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mercoledì 5 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/668. Creare un’estate intorno a noi e credere nell’estate invincibile che è già in noi



Il clima e l’atmosfera a Milano sono molto simili in questa prima settimana dell’anno, cielo grigio e basso, umori malinconici. I brandelli di conversazioni che afferro durante la passeggiata pomeridiana si somigliano tutti, così come ogni ora assomiglia a quella che l’ha preceduta e a quella che la seguirà. Tutti parlano di pranzi e cene di Natale focolai di contagio, di cene di Capodanno rinviate, di timore per i nonni e i genitori, anziani e di mezza età, come si fa a resistere a quest’onda di ansia e tristezza che incombe sulla città intera? Per quanto mi riguarda conosco un solo rimedio che è sempre la poesia letta a caso. Così quando torno a casa la prima cosa che faccio è scegliere un libro, oggi a chiamarmi è stato Il diario fiorentino di Rainer Maria Rilke che ho aperto su una pagina sottolineata e letta già tante volte in passato:

“Siamo invecchiati non solo di anni, ma anche riguardo alle mete da raggiungere. Siamo arrivati ai confini del tempo, migliaia ne hanno scosso le barriere. È arrivato il momento di moderarci. Abbiamo scoperto la menzogna della pallida sterminatezza della primavera, e le nostre mani ferite testimoniano delle invalicabilità degli ultimi muri. Ma neppure dobbiamo mandare oltre quella cinta i nostri poveri sogni come colombe della pace; essi non ritorneranno. Dobbiamo essere uomini. Abbiamo bisogno di eternità, perché solo questa dà spazio ai nostri gesti; pure sapendoci in un’angusta tristezza. Entro tali limiti dobbiamo crearci un infinito, visto che alla sterminatezza non crediamo più. Non dobbiamo pensare all’ampio, fiorente paese, ma rammentarci del giardino cintato, che pure ha il suo infinito: l’estate. Aiutateci in quest’opera. Creare un’estate, questo dobbiamo”.

Il cuore incerto si riprende, ricomincia a battere con regolarità. Così decido di rileggere questo diario che il poeta scrisse per l’amata, e imprendibile, Lou Andreas-Salomé, colei che gli fece cambiare il nome da Renée in Rainer e gli consigliò di non andare in analisi. Lei fu una femme fatale dell’epoca, musa e allieva di Nietzsche che voleva sposarla, diventò grande amica e allieva di Sigmund Freud, una donna irresistibile per gli uomini di pensiero dell’epoca che resistette al filosofo ma non al poeta con cui scoprì le gioie dell’amore carnale. Ecco, potrei rileggere anche il loro epistolario dopo questo diario e lasciarmi trasportare dalla corrente del tempo sino a loro, nutrirmi delle loro parole e poi tornare nel mio tempo e nella mia epoca, prepararmi a creare l’estate intorno a me ricordando quel che Albert Camus scrisse a proposito:

“Nel cuore dell'inverno ho finalmente imparato che c'era in me un'estate invincibile”.

Nell’inverno del nostro scontento è questo motto che dobbiamo ripeterci come un mantra. Dobbiamo credere alla nostra invincibile estate che ci illumina e ci scalda dentro e può aiutarci a superare anche questa nuova, difficile fase della vita.

Mi piace avere messo insieme in questa Cronaca 668 Camus e Rilke, due degli autori che più amo e che mi accompagnano fedeli nel mio cammino.

Oggi è mercoledì 5 gennaio del terzo anno senza Carnevale (a proposito avete letto che il Brasile ha annullato i festeggiamenti del Carnevale proprio ieri?), viviamo e speriamo, vedremo ciò che accadrà.

lunedì 20 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/134: estate, stagione assoluta del deserto e del mare


Tondo come il mondo, il pianeta blu, l’arancia azzurra. Il mondo è il pianeta, noi siamo il mondo. Il mondo è la nostra casa comune, una casa instabile, di tempeste, terremoti, vulcani in eruzione, mari agitati, nuvole in corsa, una casa che non governiamo ma che ci illudiamo di avere domato. Perché abbiamo dato un nome a tutte le cose, ma il nome da solo non basta, non bastano le sillabe e le singole lettere. Non basta una lingua a dare conto del mondo, né bastano tutte le lingue per poterlo dire. C’è sempre qualcosa che eccede la nostra capacità di dirlo in parole. Ma ci resta la contemplazione, ci resta l’ammirazione e il sogno di vederlo per una volta almeno da lassù, tondo, azzurro di mare e bianco di nuvole.

