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giovedì 27 febbraio 2025

Mattina di febbraio


Dinnanzi al foglio bianco, è un po’ che aspetto
le parole. Che però non arrivano.
Non ottengo che, docili, si posino
sul quaderno e che dicano quel che ora
tento di dire: che questa mattina
il sole di febbraio gioca sopra
i tetti del quartiere, che in un cielo
così azzurro ci sono solo due
o tre nuvole bianche,
che suona mezzogiorno all'orologio
della parrocchia e allegro
un passero si posa all'improvviso
sulla ringhiera del balcone:
batte
le ali, saltella, col becco si liscia
le piume, guarda, inquieto,
di qua, di là, e, d’un tratto,
gaio riprende il volo nella luce del giorno.

Eloy Sánchez Rosillo
Las cosas como fueron
Traduzione di Francesco Dalessandro
Tusquets, 2004

martedì 18 aprile 2023

La mente è più estesa del cielo

 


La mente è più estesa del cielo

perché mettili fianco a fianco

l’una l’altro conterrà

con facilità e tu accanto

 

La mente è più profonda del mare

perché tienili azzurro contro azzurro

l’una l’altro assorbirà

come le spugne i secchi assorbono

 

La mente ha giusto il peso di Dio

perché soppesali libbra per libbra

ed essi differiranno se differiranno

come la sillaba dal suono

 

The Brain is wider than the Sky

For put them side by side

The one the other will contain

With ease and You beside

 

The Brain is deeper than the sea

For hold them Blue to Blue

The one the other will absorb

As Sponges Buckets do

 

The Brain is just the weight of God

For Heft them Pound for Pound

And they will differ if they do

As Syllable from Sound


Emily Dickinson

Poesie

Mondadori

martedì 7 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/821. I vascelli delle nostre infinite esistenze possibili se ne stanno schierati nel blu dell’orizzonte estivo

 



 

Oggi è stato un giorno lacustre, iniziato con un feroce temporale e continuate nella dolcezza del Lago Maggiore. Non avevo voglia di gironzolare al mercato, così sono partita un po’ più tardi, ho pranzato nel solito ristorantino in piazze, ho fatto una passeggiata e poi una sosta in Feltrinelli dove ho comprato il nuovo libro di Federico Pace La più bella estate. Storie di una stagione in cui tutto è possibile e ho iniziato subito a leggerlo sul treno del ritorno. Così per contentezza e pigrizia ne copio un brano:

 

 

Un battito d’ali

C’è un tempo della vita, e una stagione dell’anno, in cui tutti gli abbozzi della nostra esistenza sembra che vogliano, e possano, realizzarsi. In quel periodo, in quella stagione effimera, riusciamo a intravedere i vascelli delle nostre infinite esistenze possibili mentre se ne stanno schierati nel blu dell’orizzonte estivo. Al chiuso della nostra stanza, vediamo le prue di quelle imbarcazioni pronte a salpare, quando, ancora sdraiati nel letto, intuiamo la luce del sole che, alle prime ore del mattino, balugina nello spazio minuto tra le fenditure delle persiane. Con addosso il leggero velo del sonno, ne immaginiamo le traiettorie, le infinite avventure. Rimaniamo a guardare, con gli occhi dell’immaginazione, tutte le peripezie che si andranno compiendo. Le terre in cui giungeremo, le persone che avremo l’opportunità di avvicinare e che ci toccheranno nel profondo. Le cose sconosciute che avremo tra le mani. E di quelle prospettive, prima di scendere le scale della casa in cui ci troviamo in quel tempo della nostra vita, sembriamo nutrirci e abbeverarci come di un alimento e un nettare prelibato. Non sappiamo ancora, e non possiamo nemmeno intuire, che ne sarà di quei vascelli schierati laggiù dove la terra si congiunge con il cielo”.

 

 

All’arrivo non sono tornata subito a casa, sono andata con un gruppo di vecchi colleghi a prendere un aperitivo al bistro del Piccolo Teatro e poi sono tornata a casa in tram. Anche oggi è stata una giornata gioiosa e lieve, come se il bello e il buono del mondo fossero tutti qui, nella mia città. Oggi è martedì 7 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 821 è contenta quanto me.  

lunedì 2 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/785. Dove le nuvole si adeguano al cielo urbano



Scelgo la materia con cui costruire questo giorno: pietre, alberi, nuvole, il mio sguardo sul cielo. Dalla strada, che sta nel mondo più in basso, all’albero, creatura del regno intermedio, alle nuvole, che ci costringono a chinare il capo all’indietro per poterle guardare, o a sdraiarci su un prato e lasciare che il loro movimento, lento o veloce non importa, ci rubi lo sguardo e allo stesso tempo lo intessa di nuova luce e nuove percezioni.

