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giovedì 27 febbraio 2025

Mattina di febbraio


Dinnanzi al foglio bianco, è un po’ che aspetto
le parole. Che però non arrivano.
Non ottengo che, docili, si posino
sul quaderno e che dicano quel che ora
tento di dire: che questa mattina
il sole di febbraio gioca sopra
i tetti del quartiere, che in un cielo
così azzurro ci sono solo due
o tre nuvole bianche,
che suona mezzogiorno all'orologio
della parrocchia e allegro
un passero si posa all'improvviso
sulla ringhiera del balcone:
batte
le ali, saltella, col becco si liscia
le piume, guarda, inquieto,
di qua, di là, e, d’un tratto,
gaio riprende il volo nella luce del giorno.

Eloy Sánchez Rosillo
Las cosas como fueron
Traduzione di Francesco Dalessandro
Tusquets, 2004

mercoledì 18 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/801. Oggi è un giorno di primavera così perfetto

 


Continuo a bighellonare tra vecchi libri di poesia e vecchi quaderni di appunti e abbozzi. Ho continuato a buttare vecchi quaderni di lavoro che non mi serviranno mai più e sto cercando di dare un senso e un ordine a tutte le scritture giovanili che sono molte, molte di più di quanto non mi fossi resa nello scorrere degli anni. per ora le metto in ordine, poi arriverà il tempo della selezione, ma quel tempo non è ancora oggi. Oggi però è il giorno giusto per una bella poesia di Billy Collins tradotta da Franco Nasi e tratta dalla raccolta Nine Horses, che credo sia ancora inedita in italiano.

 

 

Oggi

 

 

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,

reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

da spingerti a spalancare

tutte le finestre di casa,

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,

anzi, a rimuoverla dallo stipite,

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni

e il giardino che scoppia di peonie

sembrassero incisi nella luce del sole

da farti venir voglia di prendere

un martello per il fermacarte di vetro

del tavolino del salotto

e  liberare così gli abitanti

dal cottage coperto di neve

perché possano uscire

tenendosi per mano e ammirare

questa cupola più grande azzurra e bianca,

be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

 

 

E oggi è anche mercoledì 18 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 801 passeggia tra le peonie in giardino.

giovedì 24 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/746. Chiara voce dell’alba, prologo di ogni mattino

 

 


Quando la notte prende il sopravvento e ci tiene tra le sue braccia, ecco che una nuova possibilità si apre. Mentre l’oscurità sfuma nell’argento dell’alba, noi possiamo anche udirne la voce, che è la voce degli uccellini sopravvissuti all’inverno. Ancora i suoni dell’umanità non si manifestano e si può restare ad aspettarli, perché cresceranno con l’avanzare della luce. L’alba è il primo evento di ogni giorno, ogni giorno è la speranza che ogni cosa vada bene, che ogni cosa vada meglio del giorno che l’ha preceduta. È cristallina la voce dell’alba, è alta e chiara e invita il sole a mostrarsi nei suoi drappi rossi e argentati.

Guardo fuori dalla finestra aperta, non importa se fa ancora freddo. Sdraiata sul divano, avvolta in un plaid di lana, guardo il colore degli alberi che trasmuta dal nero della notte che li confondeva con sé, al timido marrone appena scheggiato dalle gemme nuove. Di notte gli alberi sono come parole ancora immerse nell’inchiostro. È solo la luce che riesce a scrivere nel cielo e a rendere la natura partecipe del progetto misterioso di ogni giorno che inizia.

 

 

Prima che la parola sia stata pronunciata

 

Chiedo alla luce questa

prima parola, la chiedo

perché la luce conosce

la differenza tra un silenzio

che precede la parola e

il silenzio che la segue.

Così avviene ogni giorno

questo miracolo: sentire

l’eco di ogni intenzione

prima ancora che la parola

sia stata pronunciata.

 

 

Così è trascorso questo giovedì 24 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 746 si esercita ancora al silenzio, lei che vorrebbe solo trillare con gli uccellini che hanno cantato tutto il giorno in fondo al giardino.

giovedì 3 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/725. Quando è estate nella luce e inverno nell'ombra

 


Oggi sono stata in giro quasi tutto il giorno, lavoro, lavoro e  un sopralluogo a Sesto San Giovanni per un sopralluogo in vista delle conferenze che farò a fine mese sulle mie amate poetesse. In realtà non avevo proprio molto da fare, così ho continuato a rileggere Donne e fantastico di Giuliana Misserville per mettere a fuoco la presentazione che farò sabato prossimo alla Libreria delle donne di Milano. Dopo il sopralluogo pranzo in trattoria dove ho mangiato cicoria e purè di fave, buono come lo faceva la mia mamma pugliese.

