carta, anche senza penna e senza matita. Scrivere nell’aria e nella sabbia. Presto la mia mano agli invisibili, agli assenti e a questa Cronaca 672 di domenica 9 gennaio del terzo anno senza Carnevale.

domenica 25 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/413. Ogni paesaggio è tutti i paesaggi che sono custoditi nei nostri occhi

 


Sono nel paesaggio come fossi vento, sto un passo indietro, trascino le nuvole, torno indietro. Cambio punto di osservazione, mi fermo sulla soglia prima e sbircio dentro, colgo i quieti gesti della vita quotidiana, esploro con lo sguardo gli oggetti, con uno sguardo altrettanto indagatore loro mi rispondono. Dalla finestra vedo e contemplo il mio albero bellissimo e le case sullo sfondo, una scuola, un giardino. Dal giardino posso camminare sia verso il mare che respira placido, sia verso il fiume che oggi è verde, sia verso le montagne e l’altipiano, dipende dal passo, dipende dal desiderio.

 

 

L’incendio nella voce e il sogno negli occhi

 

All’improvviso plano su una città

e poi una via, un palazzo e il suo

cortile, una stanza in penombra

che prende luce, fioca e lattiginosa,

dalla sua destra. Parla il poeta

nello schermo e la voce è una nenia

di canti lontani, tacciono e

ascoltano i presenti e arrotolano

quei quarantanove minuti come

i grani di un rosario che renda

grazie alla poesia. A un tratto

la voce diventa una fiamma e

risplende l’ulivo millenario nelle

parole del poeta, l’unico luogo

dove potremo vederlo, perché

in questa terra non c’è più

redenzione. Tace la voce e

le immagini sfumano, si ritira

anche il sonno, torna nella

notte e dimentica i sogni bambini

dei presenti. Il tempo è solo

un cerchio che rotola nel grano.

 

 

Ho trascorso ore di grande intensità e profondità con Fiammetta Palpati e gli amici e amiche della Bottega di Narrazione, questa poesia nasce da un suo racconto e dalle suggestioni che hanno tessuto le nostre ore comuni.

Questa è la Cronaca 413 di domenica 25 aprile del secondo anno senza Carnevale.

giovedì 25 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/354: per tutte le voci che abbiamo dimenticato, per tutte le voci che non abbiamo ascoltato



Le voci sono aria che vibra, ma non sempre. Ci sono giorni in cui, come oggi, le voci sono fatte di legno, o di vetro, o di luce. A volte sono anche fatte di neve o pioggia, le voci, a volte anche di mare o di miele.

Le voci che ho ascoltato oggi in giro per il mio quartiere nella città silenziosa, erano voci di vetro, voci stanche, voci in fuga dal chiuso delle stanze. Ha riaperto la gelateria di via Marghera e c’era un po’ di gente in coda, tra cui un ragazzo con un cacatua sulla spalla sinistra. Tutti i tavolini nei dehor erano pieni di gente che beveva spritz. Se non fosse stato per le mascherine di chi stava camminando poteva essere un tardo pomeriggio qualunque, dove dopo il lavoro la gente si fermava a chiacchierare e a bere, facendo programmi per la sera. Oggi per me è il primo anniversario da quando mi sono chiusa in casa a lavorare. Avevo letto uno studio prodotto da uno statistico dell’università di Pavia e avevo detto alla mia capessa che sarebbe stato imprudente continuare ad andare in giro. Lei mi aveva apostrofato, nervosissima: “Mi rifiuto di diffondere fake news! Tu se vuoi stare casa restaci, ma noi dobbiamo pianificare le presenze in ufficio, almeno due o tre giorni alla settimana ciascuno”. A nulla era valso farle notare che lo studio pronosticasse oltre settemila contagiati alla fine di quella settimana. E così fu, io ero chiusa in casa, sgomenta e incredula come tutti in quei giorni, giorni che stanno raddoppiando, più di un anno è passato e lo sgomento non è mai diminuito. Continuo a sperare, in fondo ai miei pensieri, che questo coronavirus scomparirà così com’è arrivato e come ha fatto nel 1919 la Spagnola. Sono tempi duri e bizzarri, molto meno duri dei decenni bui del Ventesimo secolo, ma ancora non riusciamo a immaginare come sarà non essere più confinati tra le mura domestiche. Così appena posso esco a raccogliere le voci di vetro dei miei concittadini e per ciascuna scrivo un’etichetta per il vaso trasparente in cui la riporrò.

