giovedì 27 febbraio 2025
Mattina di febbraio
mercoledì 18 maggio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/801. Oggi è un giorno di primavera così perfetto
Continuo a bighellonare tra vecchi libri di poesia e vecchi quaderni di appunti e abbozzi. Ho continuato a buttare vecchi quaderni di lavoro che non mi serviranno mai più e sto cercando di dare un senso e un ordine a tutte le scritture giovanili che sono molte, molte di più di quanto non mi fossi resa nello scorrere degli anni. per ora le metto in ordine, poi arriverà il tempo della selezione, ma quel tempo non è ancora oggi. Oggi però è il giorno giusto per una bella poesia di Billy Collins tradotta da Franco Nasi e tratta dalla raccolta Nine Horses, che credo sia ancora inedita in italiano.
Oggi
Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,
reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,
da spingerti a spalancare
tutte le finestre di casa,
e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,
anzi, a rimuoverla dallo stipite,
un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni
e il giardino che scoppia di peonie
sembrassero incisi nella luce del sole
da farti venir voglia di prendere
un martello per il fermacarte di vetro
del tavolino del salotto
e liberare così
gli abitanti
dal cottage coperto di neve
perché possano uscire
tenendosi per mano e ammirare
questa cupola più grande azzurra e bianca,
be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.
E oggi è anche mercoledì 18 maggio del terzo anno senza
Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 801 passeggia tra le
peonie in giardino.
giovedì 24 marzo 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/746. Chiara voce dell’alba, prologo di ogni mattino
Quando la notte prende il sopravvento e ci tiene tra le sue braccia, ecco che una nuova possibilità si apre. Mentre l’oscurità sfuma nell’argento dell’alba, noi possiamo anche udirne la voce, che è la voce degli uccellini sopravvissuti all’inverno. Ancora i suoni dell’umanità non si manifestano e si può restare ad aspettarli, perché cresceranno con l’avanzare della luce. L’alba è il primo evento di ogni giorno, ogni giorno è la speranza che ogni cosa vada bene, che ogni cosa vada meglio del giorno che l’ha preceduta. È cristallina la voce dell’alba, è alta e chiara e invita il sole a mostrarsi nei suoi drappi rossi e argentati.
Guardo fuori dalla finestra aperta, non importa se fa
ancora freddo. Sdraiata sul divano, avvolta in un plaid di lana, guardo il
colore degli alberi che trasmuta dal nero della notte che li confondeva con sé,
al timido marrone appena scheggiato dalle gemme nuove. Di notte gli alberi sono
come parole ancora immerse nell’inchiostro. È solo la luce che riesce a scrivere
nel cielo e a rendere la natura partecipe del progetto misterioso di ogni
giorno che inizia.
Prima che la parola
sia stata pronunciata
Chiedo alla luce questa
prima parola, la chiedo
perché la luce conosce
la differenza tra un silenzio
che precede la parola e
il silenzio che la segue.
Così avviene ogni giorno
questo miracolo: sentire
l’eco di ogni intenzione
prima ancora che la parola
sia stata pronunciata.
Così è trascorso questo giovedì 24 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 746 si esercita ancora al silenzio, lei che vorrebbe solo trillare con gli uccellini che hanno cantato tutto il giorno in fondo al giardino.
giovedì 3 marzo 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/725. Quando è estate nella luce e inverno nell'ombra
Oggi sono stata in giro quasi tutto il giorno, lavoro, lavoro e un sopralluogo a Sesto San Giovanni per un sopralluogo in vista delle conferenze che farò a fine mese sulle mie amate poetesse. In realtà non avevo proprio molto da fare, così ho continuato a rileggere Donne e fantastico di Giuliana Misserville per mettere a fuoco la presentazione che farò sabato prossimo alla Libreria delle donne di Milano. Dopo il sopralluogo pranzo in trattoria dove ho mangiato cicoria e purè di fave, buono come lo faceva la mia mamma pugliese.