Anche se si tratta di pietre, alberi e nuvole che appartengono alla città mai più silenziosa riesco, all’interno di questo paesaggio urbano, a ritagliare un paesaggio senza tempo che mi protegge lo sguardo e mi rallegra. Le nuvole urbane sanno di avere un cielo più piccolo a disposizione e si adeguano nelle forme per riuscire a mostrarsi comunque nella loro effimera bellezza.

 

 

In attesa di un nuovo stupore

 

Una margherita, il muso

di un cane, una pecora,

queste sono le nuvole

che attraversano il mio

cielo. Poi risplende il

fiore di un’immensa

gonna di taffetà, e così

una nuova favola attraversa

il vento e arriva sin quaggiù,

dove noi siamo sempre

in attesa di un nuovo stupore.

 

 

Così ho trascorso l’intera giornata ad ascoltare questa nuova favola, a catturare il canto del vento tra le foglie e a stupirmi della bellezza del mondo, nonostante la guerra, nonostante il dolore.

Oggi è lunedì 2 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 785 ancora svolazza insieme alle nuvole e alle favole.

mercoledì 13 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/766. Una lettera scritta nell’aria silenziosa

 


 

Arrivo dieci minuti prima dell’ora precisa, le quattordici e cinque minuti. Butto i fiori vecchi, verso diversi innaffiatoi d’acqua e poi pulisco il marmo. Il cipresseto che avevamo scelto per farti compagnia è seccato da tempo, ma la rosa continua a crescere stagione dopo stagione. Mentre sono intenta con queste faccende ecco che l’ora esatta arriva e così sono quindici anni da quando sei morto papà. Ho pregato, ho parlato con te, anche oggi c’è il sole, proprio come quel giorno anche se allora l’aria era più luminosa e anche più calda. Mi sei mancato in tutti questi anni, mi sei mancato in tutti i modi in cui un padre può mancare a una figlia. Ancora mi capita di ascoltare o leggere una notizia e avere l’impulso di telefonarti per commentarla con te. Ogni tanto ti sogno, in certi periodi di frequente. Quasi sempre sei insieme alla mamma, siete giovani e belli come quando ero bambina, parliamo molto nei sogni anche se la luce del giorno cela le parole e quasi mai so cosa ci siamo detti. Sfoglio i tuoi codici tutti annotati, i libri pieni di foglietti, ricordo la tua ansia di sapere. Continuo a lucidare il marmo rosso della tua lapide, sorrido alla tua fotografia, mi sorrido. Perché abbiamo la stessa bocca, le stesse orecchie e la stessa attaccatura del naso. Ti sorrido perché mi ricordo tante cose di te, della nostra vita insieme. Fino a che ci saranno i ricordi saremo insieme qui, poi saremo insieme per sempre. Il giorno del tuo funerale ho sentito forte che mentre la tua vita terrena era conclusa, una vita nuova e diversa iniziava per te. È stata un’esperienza di trascendenza fortissima, perché mentre tu scomparivi sotto la terra scura, io venivo trascinata dall’azzurro luminoso nel luogo dove ci ritroveremo.

 

Il colore dell’alfabeto necessario

 

È azzurro l’altrove che ci

aspetta, un salto lo precede

sempre. Un salto lo seguirà

per il ritorno e allora, solo

allora, capiremo di avere

appreso l’alfabeto necessario

per scrivere una lettera nell’aria

silenziosa. È azzurro l’altrove,

è azzurro tutto questo silenzio.

 

Mentre al mattino mi sono preparata al momento preciso del tuo trapasso, dopo essere stata diverse ore nel tuo piccolo cimitero, il resto del giorno se n’è andato e non so come è arrivata sera, è arrivata l’ora di scrivere queste mie poche parole quotidiane. Oggi è mercoledì 13 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno guerra. E questa Cronaca 766 gioisce con me che tu e la mamma non abbiate dovute vivere prima la pandemia e ora la guerra.

giovedì 7 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/760. Azzurra felicità, d’insubordinazione stupenda

 

 


Di che colore è la felicità? Sì, credo proprio che sia azzurra come suggeriscono questi versi di René Char, che ho utilizzato anche per il titolo della Cronaca:

 

"Felicità che è differita ansietà soltanto. Azzurra felicità, d’insubordinazione stupenda, che balza via dal piacere, polverizza il presente e tutte le sue istanze".