“Era uno di quei giorni di marzo in cui il sole splende caldo ed il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell'ombra”, così scriveva Charles Dickens in Grandi Speranze ed era proprio quello che sentivo anche io, vedevo l’estate avanzare nelle lame di luce, negli alberi già fioriti e poi, all’improvviso, bastava svoltare all’ombra e di nuovo il gelo di questo inverno infinito mi assaliva. Prima di andare a casa, ho assistito alla presentazione di una bellissima collezione di cartoline della vecchia Milano, una delle mie passioni, immagini che mi emozionano sempre moltissimo e che mi riportano all’indietro in antiche atmosfere, molto prima che io nascessi, ma poi anche nella Milano degli anni Sessanta e Settanta, quella di cui ho più nostalgia. Nonostante l’angoscia per la guerra, lo stato d’animo plumbeo, non resto insensibile alla bellezza che mi circonda e cerco, seppure con grande fatica, parole che rendano conto di quanto accade, di quanto vedo e di quanto sento.

Oggi è giovedì 3 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 725 se ne sta silenziosa, seduta su una panchina, metà all’ombra, metà al sole.

lunedì 18 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/589. Scivolare tra le pieghe del giorno e separare ogni ombra dall’ombra


 

C’era un bosco spontaneo vicino alla casa, un bosco cresciuto sulle macerie lasciate dalla guerra. Si poteva andare a passeggio, inoltrarsi nel fitto degli alberi e tutta la città intorno smetteva di esistere. Solo i fantasmi respiravano tra i cespugli e le fronde basse, in quella luce verde che chiamava altra luce, mentre le ombre si ritiravano in buon ordine negli angoli più lontani. Non lontano dal bosco c’era una casa risparmiata dai bombardamenti che era stata finita poco prima dello scoppio della guerra e lì era rimasta per decenni. Sembrava sbarrata dall’esterno ma era possibile scivolare in una finestrella della cantina e poi risalire fino al piano terra e poi su, due piani e la soffitta. Anche da lì era possibile arrampicarsi sul tetto e guardare la vecchia scuola e il bosco e intorno quel che era rimasto della grande fabbrica, qualche finestra con le inferriate senza più vetri, l’ingresso delle maestranze e poi dove c’erano gli immensi telai solo il bosco, i cespugli, gli uccelli di passo, le ombre e i fantasmi silenziosi. Delle maestose ciminiere non era rimasto che il fumo, vago e disperso, che ancora aleggiava nel cielo della città. In un’altra via, ancora poco distante, c’era la casa misteriosa dove i fantasmi abitavano all’insaputa dei vivi, nessuno ci faceva caso, nessuno cercava di entrare, perché i fantasmi hanno questa qualità speciale di non attirare l’attenzione, di scivolare tra le pieghe del giorno e solo quando ci passano molto vicino, sentiamo un brivido lungo la schiena perché assorbono tutto il calore intorno e anche il nostro, solo così possono continuare a esistere in questa realtà che amano così tanto da non volerla lasciare. Nel palazzo della grande fabbrica delle macchine da cucire ci sono appartamenti ora, i fantasmi hanno traslocato perché quando possono evitano di vivere troppo a contatto con i viventi. Amano nascondersi all’aperto i fantasmi, anche se noi preferiamo immaginarli chiusi a infestare le case. Ma loro hanno soprattutto nostalgia del sole e del vento, del cielo azzurro, per questo non se ne sono andati.

 

 

Solo un alito del tempo ci separa da loro

 

Il gesto è sempre lo stesso:

chinare il collo all’indietro,

cercare il sole a occhi chiusi,

a occhi chiusi guardare intorno,

scoprire solo con i sensi invisibili

come si vive in tempi diversi,

e fare sempre la stessa domanda,

sempre chiedere: mi ami? Mi ami

ancora? Ma noi sentiamo solo

un respiro, un refolo freddo di

vento, un alito del tempo che

ci tiene distanti e invisibili gli

uni agli altri, l’unica difesa per

non impazzire, ebbri di luce.