“Era uno di quei giorni di marzo in cui il
sole splende caldo ed il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e
inverno nell'ombra”, così scriveva Charles Dickens in Grandi Speranze ed era proprio quello che sentivo anche io, vedevo
l’estate avanzare nelle lame di luce, negli alberi già fioriti e poi,
all’improvviso, bastava svoltare all’ombra e di nuovo il gelo di questo inverno
infinito mi assaliva. Prima di andare a casa, ho assistito alla presentazione
di una bellissima collezione di cartoline della vecchia Milano, una delle mie
passioni, immagini che mi emozionano sempre moltissimo e che mi riportano all’indietro
in antiche atmosfere, molto prima che io nascessi, ma poi anche nella Milano
degli anni Sessanta e Settanta, quella di cui ho più nostalgia. Nonostante l’angoscia
per la guerra, lo stato d’animo plumbeo, non resto insensibile alla bellezza
che mi circonda e cerco, seppure con grande fatica, parole che rendano conto di
quanto accade, di quanto vedo e di quanto sento.
Oggi è giovedì 3 marzo del terzo anno senza
Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 725 se ne sta silenziosa,
seduta su una panchina, metà all’ombra, metà al sole.
lunedì 18 ottobre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/589. Scivolare tra le pieghe del giorno e separare ogni ombra dall’ombra
C’era
un bosco spontaneo vicino alla casa, un bosco cresciuto sulle macerie lasciate
dalla guerra. Si poteva andare a passeggio, inoltrarsi nel fitto degli alberi e
tutta la città intorno smetteva di esistere. Solo i fantasmi respiravano tra i
cespugli e le fronde basse, in quella luce verde che chiamava altra luce,
mentre le ombre si ritiravano in buon ordine negli angoli più lontani. Non
lontano dal bosco c’era una casa risparmiata dai bombardamenti che era stata
finita poco prima dello scoppio della guerra e lì era rimasta per decenni.
Sembrava sbarrata dall’esterno ma era possibile scivolare in una finestrella
della cantina e poi risalire fino al piano terra e poi su, due piani e la
soffitta. Anche da lì era possibile arrampicarsi sul tetto e guardare la
vecchia scuola e il bosco e intorno quel che era rimasto della grande fabbrica,
qualche finestra con le inferriate senza più vetri, l’ingresso delle maestranze
e poi dove c’erano gli immensi telai solo il bosco, i cespugli, gli uccelli di
passo, le ombre e i fantasmi silenziosi. Delle maestose ciminiere non era
rimasto che il fumo, vago e disperso, che ancora aleggiava nel cielo della
città. In un’altra via, ancora poco distante, c’era la casa misteriosa dove i
fantasmi abitavano all’insaputa dei vivi, nessuno ci faceva caso, nessuno
cercava di entrare, perché i fantasmi hanno questa qualità speciale di non
attirare l’attenzione, di scivolare tra le pieghe del giorno e solo quando ci
passano molto vicino, sentiamo un brivido lungo la schiena perché assorbono
tutto il calore intorno e anche il nostro, solo così possono continuare a
esistere in questa realtà che amano così tanto da non volerla lasciare. Nel
palazzo della grande fabbrica delle macchine da cucire ci sono appartamenti
ora, i fantasmi hanno traslocato perché quando possono evitano di vivere troppo
a contatto con i viventi. Amano nascondersi all’aperto i fantasmi, anche se noi
preferiamo immaginarli chiusi a infestare le case. Ma loro hanno soprattutto
nostalgia del sole e del vento, del cielo azzurro, per questo non se ne sono
andati.
Solo un alito del
tempo ci separa da loro
Il
gesto è sempre lo stesso:
chinare
il collo all’indietro,
cercare
il sole a occhi chiusi,
a
occhi chiusi guardare intorno,
scoprire
solo con i sensi invisibili
come
si vive in tempi diversi,
e
fare sempre la stessa domanda,
sempre
chiedere: mi ami? Mi ami
ancora?
Ma noi sentiamo solo
un
respiro, un refolo freddo di
vento,
un alito del tempo che
ci
tiene distanti e invisibili gli
uni
agli altri, l’unica difesa per
non
impazzire, ebbri di luce.
Ci
sono giorni come questo, quando il passato respira nel presente e chiama nella
luce coloro che sono stati. Io li sento respirare, li racconto nelle mie
storie, li vedo, cerco di custodire il loro segreto. Non so se sempre ci
riesco, non so per quanto tempo ancora potrò fingere che non ci siano creature
che entrano ed escono da tutte le case, le finestre e i portoni.
