Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso.
Confessava nel '49 la scrittrice americana Helene Hanff al libraio inglese Frank Doel.
Elena Petrassi: Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno. Milano parla, io racconto Milano e il mondo visto e immaginato da questo sogno. Raccolgo frammenti dal mondo e dai libri e li trascrivo.
Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso.
Confessava nel '49 la scrittrice americana Helene Hanff al libraio inglese Frank Doel.
“Mi piace! Un personaggio che è troppo nevrotico per funzionare nella vita ma che funziona solo nell’arte. Appunti per un romanzo. Inizio possibile. Rifkin conduceva una frammentaria, disarticolata, esistenza. Era arrivato da tempo a questa conclusione: tutti conosciamo la stessa verità. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla. Soltanto la sua prosa era serena, quella prosa che in più di un’occasione gli aveva salvato la vita”.
Sto
rivedendo a caso i film di Woody Allen, uno dei mie registi preferiti. È amaro,
filosofico, ironico, antipatico, divertente e commovente. Per ora ho rivisto Match Point e Harry a pezzi, la citazione di apertura è la sua scena finale. Allen
conosce molto bene le nevrosi dell’artista e la letteratura e gli scrittori
sono parte fondamentale del suo bagaglio. Forse anche per questo mi piacciono
così tanto i suoi film. I mie preferiti Hannah
e le sue sorelle, Manhattan e Un’altra donna, me li terrò per ultimi come
faccio sempre. In queste giornate luminose e ormai estive, sto continuando a
leggere i diari di Virginia Woolf, Federico Pace, Borges e Laura Boella, di cui
poi scriverò. Stasera sono poi andata a mangiare una pizza con Alex, Monica,
Franco e Manuela, una coppia di vecchi amici con cui per anni abbiamo trascorsi
dei bellissimi giorni di Ferragosto. Mancava un quarto d’ora alle 22 e la luce
era ancora alta, le rondini sfrecciavano nel cielo e sentivo l’estate scorrermi
nelle vene. Così chiudo questa Cronaca 824 di venerdì 10 giugno del terzo anno
senza Carnevale e del primo anno di guerra con le citazioni che Pace ha messo
in esergo al suo libro La più bella
estate:
Shall
I compare thee to a summer’s day?
William
Shakespeare
I
say Live, Live because of the sun,
the dream, the excitable gift.
Anne
Sexton
Deserto:
tufo e dirupo
odore
di terra bagnata dopo un’estate di sete.
Viene
una voglia:
essere
ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.
Essere
prima di ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.
Inerte
e sicuro
di
decantazione illimitata.
Amos
Oz
William Shakespeare, I sonetti, a cura di Lucia Folena,
Einaudi, Torino 2021; Anne Sexton, Complete Poems, Ecco Press, New York 1999;
Amos Oz, Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 2000.
Avvertenza per le lettrici e i lettori: questa Cronaca risente delle troppe ore passate a guardare vecchi programmi televisivi su Youtube, programmi che non ho visto ai loro tempi, ma che cerco oggi per dare corpo, volto e suono ai ricordi.
Quando ero molto giovane ero affascinata dalla pubblicità,
vi ricordate la Notte dei Pubblivori al cinema Orfeo? Era un vero spasso, micro
storie belle da vedere, musica interessante, uno sguardo sul mondo attraverso
gli stili di consumo, sguardo che, essendo Internet ben lontano dall’essere
creato, affiancava il cinema, la televisione e i libri.
Adesso se c’è una cosa che non sopporto è la pubblicità,
tutte le smancerie legate alla privacy e ai cookies sono leziose e false, così
che da anni ho deciso di non comprare prodotti che mi balzano sullo schermo con
un pop-up e di sfogliare a velocità doppia le riviste cartacee, ho molto
abbonamenti in corso nonostante mi sia convertita al digitale per parecchie fonti
d’informazione, sono stanca di vedere modelle emaciate e modelli tristi, luoghi
che non visiterò se non in sogno, vestiti che non indosserei neanche se me li
regalassero. Le pubblicità che mi fanno proprio arrabbiare sono quelle delle
automobili: pubblicitari?! Ma dove pensate che possiamo andare di questi tempi?