 

 

 

Ci sono giorni come questo, quando il passato respira nel presente e chiama nella luce coloro che sono stati. Io li sento respirare, li racconto nelle mie storie, li vedo, cerco di custodire il loro segreto. Non so se sempre ci riesco, non so per quanto tempo ancora potrò fingere che non ci siano creature che entrano ed escono da tutte le case, le finestre e i portoni.

Questa Cronaca 589 di lunedì 18 ottobre del secondo anno senza Carnevale, parla a bassa voce, respira nel verde del bosco sparito, riconosce le ombre e le separa dai fantasmi di quelli che sono stati, di quelli che saremo.

lunedì 13 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/554. Quando la luce si ferma, prende una forma nota per non farci paura

 


 


 

Viviamo senza pensare cosa diventerà ricordo e cosa oblio. Non sono la luce e le ombre a decretare chi avrà il sopravvento, sono misteriose le vie del ricordo. Hanno bisogno di un oggetto, di un desiderio, di un’immagine i ricordi, così si formano e restano. Ma quanto è reale la staticità del ricordo? Quanto lo è la strada dell’oblio? Siamo tessitori ciechi che avanzano nel vasto mare dove tutto è dimenticato. Un mare che è silenzio, un ricordo che è parola. Ritorniamo solo dove siamo già stati e l’oblio è dove tutto è accaduto, ricordo dove crediamo che qualcosa sia accaduto.

  

I limoni, prigionieri della luce

 

Non so quale immagine di

questa mattina diventerà

un ricordo che non ho scelto.

Così decido di aiutare questa

mia memoria e scelgo i cinque

limoni stesi sul mobile ad

asciugare. La luce li colpiva

in pieno e sapevo che splendevano

di senso, o almeno così mi

sembrava mentre la donna stava

decidendo se congelarli o

conservarli sotto sale. Questa

è una buona metafora per ogni

memoria ho pensato, so

che mi ricorderò di quei limoni

anche se dovessi dimenticare

questa donna e il sole.

 

 

Oggi ho ascoltato molte persone che mi hanno raccontato storie di vita incredibili e normali allo stesso tempo. Sono storie che hanno bisogno di essere custodite e allo stesso tempo di essere strappate all’oblio. Storie che devono essere taciute, ma non dimenticate.

 

Oggi è lunedì 13 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 554 se ne sta acquattata sul tavolo, nella cesta dei limoni.

lunedì 5 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/484. Quando il silenzio riempie la notte sonora

 



 

“Ma i colori, quelli no, non sono cambiati. I colori nel sud hanno una sola dimensione, schiacciati dalla luce e dall’estate, senza sfondo. I casali, i tetti, i maggesi, le chiome delle querce e degli ulivi, i campi di granturco con le pannocchie pendule tra le foglie, il greto argilloso dei torrenti in secca, le spiagge bianche che orlano le costiere.

Colore puro, cotto dal sole. E le strade di terra che viaggiano in mezzo al colore. Il celeste delle finestre chiuse sui muri ocra non intonacati. Il verde brillante dei castagni, il giallo dei covoni, il blu del mare. Perfino il mare, d’estate, sembra immobile, laccato, senza respiro.

La natura, sotto la luce del sud, ferma l’attimo e lo rende eterno nella sua silenziosa fissità.

Il silenzio ha i suoi rumori. Il martelletto delle cicale è uno di quelli. Quando sotto la calura la cicala arresta per un attimo il suo canto, il silenzio s’interrompe.

Un altro rumore del silenzio è l’abbaiare dei cani nella notte. Tu ti svegli quando tacciono e la luce della luna arriva con le sue ombre di tenerezza fino al tuo letto. Ti riaddormenti quando i cani riprendono ad abbaiare e il silenzio riempie di nuovo la notte sonora”.

 

 

Dormono le cime dei monti

e le vallate intorno,

i declivi e i burroni.

Dormono i rettili, quanti nella specie

la nera terra ne alleva,

le fiere di selva, le varie forme di api,

i mostri nel fondo cupo del mare.

Dormono le generazioni

degli uccelli dalle lunghe ali.