 

Un lampo azzurro, è questa la felicità in questa giornata dove nel tardo pomeriggio ho visto la mia amica Paola per farle dono di blocchi, quaderni, penne e matite per i bambini del doposcuola dove lei fa volontariato. Siamo rimaste nel mio quartiere a prendere un aperitivo e a chiacchierare di passato, presente e futuro. Ci conosciamo, io e lei, da quasi un quarto di secolo e siamo state colleghe per molti, moltissimi anni. Quanti ricordi condivisi e quante storie da raccontarsi, quante persone abbiamo conosciuto e perduto. Ma era più importante oggi parlare di tutta quella carta e cancelleria utile per i bambini che potranno disegnare, colorare, strappare e appallottolare, tutte attività che rendono la carte protagonista dell’infanzia. C’era davvero un cielo azzurro che sembrava premessa e promessa della primavera ormai arrivata, almeno per il calendario, era azzurro il nostro cielo, così azzurro. E ci ha regalata un lungo momento di quiete dove abbiamo condiviso le nostre parole. Sono proprio questi momenti colmi di dolcezza che rendono una giornata semplice, qualunque, in una giornata ben riuscita e memorabile.

Così, con questo cielo azzurro che mi abita dentro prendo commiato da giovedì 7 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Il tempo passa, la primavera arriva, nonostante tutto, nonostante noi. Questa Cronaca 760 lo sa, tinta di azzurro felice com’è.

mercoledì 6 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/759. Una rosa perché piova. Al termine d’innumerevoli anni è il tuo augurio

 



Ha piovuto per un paio di giorni, un sollievo temporaneo per la città e la terra, per i nostri sfibrati polmoni. Ma non è bastato sentire il ristoro delle gocce per avere la certezza di una riprese, di aria pulita e alberi vigorosi. Potrei offrire al cielo una rosa, ma ho come il sospetto che il cielo non sappia cosa farsene della mia rosa, perché le rose gli appartengono già tutte. Dall’alto le scruta, le accarezza, delega al vento ogni tenerezza e alle nuvole il privilegio di rosseggiare grazie al colore delle rose, un suggerimento che diventa visibile verso il tramonto, quando il tramonta gareggia con le rose che fioriranno a maggio. Ma il cielo è ancora più ansioso di noi e si porta avanti. Tinge a memoria la bellezza di ogni rosa e non sa che così, prepara il colore delle future rose. Anche la pioggia si prepara all’incontro, cerca una coerenza tra tutte le sfumature del bianco e la trasparenza delle gocce. Perché quando diciamo pioggia stiamo abbracciando ogni singola goccia, così come quando diciamo rosa stiamo abbracciando ogni singolo petalo e ogni sfumatura di colore e ogni sfumatura impalpabile del profumo.

 

Quando la poesia è una rosa non ancora sbocciata

 

Come la pioggia è

acqua trasparente, così

la rosa è profumo prima

ancora che bellezza. Ma

cosa accade quando una

rosa incontra la pioggia?

Tutto sfolgora nell’istante,

la luce ci rapisce e ci

conduce in quell’altrove

dove dimora la poesia,

una rosa non ancora

sbocciata, un verso solo

pensato, un silenzio chiuso

nella sua stessa origine,

e la sillaba rossa e intensa

dell’ultima parola.

 

 

Ecco che questo mercoledì 6 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra si chiude con questi miei versi inediti e con la Cronaca 759 che respira il profumo della nostra, rapito dalla sua bellezza. Il titolo proviene da altri versi di René Char.

martedì 5 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/758. Nel ghirigoro della rondine una tempesta s’informa, un giardino si costruisce

 


 

 