 

Il dolore è il mondo ferito che entra in noi, la scomparsa di qualcuno che amiamo, un cambiamento irreversibile, il crollo della speranza, la lontananza di qualcuno che amiamo. Il dolore ha tanti volti e non li mostra mai tutti insieme. Ci sono dolori che sono come una buca scavata nel terreno e una bambina rimasta intrappolata che non ha più neanche la forza di piangere e gridare. I suoi immensi occhi azzurri continuano a infrangere l’oscurità, ma nessuna mano tesa è abbastanza forte per poterla tirare su. O forse la bambina neanche ci prova, perché la buca è una certezza e perché il mondo, lassù, fuori, può causare ancora più dolore.

Il dolore esce da noi con un grido lacerante, squarcia l’aria, i nostri stessi polmoni. Ma non c’è dolore che non arrivi dal mondo, non c’è dolore che non sia legato a una relazione distorta, morta o malata. Il dolore sopravvive alla relazione, tiene in schiavitù le persone, non le lascia cambiare. Ci sono persone che vivono crogiolandosi nei dolori e nelle perdite. Anni fa su un treno avevo incontrato una donna anziana che stava andando a passare una settimana di vita con il figlio minore, la nuora e il nipotino che vivevano a Riccione. Lei non voleva trasferirsi da loro perché non avrebbe più potuto andare a trovare tutti i giorni al cimitero il marito e il figlio primogenito che era morto in un incidente di moto. A volte i morti prendono il sopravvento sui vivi e li scalzano dall’amore. È più facile amare chi non c’è più, perché i morti non cambiano, non cambieranno mai e i vivi cambiano ogni giorno e, nella relazione, ci portano nel cambiamento nella terra dei vivi.

 

La terra non è propriamente il mondo. La terra è più vicina, significa mondo ma anche solo una parte di esso, la parte che amiamo e conosciamo meglio, spesso quella in cui siamo nati. Non c’è epoca che non abbia visto una parte dell’umanità doversi staccare dalla propria terra e iniziare a piangerla non appena partiti.

 

 

Prepararsi all’addio


Salutate la casa, il pozzo
gli ulivi, mettete delle colline
il profilo in un’altra quiete che
confonderà le querce
alle ciminiere.

Ai treni consegnate i giochi nei
campi, gli stornelli dell’estate  
lasciateli all’aia. Della cucina
prendete il fumo che con altro
fumo mescolerete.

All’orecchio non confidate
subito il segreto dell’oleandro,
lasciate che le voci barbare
ne violino la sfera.

Il viaggio inizia con la terra
che non si stacca, non si
stacca dalle suole.



La madre, la madre, porta che dall’infinito ci conduce all’eternità. Non ci sono madri innocenti, non ci sono madri colpevoli. Diventare madre significa accettare la vita com’è, significa accettare la sfida dell’essere e farsi carne per un’altra carne, per un altro frammento di eternità che respirerà qui nel mondo e amerà la terra e forse noi. Se diventare madre era un destino fino a pochi decenni fa, ora più che mai, almeno in Occidente, è diventato una scelta, un dono di sé. Come una scelta è il non diventare madri ed essere comunque donne, essere madri non è solo partorire un bambino, è prendersi cura. Essere donna implica anche la possibilità di dire di no a tutto questo e scegliere altro. Ma tutti noi continuiamo a relazionarci con la nostra di madre. Presente, assente, buona o cattiva, amorevole o indifferente lei è il primo, vero oggetto d’amore, l’amore che genera gli amori successivi.

