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venerdì 26 giugno 2026

Mi piacciono moltissimo i libri usati

Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso.

Confessava nel '49 la scrittrice americana Helene Hanff al libraio inglese Frank Doel.





venerdì 10 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/824. Appunti per un romanzo. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla

 



 

“Mi piace! Un personaggio che è troppo nevrotico per funzionare nella vita ma che funziona solo nell’arte. Appunti per un romanzo. Inizio possibile. Rifkin conduceva una frammentaria, disarticolata, esistenza. Era arrivato da tempo a questa conclusione: tutti conosciamo la stessa verità. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla. Soltanto la sua prosa era serena, quella prosa che in più di un’occasione gli aveva salvato la vita”.

 


Sto rivedendo a caso i film di Woody Allen, uno dei mie registi preferiti. È amaro, filosofico, ironico, antipatico, divertente e commovente. Per ora ho rivisto Match Point e Harry a pezzi, la citazione di apertura è la sua scena finale. Allen conosce molto bene le nevrosi dell’artista e la letteratura e gli scrittori sono parte fondamentale del suo bagaglio. Forse anche per questo mi piacciono così tanto i suoi film. I mie preferiti Hannah e le sue sorelle, Manhattan e Un’altra donna, me li terrò per ultimi come faccio sempre. In queste giornate luminose e ormai estive, sto continuando a leggere i diari di Virginia Woolf, Federico Pace, Borges e Laura Boella, di cui poi scriverò. Stasera sono poi andata a mangiare una pizza con Alex, Monica, Franco e Manuela, una coppia di vecchi amici con cui per anni abbiamo trascorsi dei bellissimi giorni di Ferragosto. Mancava un quarto d’ora alle 22 e la luce era ancora alta, le rondini sfrecciavano nel cielo e sentivo l’estate scorrermi nelle vene. Così chiudo questa Cronaca 824 di venerdì 10 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra con le citazioni che Pace ha messo in esergo al suo libro La più bella estate:

 

Shall I compare thee to a summer’s day?

William Shakespeare

 

I say Live, Live because of the sun,

the dream, the excitable gift.

Anne Sexton

 

Deserto: tufo e dirupo

odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.

Viene una voglia:

essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.

Essere prima di ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.

Inerte e sicuro

di decantazione illimitata.

Amos Oz

 

 

 

William Shakespeare, I sonetti, a cura di Lucia Folena, Einaudi, Torino 2021; Anne Sexton, Complete Poems, Ecco Press, New York 1999; Amos Oz, Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 2000.

giovedì 14 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/312: dove la poesia è un gatto davanti al fuoco e la sociologia un giro di valzer con il passato

 



Avvertenza per le lettrici e i lettori: questa Cronaca risente delle troppe ore passate a guardare vecchi programmi televisivi su Youtube, programmi che non ho visto ai loro tempi, ma che cerco oggi per dare corpo, volto e suono ai ricordi.

Quando ero molto giovane ero affascinata dalla pubblicità, vi ricordate la Notte dei Pubblivori al cinema Orfeo? Era un vero spasso, micro storie belle da vedere, musica interessante, uno sguardo sul mondo attraverso gli stili di consumo, sguardo che, essendo Internet ben lontano dall’essere creato, affiancava il cinema, la televisione e i libri.