Continuo a scrutare il cielo alla ricerca delle rondini, ma non sono ancora tornate. È una primavera troppo fredda e dolorosa. Saranno partite dalla loro casa d’Africa? Dove si saranno fermate in attesa di annusare l’aria e sentire che è calda abbastanza per accogliere il ritorno? Non ci sono rondini nel cielo e la sua trama è quella di un foglio ancora intonso, di una pagina senza scrittore e senza ispirazione. Non solo il cielo è in attesa delle rondini, perché sono le rondini che lo scrivono e lo rendono vero, una verità che è concessa anche alle nuvole e a nessun altro. Qui sulla terra anche il giardino attende il ritorno delle rondini per essere certo di non sbagliare il tempo della fioritura. Senza rondini l’incertezza è immensa e pochi fiori osano sfidare il gelo per saggiare l’aria fresca e il sole. La maggior parte dei fiori e delle foglie se ne sta ancora ben chiusa nel bozzolo, e aspetta. Anche noi aspettiamo, rinchiusi nel nostro bozzolo da due anni di pandemia e da queste prime settimane di guerra. È così gelido e respingente il mondo, perché arrendersi e sbocciare? Non è possibile restare a dormire ancora un po’? Non è possibile scampare al gelo? Finite le oziose domande che si affastellano nella mia mente, metto il muso fuori dalla mia tana. Niente, è proprio freddo, le rondini non ci sono, ma i ranuncoli e le azalee trapiantati da pochi giorni splendono anche nella luce fredda di questo giorno. Lascio allora che sia il giardino a decidere la sua stessa fioritura, lascio che le cose accadano, aspetto, leggo René Char. Anche oggi il titolo di questa Cronaca 758 appartiene ai suoi versi. Oggi, cioè martedì 5 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Anche la Cronaca se ne sta al riparo, in forma di bozzolo.

giovedì 10 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/732. Un cielo innocente che accarezza le nuvole e sorride al vento

 

Mi piace ascoltare le persone, mi piace ascoltare storie vere d persone vere, tanto quanto mi piace leggere storie più o meno inventate in romanzi e racconti. Ieri sera il mio amico Luciano mi ha raccontato una storia tragica e toccante che riguarda sua sorella. Ero appesa al filo del suo racconto, talmente intenso e perfetto, che l’ho ascoltato senza parlare, fino alla fine. Eravamo in piedi nella sua cucina, abbiamo pelato le patate, messo del petto di pollo a friggere, stappato una bottiglia di vino, e all’improvviso lui ha iniziato a raccontare una storia che inizia con una bella storia d’amore e finisce con una tragedia, la morte di un’amata nipote. Ci siamo fermati, l’aria intorno si è fermata e il tempo si è fermato e ci siamo trovati a camminare nel cuore di un inverno canadese. Lui è una persona che ha il dono dell’amicizia, che sa mettere in relazione le persone, è accogliente, intelligente, colto e affronta la vita con lo stesso entusiasmo di un sedicenne. Poi oggi a pranzo, ancora immersa nell’atmosfera di ieri sera, sono uscita a pranzo, in una vecchia trattoria milanese che ci ha portato indietro nel tempo, con Elvio, che conosco dai tempi delle scuole superiori. Anche lui è un uomo di rara intensità, ci siamo aggiornati sulle cose accadute in questi ultimi mesi o anni, abbiamo iniziato a parlare di progetti futuri insieme, di libri, di poesia. E poi di pandemia e di guerra, perché alla realtà è impossibile sottrarsi. E dopo Elvio una lunga chiacchierata con Fiorella, nuova amica, anche lei con un’energia giovanile incredibile. Poi al telefono con Elis e i problemi idarulici a casa sua e con Giuseppe che è in grado di risolvere qualunque problema pratico e di aggiustare qualunque cosa. E poi lavoro, tanto lavoro, tante cose da leggere e da scrivere. E di nuovo fuori a cena, questa volta con la mia amica poetessa Annalisa. Siamo andate nel solito cinese dove mangiamo sempre gli stessi piatti e siamo state bene, eravamo avvolte in una bolla di intimità, di confidenza e di vicinanza. Abbiamo parlato di guerra, pandemia, lavoro, colleghi, amicizia e di poesia, di moltissima poesia e lei mi ha letto le poesie nuove tra cui un testo profetico, con immagine di guerra che ha scritto un mese prima che davvero i russi invadessero l’Ucraina. Non so come sono arrivata alla fine di questa giornata, ho parlato e ascoltato tantissimo, ho imparato cose nuove, mi sono angosciata, ho riso e scherzato e la notte è scesa su di noi, non benevola, non ostile. Noi, che viviamo in questo angolo di mondo ancora tranquillo e ancora protetto.

 

 

Scrivere come se fosse la cosa più importante

 

E adesso scrivo, scrivo

per non perdere nulla

di questa giornata, scrivo

come se fosse la cosa più

importante, più importante

ancora dell’avere respirato

e riso e pianto e avere

alzato insieme gli occhi verso

queste cielo innocente che

accarezza le nuvole e sorride

al vento. È quasi primavera,

è quasi pace, è quasi, tutto

deve ancora arrivare a

compimento. Sorrido con

il cielo e mi abbandono

alle nuvole. Respiro, svanisco.