Gli uomini sono l’umanità intera, uomini e donne nascosti nel neutro maschile universale che comprende le donne e al contempo le cela. Affermare che le donne non sono uomini a partire proprio dal linguaggio è stata una prima grande rivendicazione. Me nonostante il Novecento con tutte le guerre, le sconfitte, i lutti, le lotte, il femminismo e il Sessantotto, la vita delle donne e degli uomini continua a essere divisa verticalmente dalle responsabilità in seno alla famiglia, dalla divisione del lavoro, dalle aspettative sociali. Il patriarcato non è morto e la pandemia di quest’anno ce lo ha dimostrato.

Il deserto è un luogo assoluto dove i mistici si rifugiano a cercare o a sfuggire da Dio, dove i nomadi calpestano le proprie impronte secolo dopo secolo, dove l’acqua si nasconde e la sete non si esaurisce. Dove il caldo soffocante del giorno è gemello del gelo stellato della notte. Ho conosciuto solo un deserto sinora, quello del Negev in Israele. Il deserto tutto intorno al Mar Morto, il silenzio, l’acqua così salata da essere amara, la solitudine che era diventata una cosa viva, l’oasi di En Gedi e lo Wadi Arugot dove ho sentito Dio e la natura essere tutt’uno e sento ancora nelle orecchie il vento tra le foglie, il rumore delle cascatelle d’acqua e il respiro mio e della mia amica Titti che non abbiamo parlato per ore e ore. Si può fare spazio a un deserto e un’oasi dentro di sé e mettersi in ascolto. Qualcuno parlerà.

L’onore non è più una parola molto usata, pertiene all’individuo e alla società. È molto più che rispetto e implica il riconoscimento di valori e comportamenti comuni che devono essere preservati e valorizzati. L’onore è il contrario della menzogna e dell’opportunismo e sono poche le persone di questo scorcio di secolo che potrei affiancare alla parola onore.

Anche la miseria è una parola desueta pur non essendo la miseria scomparsa. La miseria e l’onore non sempre abitano nella stessa casa, ma si può essere miseri ma onorevoli. La miseria non è solo la povertà estrema delle cose, ma soprattutto la povertà estrema dell’anima e non basterà nessuna ricchezza a colmarne i vuoti e a rammendarne i buchi.

L’estate è la stagione assoluta, la stagione della terra di Camus, l’epoca delle virtù e della luce, la stagione che esiste e si rivela come invincibile anche nel cuore di un inverno, reale o metaforico ha poca importanza.

Il mare non è solo l’acqua che abbraccia le terre. Il mare è uno stato d’animo, il mare tutto accoglie e tutto restituisce. I tesori sommersi sono tali solo perché noi possiamo continuare a cercarli. Il mare accompagna il pensiero e il respiro, ci fa tornare bambini e gioiosi.

Come questo mare dalle rive di sabbia e pochi scogli dove stiamo leggendo questa nuova lista di parole preferite che è quella di Albert Camus.

“Le mie dieci parole preferite: il mondo, il dolore, la terra, la madre, gli uomini, il deserto, l’onore, la miseria, l’estate, il mare”.

"Mes dix mots préférés: le monde, la douleur, la terre, la mère, les hommes, le désert, l'honneur, la misère, l'été, la mer".

Albert Camus, Carnets III (1951-1959)

 

Prepararsi all’addio è tratto dalla mia prima raccolta Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004


domenica 5 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/119: avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere


Viviamo di impressioni e ricordi, ricordiamo quel che ci ha impressionato, così la vita è la trama quotidiana degli istanti vissuti, di quelli ricordati, di quelli immaginati. Questa tessitura non è fine a se stessa perché fino a che le immagini, tutte le immagini, non entrano nell'arazzo di cui le parole sono ordito, non abbiamo un quadro coerente che dia senso al nostro vissuto.

Conveniamo su questo sistema che dà forma e senso al mondo e ciascuno porta un frammento, una citazione, una poesia che possano rendere memorabile la nostra domenica d’estate. Il mattino è passato tra passeggiate, corse in riva al mare, nuotate e giochi con la palla, dove i bambini che siamo stati hanno preso il sopravvento e, liberi, hanno giocato.
Ora che è pomeriggio, la brezza marina ha cullato la nostra siesta e reso dolce il risveglio. Sulla tavola in veranda brocche di acqua fresca con limone e menta, ciotole piene di ghiaccio su cui riposano ciotole più piccole colme di cubetti di melone, anguria, pesca e fragole. Le albicocche e le ciliegie sono scampate alle manie geometriche della regina e tutto l’insieme dei colori, i rossi, i gialli, gli arancioni, rendono giustizia all’estate e al sistema solare nel quale rotoliamo, grati delle stagioni, di questa stagione, soprattutto.