 

 

Così vorrei che ogni sera un canto come questo cullasse il mio riposo e quello delle creature che abitano nella mia mente e nel mio cuore”.

 

Questo brano è una citazione del libro autobiografico di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008). La poesia è il Notturno di Alcmane nella bellissima traduzione di Salvatore Quasimodo.

 

Ho riletto oggi il libro d’un fiato, senza mai chiuderlo e senza avere mai alzato gli occhi dalla pagina. A volte mentre cerchiamo nella natura una corrispondenza al nostro stato d’animo, la risposta arriva da un libro e dal ricordo di qualcun altro. Un ricordo che mi è così familiare perché quella di Scalfari è anche la mia memoria della Calabria. Il libro è pieno di sottolineature e note ai margini e un giorno lo rileggerò.

 

Questa è la sera di lunedì 5 luglio del secondo anno senza Carnevale e me ne sto quieta a ricordare le estati della mia infanzia in questa Cronaca 484 ascoltando i grilli, ora che le cicale hanno cessato, per oggi, il loro canto. 

Nella foto l'isola di Dino, di fronte a Praia a mare in Calabria

domenica 4 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale 392. Io inizio a imparare le tue impronte proprio all’inizio della stagione

 


Ma se il giorno della Resurrezione fosse il giorno dello sgomento? Se gli esseri umani che vivono nella terra senza ombre, loro stessi fatti d’ombra temessero più di ogni altra cosa proprio il fatto di dovere ritornare nella terra della luce, nella terra dove le cose iniziano e finiscono? Immaginavo questa mattina, i pianti delle donne, le urla degli uomini all’idea che il momento fosse giunto, che il Cristo sarebbe ritornato nel luogo della sua agonia. Anche lui temeva quel momento, eppure non si è mai sottratto all’obbligo del ritorno, nonostante sapesse che il tempo sarebbe stato poco nel nuovo passaggio, quel che temeva di più era rivedere gli amici e compagni per l’ultima volta e poi doverli abbandonare per sempre. Un’ultima sofferenza reiterata ma inevitabile.

Ecco che anche la Pasqua è arrivata e già il giorno volge verso il suo tramonto e noi siamo grati al Dio che si è incarnato una volta di più e che ha fatto ritorno da noi, gli sgomenti, gli impauriti, gli sfiniti da questa pandemia infinita. Una volta di più abbiamo provato la potenza del simbolo nelle nostre vite e la Resurrezione è la speranza di un domani diverso, di un futuro migliore.

 

Come la primavera conosce le margherite a memoria

 

Ho aspettato l’alba prima che

il sole apparisse, ho camminato

in riva al mare e ascoltato come

le onde sussurrassero il tuo nome.

Tutti sapevano che saresti tornato,

io pure non ho mai temuto un giorno

diverso, una fine diversa. Con il coro

delle onde pronuncio il tuo nome, con

il coro delle onde ti invoco e l’alba non

ti ha incontrato perché sei già nel tuo

nuovo cammino dove posso scegliere

di seguirti o stare immobile a rimpiangere

il passato. Ora che il tempo è un bambino

che sa a memoria ogni margherita nel

prato, io inizio a imparare le tue impronte

proprio all’inizio della stagione, e cammino.

 

Ho passato una giornata lieta in compagnia di belle persone, mio fratello, mia cognata, i miei nipoti, e di buoni libri. Il tempo era soleggiato, abbiamo avuto anche buon cibo sulla tavola, abbiamo sperato che l’anno venturo potremo essere liberi sotto un cielo di nuovo aperto. Buona Pasqua di Resurrezione amiche e amici, qui dalla città silenziosa e dalla terra della Montagne della Nebbia che salutano la Cronaca 392 di domenica 4 aprile del secondo anno senza Carnevale.

mercoledì 29 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/143: fiorire nel silenzio e nel perdono, nella gioia restare


È la rosa che ti ha ascoltato e poi ti ha lasciato partire. La città era ancora silenziosa e noi stavamo nelle case che erano tane, piegati su noi stessi, spaventati e tristi.

Sei tornato e il coro delle cicale ti ha dato il benvenuto, anzi, ti ha salutato come se tu ti fossi svegliato in questo nuovo giorno e non avessi abbandonato né la città silenziosa né le terre dell’Altipiano.

