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mercoledì 22 maggio 2024

Pioggia di maggio nella Città degli Specchi

Una giornata di maggio piovosa e buia, mentre fuori piove finisco di rileggere l'autobiografia di Janet Frame, ne copio dei passi relativi al periodo in cui andò a vivere in campagna nel Suffolk.

"Adesso pensavo di vivere la vera vita di una scrittrice, i miei due libri di racconti erano stati pubblicati e Giardini profumati per i ciechi lo sarebbe stato a breve; inoltre nel periodo trascorso a Grove Hill Road avevo avvertito un impercettibile spostamento della mia vita verso un mondo letterario in cui disponevo davanti a me tutto ciò che vedevo e sentivo, la gente che incontravo sull’autobus, per strada, nelle stazioni ferroviarie, e nel posto dove abitavo, mentre io sceglievo, fra i tesori sparsi, frammenti e momenti che si combinassero per formare il disegno di un romanzo, di una poesia o di un racconto. Niente era inutile. Avevo imparato a essere una cittadina della Città degli Specchi. L’unico motivo per continuare questa autobiografia è che, per quanto abbia usato, inventato, mescolato, rimodellato, cambiato, aggiunto, sottratto da tutte le mie esperienze, non ho mai scritto direttamente della mia vita e dei miei sentimenti. Senza dubbio mi sono mescolata ad altri personaggi che sono a loro volta il prodotto del noto e dell’ignoto, del reale e dell’immaginario; ho creato “esseri”, ma non ho mai scritto del mio essere. Perché? Perché se compio il pericoloso viaggio verso la Città degli Specchi dove tutto quello che ho conosciuto, visto o sognato è immerso nella luce di un altro mondo, a che serve tornare solo con uno specchio pieno di me? O, in verità, di altri che esistono benissimo nella comune luce del giorno? Il sé deve essere il contenitore dei tesori della Città degli Specchi, l’Inviato, per così dire, e quando viene il momento di catalogare quei tesori per dare loro una forma di parole, deve essere il sé a lavorare, a portare il peso, a scegliere, a sistemare e lucidare. E quando il lavoro è concluso e ci si deve rassegnare al non essere, il sé può prendersi una vacanza, anche soltanto per reintrecciare il paniere usato, in attesa della prossima visita alla Città degli Specchi. Sono questi i processi della narrativa. “Mettere giù tutto così come accade” non è narrativa: deve esserci il viaggio, fatto da soli, il cambiamento della luce concentrata sul materiale, la disponibilità dello stesso autore a vivere in quella luce, in quella città di riflessi governata da leggi, materiali e moneta diversi. Scrivere un romanzo non è soltanto andare a fare acquisti oltre frontiera in una terra irreale: sono ore e anni passati nelle fabbriche, nelle strade, nelle cattedrali dell’immaginazione per apprendere il funzionamento speciale della Città degli Specchi, i suoi cieli e il suo spazio, il suo sistema planetario, senza fermarsi a pensare che ci si potrebbe ritrovare senza casa al mondo, falliti, abbandonati dall’Inviato".


Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

giovedì 16 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/830. Era qualcuno che aveva conosciuto in albergo o che aveva già incontrato?


 


 

Oggi lettori e scrittori festeggiano una giornata speciale il Bloomsday, nato per ricordare la giornata del 16 giugno 1904, unico giorno del romanzo Ulisse di James Joyce.

Mi casca quindi a fagiolo il libro di Federico Pace che mi è molto piaciuto. Ecco l’incipit del capitolo dedicato all’incontra tra i duo giovani James e Nora.

 

“Quando la gemma esce dalla dormienza

 

Dublino conservava, in un’unica dimensione, la solitudine di molti. Aveva tenuto a lungo le persone ostinatamente separate nelle minute stanze delle proprie abitazioni, poi aveva cominciato a divertirsi, permettendo a quelle stesse persone di tuffarsi nel fervente andirivieni di chi si affretta ad attraversare gli incroci. Faceva sì che percepissero una libertà nuova, ma non sembrava voler concedere loro, fino in fondo, la possibilità di riscattarsi davvero. La città quasi traeva un piacere crudele a farle avvicinare, sfiorare, a permettere che si scambiassero uno sguardo, per poi separarle di nuovo. Per lo più, in quei giorni, la città metteva in scena un rimescolare apparente che in realtà lasciava, al termine di ogni giorno, le cose immutate. Così come erano state fino ad allora. Eppure le aspettative continuavano a covare seguendo strade che nessuno prevedeva. Eppure l’inestinguibile forza di un desiderio permaneva anche a cospetto del volto scaltro del disincanto. Era il 10 giugno del 1904 e Nora Barnacle era alle prese con il progredire dei compiti che scandivano l’orario del lavoro in albergo. Le stanze da rimettere in ordine, i letti sfatti, le lenzuola pulite con il loro profumo. I saluti nei corridoi dei clienti che nel giro di pochi minuti sarebbero partiti. Più tardi i piatti da servire ai tavoli. I boccali di birra. Era una bella giornata e neppure i rimproveri per qualche piccola imprecisione e le raccomandazioni su tutto quello che andava ancora terminato avevano diminuito la vitalità sotterranea che aveva cominciato a provare. Neppure la fine del turno di lavoro l’aveva trovata sfinita. Anzi, proprio in quel momento in cui i compiti dell’impiego e del dovere erano terminati, quando la pianura del tempo si era fatta più distesa, proprio allora, la febbre di vita era cresciuta, alimentata dalla leggerezza irripetibile dell’aria di quel mese. Con lo sguardo andava alle insegne dei negozi: JOHN MORTON, HARRIS, RACINE, YEATS & SON. Le lettere in oro che componevano i nomi e i cognomi dei proprietari di quelle aziende splendevano più che negli altri giorni sopra lo sfondo nero e lucido. Prorompeva, da dietro e dal centro della strada, lo sferragliare del tram a contatto con l’acciaio delle rotaie. Annunciava l’arrivo di inaspettate novità. Qualcosa di imperscrutabile le faceva sorgere un sorriso sulle labbra. A cosa pensava? Forse, con precisione, non lo sapeva neppure lei. Non c’era niente di definito a prendere forma nella mente, era più uno stato d’animo. Un modo di guardare alle cose che, inspiegabilmente, dopo tanti giorni, aveva mutato direzione. Quasi come una gemma che rompe la dormienza sullo stelo. Un principio di fioritura. Le piaceva camminare per le strade. Guardare le donne con le velette che nascondevano solo in parte il volto, gli uomini con i loro abiti scuri, i colletti inamidati delle camicie, le mani in tasca, fermi agli angoli. Le carrozze, i cavalli. Le piaceva confondersi tra la folla. Entrare in quel flusso di persone le offriva la possibilità, o almeno l’illusione, di far parte di un destino più ampio. Poi, tra la gente, aveva visto quel giovane. Sembrava stesse guardando proprio lei. Nella polifonica moltitudine di persone che vociavano su Nassau Street, sembrava che lui avesse messo a fuoco il volto di lei. Era qualcuno che aveva conosciuto in albergo o che aveva già incontrato?”.