La prima lettura è un frammento di Albert Camus:


“Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”


Lo splendore dell’assenza, lo splendore del ricordo, ritorniamo sempre nei luoghi che ci hanno segnato anche solo scrivendo una poesia. Ma qui, oggi, vi porto una voce nuova che ancora non ho ospitato nelle Cronache ma che sta nel mio piccolo Olimpo della poesia contemporanea, ed è la voce di Camilla Miglio.


Bassa marea

La linea dei pini
ci ha cavati dall'onda abolita,
e intanto la diomedea tace
mimando la Murgia, non più marina.
L’altopiano è quasi una faglia
spartita tra grano e zolle
mentre
l’eucalipto sorprende
un pianto, lo raccoglie
sognandosi in rosa di salice.
Il canale del vento
s’incide nella ruga dei mulini
di un paese
che non conosce acqua
ma nel tempo è una fonte.


La fanciulla divina è tornata dalla madre nel colmo della stagione. Per questo la madre concede alla terra di darci tutti questi frutti. Perché la madre non può stare senza la figlia? Qual è la storia dietro la storia?


Kore

Sguardo di rondine
dal ramo.
Vestita di lino, bianca,
ma senza Demetra.
Arde dentro, il corpo
ma freddo risplende.

Fuori c’è il mare di Otranto.


Al quel mare torna la fanciulla che pensa al principe rinchiuso a forgiare nel sottosuolo.



Al principe dei gigli (da Goethe)


In mille forme potrai pure nasconderti
di tutti mio più amato, ti riconosco subito.

Vestiti pure col vento e con l’anello
in tutto tu presente, ti riconosco subito.

Nello slancio disperato del cipresso
tutto azzurro sei cresciuto, ti riconosco subito.

Nel continuo ondeggiare del mio mare
tutta roccia sgranata, e io ti riconosco.

Nella marea che sale e poi dilaga
tutto movimento in un riflesso, e io ti riconosco.

Se la nube prende forma e poi la perde
tutto orma sei nel labirinto, e io ti riconosco.

Sul tappeto fiorito del tuo dono,
tutto danza di stella, io ti riconosco.

E se con mille braccia l’edera dirama
tutti accogli tu, e per questo ti conosco.

Quando sul monte s’illumina il mattino
tutto saluti tu, e io ti saluto ancora.

E quando su di me s’inarca il cielo,
tutto tu attraversi, e poi io ti respiro.

Quello che apprendono i miei sensi dentro e fuori
tutto racconti a me, e da te l’apprendo io.

E quando dell’anima pronuncio i cento nomi,
in tutti segue in eco il nome tuo.


Il misterioso architetto legge poi una poesia che lo riporta nelle sue terre d’oltremare e mitiga la nostalgia.


L’art des femmes berbères

Ti offro il mio tappeto dell’Antiatlante rosso,
geometrica neolitica figura per vasi
cotti chiari e scuri, per tappeti, per tessuti,

identici a quelli di Gnathia.

Una lunga strada di migrazioni
avanti e indietro nel Mare di Mezzo
migliaia di anni di mano in mano
affidata a dita che maneggiano
fili, colori con fiori pestati,
segrete miscele di cardamomo
e zafferano, rosa del deserto
e lapislazzulo, azzurrissimo,
per tessere copricapo sottili
all'uomo dagli occhi lunghi tuo sposo:
Potrebbe essere greco o marocchino
Levante in occidente, Atlante in Tesprozia.

Tutto è vero nel grande
castello di Atlante

che è il mio tappeto.


Il tappeto di Camilla è intessuto di parole e narrazioni sognate prima ancora che scritte.