Chi ha i soldi per comprarsi un’auto da ventimila euro? E soprattutto: che ce
ne facciamo di un’auto che deve restare parcheggiata per non si sa quanto tempo
ancora? Ciò premesso devo anche confessare che adoro guidare l’automobile, che
ho preso la patente a diciotto anni e che in quinta superiore i miei genitori
mi hanno regalato la mia prima auto: una 850 FIAT Special bianca con gli
interni rossi di pelle e il volante di legno, forse ne ho già scritto in un’altra
Cronaca; guidare l’auto per la mia generazione è stato simbolo di libertà e in
auto ho scorrazzato per l’Europa e anche per la costa orientale degli USA. Sono,
dunque, una contraddizione, un perfetto
esempio vivente di anti-consumista che ben vive in una civiltà tutta basata sul
consumo.
La pandemia ci ha però mostrato che la maggior parte dei
nostri consumi non sono né utili né necessari al nostro quotidiano avanzare nel
tempo, i nostri consumi sono funzionali agli stili di vita che il capitalismo
avanzato e la società di massa ci consentono e ci spingono ad adottare. Vestiti,
scarpe, borse, cosmetici sono legati alla vita sociale: ufficio, bistrot, apericene,
ristoranti, cinema e teatri.
Non avendo accesso causa virus a nessuna di queste forme
di socialità, i bisogni crollano e gli oggetti invecchiano negli armadi, ma poi
tornano di moda.
Tra l’inizio del Ventesimo secolo e questo primo
ventennio del Ventunesimo sono state create, provate, consumate ed esaurite
tutte le possibili forme di abbigliamento per gli esseri umani. Ora siamo
dunque in una fase di ripetizione, dove siamo incantati dagli anni Cinquanta e
Sessanta, sia per quanto riguarda la moda che il design, gli arredi e le
architetture. Mi commuovo quando riconosco le esili gambe di sedie e poltrone
che avevano anche i mobili nelle case d’infanzia e il velluto carta da zucchero
per le imbottiture delle poltrone e dei divani, il verde veronese, un po’ più
tenue, e l’avorio per i mobili della cucina, l’acciaio cromato e scintillante
che faceva pensare al futuro.
Gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, quelli
della mia inconsapevole gioventù, fatti di capelli cotonati e abiti strutturati
con spalline imbottite non mi piacciono. Mi incanto, invece, quando vedo i
pantaloni a zampa d’elefante, i capelli afro, gli zatteroni e gli zoccoli, i
colori e i fiori tipici degli anni Settanta. Se avete bisogno di rinfrescare la
memoria andate su Youtube a cercare spezzoni del film Hair. Ho adorato
la moda hippie, la musica di quel decennio e la libertà che quello stile di
vita lasciava presagire. Ma poi sono arrivati gli ultimi decenni del secolo
breve e Internet, i telefoni cellulari hanno fatto irruzione nelle nostre vite.
Il resto è storia recente, non solo cronaca. Anche questi
giorni difficili e cupi diventeranno storia nel giro di poco, la maggior parte
sono destinati a essere inghiottiti dall’ordine del Tempo e questo è un bene. Non
si può vivere con la zavorra del passato sulla schiena come uno zaino sempre
più pieno, giorno dopo giorno.
La nostra storia la stiamo vivendo, ai posteri, come
sempre, il compito di scriverla, ai noi il compito di lasciare tracce
intellegibili in questo livello di realtà.
Oggi è giovedì 14 gennaio del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 312; la poesia sonnecchia coi gatti davanti al fuoco e lascia che la sociologia faccia i suoi giri di valzer tra i libri e la memoria.
L’appello al mondo dell’immaginazione e delle fiabe non è caduto nel vuoto. È arrivata per prima Sina la sirena che ha gambe sulla terraferma e una splendida coda nell’acqua. Lei si muove tra il mondo della Sirenetta e quello di Splash, una sirena a Manhattan.
È arrivato Scrooge con il suo canto di Natale, è arrivato Kevin, il protagonista della saga Mamma ho perso l’aereo.
È arrivata, al completo, tutta la banda di Una poltrona per due con intatto l’edonismo degli anni Ottanta.
È arrivata la piccola fiammiferaia che non morirà di freddo, e anche tutta la famiglia degli orsi che qui ricadranno in letargo.