Questa
Cronaca 589 di lunedì 18 ottobre del secondo anno senza Carnevale, parla a
bassa voce, respira nel verde del bosco sparito, riconosce le ombre e le separa
dai fantasmi di quelli che sono stati, di quelli che saremo.
lunedì 13 settembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/554. Quando la luce si ferma, prende una forma nota per non farci paura
Viviamo
senza pensare cosa diventerà ricordo e cosa oblio. Non sono la luce e le ombre
a decretare chi avrà il sopravvento, sono misteriose le vie del ricordo. Hanno bisogno
di un oggetto, di un desiderio, di un’immagine i ricordi, così si formano e
restano. Ma quanto è reale la staticità del ricordo? Quanto lo è la strada dell’oblio?
Siamo tessitori ciechi che avanzano nel vasto mare dove tutto è dimenticato. Un
mare che è silenzio, un ricordo che è parola. Ritorniamo solo dove siamo già
stati e l’oblio è dove tutto è accaduto, ricordo dove crediamo che qualcosa sia
accaduto.
I limoni, prigionieri
della luce
Non
so quale immagine di
questa
mattina diventerà
un
ricordo che non ho scelto.
Così
decido di aiutare questa
mia
memoria e scelgo i cinque
limoni
stesi sul mobile ad
asciugare.
La luce li colpiva
in
pieno e sapevo che splendevano
di
senso, o almeno così mi
sembrava
mentre la donna stava
decidendo
se congelarli o
conservarli
sotto sale. Questa
è
una buona metafora per ogni
memoria
ho pensato, so
che
mi ricorderò di quei limoni
anche
se dovessi dimenticare
questa
donna e il sole.
Oggi ho ascoltato molte persone che mi hanno raccontato storie di vita incredibili e normali allo stesso tempo. Sono storie che hanno bisogno di essere custodite e allo stesso tempo di essere strappate all’oblio. Storie che devono essere taciute, ma non dimenticate.
Oggi
è lunedì 13 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 554 se
ne sta acquattata sul tavolo, nella cesta dei limoni.
lunedì 5 luglio 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/484. Quando il silenzio riempie la notte sonora
“Ma i colori, quelli no, non sono cambiati. I colori nel sud hanno una sola dimensione, schiacciati dalla luce e dall’estate, senza sfondo. I casali, i tetti, i maggesi, le chiome delle querce e degli ulivi, i campi di granturco con le pannocchie pendule tra le foglie, il greto argilloso dei torrenti in secca, le spiagge bianche che orlano le costiere.
Colore
puro, cotto dal sole. E le strade di terra che viaggiano in mezzo al colore. Il
celeste delle finestre chiuse sui muri ocra non intonacati. Il verde brillante
dei castagni, il giallo dei covoni, il blu del mare. Perfino il mare, d’estate,
sembra immobile, laccato, senza respiro.
La
natura, sotto la luce del sud, ferma l’attimo e lo rende eterno nella sua
silenziosa fissità.
Il
silenzio ha i suoi rumori. Il martelletto delle cicale è uno di quelli. Quando
sotto la calura la cicala arresta per un attimo il suo canto, il silenzio
s’interrompe.
Un
altro rumore del silenzio è l’abbaiare dei cani nella notte. Tu ti svegli
quando tacciono e la luce della luna arriva con le sue ombre di tenerezza fino
al tuo letto. Ti riaddormenti quando i cani riprendono ad abbaiare e il
silenzio riempie di nuovo la notte sonora”.
Dormono
le cime dei monti
e
le vallate intorno,
i
declivi e i burroni.
Dormono
i rettili, quanti nella specie
la
nera terra ne alleva,
le
fiere di selva, le varie forme di api,
i
mostri nel fondo cupo del mare.
Dormono
le generazioni
degli
uccelli dalle lunghe ali.
Così
vorrei che ogni sera un canto come questo cullasse il mio riposo e quello delle
creature che abitano nella mia mente e nel mio cuore”.
Questo
brano è una citazione del libro autobiografico di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008).
La poesia è il Notturno di Alcmane
nella bellissima traduzione di Salvatore Quasimodo.