Anche le nuvole sono venute a salutarti e ti hanno danzato intorno e ti hanno ricoperto di piccoli sbaffi di vapore e qualcuna ha lasciato cadere qualche goccia di pioggia per ritemprare le tue stesse rose.

Non poteva mancare il vento, complice delle nuvole, che ti ha sfiorato e redento dalla lunga attesa. Niente tracce di polvere sulla tua poltrona in giardino, niente foglie secche o rimpianti abbarbicati alla vite protesa verso il sole.

Anche il giardino tratta il tuo ritorno come un evento di minima importanza, ti saluta con improvvise fioriture del melograno e con l’oleandro che muta il colore da rosa in bianco.

Il ruscello in fondo al giardino gorgoglia felice, le acque sono trasparenti e i ciottoli sul fondo riflettono la luce, così che i pesci non siano d’argento ma d’oro e nessun predatore dall’alto dei cieli oserà tuffarsi a pescare.

Da quando sei tornato la luce danza con la polvere e mi sussurra storie all’orecchio, basta che io immerga una mano e parole danzanti mi restano impigliate come se fossi un pescatore e le storie, bè le storie, un banco di alici che sfida i delfini.

Anche le api partecipano alla sarabanda e si rotolano nei fiori e sfrecciano qua e là tra l’invisibile e il conosciuto, ci esortano a continuare nel nostro cammino e ci portano miele e parole sino alla tavola e io dispongo il pane e la carta bianca per accettare il loro nutrimento.

Abbiamo avuto la pazienza dei cammelli nel deserto, abbiamo perduto le lettere che ti avevamo scritto. Ma tu conoscevi la strada e sei tornato.

Mondo, mondo che sei noi e oltre noi abbracci le distese stellate del cielo notturno. Noi pure ti abbracciamo e sfioriamo il mare con dita leggere.

Nessuna ruga solcherà le onde e la tua fronte, nessun rimpianto, perché la strada continuerà dal punto preciso in cui era iniziata la paura.

L’olivo e l’oleandro sono sopravvissuti al crollo del tempio ed essi stessi sono la nuova cattedrale dove potrai fiorire nel silenzio e nel perdono.

Lì nello stesso luogo, dove la gioia è compagna della tua presenza e del mio sorriso che apre un varco tra i tuoi pensieri.

martedì 28 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/142: tu il fuoco, io la scintilla e il legno nel camino

Il campo di girasoli è nel pieno della sua fioritura, tutti stanno in faccia al sole, tutti, tranne uno.

Gli chiedo perché stia dall’altro lato e non si abbeveri alla piena luce del mezzogiorno.

“Non posso – mi dice – non posso. Perché li guardo e li vedo cadere. Alla fine della stagione non resterà nessuno, io pure sarò solo una manciata di semi e un gambo essiccato, le foglie arse dalla stagione implacabile”.

Mi chiedo perché solo lui, solo quest’unico girasole sappia come finirà questa storia. È inusuale che una creatura con le radici conosca la fine che solo a noi umani è dato sapere.

“Ero un pastore prima di diventare girasole, forse per questo ricordo che la fine è già data e nota. Forse per questo mi intenerisco alla vista dei miei fratelli che si credono immortali nell’oceano di luce solare”.

Non resta memoria di chi o cosa siamo stati, ma è vero, a volte ricordiamo.



Le mani sapienti che mi hanno accarezzato


Tu il fuoco, io la scintilla e
il legno nel camino.

Io la pioggia, tu la nuvola e
la terra odorosa.

Tu l’ombra, io lo zenit e
il girasole reclinato.

Io la rosa, tu il giardino e
le mani sapienti.

Le mani sapienti che mi hanno
accarezzato.



Se porto in me tutti questi frammenti di vita e di memoria, come farò a distinguere che io sono proprio io e non tu in un giorno passato?

Come farò a ricordare che ero pioggia e poi rosa e poi un’onda e la risacca, una conchiglia, un sorriso, il volo alto delle aquile, come farò?

Je est un autre, aveva ragione l’uomo con le suole di vento. Io non sono io ma un’altra. Tu sei tu e anche me. Insieme possiamo cavalcare l’onda e le nuvole.

Le vigne sono già piegate sotto l’uva che presto sarà matura. Imparo la pazienza dall’acino e dal grappolo. Torno dal girasole e lo accarezzo, noi saremo anche il frutto che ora è acerbo.