 

 

Ora posso abbandonarmi alla notte e al sonno, sperare che il cielo di domani si risvegli con me in un mondo più quieto, senza guerra, senza dolore. Oggi è giovedì 10 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 732 è già addormentata.

mercoledì 9 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/731. Si è spalancato un brandello di cielo in quell’azzurro smisurato

 



Oggi è un giorno speciale, oggi è il giorno del secondo anniversario da quando ho iniziato a scrivere le Cronache dall’anno senza Carnevale. Era il primo giorno del primo lockdown del 2020. La pandemia era appena stata riconosciuta come tale, eravamo ancora illusi che con qualche settimana di sacrifici, tutto sarebbe andato bene e che nulla sarebbe stato più come prima. Niente è andato bene e i cambiamenti che sono arrivati non sono stati cambiamenti positivi. Nonostante i vaccini il virus non è scomparso, forse è davvero un virus endemico con cui dovremo abituarci a convivere. Dopo le cinque settimane del primo lockdown non ho smesso di scrivere perché ho sempre pensato che non fosse finita e l’anno è raddoppiato, gli anni sono diventati due e adesso siamo nel terzo anno di pandemia e nel primo anno di guerra.

A volte mi sconsolo e mi chiedo che senso abbia continuare a scrivere, ma poi continuo. Perché la vita eccede sempre le nostre intenzioni e i nostri desideri, anche se spesso non è una storia a lieto fine. Ma voglio pensare solo che l’annuncio della primavera ha attraversato la città silenziosa. Portato da questo vento anomalo e gelido, la primavera ha subito tinto i rami dei colori più squillanti, di giallo e di rosa soprattutto. E chi sono io per oppormi all’arrivo della primavera?

 

 

Ha portato il vento di lontano

l'annuncio d'un primaverile canto,

luminoso e profondo, chissà dove,

s'è spalancato un brandello di cielo.

In quell'azzurro smisurato,

fra gli albori della vicina primavera,

gemevano le bufere invernali,

si libravano i sogni delle stelle.

Timide, cupe, profonde

le mie corde piangevano.

Ha portato il vento di lontano

le tue canzoni squillanti.

 

 

Il vento di lontano, questa vento che sembra provenire dalle gelide steppe della Siberia, e l’azzurro smisurato del cielo. Valeva la pena di vivere sino a oggi per vederli e sentirli? Sì, valeva la pena.

Oggi è mercoledì 9 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 731 attraversa il cielo e gioca con il vento.

La poesia è di Alexandr Blok, tratta da Poeti russi nella rivoluzione, a cura di Bruno Carnevali, Newton Compton 1971

lunedì 14 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/708. Sembra rovesciato il mondo nei pomeriggi invernali

 

 


Sono uscita anche oggi per una breve passeggiata all’imbrunire, ma faceva freddo, il vento gelido e la pioggia mi hanno spinta a rientrare a casa il prima possibile. Così ho fatto, incerta se riprendere in mano gli appunti del pomeriggio o rimettermi a rileggere la parte finale del romanzo nuovo. Così ho fatto e mi sono lasciata riprendere dalla storia e dai miei personaggi, mentre la Cronaca nuova, non ancora scritta, grattava alla porta come un gatto curioso e così ho dovuto lasciarla entrare. Aveva questa poesia per me e l’ho accettata.

 

 

Canto per un lunedì invernale

 

Posso lasciare il tuo nome

in bilico tra l’abete e questo

cielo bianco che copre nuvole

addormentate e un vento ancor

più improbabile, quieto come

sta sulla cima dei rami. Sembra

rovesciato il mondo, non senti

quanto silenzio dove prima

brillavano le luci della

sera? Ma tu non rispondi, non

puoi, neanche se ti ho chiamato,

non puoi, perché hai smarrito

il mio nome e anche la mia voce.

 

 

È così dolce sentire le parole che scorrono tra le dita e il foglio, scivolano e occupano il posto che già stavano reclamando, perché le parole amano anche l’inverno e i suoi infiniti lunedì.