Adesso se c’è una cosa che non sopporto è la pubblicità, tutte le smancerie legate alla privacy e ai cookies sono leziose e false, così che da anni ho deciso di non comprare prodotti che mi balzano sullo schermo con un pop-up e di sfogliare a velocità doppia le riviste cartacee, ho molto abbonamenti in corso nonostante mi sia convertita al digitale per parecchie fonti d’informazione, sono stanca di vedere modelle emaciate e modelli tristi, luoghi che non visiterò se non in sogno, vestiti che non indosserei neanche se me li regalassero. Le pubblicità che mi fanno proprio arrabbiare sono quelle delle automobili: pubblicitari?! Ma dove pensate che possiamo andare di questi tempi? Chi ha i soldi per comprarsi un’auto da ventimila euro? E soprattutto: che ce ne facciamo di un’auto che deve restare parcheggiata per non si sa quanto tempo ancora? Ciò premesso devo anche confessare che adoro guidare l’automobile, che ho preso la patente a diciotto anni e che in quinta superiore i miei genitori mi hanno regalato la mia prima auto: una 850 FIAT Special bianca con gli interni rossi di pelle e il volante di legno, forse ne ho già scritto in un’altra Cronaca; guidare l’auto per la mia generazione è stato simbolo di libertà e in auto ho scorrazzato per l’Europa e anche per la costa orientale degli USA. Sono, dunque, una contraddizione,  un perfetto esempio vivente di anti-consumista che ben vive in una civiltà tutta basata sul consumo.

La pandemia ci ha però mostrato che la maggior parte dei nostri consumi non sono né utili né necessari al nostro quotidiano avanzare nel tempo, i nostri consumi sono funzionali agli stili di vita che il capitalismo avanzato e la società di massa ci consentono e ci spingono ad adottare. Vestiti, scarpe, borse, cosmetici sono legati alla vita sociale: ufficio, bistrot, apericene, ristoranti, cinema e teatri.

Non avendo accesso causa virus a nessuna di queste forme di socialità, i bisogni crollano e gli oggetti invecchiano negli armadi, ma poi tornano di moda.

Tra l’inizio del Ventesimo secolo e questo primo ventennio del Ventunesimo sono state create, provate, consumate ed esaurite tutte le possibili forme di abbigliamento per gli esseri umani. Ora siamo dunque in una fase di ripetizione, dove siamo incantati dagli anni Cinquanta e Sessanta, sia per quanto riguarda la moda che il design, gli arredi e le architetture. Mi commuovo quando riconosco le esili gambe di sedie e poltrone che avevano anche i mobili nelle case d’infanzia e il velluto carta da zucchero per le imbottiture delle poltrone e dei divani, il verde veronese, un po’ più tenue, e l’avorio per i mobili della cucina, l’acciaio cromato e scintillante che faceva pensare al futuro.

Gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, quelli della mia inconsapevole gioventù, fatti di capelli cotonati e abiti strutturati con spalline imbottite non mi piacciono. Mi incanto, invece, quando vedo i pantaloni a zampa d’elefante, i capelli afro, gli zatteroni e gli zoccoli, i colori e i fiori tipici degli anni Settanta. Se avete bisogno di rinfrescare la memoria andate su Youtube a cercare spezzoni del film Hair. Ho adorato la moda hippie, la musica di quel decennio e la libertà che quello stile di vita lasciava presagire. Ma poi sono arrivati gli ultimi decenni del secolo breve e Internet, i telefoni cellulari hanno fatto irruzione nelle nostre vite.

Il resto è storia recente, non solo cronaca. Anche questi giorni difficili e cupi diventeranno storia nel giro di poco, la maggior parte sono destinati a essere inghiottiti dall’ordine del Tempo e questo è un bene. Non si può vivere con la zavorra del passato sulla schiena come uno zaino sempre più pieno, giorno dopo giorno.

La nostra storia la stiamo vivendo, ai posteri, come sempre, il compito di scriverla, ai noi il compito di lasciare tracce intellegibili in questo livello di realtà.

Oggi è giovedì 14 gennaio del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 312; la poesia sonnecchia coi gatti davanti al fuoco e lascia che la sociologia faccia i suoi giri di valzer tra i libri e la memoria.

giovedì 24 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/291: lasciare che il cuore si apra alla gioia, alla letizia e alla speranza

 

L’appello al mondo dell’immaginazione e delle fiabe non è caduto nel vuoto. È arrivata per prima Sina la sirena che ha gambe sulla terraferma e una splendida coda nell’acqua. Lei si muove tra il mondo della Sirenetta e quello di Splash, una sirena a Manhattan.