 

Per questo respiro che ci accompagna nella vita

 

Una voce ha bisogno d’aria e

di un corpo che la formi e di

altri corpi che la ascoltino.

La voce vive nelle registrazioni,

ma non è mai la stessa cosa

ascoltare e ascoltarsi dopo

il momento esatto della prima

pronuncia. È difficile ricordare

le voci, anche quelle di chi

abbiamo amato. Forse perché

tutta la nostra memoria è

intenta a salvare le immagini

e per le nostre povere voci

di vetro e paura, non c’è

abbastanza spazio e mai

ce n’è stato. Il sole è

tramontato e la prima

stella scuote il cielo e

chiama, ma nessuno qui

sulla terra risponde. Abbiamo

perso l’aria nelle parole e

solo per salvare questo

respiro che ci accompagna

nella vita.

 

Salvare le voci, ma come farlo? Come restituire l’intonazione, l’inflessione e la pronuncia? Di quel che siamo e che siamo stati, la voce è l’elemento più misterioso. Niente dalla superficie del corpo lascia immaginare la forma che l’aria prenderà fuori dai nostri polmoni.

Quando arrivo a casa sento il solito cagnolino abbaiare, e la gente che si ferma sotto l’albero bellissimo a dire le ultime parole. Nella cassapanca ripongo queste voci di vetro che mi hanno ricordato il giro delle stagioni, l’inverno finisce, la primavera esplode, nascono i cuccioli, ricominciamo a sorridere. Sì, ricominciamo e parliamo, riempiamo di canti tutta l’aria intorno e ricordiamo alla memoria che ogni immagine ha avuto una voce, e che noi l’abbiamo udita.

Oggi è giovedì 25 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 354 nasce da un respiro e da una poesia costruita tutto attorno: Per questo respiro che ci accompagna nella vita è inedita e già sente la primavera che sta arrivando.

domenica 6 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/273: la casa delle nuvole è l’angolo di cielo sopra il primo albero che le ha chiamate per nome

 

Quando mi svegliai ero una foresta, non una foresta qualsiasi ma proprio quella che, in sogno, mi accoglieva da anni e anni.

Alti pini marittimi si mescolavano alle betulle russe, le palme della Riviera chiacchieravano fitto fitto con gli oleandri, l’acero rosso con l’albero di fico e i cespugli di rose con se stessi, perché si sa, la rosa è un fiore molto riflessivo.

Più di tutto mi piaceva essere l’albero bellissimo che è un acero riccio e ha arricchito la mia vita e la mia collezione di foglie anno dopo anno.

Ma ero anche tutti gli altri alberi della via, anche quelli che sono stati espiantati e sono anche gli alti ippocastani dall’altro lato della strada e gli immensi abeti dell’Himalaya che ombreggiavano la casa nel bosco di Soliva e la grande quercia nel campo dietro la casa di mia nonna in Calabria.

Mi addormentai quel pomeriggio leggendo le poesie di Louise Glück e, forse, è questo il motivo per cui mentre dormivo in forma umana, la mia anima si staccò e divenne la foresta di tutte le foreste, di tutti gli alberi che avevo ammirato e amato, di tutti quelli che avevo solo letto o sognato.

Anche oggi è accaduta la stessa meraviglia, mi sono addormentata donna, con le poesie della Glück in mano e al risveglio ero una foresta.

È stato lungo il tempo per sentire bene il mio stesso respiro, lungo il tempo dove ho accettato che non ci fossero più foglie sui rami.

La foresta protegge i lunghi sonni invernali della mia specie e i sogni lievi ricoperti di neve. Ha molte voci questa foresta e molte ne arrivano in sogno.