Ci sono i fiocchi di neve che si preparano a invadere la nostra povera terra, ci sono le luci stanche che brillano comunque e i mille escamotage per festeggiare stasera e domani.
Perché potremo anche non avere i nostri cari accanto, potremo anche dover trascorrere giorni interi da soli, ma è comunque Natale, una stella brilla alta nel cielo delle nostre tradizioni e della nostra immaginazione.
Dalla terra ai piedi delle Montagne della Nebbia sono arrivati anche i due lupi innamorati, dal convento segreto di Colorno Borges lo scrittore e Roxanne la badessa.
Qui, nella buca d’orchestra del Teatro del Mondo, con lo spirito del Natale che pensavamo irreperibile, abbiamo capito all’improvviso che Bimba ha potuto dormire perché lo spirito del Natale non era una sola persona, ma tutti noi insieme.
Tutti noi, feriti e spaventati, soli e addolorati. Tutti noi salutiamo il miracolo di una nuova vita che si affaccia, perché Miren ha le doglie e il bambino arriverà a momenti.
Lo spirito del Natale collettivo che noi siamo, inclusi l’onnipotente narratrice e la voce fuori campo, festeggerà questa sera e questa notte e poi domani, l’arrivo della creatura divina che ha stravolto il corso della storia.
Tutti insieme festeggeremo la luce che ha di nuovo superato l’intensità della notte e, pian piano, sta riconquistando il mondo.
Tutti insieme festeggeremo la speranza di un mondo senza pandemia, anche se sappiamo che ci vorrà tempo, ancora tempo. A meno che il virus non scompaia quasi all’improvviso come accadde con la Spagnola un secolo fa.
Vogliamo essere pronti per quando il mondo tornerà a essere abitato e in movimento, quando potremo respirare senza le mascherine in faccia.
Questa mattina sono uscita prima dell’alba per andare a fare la spesa all’Esselunga, per un breve tratto di strada, ho scoperto il naso e respirato l’odore della pioggia e mai nessun altro profumo mi è sembrato così buono.
Così continueremo a fare le cose che amiamo, a scrivere, a leggere, a guardare vecchi film, a cucinare. Sperando che il futuro sia diverso, che i vaccini siano efficaci, che il mondo trovi un nuovo ritmo e una nuova solidarietà.
È sempre stata questa la forza della nostra specie, la capacità di cooperare e di metterci nei panni degli altri. Una forza che in molte fasi della storia è venuta meno, il XX secolo ne è la prova per noi occidentali. Ma abbiamo sempre ricominciato, perché come dice Scarlett O’Hara che è appena arrivata qui in Teatro: “Dopotutto, domani è un altro giorno”.
Buon Natale mie care lettrici e miei cari lettori. Buon Natale e Buone Feste!
Domani vi racconterò qualcosa dei protagonisti di questa storia che è un patchwork di racconti e immagini.
Domani, dopo che avrò messo i pacchetti sotto l’albero e acceso le lucine, domani dopo che avrò onorato la memoria dei miei genitori, ricordando la magia di quei Natali d’infanzia, dove andavo trepidante con il mio fratellino per mano a chiedere loro, se per caso Babbo Natale e Gesù Bambino fossero passati. Per non scontentare nessuno da noi passavano entrambi, e passava anche San Nicola di Bari il 6 dicembre, perché mia madre era pugliese. E il 6 gennaio arrivavano anche i Re Magi e la Befana. Papà andava in sala a controllare, poi mamma lo raggiungeva e poi ci chiamavano e noi andavamo. C’erano accese solo le luci dell’albero di Natale, che era stato messo sul tavolo e illuminava la stanza di colori intermittenti e di una magia che appartiene e apparterrà per sempre a quel luogo e a quella famiglia che ha condiviso gioia, letizia e speranza.
Mi basta questo ricordo, in particolare il ricordo del Natale del 1970, quello che vi ho appena descritto, perché il mio cuore si apra alla gioia e si riempia di letizia e di speranza.
Gioia, letizia e speranza, come fossimo ancora bambini e il mondo vasto e inesplorato.
Oggi è il 24
dicembre, vigilia di Natale dell’anno senza Carnevale, questa è la Cronaca 291
che ha accompagnato sulla soglia dell’epilogo la mia fiaba.