È arrivato Scrooge con il suo canto di Natale, è arrivato Kevin, il protagonista della saga Mamma ho perso l’aereo.

È arrivata, al completo, tutta la banda di Una poltrona per due con intatto l’edonismo degli anni Ottanta.

È arrivata la piccola fiammiferaia che non morirà di freddo, e anche tutta la famiglia degli orsi che qui ricadranno in letargo.

Ci sono i fiocchi di neve che si preparano a invadere la nostra povera terra, ci sono le luci stanche che brillano comunque e i mille escamotage per festeggiare stasera e domani.

Perché potremo anche non avere i nostri cari accanto, potremo anche dover trascorrere giorni interi da soli, ma è comunque Natale, una stella brilla alta nel cielo delle nostre tradizioni e della nostra immaginazione.

Dalla terra ai piedi delle Montagne della Nebbia sono arrivati anche i due lupi innamorati, dal convento segreto di Colorno Borges lo scrittore e Roxanne la badessa.

Qui, nella buca d’orchestra del Teatro del Mondo, con lo spirito del Natale che pensavamo irreperibile, abbiamo capito all’improvviso che Bimba ha potuto dormire perché lo spirito del Natale non era una sola persona, ma tutti noi insieme.

Tutti noi, feriti e spaventati, soli e addolorati. Tutti noi salutiamo il miracolo di una nuova vita che si affaccia, perché Miren ha le doglie e il bambino arriverà a momenti.

Lo spirito del Natale collettivo che noi siamo, inclusi l’onnipotente narratrice e la voce fuori campo, festeggerà questa sera e questa notte e poi domani, l’arrivo della creatura divina che ha stravolto il corso della storia.

Tutti insieme festeggeremo la luce che ha di nuovo superato l’intensità della notte e, pian piano, sta riconquistando il mondo.

Tutti insieme festeggeremo la speranza di un mondo senza pandemia, anche se sappiamo che ci vorrà tempo, ancora tempo. A meno che il virus non scompaia quasi all’improvviso come accadde con la Spagnola un secolo fa.

Vogliamo essere pronti per quando il mondo tornerà a essere abitato e in movimento, quando potremo respirare senza le mascherine in faccia.

Questa mattina sono uscita prima dell’alba per andare a fare la spesa all’Esselunga, per un breve tratto di strada, ho scoperto il naso e respirato l’odore della pioggia e mai nessun altro profumo mi è sembrato così buono.

Così continueremo a fare le cose che amiamo, a scrivere, a leggere, a guardare vecchi film, a cucinare. Sperando che il futuro sia diverso, che i vaccini siano efficaci, che il mondo trovi un nuovo ritmo e una nuova solidarietà.

È sempre stata questa la forza della nostra specie, la capacità di cooperare e di metterci nei panni degli altri. Una forza che in molte fasi della storia è venuta meno, il XX secolo ne è la prova per noi occidentali. Ma abbiamo sempre ricominciato, perché come dice Scarlett O’Hara che è appena arrivata qui in Teatro: “Dopotutto, domani è un altro giorno”.

Buon Natale mie care lettrici e miei cari lettori. Buon Natale e Buone Feste!

Domani vi racconterò qualcosa dei protagonisti di questa storia che è un patchwork di racconti e immagini.

Domani, dopo che avrò messo i pacchetti sotto l’albero e acceso le lucine, domani dopo che avrò onorato la memoria dei miei genitori, ricordando la magia di quei Natali d’infanzia, dove andavo trepidante con il mio fratellino per mano a chiedere loro, se per caso Babbo Natale e Gesù Bambino fossero passati. Per non scontentare nessuno da noi passavano entrambi, e passava anche San Nicola di Bari il 6 dicembre, perché mia madre era pugliese. E il 6 gennaio arrivavano anche i Re Magi e la Befana. Papà andava in sala a controllare, poi mamma lo raggiungeva e poi ci chiamavano e noi andavamo. C’erano accese solo le luci dell’albero di Natale, che era stato messo sul tavolo e illuminava la stanza di colori intermittenti e di una magia che appartiene e apparterrà per sempre a quel luogo e a quella famiglia che ha condiviso gioia, letizia e speranza.