Ora sono capace di riconoscere anche le voci di voi che leggete, perché diversi sono i vostri respiri e le pause, le sospensioni mentre gli occhi scorrono le parole una dopo l’altra e lasciano che ognuna diventi una scintilla in un luogo remoto dell’anima che si incendia e chiede a sua volta parola.

Non si fermano questi alberi che intessono la mia anima, non smettono le radici di farsi profonde e i rami di stirarsi verso il cielo per attirare almeno una piccola nuvola.

Sono leggendarie le conversazioni tra gli alberi e le nuvole, sono voci di baritoni e tenori che dalla terra si elevano verso il cielo dove le nuvole soprani e contralti rispondono senza fermarsi mai a lungo.

Eppure, quel legame nato dalle voci inudibili alle nostre limitate orecchie umane, fanno sì che le nuvole sappiano ritrovare sempre la strada di casa. E casa per loro significa l’angolo di cielo sopra il primo albero che le ha chiamate per nome.

La Cronaca di oggi 6 dicembre dell’anno senza Carnevale è la 273 e il libro di Louise Glück che mi ha fatto risvegliare foresta è L’iris selvatico, tradotto da Massimo Bacigalupo e appena ripubblicato da il Saggiatore. Come sono allegri gli alberi d’inverno: sognano l’estate e aspettano la primavera.


sabato 18 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/132: chiamo il canto delle parole che stanno in silenzio

Per primo venne il vento e non lasciò tracce se non nei tuoi capelli. Vennero le rondini poi e fecero un nuovo nido proprio sopra il tuo orecchio sinistro.

La luce seguì il vento ed era dappertutto, prima l’aria poi il nitore di questo cielo estivo che non domanda e non risponde.

Il silenzio era già qui, ma nessuno poteva sentirlo, il silenzio sta sempre dietro le parole e le sorregge. Il silenzio precede la parola e la segue, ciò significa che ogni parola non è che un’interruzione del silenzio stesso.

Il mare risuonava negli occhi e nella memoria, un mare azzurro il mattino e verde scuro nel pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento l’acqua ancora fredda pungermi coi suoi mille aghi. Mi lascio andare sotto la superficie e guardo la luce che mi insegue.

Un viaggio ciascuno di noi lo ha compiuto per arrivare sino alle Montagne della Nebbia. Sono stati tutti viaggi di scoperte inaspettate, di amori imprevisti dietro la coltre delle nuvole. Pure le stelle si sono innamorate e hanno accettato di scendere sul soffitto della tua nuova casa solo per poterti guardare da vicino.

La rosa fiorisce in questo giardino, fiorisce in ogni mio libro e in ultimo fiorisce sulla tua mano.
La tua rosa, proprio la tua rosa, quella che ti osserva mentre scrivi seduto al tuo tavolo ingombro di libri e taccuini. La rosa sapiente e profumata, quella che conosce tutte le tue poesie.

Un libro non è solo carta e inchiostro, è l’anima di chi l’ha scritto che è diventata materia. Un libro non è solo una storia, una lingua, una memoria. Mescola le sue sillabe e ti sarai perduto in una lingua nuova di cui non conosci le regole. Un libro è una promessa o una resurrezione.

Il tempo non si misura se non con i sospiri, con la lontananza cui siamo costretti, con la memoria comune che si arricchisce ogni giorno di parole mai dette prima e ancor meno scritte. È un cerchio il tempo, un pesce azzurro, un morso dell’eternità alla nostra mela.

La voce, la tua voce, conosco ogni sfumatura della tua voce, il suo colore. Ti riconoscerei anche tra mille anni e sempre potrei dirti “Ecco, finalmente sei arrivato”.

Non è facile ammettere che l’ombra è la nostra dimensione naturale. Non è facile perché ce ne accorgiamo solo quando è la luce che ci colpisce e il nostro essere precipita sulla terra e raddoppia il nostro cuore. Uno luminoso per quando sei con me, uno ombroso per quando ti sto cercando.