Oggi è proprio un lunedì, il 14 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 708 ha preso molto sul serio il suo essere gatto e si sta lisciando le zampine, io la guardo in silenzio.

mercoledì 2 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/696. Come le stelle fanno con la notte

 


 

 

Come mi piace trovare subito un libro quando lo cerco e, subito dopo andare a cercarne un altro e non trovarlo. Quindi ricominciare la caccia al tesoro libresca che tanto mi appassiona. Al punto di essere sempre in ritardo con la pubblicazione delle Cronache che spesso si stirano e stirano e scavallano nel giorno nuovo. Ma anche in questi casi mantengo ferma la numerazione e la data di pubblicazione, perché ognuno di questi 696 giorni da che ho iniziato a scrivere con maniacale ossessione queste righe quotidiane, valeva per me la pena di essere raccontato, e questo non è solo scrivere una Cronaca o un diario, cosa che pure mi piace fare, è un esporsi ogni giorno agli occhi dei miei lettori, delle amiche e degli amici, portare il mondo qui dentro e restituirlo a chi legge, scrivere racconti a puntate, molte poesie, lasciare che le parole fluiscano e si accompagnino al silenzio più puro come le stelle fanno con la notte.

 

 

Dove danza il colore della primavera

 

La luce dei lampioni chiama

quella delle stelle, quella luce

di oggetti misteriosi cui mai

abbiamo resistito. Se dico

stella dico cielo, dico notte e

dico poesia. Se dico cielo

ecco che arrivano le nuvole e

gli alberi agitano i rami in

un saluto gioioso che solo

loro conoscono. Mi fermo a

guardare e respiro l’aria fresca

di questo mattino invernale

dove ancora non si sente

primavera, ma il suo colore

già danza tra noi.

 

Oggi è stata una buona giornata di lavoro e scrittura, di riordino di libri e di molto, molto silenzio. Una giornata gioiosa anche per la città che aspetta quanto me un cambiamento, una gioia a lungo attesa, parole che mi piace ascoltare e riascoltare, la poesia che è una fedele compagna, anche oggi che è mercoledì 2 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 696 sta riordinando il guardaroba e vorrebbe tanto portare i cappotti in tintoria. È tempo, forse è tempo di tornare a essere fiduciosi, forse la pandemia sta davvero rallentando, forse il Covid sparirà così come è apparso e come fece la Spagnola che impestò la terra per un paio d’anni e poi sparì.

martedì 25 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/688. Desideravo la bufera perché il mio cuore è sempre in fiamme

 



In queste giornate gelide di fine gennaio, nel triste rituale delle elezioni del Presidente della Repubblica, (qualcuno glielo dice ai nostri 1.009 grandi elettori che i nomi scritti a casaccio non fanno ridere nessuno?) mi ritrovo a desiderare un tempo meno compatto, qualche sbalzo, qualche sorpresa. Così vado a leggere poesia russa, perché gli eccessi delle Russia mi sono cari quanto la mia amica Rossana che è per me, lei da sola, l’incarnazione della Russia e dei suoi scrittori e poeti. Comincio con la Achmatova che mi rincuora, così copio una sua poesia e distorco i suoi versi per scrivere il titolo della Cronaca.

 

 

Quasi in un album

 

Sentirai il tuono e mi rammenterai,

penserai: desiderava la bufera…

Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,

e il cuore come allora in fiamme.

E ciò accadrà nel giorno moscovita

in cui abbandonerò per sempre la città,

muoverò verso il bramato riparo,

lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

 

 

 

Sentire Rossana parlare della Achmatova e della Cvetaeva è un’esperienza bellissima, voi potete leggere sull’Enciclopedia delle donne le voci che ha scritto su di loro. A proposito di Enciclopedia delle donne, sono andata a rileggere la voce che ho scritto su Virginia Woolf perché oggi è il suo compleanno e in rete è tutto un fiorire di citazioni. Ovunque mi giri sento forte intorno a me il conforto dei libri e della letteratura, la bellezza di poter vivere sempre in un altro luogo e in un altro tempo. Nel tardo pomeriggio finisco di scrivere il programma per gli incontri che terrò nella Biblioteca di Sesto San Giovanni in marzo e aprile dedicati a Sylvia Plath, Piera Oppezzo e Anne Sexton. Ma scriverò le informazioni complete più avanti. Continuo a girovagare tra i libri di carta e la rete dove si trovano tante cose belle e leggo altre poesie a caso della Achmatova, della Cvetaeva e della Berberova ed è sua la seconda poesia che ho scelto per oggi.

 

 

Pietroburgo


Là gettò l’ancora una tranquilla città

e si fece vascello immobile,

tutt’intorno allargò le sue rive

e trasfigurò ogni cosa attorno.

 

E ora gli alberi maestri concentrano

il loro incantevole ardore

e guardano il buio, e conficcano nel buio

il rabesco che scintilla.

 

Non si distinguono i deserti confini −

dove sono le strade, dove le rive?

Tra cortili, piazze, gallerie,

un unico brivido, un’unica tormenta.