Mi basta questo ricordo, in particolare il ricordo del Natale del 1970, quello che vi ho appena descritto, perché il mio cuore si apra alla gioia e si riempia di letizia e di speranza.

Gioia, letizia e speranza, come fossimo ancora bambini e il mondo vasto e inesplorato.

 

Oggi è il 24 dicembre, vigilia di Natale dell’anno senza Carnevale, questa è la Cronaca 291 che ha accompagnato sulla soglia dell’epilogo la mia fiaba.

sabato 7 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/244: dove la letteratura è stanca di vivere nei libri e passeggia per le vie del mio quartiere

 


Il silenzio è il primo elemento di questa giornata particolare, qui nella capitale del Nord, chi poteva, in molti, è partito per raggiungere la seconda o terza casa. Il mio quartiere, un quartiere di quelli che un tempo si definivano benestanti, è vuoto. Ma quando sono uscita oggi pomeriggio a fare la spesa, sono stata quasi travolta da una scena di Truffaut diventata reale.

Due ragazzi e una ragazza correvano lungo il marciapiede, ridevano, lei portava un cappello ed era bella quanto Jeanne Moreau nel film. Alla fine della corsa, davanti alla biblioteca del quartiere, sono scoppiati a ridere e si sono abbracciati.

Mi piace quando l’arte irrompe nella realtà e la colora. Così, oltre alle immagini del film, a quelle del romanzo, ora ho anche un ricordo che triplica il piacere di quella storia lontana nel tempo ma sempre affascinante.

Ho scoperto lo scrittore Henri-Pierre Roché grazie al film di Truffaut che ho amato, e amo tutt’ora, da quando andavo ogni sera alla Cineteca Italiana di Via San Marco e poi tornavo a casa nella nebbia invernale, spesso con l’ultimo autobus di linea.

Provo a cercare ancora, in questo pomeriggio silenzioso e reale, un’altra scena tratta da un film o da un romanzo. Così vado in libreria, l’ultima aperta nel quartiere è una Mondadori, e scovo un uomo e una donna che stanno sfogliando gli stessi libri di case e arredamento, come accadeva nel film newyorchese Innamorarsi, quando due sconosciuti scambiano per sbaglio i loro libri impacchettati e finiscono per, appunto, innamorarsi. To fall in love dicono gli americani, tomber amoureux i francesi. Due forme verbali molto più evocative di quella italiana, dove il brusco cambio di posizione, annuncia l’inizio di una vita nuova.

La Francia è molto presente nella mia vita quotidiana, leggo moltissimo in francese, e in questi giorni sto leggendo il primo dei tre libri che ho comprato qualche giorno fa e che fa parte del terzetto la cui presentazione ho continuato a rimandare.

Le inseparabili è un romanzo inedito di Simone de Beauvoir, seduta da sempre negli scranni più alti del mio Olimpo degli Scrittori, tradotta magnificamente dalla raffinata Isabella Mattazzi. È la storia di un’amicizia folle quanto un amore, come solo le amicizie infantili e adolescenziali possono esserlo. Elisabeth Lacoin, chiamata Zaza, è il doppio di Simone de Beauvoir, l’anima gemella, la stessa intelligenza incadescente, la stessa fame di vivere e di conoscere, le accomunava, benché il sentimento fosse più forte in Simone che in Zaza. 

Zaza che non riesce, però, a rompere il legame con la famiglia d’origine, a tradire la madre, soprattutto, e arrivare così a emanciparsi, come riuscì, invece, a fare Simone.

Storie di ragazze del secolo scorso che ci aiutano comunque a vivere il presente a interrogarci, a fornire modelli positivi per le giovani ragazze, modelli fuori dai social, dalle influncer, dalla televisione.