Scrivere è un gesto delle mani, poi della voce, poi dell’immaginazione, poi della memoria; poi del vento e della luce, poi del silenzio che sospira e del mare che lo culla; poi del viaggio che non si muove mai senza la rosa e della rosa che viaggia da una poesia all'altra; poi del libro che cerca il tempo e del tempo che trova sempre un libro dove sostare; poi ancora di nuovo, della voce che non crede a quel che pronuncia e dell’ombra che finge di non capire a cosa servano i colori.

Queste sono le mie prime parole preferite che mi vengono in mente:

1) Vento
2) Luce
3) Silenzio
4) Mare
5) Viaggio
6) Rosa
7) Libro
8) Tempo
9) Voce
10) Ombra
11) Scrivere


Sono solo undici, il vocabolario è lì che mi aspetta, come quando avevo sette anni e non sapendo come utilizzarlo iniziai a leggerlo dall'inizio alla fine.

Ho letto questa Cronaca 132 a voce alta agli altri inquilini della Casa delle Parole e chiesto a ciascuno di scrivere la propria lista. Perché le liste sono frammenti del sé e del mistero che cercano ordine in questa realtà e finiscono con il vivere in uno qualunque dei regni che già conosciamo.

La dodicesima parola è leggere, per questo vi saluto e torno a sdraiarmi all’ombra dei miei libri in fiore.

sabato 20 gennaio 2018

La casa azzurra non ha voce

Casa azzurra

La casa azzurra ha balconi azzurri,
porte azzurre, tetto azzurro.
La casa azzurra imita il cielo,
è un cubo azzurro nel sentiero.
La casa azzurra non ha voce,
le persiane sono chiuse.

Io sto al bordo del sentiero.
Il cielo si fa più limpido.
Tutte le nuvole spariscono.
La casa azzurra non c’è più.


Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

venerdì 19 gennaio 2018

e lo scrivere procede da questa lunga meraviglia

Come fosse l’ultima

Scrivo ogni poesia
come fosse l’ultima.

Siedo a un caffè,
guardo le foglie che galleggiano,
guardo le case lì davanti,
apro il taccuino, mi dico: è l’ultima,
questa è l’ultima poesia.

Ogni volta è così,
ogni volta mi domando:
e dopo sarà il silenzio?

Ma poi la voce ricomincia
e lo scrivere procede
da questa lunga meraviglia
che anche per oggi qualcosa è scritto,
come ogni giorno mi stupisco
se spunta un germoglio nuovo
tra i ciuffi dei gelsomini.


Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

giovedì 16 marzo 2017

Di ramo in ramo passa il fuoco lieve.