 

Dalla mia pigrizia marina saluto questo 16 giugno del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 830 che passeggia da sola per le vie di Dublino.

martedì 24 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/534. Il fuoco che brucia ma non consuma, il fuoco delle parole vere

 



Anche il cielo si è fermato a guardare il salto della cerva in fuga. Arretra il cielo per far sì che lei possa arrivare ancora più in alto e sfuggire ai lupi che la inseguono. Ma poi le nuvole capiscono che la cerva non sta fuggendo dai lupi, ma sta giocando con loro. Così il cielo si ricompone e scende di nuovo verso la terra e osserva meglio quello che gli era sfuggito. In questa terra, nel nostro giardino, la cerva dorme accanto alla lupa, ma cosa cacceranno i lupi se i cervi sono amici? Non è tremendo essere condannati dalla propria natura ad annientare la vita di altre creature? I lupi non fanno certo domande e tornano nella foresta a procacciarsi del cibo. La mia cerva è salva, ma per quanto? Vado con lei fino allo stagno dove due libellule si inseguono sulla superficie, ci sono anche delle rane a mollo nell’acqua calma, e le canne ondeggiano nel vento che non arriva neanche a increspare l’acqua. Facciamo il giro tutto intorno allo stagno, ci sono delle nuove ninfee rosa e bianche e potremmo restare qui al sicuro. Ma il richiamo del bosco verde è troppo forte, troppo forte il desiderio selvaggio di essere libere e di correre. E allora lo facciamo, iniziamo a correre, lei potrebbe andare più veloce, la mia cerva, ma si adatta al mio passo. Se almeno avessi le tasche piene di sassi potrei giustificare questa mia lentezza, ma è il cuore stonato che mi trattiene e mi rallenta. Arriviamo sul limitare del bosco, là dove iniziano le colline tempestose di cui non intravediamo più le cime nei giorni di tempesta. Ma oggi il tempo è ancora chiaro e con la cerva vado sino alla fonte dove nasce il fiumiciattolo che attraversa queste terre. Le Montagne della Nebbia sono ancora più lontane delle Cime Tempestose e io vorrei tornarci, come ho già fatto tante altre volte quando vengo a rifugiarmi in queste terre. La cerva mi saluta e torna al suo branco, i lupi mi raggiungono e intonano il loro canto verso la luna che inizia la sua ascesa dietro le montagne. L’aria inizia a rinfrescare e io non voglio tornare a casa, non ancora, anche se non sono attrezzata per restare fuori di notte, è quello che vorrei fare. Ma sono i lupi a spingermi gentilmente verso il sentiero occidentale che mi riporterà a casa e loro scendono con me e mi fanno compagnia.

Amo queste terre perché qui posso stare da sola senza dover dare spiegazioni a nessuno. Il suono di un clavicembalo sale dalla Casa delle Stelle e mi fermo ancora ad ascoltare Bach fuori dal tempo e in un luogo imprevisto. Adesso so che sono tornati proprio tutti i miei amici e che potremo passare giornate liete insieme, li ho chiamati a raccolta tutti, qui in questa terra dove nascono le storie, perché questo è anche il luogo dove le storie vengono scritte e si avviano alla loro naturale conclusione come il veliero alla fine approda nella rada scelta dal capitano. Avrò condotto bene la mia nave? Troveremo acqua dolce oltre le colline? Troveremo qualcuno che vorrà ascoltare questa nuova storia della città silenziosa? Vado a scrivere le ultime pagine e poi inizierò a leggere e anche tu leggerai, tu che conosci tutta la storia dall’inizio. E poi inizierete a leggere anche voi e insieme sapremo se questa è una storia solo di terra, o anche di mare e di cielo, di fuoco. Quel fuoco che mi brucia ma non mi consuma, il fuoco delle parole vere, delle storie che iniziano a vivere anche fuori di noi.