Due ragazzi e una ragazza correvano lungo il marciapiede, ridevano, lei portava un cappello ed era bella quanto Jeanne Moreau nel film. Alla fine della corsa, davanti alla biblioteca del quartiere, sono scoppiati a ridere e si sono abbracciati.
Mi piace quando l’arte irrompe nella realtà e la colora. Così, oltre alle immagini del film, a quelle del romanzo, ora ho anche un ricordo che triplica il piacere di quella storia lontana nel tempo ma sempre affascinante.
Ho scoperto lo scrittore Henri-Pierre Roché grazie al film di Truffaut che ho amato, e amo tutt’ora, da quando andavo ogni sera alla Cineteca Italiana di Via San Marco e poi tornavo a casa nella nebbia invernale, spesso con l’ultimo autobus di linea.
Provo a cercare ancora, in questo pomeriggio silenzioso e reale, un’altra scena tratta da un film o da un romanzo. Così vado in libreria, l’ultima aperta nel quartiere è una Mondadori, e scovo un uomo e una donna che stanno sfogliando gli stessi libri di case e arredamento, come accadeva nel film newyorchese Innamorarsi, quando due sconosciuti scambiano per sbaglio i loro libri impacchettati e finiscono per, appunto, innamorarsi. To fall in love dicono gli americani, tomber amoureux i francesi. Due forme verbali molto più evocative di quella italiana, dove il brusco cambio di posizione, annuncia l’inizio di una vita nuova.
La Francia è molto presente nella mia vita quotidiana, leggo moltissimo in francese, e in questi giorni sto leggendo il primo dei tre libri che ho comprato qualche giorno fa e che fa parte del terzetto la cui presentazione ho continuato a rimandare.
Le inseparabili è un romanzo inedito di Simone de Beauvoir, seduta da sempre negli scranni più alti del mio Olimpo degli Scrittori, tradotta magnificamente dalla raffinata Isabella Mattazzi. È la storia di un’amicizia folle quanto un amore, come solo le amicizie infantili e adolescenziali possono esserlo. Elisabeth Lacoin, chiamata Zaza, è il doppio di Simone de Beauvoir, l’anima gemella, la stessa intelligenza incadescente, la stessa fame di vivere e di conoscere, le accomunava, benché il sentimento fosse più forte in Simone che in Zaza.
Zaza che
non riesce, però, a rompere il legame con la famiglia d’origine, a tradire la
madre, soprattutto, e arrivare così a emanciparsi, come riuscì, invece, a fare
Simone.
Storie di ragazze del secolo scorso che ci aiutano comunque a vivere il presente a interrogarci, a fornire modelli positivi per le giovani ragazze, modelli fuori dai social, dalle influncer, dalla televisione.
Niente tornerà mai più come prima, ma il futuro non è un libro già scritto che dobbiamo solo sfogliare, il futuro è una piega del tempo che possiamo modellare anche solo leggendo, facendo leggere e regalando un romanzo che appartiene al tempo del mai più.
Un’ultima cosa che non vi ho ancora raccontato è che, nella mia passeggiata pomeridiana, ho incrociato due bambine con occhi grandi e vivaci che camminavano tenendosi per mano. In loro ho visto Simone e Zaza e sono tornata a leggere con cuore allegro, nonostante la storia della loro amicizia finisca in maniera tragica.
Camminare in
silenzio, nelle strade vuote, come se i marciapiedi fossero la spiaggia con la
bassa marea, sentire la sabbia umida sotto i piedi e il profumo d’autunno farsi
salato e lasciarlo entrare tra quello delle mele e quello del pane appena
sfornato.
Varcare il confine tra la città addormentata e la Casa delle Parole, attraversare il giardino, imboccare il sentiero giù fino al mare e riconoscere le case di quella città, riflesse nelle pozze d’acqua a contendere la luce con i granchi e le stelle marine.
Ordinare i pensieri che hanno accompagnato l’io in corteo e poi lo hanno consegnato ai sogni e alla notte.
Quella notte, averla attraversata così come si esplora una terra sconosciuta, cercando di riportare a qualcosa di noto ogni animale, ogni albero, ogni fiore, ogni persona.
Sapere che, in fondo, nulla è davvero sconosciuto nella notte appena finita, arrendersi alla potenza dei sogni e scegliere di portarne i frammenti nel mondo della veglia.