 

Anch’io non molto tempo fa vivevo

su quell’enorme vascello,

e attorno al più bello dei suoi alberi

camminavo e aspettavo nella nebbia.

 

Sapevo meravigliosamente

obliare che vivessimo sul mare,

quando nel corridoio deserto

tu mi venisti incontro.

 

Ricorda ora come ci faceva barcollare,

come si frangeva contro i bordi la tempesta,

quando ti sembravano pochi

il silenzio e la quiete.

 

 

 

 

Così, per continuare a frequentare questi mondi alternativi, stasera finirò di guardare il film Colette di Wash Westmoreland e poi finirò di leggere Istantanee di Alain Robbe-Grillett. Naturalmente dopo avere finito di scrivere questa Cronaca 688 di martedì 25 gennaio del terzo anno senza Carnevale.

La poesia di Anna Achmatova è tradotta da Michele Colucci, La corsa del tempo, Einaudi, 1992.

La poesia di Nina Berberova è tradotta da Maurizia Calusio, Antologia Personale. Poesie 1921-1933, Passigli Poesia, 2004.

sabato 22 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/685. È il silenzio, insieme, della città e del cielo

 


Quando hanno smesso di parlarsi le strade e le stelle? Quando le nuvole e gli alberi? Eppure oggi è questa la città, silenziosa, è questo il cielo, silenzioso. Si guardano come fanno sempre e da sempre ma hanno deciso di non comunicare, almeno per oggi, almeno per il tempo necessario a fantasticare su questo silenzio nuovo, o rinnovato, su questa mancanza di parole umane, di simboli, di ritorni.

Il cielo parla con le nuvole, con il loro movimento, ma anche con la totale assenza di nuvole e di movimento. Le nuvole dicono le stagioni di mezzo, primavera e autunno, la fine della stagione calda con i temporali d’agosto, il colmo dell’inverno, quando da nuvole bianche e compatte saltano giù fiocchi di neve via via sempre più fitti. La città parla con le luci dei lampioni e dei negozi, parla con luci alle finestre, i clacson in strada e il rombo delle auto. La voce della città dipende sempre dalle azioni umane, la voce del cielo solo da intenzioni celesti di esseri invisibili e a noi sconosciuti. Quando le luci e le nuvole si incontrano nascono bizzarre creature alate che si divertono a portare scompiglio. Quando il cielo parla con le stelle, lo fa solo di notte, quando le stelle cercano di entrare in contatto con le finestre e quello che nascondono, o svelano, alla vista. Sono curiose le stelle delle attività umane, ma possono avvicinarsi solo quando il buio è calato e noi umani siamo perlopiù chiusi nelle nostre case a preparare la cena, a guardare la televisione, a riposarci dopo una giornata di lavoro. Sono invidiose le stelle dei racconti delle nuvole che ci vedono agire durante le ore diurne, ci vedono passeggiare alla luce del sole, chiacchierare, cantare, giocare e correre. Di notte siamo illuminati dai lampioni e dalle lampadine, non dalla luce dell’unica stella abbastanza vicina da illuminare tutto questo nostro mondo. Le stelle, il firmamento, sono invidiosi di quest’unica stella che può starci vicino senza consumarci. Ma loro, le altre stelle, lanciano i loro raggi e li inseguono sperando di arrivare in tempo, prima di esplodere, prima della nostra estinzione, prima che il tempo finisca, ma non sempre ci riescono.

 

 

 

La perfezione senza le sillabe

 

 

Nel silenzio della città

e del cielo prendo in

prestito i suoi versi e

mi fermo ad ascoltare

il loro suono e un’altra

città si dispiega davanti

ai miei occhi e io sono

qui e anche laggiù, mentre

è tutto questo silenzio

che accompagna il giorno

e la sua fine che è certa

mentre la notte è scesa

e questo silenzio è anche

il mio silenzio, il tuo silenzio,

nessuna sillaba arriva a

cambiarne la perfezione.

 

 

 

Ecco che un altro giorno di gennaio è trascorso tra lavori domestici, riposo e libri. Ho sentito così forte in me questo silenzio quando il mio amico Danilo mi ha letto la poesia Comizio di Pasolini, che ho dovuto prenderne un verso e utilizzarlo per il titolo di questa Cronaca 685 di sabato 22 gennaio del terzo anno senza Carnevale. Anche se il Brasile ha deciso di posticipare le sfilate dei carri in aprile, forse potrò scrivere le Cronache dagli anni con il Carnevale in ritardo?

domenica 16 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/679. Saltare dal muretto tenendosi per mano

 


 

Oggi è stata una giornata ricca di scrittura, condivisioni e immaginazioni, ricerca di metafore e similitudini. Così la vita vera, i ricordi, si sono intrecciati con il respiro del futuro che andiamo tracciando con queste azioni, le condizioni per un futuro desiderato. Con tutta la ricchezza di stimoli e suggestioni era inevitabile che una poesia si preparasse a scaturire dalla bellezza di questa giornata. Soprattutto dopo una lunga conversazione con Andrea B. che voglio ringraziare ancora e a cui dedico questa poesia.