 

Oggi è martedì 24 agosto del secondo anno senza Carnevale e sto scrivendo le ultime parole di un libro per me molto importante, questa Cronaca 534 lo sa e mi offre altro sostegno, un tavolo dove appoggiare il mio taccuino, una matita ben temperata e il focolare acceso che illumina e scalda l’estate che sta finendo.

lunedì 23 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/533. Non ci sono geometrie cartesiane nel mio cuore

 


 

A volte si addormentava davanti allo specchio e al risveglio stentava a riconoscere il volto riflesso. A volte passeggiava per le vie della sua città come se fosse stata una turista, le piaceva fingere che i portici fossero quelli di Bologna o di Torino e la cattedrale quella di Parigi. Sostituiva ogni luogo con un altro luogo conosciuto e alla fine non riusciva più a ricordare dove fosse davvero arrivata. Camminava con passo di lupa e i suoi occhi erano ardenti, la lingua mescolava le parole e chi si fermava a parlare con lei, attratto dal colore fiammeggiante dei capelli, quasi sempre vi rinunciava, perché era impossibile capire quella lingua che era fatta da frammenti in lingue antiche e dimenticate, non solo nelle lingue che lei parlava correntemente. Camminava talmente tanto la ragazza, che rimase intrappolata nei suoi stessi passi e il labirinto che aveva tracciato era ben più complesso da seguire che quello del Minotauro. Ma è proprio lei a darci il filo da seguire, come se fosse Arianna e noi Teseo”.

 

Sono arrivata alla fontana scura, in fondo al giardino che non riconosco, ma solo perché non ci sono mai stata. Mi siedo sul bordo a guardare i passeri che hanno smarrito la strada e ricomincio a scrivere nel taccuino, deve ritrovare il bandolo della storia vera e inventata di Milano che tanto mi appassiona. Sento l’amore della città invadere ogni casa, ogni palazzo, su fino alla cima degli alberi e alle colline invisibili che la città avrebbe voluto avere intorno. Ma intorno c’è solo la pianura su tre lati e verso nord le montagne non sono poi così vicine come sembrano.

Ci faremo guidare dalla donna in fiamme? Torneremo all’hotel Fantasia dove ci eravamo salutato l’ultima volta? Non ci sono geometrie cartesiane nei nostri cuori, e l’amore che abbiamo perduto ha lasciato qui la sua ombra rossa, proprio vicino alla strada che porta alla stazione, dove porteremo ancora i nostri passi, dove torneremo ancora una volta per perdere il treno che ti porterà via da me.

Ora che non ci sono più né il treno, né la stazione, né i nostri baci scolpiti nelle pietre dei gradini. Ora che sei lontano, in quello spazio remoto che è il nostro passato, posso ricominciare a respirare e rallegrarmi per tutto questo vento e non chiedermi dove tu sia finito e se ancora ti ricordi di me. Ora la nostra storia è solo una trama, una narrazione senza autore, un mucchio di foglie che il vento ha raggruppato sul selciato e niente altro da dire, niente di nuovo da fare.

Continuo a camminare e vorrei che fosse il vento a raccogliere anche me. Ma qui non ci sono corti clementi e giudici corrotti. Il tempo ha già emesso la sua sentenza per la quale ogni appello è impossibile. Come una rabdomante cerco le tracce del fiume sepolto sotto la strada, e lo sento gorgogliare e arrabbiarsi e gonfiarsi, perché non può più uscire, perché non vedrà più il cielo. Lo guarderò io per conto suo e lo guarderò anche per te che non hai più occhi e non hai ricordi da lanciarmi. Resta solo la metà di quello che è stato, la metà di quel che spetta a ciascuno di noi. Inutile sarà l’attesa, inutile la quiete. Perché solo nel tumulto si aprono i sentieri del dubbio. Niente ritornerà com’era prima che riconoscessi i tuoi occhi, niente sarà lo stesso, ma solo una ripetizione di ciò che è stato e di ciò che sarà. Avrò il tuo sorriso, ma non il tuo sguardo, questo è l’unico dono del destino, l’unica cosa che ho conservato di te.

 

Mi capita, certi giorni, di seguire il filo di una storia e di lasciarmi trascinare senza sapere dove mi porterà e oggi è stato proprio un giorno di questi, lunedì 23 agosto del secondo anno senza Carnevale che porta questa Cronaca 533 sul confine della sera, dove le storie di oggi sono già mischiate con quelle di domani.

giovedì 16 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/39: scrivere un libro di cieli

La quiete innaturale di queste giornate favorisce in me l’impeto di fare ordine tra le mie carte, citazioni, libri e scrittori amati.

La luce e l’ombra sono due immagini, due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra Liguria, un mondo intero, e la Francia, quel che c’è di là.

In questi giorni ho riletto il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Amo i suoi libri, L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), perché immagini e metafore, parole e riflessioni, rarefazione e contemplazione si addicono alla mia sensibilità, quindi trascriverò alcuni frammenti di questo libro uscito postumo cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo.

Inizio quindi, dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone.

“La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità (o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.

Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti («Per me scrivere è un disastro luminoso») esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora”.

Qui riporto poi una miscellanea di pensieri di Francesco Biamonti, tra quelli che più mi hanno colpito e che nutrono sempre la mia anima e la mia immaginazione.

“Leggo Montale, Valéry, Camus per la loro métaphysique ensoleillée e lo stile rischioso e severo. Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa. Ho amato Pavese, Silvio D'Arzo, Calvino, Lalla Romano, Rigoni Stern, Boine, Sbarbaro e Montale.

Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra di sfondi di cielo, di mare o montagne.

Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose.

Stile e ispirazione: cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.

Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.

La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.

Anche quando sono lì che annaffio le mimose penso a delle frasi, mi creo gli stilemi per la scrittura, penso a come esprimere una certa sensazione, e dentro di me mormoro una frase, poi la rielaboro, perché troppe parole nascondono le cose. E allora penso a Cézanne, a come avrebbe visto le cose lui, a cosa avrebbe tagliato.

La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.

Attesa sul mare. Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa…

Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt… Ma si sa che i rapporti fra le arti devono essere casti.

La scrittura è secca, la risposta al dramma è lirica. Di più non posso dire. Il mare, il vento, le stelle, tutto si convoglia nel viaggio; sulla terra, il male, la violenza hanno origine lontano, nei secoli.