Nell'inganno delle parole
I
È il sonno d’estate quest’anno ancora,
L’oro che chiediamo, dal fondo delle nostre voci,
Alla trasmutazione dei metalli del sogno.
Il grappolo delle montagne, delle cose vicine,
È maturato, è quasi il vino, la terra
È il seno nudo in cui la nostra vita riposa.
E respiri ci circondano, ci accolgono,
Come la notte d’estate, che non ha rive,
Di ramo in ramo passa il fuoco lieve.
Amica mia, è qui nuovo cielo, nuova terra,
Un fumo incontra un fumo
Al di sopra della disgiunzione dei due bracci del fiume.
E l’usignolo canta una volta ancora
Prima che il nostro sogno ci prenda,
Ha cantato quando s’addormentava Ulisse
Nell’isola in cui faceva tappa la sua erranza,
E anche chi arrivava acconsentì al sogno,
Fu come un brivido della sua memoria
Per l’intero suo braccio d’esistenza sulla terra
Che aveva ripiegato sotto la sua testa stanca.
Penso che respirò d’un fiato eguale
Sul giaciglio del suo piacere poi del riposo,
Ma Venere nel cielo, la prima stella,
Volgeva già la prua, benché esitante,
Verso l’alto mare, sotto nubi,
Poi derivava, barca il cui vogatore
Avesse dimenticato, gli occhi ad altre luci,
D’immergere di nuovo il remo nella notte.
E per la grazia di quel sogno cosa vide?
Che fosse la linea bassa di una riva
Ove sarebbero state chiare delle ombre, chiara la loro notte
A causa di fuochi altri da quelli che ardono
Nelle nebbie delle nostre domande, successive
Durante la nostra avanzata nel sonno?
Siamo navi grevi di noi stessi,
Traboccanti di cose chiuse, guardiamo
Alla prua del nostro periplo tutta un’acqua nera
Aprirsi quasi e ritrarsi, per sempre senza lido.
Lui comunque, nelle pieghe del canto triste
Dell’usignolo dell’isola casuale,
Pensava già a riprendere il suo remo
Una sera, quando sarebbe sbiancata di nuovo la schiuma,
Per dimenticare forse tutte le isole
Su un mare in cui cresce una stella.
Andare così, con lo stesso oriente
Al di là delle immagini ciascuna delle quali
Ci lascia alla febbre del desiderare,
Andare fiduciosi, perderci, riconoscerci
Attraverso la bellezza dei ricordi
E la menzogna dei ricordi, attraverso il tormento
Di alcuni, ma anche la felicità
D’altri, il cui fuoco corre nel passato in cenere,
Nube rossa in piedi al frangente delle spiagge,
O delizia dei frutti che non abbiamo più,
Andare, per l’al di là quasi del linguaggio,
Con soltanto un po’ di luce, è possibile
O non è altro che l’illusorio ancora,
Di cui ridisegniamo sotto altri tratti
Ma iridati dello stesso ingannevole bagliore
La forma nelle ombre che si condensano?
Ovunque in noi soltanto l’umile menzogna
Delle parole che offrono più di quel che è
O dicono cosa altra da quel che è,
Le sere non tanto della bellezza che tarda
A lasciare una terra che ha amato,
Plasmandola con le sue mani di luce,
Quanto della massa d’acqua che di notte in notte
Precipita con gran fragore nel nostro avvenire.
Noi mettiamo i nostri piedi nudi nell'acqua del sogno
È tiepida, non sappiamo se sia un risveglio
O se la folgore lenta e calma del sonno
Già tracci i suoi segni in rami
Che un’inquietudine scuote, poi è troppo scuro
Perché vi si riconoscano figure
Che questi alberi scostano, davanti ai nostri passi.
Noi avanziamo, l’acqua sale alle nostre caviglie,
O sogno della notte, prendi quello del giorno
Nelle tue mani amorose, volgi verso te
La sua fronte, i suoi occhi, ottieni con dolcezza
Che il suo sguardo si fonda al tuo, più saggio,
Per un sapere che non laceri più
La disputa tra il mondo e la speranza,
E che unità prenda e conservi la vita
Nella quiete della schiuma, dove si riflette,
Sia bellezza, nuovamente, sia verità, le stesse
Stelle che s’accrescono nel sonno.
Bellezza, sufficiente bellezza, bellezza estrema
Delle stelle senza significato, senza movimento.
A poppa sta il nocchiero, più grande del mondo,
Più nero, ma di un’opacità fosforescente.
Il lieve sciacquio dell’acqua appena agitata,
Si fa presto silenzio. E non sappiamo ancora
Se è un nuovo lido, o lo stesso mondo
Che nelle pieghe febbrili del letto terrestre,
Questa sabbia che sentiamo stridere sotto la prua.
Non sappiamo se approdiamo a un’altra terra,
Non sappiamo se mani non si tendano
Dal grembo dell’ignoto accogliente per afferrare