Lancio di dadi sull’acqua

C’era una tavola come apparecchiata, ma per terra.
Parevano scodelle quei fogli scritti e fitti
mezzo strappati da una tovaglia di carta –

“Avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere”

C’erano come dadi sulle carte sgranate,
ma erano i ciottoli del Mar Nero
improvvisamente lanciati sulle nostre vite –

“Abbiamo seminato? Fiori. Raccoglieremo? Fogli”
“Avremo raccolto ancora ciottoli, ma chi potrà crederci”

Sulla carta apparecchiata
quasi una mappa confusa
tra pesci pane e un ricordo di vino.

C’era stata una fiamma, e intorno una tavola
come apparecchiata sullo scoglio
cancellata dalla sabbia e solo dopo secoli riemersa
sul fondo di un fiume essiccato.

Eravamo morti da tempo
e si parlava nel vento

“Vorrei rinascere per amarti in qualche forma”
“Ma tu lo sai, avremmo forme strane e imperscrutabili –”

“In mille forme potrai pure nasconderti, ti riconosco subito”
“In mille forme, e ancora ti respiro”
la brezza aveva spento ogni lume,
e non avremmo saputo più dire
se eravamo ancora anime antiche
o forse bambini con piedi piccoli
nelle pozze dello scoglio,
attenti a non farci ferire
dai granchi e dal vetro.



Dopo le letture abbiamo ripreso a camminare sulla spiaggia e ho visto le impronte di quei piccoli piedi accanto a una pozza dove due granchi sonnecchiavano.

Camilla è qui con noi, anche se sta scrivendo un nuovo libro, una forza della natura, una grande madre, una voce poetica che attinge alla grande poesia tedesca, alla Grecia e alla sua lingua antica, al mare che bagna la Puglia, all'amore per le persone e per i libri. Lei è l’estate incarnata, la dea dei frutti, la dea della stagione più lunga e colorata.




Tutte le poesie di questa Cronaca 119 sono di Camilla Miglio, poetessa, germanista, traduttrice e studiosa di Paul Celan e Ingeborg Bachmann.
L’art des femmes berbères è inedita e appartiene alla raccolta Stagioni di Kore, che spero Camilla vorrà pubblicare quest’anno.
Le altre poesie sono tratte dal volume Maree, Atì editore 2010

La citazione di Albert Camus è tratta da L'enigma in L'estate. Opere - Romanzi, racconti, saggi a cura e con introduzione di Roger Grenier, traduzione di Sergio Morando, Classici Bompiani 1988

venerdì 27 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/19: questo splendore o il ricordo della sua assenza


Vado a memoria, la memoria è il tempo che ha fatto il nido nella nostra mente. È il mondo che è diventato noi e che costruisce il senso di tutto il nostro affannarsi. Siamo come rondini che ritornano ogni anno nel luogo dove sono nate e che aggiustano i resti del nido precedente che il vento e la pioggia hanno sbriciolato. Terra, un rametto, saliva e poi un volo e il nido che cresce intorno. Un’immagine isolata che riappare negli occhi mentre facciamo altro, una vecchia polaroid che mi restituisce mio padre nello splendore dei suoi sessanta anni, allegro e simpatico proprio come è stato. Questo il primo ramo del mio nuovo nido, raccolgo una foglia dell’anno passato che ho conservato in un libro, apro il Meridiano di Bertolucci e papaveri della primavera in cui lui morì si ergono come un tetto rosso e fragile sulla mia costruzione. Una vecchia fotografia in bianco e nero, il giorno del mio primo compleanno, sono in piedi nel lettino, rido e guardo verso mia madre che non è inquadrata. A vent’anni sorrido sorniona con indosso un abito messicano color avorio e cerco di condurre a me chi mi stava fotografando. Nella foto accanto siamo in Norvegia e la fotografia mi tiene imprigionata mentre spazzolavo i miei lunghi capelli. Indossavo un vestito indiano rosso porpora con ricami dorati. Erano anni così quelli, dove tutto ciò che era etnico mi catturava. Poi c’è una foto scattata da mio padre, venti anni dopo e lì sto leggendo con un quaderno aperto accanto; dopo essere fuggita verso i fiordi norvegesi a vent’anni, a quaranta sono tornata a fare le vacanze con i miei genitori sulla costa marchigiana. Lì ho capito che per poter ritornare bisogna allontanarsi. Tutto quel che resta di quelle estati lontane sono queste fotografie, i fiori essiccati e la memoria che accoglie e protegge quei frammenti di luce.