Così passano le generazioni e l’ulivo si contorce perché prende su di sé tutto il dolore della separazione, tutto il dolore del rimpianto e della nostalgia.

Sono le rose e il melograno a non girare mai il capo all’indietro, perché sanno la pena di ogni singolo giorno e tanto basta.

Solo le rose sono passeggere pazienti del tempo che verrà. Perché l’estrema fioritura sarà e non importa dove, e non importa come.


Il piccolo prato

Non è abbastanza
La pozza di cielo nel nostro cuore
È il cielo tutto intero
Che voglio quando sarà l’ora
Di scorrere come acqua pura
Nel letto profondo dell’amore.


L’acqua scorre e scivola di lato, tu sei il fiume e io il pesce argentato. Tu il mare e un’intenzione, un refolo di vento e la scintilla d’argento che ti chiama per nome.



La poesia Le mani sapienti che mi hanno accarezzato, un cui verso è diventato titolo, l’ho scritta per questa Cronaca 142.

La poesia Il piccolo prato è di Anne Perrier, la traduzione è mia.




Le petit pré

Ce n'est pas assez
D'une flaque de ciel en notre coeur
C'est le ciel tout entier
Que je veux quand viendra l'heure
De s'écouler comme une eau pure
Dans le lit profond de l'amour

domenica 19 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/133: un giorno di tregua domenicale, la poesia di una città


Vento largo e caldo. 

Luce morbida e lunga sui tetti.

Rondini in picchiata riempiono d'allegria il cielo.

I ragazzini-gelsomini sono sfioriti da giorni, ma al tramonto si schiudono in me e diffondono il loro intenso profumo tutto intorno. E io passo davanti a quella cancellata chiudendo gli occhi e affondando il viso nella fioritura.

Oggi è una domenica di luglio, di questa strana stagione che non è iniziata e non finirà.

Godo di questa giornata di tregua, del cielo smaltato, delle case che risplendono, dei visi degli estranei che passeggiano e so che condividiamo lo stesso piacere.

Sul balcone che era di mia madre continua la fioritura dei gerani rossi e rossa, delle ortensie dal colore ancora incerto, delle ginestre dal giallo appena accennato, dei garofanini rossi e altezzosi, dei piccoli cespugli di rose rosa, malva e rosse, del basilico che profuma come l’estate intera, della menta già alta e vigorosa.

In giardino gli alberi storpiati dalla potatura dissennata dell'anno passato - mi chiedo che competenze avessero quei massacratori che hanno tagliato rami possenti e vecchi di mezzo secolo - si sono presi la loro rivincita e le foglie nuove si stirano pigre seguendo il vento nella sua danza. 

Nel mio quartiere le due torri novecentesche svettano e mi riportano a un giugno di tre decenni fa, quando uscita dal cinema Zenit, che era dove ora c'è la Feltrinelli in piazza Piemonte, ero rimasta abbagliata dalla loro solennità di pietra che incideva l'azzurro del cielo e teneva sospesa una falce di luna e una stella proprio in cima ai tetti che si specchiavano uno nell'altro.

Dall’altro lato della piazza, in lontananza, svettano le Tre Torri che sono belle, vuote di impiegati, e poco in sintonia con il profilo di Milano.

I locali sono pieni di gente che mangia e beve, chiacchiera e ride. Sui marciapiedi, però, sono rari i passanti che girano senza mascherina.

Una tregua domenicale per tutti gli abitanti della capitale del nord, per accogliere la settimana che viene, la pandemia, il vuoto del centro città, la disoccupazione, il crollo del turismo.

Ma questa sera voglio pensare solo al profumo dei gelsomini per averne nostalgia quando la notte sarà scesa e il sipario della luce sarà solo stella o lampione.

Così niente Montagne della Nebbia, niente mare, niente amici della Casa delle Parole, così ritrovo una poesia scritta molte, molte estati fa.



La città in bilico

nella mia città non troverete
panni alle finestre stesi
né svolte improvvise sul mare
lucido di sole o su una valle
ampia di nuvole

nella mia città non vedrete
santi o pellegrini
camminare in ginocchio
non lamenti udrete o grazie
all’unico dio tra gli dei

nella mia città non c’è orizzonte
e un giorno al mese
oriente si scambia di posto
con occidente
tanto la luce è uguale alla
stessa luce

nella mia città ci siamo solo noi
ancora intenti a camminare
in bilico sul fiume nascosto
inghiottito dalle case.