In ogni ora che passa vi sono diamanti estremi, nell'ora più semplice. Ho pensato agli Ossi di seppia di Montale e al Cimitero marino di Valéry, ai due grandi interlocutori del golfo di Genova e del Golfo di Marsiglia, alla loro meditazione su rive scoscese e tra le pietre dorate e le tombe assalite dai marosi.

So che ogni libro in cui si allude al destino umano è un fallimento. Se poi vi è di mezzo un marinaio che vede buona parte delle cose sulle sue palpebre chiuse...

In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno.

Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano «l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.

Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Il paesaggio? È destino umano abitare un mondo. Un'opera d'arte nasce da un rapporto della coscienza soggettiva con la storia e con la natura. Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi è quello ligure. Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera.

La donna e la morte sono sogni che si sprigionano all'improvviso. Portano a investigare nella mitologia dell'anima.

Amerei scrivere un giallo senza fatti, per mutamenti interni, oppure un libro di cieli.

Nella vita c'è sempre una mutilazione”.

Il giorno ripiega il capo sotto un’ala, il coltivatore di mimose che celava uno scrittore è fermo a contemplare il mare, un passeur accompagna un gruppo di senza terra che agognano le rive francesi.

Nei sentieri notturni, dove il mare d’ombra ha prevalso sul mare di luce, la salsedine impregna comunque l’aria, i lupi la fiutano e attraversano il confine. 
Passeranno la notte in Francia e veglieranno sulla luna e sullo scrittore insonne, che non è mai solo. Pensa di esserlo ma sono decine i sempre fuori posto, i sempre solitari. Almeno i lupi hanno la forza di muoversi in coppia se non addirittura in branco.

Ma i nostri lupi, messaggeri del sogno, sono sempre e solo due. Sussurrano nella notte alle orecchie degli insonni, si nascondono nella tana quando il sole ritorna, ma non prima di avergli reso omaggio.

Due sono i lupi, uno il sole, due i mari, due i senza terra, uno lo scrittore, due i poeti, uno il sogno, due i desideri.


Silenzio infinito, altissima quiete.

lunedì 9 settembre 2019

fissare l’attimo su cui allunga la sua ombra o la sua luce

Sì, certo, se domani è bel tempo,–disse la signora Ramsay.–Ma dovrai alzarti con le allodole,–aggiunse. A suo figlio quelle parole diedero una gioia immensa, come se la spedizione dovesse senz'altro aver luogo, e l’evento che aveva tanto atteso, per anni e anni gli sembrava, fosse infine, oltre il buio di una notte e la navigazione di un giorno, a portata di mano. Poiché apparteneva, già all'età di sei anni, a quella categoria di persone che non sanno tenere separate le proprie emozioni e lasciano che i progetti futuri, con le loro gioie e dolori, oscurino ciò che invece possiedono, e poiché per questo tipo di persone sin dalla più tenera infanzia ogni scarto nella ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo su cui allunga la sua ombra o la sua luce, James Ramsay, che era seduto per terra e ritagliava figure dal catalogo illustrato degli Army & Navy Stores, alle parole della madre riversò sulla figura di un frigorifero una celestiale beatitudine.

incipit

Virginia Woolf
Gita al faro
traduzione di Anna Nadotti
Einaudi 2018

martedì 31 luglio 2018

Meglio sole che nuvole


A che età si è pronte per smettere di amare? J vive a Miami in un condominio con piscina e trascorre buona parte del suo tempo cercando di rispondere a questa domanda. Un matrimonio d’amore e di passione finito da non molto, la ricerca di un equilibrio difficile perché alla fine dell’amore non riesce ad arrendersi, J sta trasponendo in inglese moderno le Metamorfosi di Ovidio. Il contrasto tra le fanciulle in fuga per sfuggire alla brutalità del desiderio maschile non potrebbe essere più lontano dal desiderio di amare e di essere amata. Gli ex-fidanzati recuperati al presente, una madre ottantenne che non si arrende “non fidarti di quello che vedi – le dice a un certo punto – io sono sempre quella ragazza di diciannove anni”, un’anatra con l’ala spezzata, un gatto cieco e moribondo, alcuni bizzarri vicini di casa, tra cui N che impiega molto del suo tempo a gettare oggetti dal suo balcone al ventiduesimo piano, rappresentano l’universo chiuso e bizzarro della protagonista che alterna le ore di traduzione alle lunghissime passeggiate sui moli, o alla contemplazione delle vite degli altri che spia con un binocolo. Miami è il paesaggio di queste creature che appaiono possedute dalla natura come accade ai protagonisti di Ovidio. Il mare, il sole, il tramonto, la pioggia e il vento sono i veri padroni delle creature che abitano questa strana città edonista e anziana allo stesso tempo. Da Ovidio J sembra comprendere che è solo grazie a una metamorfosi radicale che si può sopravvivere, o meglio, continuare a vivere in un’altra forma. Le ragazze di Ovidio rinunciano all'amore ma J non è pronta. Lei vuole toccare ed essere toccata, sprofondare nel piacere e nel desiderio. Ma tutto ciò sembra essere riservato solo ai corpi giovani e belli delle ragazze.
Il romanzo di Jane Alison ha un andamento diaristico e forse è davvero il diario del periodo in cui l’autrice ha tradotto Ovidio. È uno dei libri più intensi e veri che io abbia letto in questi ultimi mesi e ho copiato sul mio quaderno diversi passaggi che ricopierò anche qui. Nonostante decenni di femminismo, il ’68 e la liberazione sessuale, è ancora raro leggere le parole di una donna che scrive di amore e di sesso a partire proprio dal corpo, dalle sensazioni, dalla paura di non essere amate. È un libro che ci dice la solitudine, molto, e le stagioni della vita, moltissimo, quando la giovinezza è un ricordo, che il corpo non conserva, e la vecchiaia è la prossima svolta della strada. Un libro che rileggerò e regalerò e consiglierò alle mie amiche. E anche ai miei amici perché possano entrare nella mente e nel corpo di una donna e sentire con la stessa intensità cosa significa essere una donna. E adesso qualche brano tra quelli che più mi hanno colpito. Ma non tutti. Li centellinerò nel tempo seguendo le mie Metamorfosi.