Dal mio nido di rondine infreddolita osservo quel che resta del giorno e mi chiedo dove siano finiti tutti, quanta paura stia appesantendo i cuori, quanta memoria che andrà sprecata, perché sopportare il dolore è difficile, portarne il peso quasi impossibile. Cosa sono gli anni scriveva Marianne Moore e Antonella Anedda ha usato questo frammento di verso per uno dei suoi libri più belli. Mi chiedo se so rispondere a questa domanda oziosa, posso costruirci sopra una nuova poesia, continuare a divagare come sto facendo. Stare in silenzio è l’ultima opzione, ma non posso, perché il silenzio ha bisogno di un nido di parole dove potersi riposare.

Ripongo le vecchie fotografie, gironzolo ancora un po’ per casa, che è come camminare per Parigi di sera con la musica giusta e gli occhi socchiusi. O anche a New York a guardare Manhattan in una cineteca a Manhattan sul retro del Plaza Hotel. I film di Allen mi hanno spesso fatto compagnia e adoro tutti i finali. 
Nelle ultime scene di Manhattan il protagonista snocciola la sua lista delle cose per cui vale la pena vivere “io direi... il vecchio Groucho Marx per dirne una e... Joe DiMaggio e... secondo movimento della sinfonia Jupiter e... Louis Armstrong, l'incisione di Potato Head Blues e... i film svedesi naturalmente... L'educazione sentimentale di Flaubert... Marlon Brando, Frank Sinatra... quelle incredibili... mele e pere dipinte da Cézanne... i granchi da Sam Wo... il viso di Tracy...”. 

Inizio a scrivere la mia lista delle cose per cui vale la pena vivere e in cima metto quelle vecchie fotografie. Terra, un rametto, una foglia, il nido intorno cresce.

Mi siedo a un tavolo che non ho mai toccato, dove una donna matura sta scrivendo il libro della sua vita. Ha affittato un appartamento per poter lavorare in pace, un giorno scopre che quello accanto ospita uno studio di psicoanalista e una giovane donna racconta la sua vita in crisi e obbliga l’altra donna a fare i conti con se stessa, con le relazioni importanti, con il passato costellato di abbandoni, rotture e rinunce su cui si interroga sino a chiedersi se “il passato è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto”. Le resto accanto, la capisco, ora so che entrambe le cose sono vere, che non devo scegliere, che posso tenere nel nido che sto costruendo immagini di un mare perduto, il fumo di una sigaretta che sale verso le stelle, una nuova poesia letta al telefono, tutte le strade che ho percorso, tutti i ritorni che mi sono concessa, anche io sono placata nella dolcezza dei ricordi e so che su questi ricordi, sugli amori e gli affetti, sui desideri e sulle passioni, poggiano le fondamenta di chi sono ora, di chi diventerò, della forza con cui la vita ci ha chiamato a fronteggiare qualcosa di cui avevamo solo racconti, storie e vecchie fotografie.

Questa forza fragile che accompagna ogni gesto serale, questo desiderio di vita che resta in noi sino alle più tarda età. L’ho visto nelle mani dei miei genitori che piantavano arbusti e semi. Gli alberi e i cespugli sono sopravvissuti alla loro vita e ancora mi dicono di quell'amore che hanno provato. Un giorno sull'autobus ho visto un vecchio chiudere gli occhi quando il sole è apparso all'improvviso da uno squarcio nelle nuvole. Con gli occhi sempre chiusi lui ha sorriso e l’anima-gatto che teneva chiusa nel petto si è acciambellata sulle sue ginocchia.

Nel saggio L’enigma, tratto dalla raccolta L’estate, Albert Camus scriveva “Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”.

Sono vere entrambe le cose, lo splendore e il ricordo della sua assenza.