Ho
riletto oggi il libro d’un fiato, senza mai chiuderlo e senza avere mai alzato
gli occhi dalla pagina. A volte mentre cerchiamo nella natura una corrispondenza
al nostro stato d’animo, la risposta arriva da un libro e dal ricordo di
qualcun altro. Un ricordo che mi è così familiare perché quella di Scalfari è
anche la mia memoria della Calabria. Il libro è pieno di sottolineature e note
ai margini e un giorno lo rileggerò.
Questa è la sera di lunedì 5 luglio del secondo anno senza Carnevale e me ne sto quieta a ricordare le estati della mia infanzia in questa Cronaca 484 ascoltando i grilli, ora che le cicale hanno cessato, per oggi, il loro canto.
Nella foto l'isola di Dino, di fronte a Praia a mare in Calabria
domenica 4 aprile 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale 392. Io inizio a imparare le tue impronte proprio all’inizio della stagione
Ma se il
giorno della Resurrezione fosse il giorno dello sgomento? Se gli esseri umani
che vivono nella terra senza ombre, loro stessi fatti d’ombra temessero più di
ogni altra cosa proprio il fatto di dovere ritornare nella terra della luce,
nella terra dove le cose iniziano e finiscono? Immaginavo questa mattina, i
pianti delle donne, le urla degli uomini all’idea che il momento fosse giunto,
che il Cristo sarebbe ritornato nel luogo della sua agonia. Anche lui temeva quel
momento, eppure non si è mai sottratto all’obbligo del ritorno, nonostante
sapesse che il tempo sarebbe stato poco nel nuovo passaggio, quel che temeva di
più era rivedere gli amici e compagni per l’ultima volta e poi doverli
abbandonare per sempre. Un’ultima sofferenza reiterata ma inevitabile.
Ecco che
anche la Pasqua è arrivata e già il giorno volge verso il suo tramonto e noi
siamo grati al Dio che si è incarnato una volta di più e che ha fatto ritorno
da noi, gli sgomenti, gli impauriti, gli sfiniti da questa pandemia infinita. Una
volta di più abbiamo provato la potenza del simbolo nelle nostre vite e la
Resurrezione è la speranza di un domani diverso, di un futuro migliore.
Come la
primavera conosce le margherite a memoria
Ho aspettato
l’alba prima che
il sole
apparisse, ho camminato
in riva al
mare e ascoltato come
le onde
sussurrassero il tuo nome.
Tutti sapevano
che saresti tornato,
io pure non
ho mai temuto un giorno
diverso, una
fine diversa. Con il coro
delle onde
pronuncio il tuo nome, con
il coro delle
onde ti invoco e l’alba non
ti ha
incontrato perché sei già nel tuo
nuovo cammino
dove posso scegliere
di seguirti o
stare immobile a rimpiangere
il passato. Ora
che il tempo è un bambino
che sa a
memoria ogni margherita nel
prato, io
inizio a imparare le tue impronte
proprio all’inizio
della stagione, e cammino.
Ho passato
una giornata lieta in compagnia di belle persone, mio fratello, mia cognata, i
miei nipoti, e di buoni libri. Il tempo era soleggiato, abbiamo avuto anche
buon cibo sulla tavola, abbiamo sperato che l’anno venturo potremo essere
liberi sotto un cielo di nuovo aperto. Buona Pasqua di Resurrezione amiche e
amici, qui dalla città silenziosa e dalla terra della Montagne della Nebbia che
salutano la Cronaca 392 di domenica 4 aprile del secondo anno senza Carnevale.
mercoledì 29 luglio 2020
Cronache dall’anno senza Carnevale/143: fiorire nel silenzio e nel perdono, nella gioia restare
martedì 28 luglio 2020
Cronache dall’anno senza Carnevale/142: tu il fuoco, io la scintilla e il legno nel camino
domenica 19 luglio 2020
Cronache dall’anno senza Carnevale/133: un giorno di tregua domenicale, la poesia di una città
Nel mio quartiere le due torri novecentesche svettano e mi riportano a un giugno di tre decenni fa, quando uscita dal cinema Zenit, che era dove ora c'è la Feltrinelli in piazza Piemonte, ero rimasta abbagliata dalla loro solennità di pietra che incideva l'azzurro del cielo e teneva sospesa una falce di luna e una stella proprio in cima ai tetti che si specchiavano uno nell'altro.