A un tratto nell'aria opaca vedo un dipinto antico: una donna perduta che siede riflettendo sul proprio futuro, sul proprio passato. Ha una mano posata sulla calda calotta ossea di un cranio che è in bella mostra sul tavolo, la fiamma della candela si piega al respiro della donna, percepiamo l’intensità del suo pensiero. Quel cerchio di luce, di coscienza, brilla nell’oscurità. (p. 92)

Gli occhi galleggianti, gli occhi galleggianti, sono stata trasformata in un paio di occhi galleggianti. Ho abbassato il binocolo, ho appoggiato le mani sul tavolo. Ho sentito che erano là calde, e che occupavano spazio vitale. Ho sentito il mio sé inferiore, anche lui, seduto sulla sedia, occupava spazio vitale. Il mio povero vecchio sé inferiore. Lontano, in mare, oltre il Costa brava, oltre la baia, oltre gli edifici illuminati di Miami Beach, sulla scura liquida distesa oceanica: una tempesta muta. Un fulmine silenzioso, una delicata saetta tutta sporgenze e rientranze. Il cielo scuro e fermo per un istante, poi un altro fulmine silenzioso. Belli tutti quei lampi sul mare, e il bagliore che si dissolve come una nuvola. (p. 114)

“Ovidio, sei ancora qui? Mi piace pensare di vedere i tuoi occhi. Mi piace pensare di udire la tua voce. Sento le tue frasi che nuotano dentro di me, i tuoi personaggi che percorrono le lande selvagge dei boschi, e l’aria, e le lettere, e il tempo. L’idea che le tue parole possano essere morte, che il passato non sia sempre il presente. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare” (p. 264)

Jane Alison
Meglio sole che nuvole
Leggere Ovidio a Miami

traduzione di Laura Noulian
NNEDITORE 2018



venerdì 5 gennaio 2018

Il sogno è come un viaggio

Aspettavo che il treno partisse senza riuscire a svegliarmi, negli occhi avevo fisse le figure dei due pope ortodossi e la donna del treno vestita come si
usava negli anni Venti. Mi guardava pensando di non essere vista perché la veletta le copriva il viso perfetto. Dopo minuti lenti e il sonno della mente che mi teneva imprigionata, il treno partì e io sentii ancora il rumore della locomotiva e lo sbuffo di vapore coprì la nostra uscita dalla stazione. I sedili del nostro scompartimento erano comodi divanetti di velluto cremisi e legno scuro.
Dal finestrino vedevo scorrere le case di ringhiera addobbate con i panni stesi. Non dormivo e non ero davvero sveglia. Se ero scesa dal treno perché invece
stavo ancora viaggiando? Come avrei fatto in tutti i viaggi successivi per tornare da te, quello era il primo viaggio ma ancora non lo sapevo, cercai di cogliere nel
buio delle finestre, i segni della ripresa mattutina della vita. Ma la luce primaverile era netta e nessuno aveva acceso i lampadari, impedendomi così di assistere agli spettacoli involontari che la vita quotidiana inscenava, senza averle ingaggiate, con le persone che erano vive o credevano di esserlo.

incipit del terzo capitolo del mio nuovo romanzo.

Elena Petrassi
In giornate identiche a nuvole
Atì editore 2017

martedì 2 gennaio 2018

Isola grande isola piccola

La prima lettura del 2018 è una rilettura. Isola grande isola piccola è una raccolta di racconti di Francesca Marciano che ho molto amato due anni fa e che mi ero ripromessa di rileggere. Il primo giorno dell'anno mi è sembrato il momento adatto perché queste storie intriganti e molto ben scritte sono storie epifaniche. Nella vita di ciascuno dei protagonisti e, soprattutto, delle protagoniste accade qualcosa che segnerà una svolta cruciale, quel momento cui far risalire i cambiamenti che ne segneranno la vita. Ambientati tra Roma, New York, Africa, India e isole greche, questi racconti finiscono con il comporre un affresco generazionale che riguarda i nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. La lenta emancipazione delle donne, le fughe dall'Italia, l'apprendimento della lingua inglese, le regole e i codici di vita che devono essere appresi per poter vivere in quell'altrove cui tutti i personaggi anelano sono presenti in ciascuna storia. La giovinezza perduta, con la sua messe di promesse, sogni e progetti per un futuro lontanissimo, la maturità incipiente attraversata da un filo sottile di malinconia e rimpianto sono la trama e l'ordito di questo bel libro che posso riporre nella libreria dei libri che voglio rileggere.

E.P.


domenica 31 dicembre 2017

Fato e Furia

Ci sono pochi romanzi contemporanei che mi hanno sconvolto e deliziato come è accaduto con Fato e Furia, l'ultima lettura del 2017.
Lotto e Mathilde sono i protagonisti di una storia totale, avvincente, sorprendente. Una storia d'amore che nasce repentina e sfocia in un matrimonio che dura quasi un quarto di secolo. Pensiamo di conoscere questa coppia, i tormenti creativi di Lotto e quelli esistenziali di Mathilde. Ma cosa accade quando un uomo che ha perso il padre da bambino e una donna che è stata rifiutata dalla madre, si incontrano e si amano? Quanto il destino ha deciso di giocare con loro? Il libero arbitrio è illusione e l'amore l'unica verità. Ma sarà davvero così? Ho letto il libro in e-book perché l'ho iniziato in treno e l'ho divorato in tre giorni. E poi l'ho comprato subito in libreria perché un libro così è un dono e la sua autrice è una scrittrice geniale. Da rileggere quanto prima sfogliando con gusto una pagina dopo l'altra.