Tutto resto scritto nel libro del mondo, tutto resta scritto nel libro della vostra immaginazione.

E vagheremo da un mondo all'altro, da un sogno a un ricordo, da un desiderio a un affanno.

È questa la nostra immortalità. È questa la nostra eternità.

venerdì 30 agosto 2019

La città delle estati e l'inverno dei volti

Con animo furente hai navigato lontano dalla casa paterna, varcando le doppie rocce del mare, e abiti una terra straniera.
Medea 

Da cinque giorni la pioggia colava senza tregua su Algeri, aveva finito per inzuppare persino il mare. Dall'alto d’un cielo che sembrava inesauribile s’abbattevano sul golfo incessanti acquazzoni, tanto spessi da diventare vischiosi. Nella baia senza contorni, il mare si gonfiava grigio e molle come una grande spugna. Ma la superficie delle acque sembrava quasi immobile sotto la pioggia costante. Solo di tanto in tanto un largo moto impercettibile sollevava sul mare un vapore torbido che veniva ad approdare al porto, sotto la cinta dei viali inzuppati. Anche la città, con tutti i suoi muri bianchi gocciolanti d’umidità, esalava un vapore che veniva incontro al primo. Da qualunque parte ci si voltasse, sembrava che si respirasse acqua: l’aria insomma si beveva. Io camminavo di fronte al mare affogato; aspettavo, in quell'Algeri decembrina che per me rimaneva la città delle estati. Ero fuggito dalla notte d’Europa, dall'inverno dei volti. Ma anche la città delle estati s’era vuotata delle sue risa e mi offriva solo schiene curve e lucenti. La sera, nei caffè violentemente illuminati in cui mi rifugiavo, leggevo la mia età su visi che riconoscevo senza poter dar loro un nome. Sapevo soltanto che erano stati giovani con me e non lo erano più.



Albert Camus
L'estate e altri saggi solari 
Ritorno a Tipasa
in Saggi letterari
traduzione di C. Pastura, S. Perrella, S. Morando, E. Capriolo
Bompiani 1966

giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

giovedì 7 novembre 2013

Creare è vivere due volte

Oggi è il 100° anniversario della nascita di Albert Camus.

"Creare è vivere due volte"

da Il mito di Sisifo

sabato 30 marzo 2013

Scrivere nell'aria

Tolstoj, agonizzante, scriveva nell'aria.

Albert Camus
Taccuini 1951-1959
traduzione di Ettore Capriolo
Bompiani 1992

giovedì 28 marzo 2013

Le dieci parole preferite di Camus


Questa è la prima lista, che non mi convince perché non sono solo singole:

1) Natura
2) Storia
3) Felicità e Giustizia
4) Dolore e Miseria
5) Amore per la vita 
6) Rifiutare
7) Ironia
8) Verità
9) Creare
10) Breve

Questa seconda lista è più verosimile:

1) Mondo
2) Dolore
3) Terra
4) Madre
5) Uomini
6) Deserto
7) Onore
8) Miseria
9) Estate
10) Mare

"Mes dix mots préférés : le monde, la douleur, la terre, la mère, les hommes, le désert, l'honneur, la misère, l'été, la mer".

---- Albert Camus, Carnets III (1951-1959)

Da Handke a Camus e ritorno

Ricomincio a leggere i Taccuini di Albert Camus spinta da un breve scritto di Peter Handke Sulle parole predilette dove inizia confessando di avere perso le parole preferite di Camus.
In rete ho trovato due liste, quindi in attesa di quella originale, che sta da qualche parte nelle pagine dei Taccuini, le traduco entrambe.

E.P.

giovedì 26 luglio 2012

Estate, la stagione invincibile

Estate, estate... La stagione delle promesse, del mare, della semplice felicità dell'essere vivi. Quindi ancora poesie per questa stagione che, come scriveva Camus, è la stagione invincibile.

martedì 3 luglio 2012

Questo splendore o il ricordo della sua assenza


Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?

Albert Camus
L'enigma in L'estate 

Opere - Romanzi, racconti, saggi
a cura e con introduzione di Roger Grenier
traduzione di Sergio Morando 

Classici Bompiani 1988