Il linguaggio dei sogni e della notte dice sempre la verità, parla per sillabe e frammenti perché non c’è un “io” che cuce e unisce quello accade.
È l’io di ciascuno di noi che si piega e siede al telaio del tempo e accetta di fare ordine e creare una sequenza laddove ordine non ce n’è mai stato.
Mi giro a cercare la stella marina rossa nell’ultima pozza d’acqua, ma trovo solo il riflesso della prima stella del mattino che si spoglia di ogni raggio di luce sino a svanire nel nitore dell’alba.
Ci sono momenti in cui sentiamo di appartenere a un tempo che non ha fine, ci abbandoniamo a questa sensazione e non cerchiamo di capire, perché respiriamo all’unisono con l’universo e siamo un atomo che viene dal passato e al contempo la scintilla che illumina il futuro.
L’arte nasce dalle fratture di questi momenti, da una ferita che non sanguina ma lascia colare il miele della creatività.
Ieri sera sono andata con mio fratello Alessandro al cinema Anteo, dove duecento spettatori hanno assistito alla lettura fatta da Nanni Moretti in persona, dei diari degli anni in cui lui stava cercando di girare Caro diario. Lui è uguale al personaggio che interpreta nei suoi film, un po’ come Woody Allen. Finita la lettura c’è stata la proiezione dell’edizione restaurata del film, che avevo visto in sala nel 1993 o 1994, che ha vinto il premio alla miglior regia a Cannes e di cui avevo un ricordo superlativo. Invece, ieri sera, l’ho trovato ancora un bel film, ma irrimediabilmente impregnato dello spirito del tempo. Il capitolo più bello è sempre il primo In vespa, dove Roma è magnifica e struggente, dove lui dice alcune tra le migliori battute della sua filmografia, quel viaggio in una città metafisica termina nel luogo dove venne assassinato Pasolini e quel pellegrinaggio mi ha commosso ancora una volta. Le isole è il capitolo più datato, tra telefoni fissi e televisione, racconta un’Italia che non c’è più ma che è stata il preludio all’Italia odierna, soffocata, come il resto del mondo, dalla tecnologia e dai social media. Niente da dire sul capitolo più personale e drammatico, dove il regista racconta del suo tumore e dei medici che per mesi non hanno capito di cosa si trattasse. Ecco, all’uscita ho pensato che sarebbe stato meglio non averlo rivisto, perché il bel ricordo si è scontrato con il presente.
Le opera d’arte sono figlie, non solo dell’artista, ma dello spirito del tempo che andranno a rappresentare. Poche sono quelle che riescono a valicare lo spazio e il tempo e a riproporsi, generazione dopo generazione, a nuovi sguardi, a nuove orecchie che potranno riconoscersi e sentire di appartenere a un dipinto, una scultura, un film o un libro che nella forza caduca del creatore, riesce a uscire dalla prigione del tempo e parlare con chi è nato secoli dopo.
Quanto era bella Milano ieri sera, con le luci dei grattacieli di Porta Nuova e il quartiere di Brera vivace e molto, molto mascherato.
Stamane il bello era invece l’assenza di esseri umani e delle nostre mascherine. Tiriamo un giorno alla volta tra i fili del nostro arazzo. Ancora non riusciamo a intravedere quale sarà il disegno finale.
Mi rallegro guardando e ascoltando la confusione dei bambini che escono da scuola, è un rumore lieto che mi colpisce da anni due volte al giorno, la prima poco dopo le otto, quando iniziano gli ingressi a scuola.
Posso tornare alle mie carte, ai libri da sistemare. Poi tornerò in riva al mare ad aspettare la prima stella della sera. David, il poeta, mi ha detto che verrà con me.
Questa Cronaca 218 gironzola nel dodicesimo giorno e secondo lunedì di ottobre dell’anno senza Carnevale. La poesia sonnecchia accanto al fuoco: un po’ gatto addormentato, un po’ brace sotto la cenere. Il titolo è la rielaborazione di alcuni versi di Sara Teasdale che suonano così:
“Io ho amato
le ore al mare, le città grigie,
il fragile
segreto di un fiore,
la musica,
le poesie scritte
che mi hanno
dato il cielo per poche ore.”