Lauren Groff
Fato e furia
Traduzione di Tommaso Pincio
Bompiani 2016


sabato 8 aprile 2017

Uno scrittore, sua madre, la storia

«Scrivere un romanzo significa formulare una domanda complessa nella forma più complessa possibile.» 
(...)

Lo sfondo del romanzo è la guerra civile, ma il vero protagonista non è lo zio franchista. Il libro può essere letto come un confronto intimo con sua madre, con la casa di Ibahernando, con la sua storia di scrittore

«Sì, vero, è mia madre la protagonista segreta del romanzo. Per la prima volta racconto anche il nostro trasferimento dal piccolo e avvolgente villaggio di Ibahernando a Girona. E lo spaesamento che mi ha accompagnato negli anni di formazione. La scrittura è stata una forma di risarcimento, mi ha restituito quella protezione che era venuta meno». 

Qual è stata la reazione di Blanca nello scoprire che lo zio era in realtà un perdente? 
«Forse lo sapeva già, istintivamente. S’è divorata il libro per tre volte di seguito, scoprendo cose che lei stessa non sapeva». 

E lei Cercas cosa ho scoperto più di se stesso? 
«Per tutta la vita ho creduto che mia madre mi volesse come Manuel Mena, l’Achille dell’Iliade che trova in battaglia la morte eroica. E alla fine ho capito che invece mia madre mi voleva come l’Achille dell’Odissea che pensa sia preferibile conoscere la vecchiaia essendo il servo di un servo piuttosto che non conoscerla essendo il sovrano delle ombre. Questo mio romanzo è bellicosamente antibellicista. Ma mia madre è la più antibellicista di tutti, avendo visto la guerra».

Lei scrive: sono diventato scrittore per non essere scritto da mia madre. Però poi… 
«…scopro che alla fine sono stato scritto da lei. Resta una grande ambiguità, ma senza ambiguità la letteratura non esiste. È stata mia madre a farmi scrivere questo libro? Non lo so. Probabilmente sì. L’unica certezza è che dopo averlo scritto mi sono sentito meglio. Chi sono io, Javier Cercas? Ora lo so un po’ di più».

Javier Cercas
frammenti dell'intervista di Simonetta Fiori su Repubblica di sabato 8 aprile 2017

domenica 5 marzo 2017

Sorella maggiore, sorella minore

Caterina il sole, io nella sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l'avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l'erba secca, io mora, tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.

Lorenza Pieri
Isole minori
edizioni e/o 2016

mercoledì 1 marzo 2017

Scrivo di notte. Scrivo prosa come se facessi poesia

Quando hai cominciato a scrivere?
Ho l'impressione di avere sempre scritto. Subito dopo essermi laureata con una tesi su Henry James sono tornata a New York e cominciato a scrivere un romanzo, To Mercy, Pity, Peace, and Love (da un verso di William Blake). Ci ho lavorato per sette anni, poi mi sono interrotta. Avevo deciso che, visto che il mercato editoriale premiava in quel momento gli scrittori di short story e che bastavano tre racconti brevi per fare un libro, dovevo produrne uno anch'io in non più di sei settimane.
Così ho cominciato a scrivere quello che doveva essere un semplice racconto e mi ci sono voluti esattamente sette anni per finirlo e darlo alle stampe. Si tratta di Trust. Al mio primo romanzo non sono mai più tornata. (...)

Hai sempre e soltanto scritto o hai fatto anche altri lavori?
Ho fatto un po' d'insegnamento, un po' di pubblicità, qualche conferenza, ma io non voglio insegnare. L'ultima volta che ho tenuto un corso è stato bellissimo, anzi troppo bello. Avevo dodici studenti e non me ne sono ancora liberata. Era finita che si sono trasformati tutti in figli miei e io ne ero orgogliosissima. Ma non posso fare da madre a migliaia di persone. È una cosa che consuma. È che mi innamoro di questi giovani scrittori, provo dei veri e propri sentimenti nei loro confronti. Diventano tutta la mia vita. e non rimane niente altro. Per me e per il mio modo di scrivere è un grosso problema. Io sono infatti una scrittrice lentissima. Ho bisogno di molto tempo per pensare, per riflettere. Mi ci vuole un'eternità anche per scrivere una sola frase, perché continuo a fare cambiamenti, esperimenti. Non mi capita mai di correre. Scrivo prosa come se facessi poesia. Sono tutta presa dai problemi di costruzione ed equilibrio, di cadenza. È poesia.

Come scrivi?
In modo antiquato: con carta e penna. Fino a poco tempo fa senza orari precisi, ma sempre di notte. Più o meno fino alle sei del mattino. Un anno fa mi sono ammalata e non ho ancora ritrovato l'energia sufficiente per riprendere i miei ritmi originari. 
Scrivo di notte per due ragioni. Primo perché sono stata allenata a lavorare di notte. I miei genitori durante gli anni della Depressione avevano un drugstore. I loro orari di lavoro erano feroci, tenevano aperto fino all'una, due di notte. Poi venivano a casa e si cenava e lì cominciava la nostra socialità familiare. Un training che risale alla mia infanzia.
La seconda ragione è che il mondo se ne va attorno a mezzanotte. Il telefono smette di squillare. Si è quieti durante le ore notturne, non c'è nessuno a disturbarti e non ci si sente responsabili di nessuno. Ci si sente liberi e io per scrivere ho bisogno di libertà. In particolare adesso che ricevo tutta questa attenzione di pubblico e di critica le giornate sono scoraggianti. In teoria non dovrei fare altro che rispondere al telefono, leggere e scrivere lettere.
Tutte queste responsabilità. Ci sono settimane in cui il tempo non mi basta neppure per tenermi al passo con la corrispondenza. Non voglio essere scortese con nessuno, ma è un gran peso e non ho ancora capito come districarmi. Mi chiedo come se la cavi John Updike, tanto per nominare il più popolare degli scrittori americani di oggi. (...)

frammenti dell'intervista "Il senso esiste" a Cynthia Ozick in 

Maria Nadotti
Prove d'ascolto
Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo 
edizioni dell'asino 2011

sabato 11 febbraio 2017

sono andato a scrivere nel mio capanno tutti i giorni

Ti sei preparato in qualche modo per scriverlo?