La corda che lanciamo, dalla nostra notte.
E domani, al risveglio,
Forse le nostre vite saranno più fiduciose
In cui voci e ombre indugeranno,
Ma distolte, calme, disattente,
Senza guerra, senza rimprovero, mentre
Il bambino accanto a noi, sul sentiero,
Scuoterà ridendo la sua testa immensa,
Guardandoci con la goffaggine
Della mente che riprende alla sua origine
Il suo compito di luce nell’enigma.
Sa ancora ridere,
Ha afferrato nel cielo un grappolo troppo greve,
Lo vediamo portarlo via nella notte.
Il vendemmiatore, colui che forse coglie
Altri grappoli lassù nell’avvenire,
Lo guarda passare, benché senza volto.
Affidiamolo alla benevolenza della sera d’estate,
Addormentiamoci…
… La voce che ascolto si perde,
Il rumore di fondo che è nella notte la copre.
Le assi della prua, incurvate
Per dar forma alla mente sotto il peso
Dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano.
Che mi dicono questi scricchiolii, che spezzano
I pensieri attestati dalla speranza?
Ma il sonno si fa indifferenza.
Le sue luci, le sue ombre: più nient’altro che
Un’onda che s’infrange sul desiderio.
II
E potrei
Fra poco, al sussulto del brusco risveglio,
Dire o tentare di dire il tumulto
Degli artigli e delle risa che si scontrano
Con l’avidità senza gioia delle vite primarie
Al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
Ingiustizia e sciagura devastano il senso
Che la mente ha sognato di dare al mondo,
Insomma, ricordarmi di ciò che è,
Non essere che la lucidità che dispera
E, benché sia ritorta
Ai rami del giardino di Armida la chimera
Che inganna la ragione quanto il sogno,
Abbandonare le parole a chi cancella,
Prosa, per evidenza della materia,
L’offerta della bellezza nella verità,
Ma mi sembra anche che non sia reale
Che la voce che spera, fosse essa
Inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
Queste barriere che spingiamo nella penombra,
Quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
Una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.
O poesia,
Non posso impedirmi di chiamarti
Con il tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
Oggi tra le rovine della parola.
Oso rivolgermi a te, direttamente,
Come nell’eloquenza delle epoche
In cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
In cima alle colonne dei saloni,
Ghirlande di foglie e di frutti.
Lo faccio, confidando che la memoria,
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
Di far essere il senso malgrado l’enigma,
Farà decifrare loro, sulle sue grandi pagine,
Il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
In silenzio, un fuoco chiaro,
I sarmenti dei loro dubbi e delle loro paure.
«Guardate, lei dirà, nel solo libro
Che si scriva attraverso i secoli, vedete crescere
I segni nelle immagini. E le montagne
Inazzurrarsi in lontananza, per essere a voi terra.
Ascoltate la musica che delucida
Con il flauto sapiente alla vetta delle cose
Il suono del colore in ciò che è.»
O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano delle colpe del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.
Ed è vero che la notte gonfia le parole,
Venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
Le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
Il sentiero che si perde nell'evidenza,
No, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
La loro sintassi è incoerenza, cenere,
E presto nemmeno vi sono più immagini,
Più libro, più grande corpo caloroso del mondo
Che stringa le braccia del nostro desiderio.
Ma so comunque che non esiste altra stella
Che si muova, misteriosamente, auguralmente,
Nel cielo illusorio degli astri fissi,
Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
Si raggruppano a prua, e perfino cantano
Come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
Davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
La terra nella schiuma, e brillava il faro.
E se rimane
Altro che un vento, uno scoglio, un mare,
Io so che tu sarai, anche di notte,
L'ancora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
E la legna raccolta, e la scintilla
Sotto i rami umidi, e, nell'inquieta
Attesa della fiamma che esita,
La prima parola dopo il lungo silenzio,
Il primo fuoco che prenda in fondo al mondo morto.