 

 

Dove si ferma il vento

 

Cosa pensano le montagne?

Vorrei essere mare o almeno

bagnarmi dentro, imparare come

l’acqua si arrende all’aria, proprio

come faccio io che cedo al vento.

E tu mare? Io vorrei essere vento

e mai stare fermo, perché non

sono io a scegliere il ritmo delle

onde ma è sempre il vento

che decide dove devo andare.

Il vento si ferma ad ascoltare,

non sapeva di essere tanto

considerato, si muove come

un bambino capriccioso il vento

e niente lo sconfigge, neanche

il fuoco che lui accende e gonfia.

Sorride il vento e continua a

correre più che camminare, deve

andare, arrivare e poi ripartire,

mai può stare fermo il vento,

se non su questo foglio dove

arriva e si riposa nelle mie

parole. In fondo al giardino

due bambini saltano dal

muretto tenendosi per mano.

 

 

È l’azzurro del mare, del cielo e del vento che ha accompagnato le ore di domenica 16 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 679 si sta esercitando a saltare dai muretti mano nella mano, nel presente e poi ancora domani.

martedì 30 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/632. Il silenzio tiene cuciti insieme acqua e cielo, il vento il cielo e la terra

 

Ho aspettato che ci fosse un nuovo silenzio tra le onde piccole del lago e il cielo limpido di questa giornata. Ho aspettato ed era così dolce l’aria, così quieta l’atmosfera. Poi ho visto che la linea dell’orizzonte, quella dove cielo e terra si toccano, era più scura su entrambi i lati, più azzurra del cielo, più azzurra dell’acqua. In tutta questa azzurrità il silenzio si è levato come uno stormo di anatre in migrazione, come un branco di nuvole disciplinate spinte dal vento. E ho capito che era il silenzio a tenere cuciti insieme l’acqua e il cielo. Dove invece l’unione è tra il cielo e la terra, è il vento che si è fatto filo e ago. Ma dove si nasconde questo abile sarto che ogni giorno unisce gli elementi? Anche il fuoco vorrebbe saperlo, perché sfugge ogni giorno al gioco degli altri elementi che potrebbero spegnerlo, degli altri elementi che lui può distruggere se si avvicina troppo. Lo sa bene il fuoco che quando si avvicina, le cose hanno un ultimo guizzo di splendore prima di svanire in cenere. È difficile amare sapendo che si potrà distruggere l’oggetto del proprio amore, il fuoco lo sa. Come sa di non poter sfuggire alla natura ardente che lo tiene legato a questa realtà.

 

 

Quando l’immaginazione è ferma a covare

 

Tutto è calma sul lago e

intorno, la calma delle cose

non ancora accadute, ma è

anche lo stupore delle cose

dopo l’amore. Mi fermo a

decifrare il sottile sussurro

delle onde, mi fermo e non

capisco, perché mi è ignoto

il loro linguaggio. Oggi è

lo stesso per il vento e per

le nuvole. Ognuno sta al

suo posto e io non capisco,

perché la mia immaginazione

se ne sta raggomitolata in

un nido in riva all’acqua.

Non so, forse dorme, forse

sta covando l’uovo di una nuova

poesia, devo lasciarle tempo

e intanto camminare vicino

al lago come se fosse il mare.

 

 

Oggi ho trascorso quasi tutta la giornata sul lago Maggiore con mia cognata Monica, il tempo era splendido e una volta di più ho imparato che la poesia nasce anche da un minimo sguardo, dall’immaginazione che non cerca cose stupefacenti, ma scava tra le pieghe del sogno e quelle della memoria e si lascia guidare anche dalle più piccole suggestioni. Perché non si sa mai come, dove e quando una nuova poesia arriverà. Ma arriva e si accomoda, come oggi martedì 30 novembre del secondo anno senza Carnevale, in questa Cronaca 632 e nei suoi angoli luminosi e ardenti, che poi sono braci, poi cenere e alla fine solo memoria.