L'idea mi ronzava in testa da un bel pezzo. Ora che so di avere un tempo limitato a disposizione è importante provare a farne buon uso. Così sono andato a scrivere nel mio capanno tutti i giorni. Di solito, ho in testa una storia molto precisa prima di iniziare a scrivere. Questa volta sapevo solo genericamente dove stavo andando, e ignoravo moltissimi dettagli. Così mi sono messo a scrivere con l'intenzione di di far crescere il romanzo quotidianamente. Ogni giorno ho aggiunto un breve capitolo. Un'esperienza che non mi era mai capitata prima. Non voglio sembrare troppo sofisticato, ma è come se qualcosa si fosse messo all'opera per aiutarmi a finire il romanzo. Chiamala musa, o guida spirituale, non saprei. So solo che era convinto di riuscire a scrivere ogni giorno, e questa fede mi ha aiutato. L'idea di provare a lasciare una traccia di me era parte di quanto avevo in mente.

La Stampa - TuttoLibri
sabato 11 febbraio 2017

frammento dell'intervista di John Moore a Kent Haruf a proposito del romanzo Le nostre anime di notte
traduzione di Fabio Cremonesi
NN editore 2017

domenica 15 gennaio 2017

come l'amore trasfigura oggetti e paesaggi

L'amore ti fa vedere un posto in modo diverso, così come si maneggia in modo diverso un oggetto che appartiene a una persona amata. Se si conosce bene un paesaggio, si guarderanno tutti gli altri paesaggi in modo diverso. E se si impara ad amare un posto, a volte si può anche imparare ad amarne un altro.

Anne Michaels
In fuga
traduzione di Roberto Serrai
Giunti 1998

mercoledì 28 dicembre 2016

sapevo anche che dovevo scrivere un romanzo

Sapevo che dovevo scrivere un romanzo. Ma sembrava cosa impossibile da fare quando fin lì avevo cercato con grande difficoltà di scrivere dei paragrafi che fossero il distillato di quello che costituiva un romanzo. Ora diventava necessario scrivere racconti più lunghi, come ti alleneresti per una gara più lunga. Nel romanzo che avevo scritto prima, quello che era andato perso nella borsa rubata alla Gare de Lyon, avevo ancora il facile lirismo dell’adolescenza, che era deperibile e ingannevole quanto lo era la giovinezza. Sapevo che era probabilmente una buona cosa che fosse andato perduto, ma sapevo anche che dovevo scrivere un romanzo. Lo avrei rimandato finché non avessi potuto evitare di farlo. Potessi andare al diavolo se ne avessi scritto uno, perché quella era la cosa che avrei dovuto fare per poter mangiare regolarmente. Quando avessi dovuto scriverlo, allora sarebbe stata l’unica cosa da fare, e non ci sarebbe stata altra scelta. Lasciamo che la pressione aumenti. Nel frattempo avrei scritto un racconto lungo su una qualsiasi cosa che conoscessi meglio delle altre. A quel punto avevo pagato il conto ed ero uscito e avevo girato a destra e attraversato rue de Rennes così che non sarei andato ai Deux-Magots a bere un caffè e stavo risalendo rue Bonaparte nel suo percorso più breve verso casa. 

Che cosa conoscevo meglio che non avessi già scritto e perduto? Che cosa conoscevo davvero e mi stava a cuore più di tutto? Non c’era scelta. C’era solo da scegliere le strade che ti riportassero più in fretta possibile là, là dove lavoravi. Procedetti sulla Bonaparte fino alla Guynemer poi verso rue d'Assas attraverso rue Notre-Dame-des-Champs fino alla Closerie des Lilas.

Mi sedetti in un angolo con la luce del pomeriggio che mi arrivava da dietro le spalle e scrissi sul quaderno. Il cameriere mi porto un café crème e io ne bevvi metà quando si raffreddò e lo lasciai sul tavolo mentre scrivevo.

Ernest Hemingway
Festa mobile

traduzione di Luigi Lunari
edizione restaurata
Oscar Mondadori giugno 2011



venerdì 9 dicembre 2016

come l’odore d’erba dopo una notte di pioggia

Narrativa

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva istupidita,
tra nubi sparse, la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – vale a dire, io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi lungo il fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni si concluderà,
come pure ogni altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore d’erba
dopo una notte di pioggia o quel che resta di una voce
che ci fa sapere senza compitarlo
di non disperare; se la fine è arrivata, anch’essa passerà.
Mark Strand 
L’uomo che cammina un passo avanti al buio
traduzione di Damiano Abeni
Mondadori 2011

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody – namely me – deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.

venerdì 22 luglio 2016

Ma questa storia la scrivo in prima o in terza persona?

A.G. una delle domande più frequenti che mi fanno nei corsi di scrittura è: "Ma questa storia la scrivo in prima o in terza persona?" Sembra una questione legata al vicino e al lontano. Allo scoprirsi con la prima persona o al distanziarsi con la terza. I suoi romanzi spesso sono raccontati in prima persona. Perché la preferisce?