A volte è piacevole anche restare dall’altro lato dell’immaginazione, ben ancorati al pianeta e camminare in punta di piedi sulle stelle rovesciate che hai seminato al tuo passaggio.



La città in bilico è tratta dalla mia prima raccolta poetica Il calvario della rosa, Moretti&Vitali Editori, 2004


sabato 11 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/125: l’amore, due sillabe della stessa parola


Il mio vagabondare tra la città silenziosa, è sabato, e la terra delle Montagne della Nebbia, continua giorno dopo giorno. È una mattina bellissima di sole e vento, gli abitanti sono già arrivati per continuare a leggere e ad ascoltare le poesie per il giardino. È un’altra delle tre sorelle, vestita con un abito color zafferano, ad alzarsi per prima.


Un cuore contiene tutte le stelle e questo giardino

Mi sono chiesta spesso come
il nostro cuore, così piccolo,
possa contenere tutto intero il cielo,
le nuvole, le stelle, questo giardino.

Poi mi guardo allo specchio e
vedo la chioma di Berenice che
mi adorna il collo e risplende, non
mi serve altro e sorrido.

Mio cuore così affollato, non
dimenticare mai il giardino e
il croco giallo che cinguetta con
i nuovi nati nel cortile dietro casa.

La vigna ancora non rosseggia e
l’acino ozia nel colmo del sole, lo
guardano le stelle e decidono di
scendere per assaggiare il suo sapore.



Il sapiente guerriero non indossa i soliti vestiti oggi, niente abiti di fogge antiche, niente mantello, niente armatura. Ha una camicia e dei pantaloni di lino color avorio, è rilassato e sorride come mai l’ho visto fare. È il suo turno di alzarsi e leggere, la sacerdotessa lo guarda con occhi colmi di ammirazione.



La dolcezza della prossima fioritura

Possa questo giardino accogliere
i frutti del tuo desiderio e del tuo
pensiero, così che non solo le nostre
bocche ma anche i nostri cuori siano
colmi di nutrimento e sapere. Prospera
questo giardino, che arriva da un sogno
coniugato al passato, solo chi ama il
tempo futuro può credere nella prossima
fioritura e nella dolcezza del frutto che
sarà maturo.



Mentre commentiamo questa nuova poesia, un lato del cielo si oscura all'improvviso, così ci prepariamo a rifugiarci in casa. Il vasto salone si riempie in un attimo e noi siamo come le nuvole che ci hanno preceduto. Dal centro della stanza, mi sposto verso le finestre perché il cielo scuro mi faccia da fondale e il mio abito bianco spicchi contro l’orizzonte, leggo, leggo anche se forse c’erano altri che erano pronti a farlo.



l’amore, due sillabe della stessa parola

Ho chiesto al giardino di svelarmi
il suo segreto, ma mi hanno risposto
solo le api, così ho dovuto tradurre
il gusto di ogni fiore prima ancora
del loro ronzio. Ho insistito con il
melograno, ma in bilico tra il vento
e la rosa, mi ha lasciato con
tutte le mie domande intatte.
Poi un coro si è alzato dal prato
che pareva dormire, ogni voce
ripeteva quel che ancora non
avevo capito: due sillabe di una
stessa parola, questo è l’amore.


Ora si sente solo la tempesta che si avvicina, la pioggia è feroce in questo momento, sembra gridare. Poi si placa e le gocce scivolano sulle foglie del fico. Piano piano gli uccellini ricominciano a cantare. Prepariamo la tavola in veranda, aspettando che il prato sia asciutto. Ma io non voglio aspettare, tolgo i sandali e a piedi nudi vado nell'orto, raccolgo i pomodori maturi, il basilico, qualche cetriolo. Tutta questa bellezza sparirà, muterà forma, sarà nutrimento per le poesie e le tempeste che verranno nei giorni futuri.


La Cronaca 125 nasce con una tempesta e tre nuove poesie scritte nel giardino della mia immaginazione. Poi la pioggia è arrivata davvero e tutti i mondi sono diventati un mondo solo.