Yves Bonnefoy
Le assi curve
in L’opera poetica
traduzione di Fabio Scotto
I Meridiani 
Mondadori 2010

lunedì 13 febbraio 2017

La luce delle cose

La luce delle cose, la ricerca di un punto speciale di osservazione che illumini gli oggetti, la realtà, le sfumature che si intravedono, le nostre percezioni colpite, attraversate, i turbamenti che muovono la ricezione, lasciano un'impronta nell'intimo, suscitano domande, a volte inquietudini. E la luce si lega da subito alla voce, “voce che sale e si ferma perché intuisce la distanza di ciò che è verticale, di quello spazio – un grande, un piccolo abisso – che ci separa dalle cose”.
Tuttavia è la scrittura a cui viene consegnata questa epifanìa notturna, fogli scritti di giorno in giorno, al calare della luce, nei momenti d’ombra della notte che dilatano gli spazi e allenano gli occhi a osservazioni nuove, non tanto perché vengano conservati, ma condivisi. C’è la scelta di una indagine da tenere nelle tracce sotterranee dell’ombra, perché favorevoli alla riflessione, all'approfondimento, e c’è il desiderio di condivisione come limite spaziale e temporale oltre il quale affacciarsi.

Gabriella Musetti
La luce delle cose
Breve indagine sulla poesia di Antonella Anedda
in
Terra e Parole.
Donne / Scrittura / Paesaggi
a cura di Roberta Falcone e Serena Guarracino
Società Italiane delle Letterate 2016


martedì 7 febbraio 2017

scrivere rivela il potere di un gesto, di una storia, di una parola

Maria Nadotti: Prima di In fuga avevi pubblicato due raccolte di poesia, The Weight of Oranges e Miner' Pond, non ancora tradotte nella nostra lingua*. Cosa è stato a farti passare dalla scrittura poetica alla narrativa?

Anne Michaels: La verità è che non ho potuto farne a meno. A "costringermi" sono stati Athos, Jakob e Ben, i tre personaggi principali di In fuga, che un giorno, più di quindici anni fa, mi si sono presentati con intensità imperiosa. Per cinque anni ho provato a non dare ascolto alle loro voci. Avevo capito che ci sarebbe voluta un'incredibile resistenza per raccontare con sincerità, correttezza, profondità, la loro storia. Poi mi è stato chiaro che non mi potevo più sottrarre: la loro vicenda andava scritta e non lo si poteva fare attraverso la poesia.

(...)

MN: La vita di un uomo, il tempo, la memoria. SI crede di essere padroni della propria vita e in un istante arriva la piena di un fiume o della Storia e tutto viene portato via. Dove sei andata a cercare le voci da e per raccontare?

AM: Dieci miglia sotto il suolo, dove circolano correnti sotterranee capaci di dare un potere incredibile e significato a un gesto, una storia, una parola.

* le poesie sono state pubblicate da Giunti nel 2000 con il titolo Quel che la luce insegna

frammenti dell'intervista "I frammenti inafferrabili della storia" a Anne Michaels in 


Maria Nadotti
Prove d'ascolto
Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo 
edizioni dell'asino 2011


sabato 4 febbraio 2017

Resteranno di me frammenti di parole

A mia moglie


Spossato dalla bellezza, che ho pescato ogni giorno
Con pupille e orecchie avidamente spalancate
Quando morirò, non piangere. Mi addormenterò sazio di vita
Che è grande, difficile, e burrascosa.
La divinità, che nel fuoco mi percorreva le membra
Volerà in alto o si dissiperà;
Il cuore che batteva così vivo - si irrigidirà
E la voce diverrà una lettera morta.
Allora penserai, che troppo sparsi
Resteranno di me frammenti di parole
Ma sappi che più d'una volta le ore di rapimento
La parola mi soffocarono nel petto troppo stretto
Il mondo era troppo bello, perché solo a te
Donassi i miei versi. O amatissima
Ho guardato nello spazio smisurato
Mi hanno preso sentimenti smisurati
Ma quando qui le persone, lì le stelle nel cielo
Il cuore mi svolsero con un eterno arcolaio
Tu sei rimasta fedele come l'acqua, immutabile
L'unica al mondo che mi abbia amato.

Jaroslaw Iwaszkiewicz

mercoledì 4 gennaio 2017

la neve che parla sempre a bassa voce e la chiarità azzurra del tuo volto nascosto

Adesso su tutto questo
vorrei che scendesse la neve, lentamente,
posandosi sopra le cose lungo il giorno
- la neve che parla sempre a bassa voce -
e che facesse in modo che il sonno dei grani
fosse, così protetto, più paziente.

E noi sapremmo che il sole ancora,
intanto, passa oltre, che se la neve
si stanca, ritornerà visibile un momento
come candela dietro il suo schermo ingiallito.

Allora, io mi ricorderei di questo viso
che rimane, anche lui, dietro la lenta
caduta dei cristalli umidi, e cambia,
con i suoi occhi chiari oppure in lacrime,
impazientemente fedeli...
                         E, dalla neve nascosto,
di nuovo oserò lodarne la chiarità azzurra.

Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997

Sur tout cela maintenant je voudrais
que descende la neige, lentement,
qu’elle se pose sur les choses tout au long du jour
      – elle qui parle toujours à voix basse –
et qu’elle fasse le sommeil des graines,
d’être ainsi protégé, plus patient.

Et nous saurions que le soleil encore,
cependant, passe au-delà,
que, si elle se lasse, il redeviendra même un moment
visible, comme la bougie derrière son écran jauni.

Alors, je me ressouviendrais de ce visage
qui demeure, lui aussi, derrière
la lente chute des cristaux humides,
qui change, avec ses yeux limpides ou en larmes,
impatiemment fidèles...
                          Et, caché par la neige,
de nouveau, j’oserais louer leur clarté bleue.


Fidèles yeux de plus en plus faibles jusqu’à
ce que les miens se ferment, et après eux, l’espace
comme un éventail peint dont il ne resterait plus
qu’un frêle manche d’os, une trace glacée
pour les seuls yeux sans paupières d’autres astres.

Philippe Jaccottet
À la lumière d’hiver 
précédé de Leçons et de Chants d’en bas 
Gallimard 1977

lunedì 2 gennaio 2017

Il poeta è un albero e la poesia è l'impossibile fatto possibile

Alle poesie complete di Antonio Machado


Vorrei lasciar in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
guardare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite che si cancellano,
vedere l'uomo nudo,
in Pegaso senz'ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo,
che in spazi profondi
si guardano e si abbracciano

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
intime distanze -.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l'incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.

Sa che i sentieri
son tutti impossibili,
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza,
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l'impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d'argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!
Vorrei in questo libro

lasciar tutto il mio cuore...

7 agosto 1918

Federico García Lorca
Tutte le poesie
traduzione di Carlo Bo
Garzanti 1975

∗∗∗

A las poesías completas de Antonio Machado

Dejaría en este libro
toda mi alma.
Este libro que ha visto
conmigo los paisajes
y vivido horas santas.

¡Qué pena de los libros
que nos llenan las manos
de rosas y de estrellas
y lentamente pasan!

¡Qué tristeza tan honda
es mirar los retablos
de dolores y penas
que un corazón levanta!

Ver pasar los espectros
de vidas que se borran,
ver al hombre desnudo
en Pegaso sin alas,

ver la vida y la muerte,
la síntesis del mundo,
que en espacios profundos
se miran y se abrazan.

Un libro de poesías
es el otoño muerto:
los versos son las hojas
negras en tierras blancas,

y la voz que los lee
es el soplo del viento
que les hunde en los pechos
− entrañables distancias −.

El poeta es un árbol
con frutos de tristeza
y con hojas marchitas
de llorar lo que ama.

El poeta es el médium
de la Naturaleza
que explica su grandeza
por medio de palabras.

El poeta comprende
todo lo incomprensible,
y a cosas que se odian,
él, amigas las llama.

Sabe que los senderos
son todos imposibles,
y por eso de noche
va por ellos en calma.

En los libros de versos,
entre rosas de sangre,
van pasando las tristes
y eternas caravanas

que hicieron al poeta
cuando llora en las tardes,
rodeado y ceñido
por sus propios fantasmas.

Poesía es amargura,
miel celeste que mana
de un panal invisible
que fabrican las almas.

Poesía es lo imposible
hecho posible. Arpa
que tiene en vez de cuerdas
corazones y llamas.

Poesía es la vida
que cruzamos con ansia
esperando al que lleva
sin rumbo nuestra barca.

Libros dulces de versos
son los astros que pasan
por el silencio mudo
al reino de la Nada,
escribiendo en el cielo
sus estrofas de plata.

¡Oh, qué penas tan hondas
y nunca remediadas,
las voces dolorosas
que los poetas cantan!

Dejaría en el libro
este toda mi alma…

Federico García Lorca
Poemas sueltos 1917/1936 in 
Federico García Lorca, Obra Completa
Akal Ediciones 2008