J.B. Il punto di vista è sempre stato un problema per i romanzieri. "Cosa importa chi parla?" chiedeva Beckett, ma è una domanda a cui davvero non è facile rispondere. Scrivo in prima persona perché mi sembra il modo più naturale. Quello che io posso vedere è la parte esteriore del mondo, ovviamente delle cose posso conoscere solo la superficie, persone comprese; d'altro canto, posso conoscere me stesso solo da ciò che avviene nella mia testa.

Alberto Garlini
dialogo con John Banville

in
L'arte di raccontare
Alberto Garlini - Caterina Bonvicini
Nottetempo 2015

lunedì 4 luglio 2016

La pazienza e la fatica necessarie per scrivere un romanzo

Non ho mai pensato che nei romanzi la lingua dovesse essere il risciò di sua maestà la narrazione, ma in passato mi è capitato di credere il contrario. Con sempre maggior frequenza i giornalisti culturali esaltano i romanzi in cui la "neutralità" (oserei dire l'imparzialità) della lingua rende la narrazione agevole e non pesante, scorrevole e non ostica, neanche la letteratura fosse una branca dell'economia dove ottimizzare il noto risultasse più importante di perdersi nell'ignoto allo scopo di risalire dal pozzo stringendo in bocca uno strano oggetto (perfino brutto o mostruoso) che l'umanità vede per la prima volta.
Io, al contrario degli ottimizzatori, credo che la letteratura abbia semmai più a che fare con la fisica teorica e con la stregoneria, con le Scritture (di cui molto spesso è la parodia, come sapeva bene Philip Dick) e con gli orologi guasti le cui lancette ferme segnano (per eccesso di spreco e di idiozia) almeno una volta al giorno l'ora di Dio.
Scoprire una verità nascosta (risalire dal pozzo con quell'oggetto) è tra le più belle ricompense che si possono ottenere grazie alla pazienza e alla fatica così spesso necessarie per scrivere un romanzo. Magari l'oggetto è inservibile. Magari è trascurabile e non rappresenterà mai una delle architravi su cui si reggerà la civiltà di domani, ma solo un fregio. E però quell'oggetto ha per me lo stesso un valore inestimabile. Ho parlato di "oggetti" ma forse sarebbe più calzante l'ipotesi di specie viventi, perché questo in un certo senso sono i romanzi. Specie viventi che ne contengono mille altre.

Nicola Lagioia
La lingua
Nuovi argomenti nr. 73
Mondadori gennaio marzo 2016

giovedì 16 giugno 2016

da dove arrivano le storie

Quando comincia una storia ha già tutto chiaro?
Non è chiaro, all'inizio. Spesso ho un’idea, ma è un’idea molto vaga. Provo a entrare nel mondo della storia, cerco la porta giusta. Può essere quella porta oppure un’altra, oppure una finestra, non lo so, ma devo trovarmi dentro la storia, devo trovare l’ingresso. È difficile, perché spesso una storia non comincia con l’incipit.
Come si arriva all'incipit allora?
Io ci arrivo scrivendo e pensando. A volte comincio una storia, scrivo, scrivo e a un certo punto mi dico: “Ah, deve iniziare qui!” E magari succede dopo aver scritto molte pagine. Arrivo a un momento che mi sembra giusto, spesso ci vuole qualche mese per scoprire l’incipit. Lo spunto può essere un dettaglio, una scena, un pezzettino di dialogo, dipende. Di rado un incipit è ovvio, di rado si presenta così, purtroppo.
Un esempio?
Con La moglie io sapevo che la descrizione dell’ambiente era l’incipit giusto. Ma ci ho messo anni per ridurre quella descrizione a una pagina. Prima era un capitolo di otto o nove pagine e mi sembrava troppo. Ho dovuto togliere tutto. La scena al Tolly Club è arrivata dopo qualche anno. Perché io devo capire innanzitutto i personaggi, senza averli capiti non riesco a capire la storia: loro mi danno tutto, anche la struttura.
Ci parla del lavoro preliminare, quello che si svolge nella sua mente, prima di cominciare? Quando capisce che un’idea può diventare un romanzo?
Non riesco a capire senza scrivere. Ho in mente una cosa, un’idea vaga, poi prendo qualche appunto o scrivo un paragrafo, una descrizione: un viso, un paesaggio, un sentimento, un’emozione. Poi, però, ci vuole un motore. Capisco che è giusto quando c’è un movimento, quando la storia si svolge. Allora è chiaro: se c’è un movimento che posso seguire, c’è un’energia, c’è qualcosa di inevitabile.
Che cosa deve avere un incipit per catturare il lettore fin dalle prime righe? Ci sono inizi lenti e inizi folgoranti. Lei cosa preferisce?
Dipende. Può essere lento o può essere folgorante. A me piace cambiare. Per esempio, ho scritto un racconto intitolato Una volta nella vita che inizia molto lentamente: non si capisce dove andrà la storia, è un incipit disteso, non c’è una tensione o un dramma che si vede subito. Ma è arrivato così. Come si entra in un posto? Si può entrare direttamente: ecco la porta, andiamo. Ma la via può anche essere lunga, rilassata. A me piace seguire il mio istinto, non ho nessuna formula.
Nei racconti, spesso lei comincia da un accidente o da una situazione: da un guasto alla luce o da un trasloco. L’incipit di un racconto dev'essere diverso da quello di un romanzo?
L’inizio deve introdurre gli elementi della storia. Il romanzo può iniziare in modo più lento, invece nel racconto è importante iniziare in mezzo alle cose, l’incipit deve essere più veloce perché tutto è più urgente. Dà velocità al racconto, un incipit del genere, è importante. Un racconto è come un treno che passa. Un romanzo è come andare in macchina: si entra, si gira la chiave, poi si accelera.
frammento dell'intervista di Caterina Bonvicini a Jhumpa Lahiri
L'arte di raccontare
Nottetempo 2015