Niente tornerà mai più come prima, ma il futuro non è un libro già scritto che dobbiamo solo sfogliare, il futuro è una piega del tempo che possiamo modellare anche solo leggendo, facendo leggere e regalando un romanzo che appartiene al tempo del mai più.

Un’ultima cosa che non vi ho ancora raccontato è che, nella mia passeggiata pomeridiana, ho incrociato due bambine con occhi grandi e vivaci che camminavano tenendosi per mano. In loro ho visto Simone e Zaza e sono tornata a leggere con cuore allegro, nonostante la storia della loro amicizia finisca in maniera tragica.



La Cronaca 244 è spolverata di zucchero e profuma di castagne arrosto e tè al bergamotto. Oggi è sabato 7 novembre dell’anno senza Carnevale, gli Stati Uniti hanno un nuovo Presidente, così pare, e io me ne rallegro.

lunedì 12 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/218: amo il mare, le poesie scritte, il fragile segreto di un fiore, il cielo tutto intorno

 



Camminare in silenzio, nelle strade vuote, come se i marciapiedi fossero la spiaggia con la bassa marea, sentire la sabbia umida sotto i piedi e il profumo d’autunno farsi salato e lasciarlo entrare tra quello delle mele e quello del pane appena sfornato.

Varcare il confine tra la città addormentata e la Casa delle Parole, attraversare il giardino, imboccare il sentiero giù fino al mare e riconoscere le case di quella città, riflesse nelle pozze d’acqua a contendere la luce con i granchi e le stelle marine.

Ordinare i pensieri che hanno accompagnato l’io in corteo e poi lo hanno consegnato ai sogni e alla notte.

Quella notte, averla attraversata così come si esplora una terra sconosciuta, cercando di riportare a qualcosa di noto ogni animale, ogni albero, ogni fiore, ogni persona.

Sapere che, in fondo, nulla è davvero sconosciuto nella notte appena finita, arrendersi alla potenza dei sogni e scegliere di portarne i frammenti nel mondo della veglia.

Il linguaggio dei sogni e della notte dice sempre la verità, parla per sillabe e frammenti perché non c’è un “io” che cuce e unisce quello accade.

È l’io di ciascuno di noi che si piega e siede al telaio del tempo e accetta di fare ordine e creare una sequenza laddove ordine non ce n’è mai stato.

Mi giro a cercare la stella marina rossa nell’ultima pozza d’acqua, ma trovo solo il riflesso della prima stella del mattino che si spoglia di ogni raggio di luce sino a svanire nel nitore dell’alba.

Ci sono momenti in cui sentiamo di appartenere a un tempo che non ha fine, ci abbandoniamo a questa sensazione e non cerchiamo di capire, perché respiriamo all’unisono con l’universo e siamo un atomo che viene dal passato e al contempo la scintilla che illumina il futuro.

L’arte nasce dalle fratture di questi momenti, da una ferita che non sanguina ma lascia colare il miele della creatività.

Ieri sera sono andata con mio fratello Alessandro al cinema Anteo, dove duecento spettatori hanno assistito alla lettura fatta da Nanni Moretti in persona, dei diari degli anni in cui lui stava cercando di girare Caro diario. Lui è uguale al personaggio che interpreta nei suoi film, un po’ come Woody Allen. Finita la lettura c’è stata la proiezione dell’edizione restaurata del film, che avevo visto in sala nel 1993 o 1994, che ha vinto il premio alla miglior regia a Cannes e di cui avevo un ricordo superlativo. Invece, ieri sera, l’ho trovato ancora un bel film, ma irrimediabilmente impregnato dello spirito del tempo. Il capitolo più bello è sempre il primo In vespa, dove Roma è magnifica e struggente, dove lui dice alcune tra le migliori battute della sua filmografia, quel viaggio in una città metafisica termina nel luogo dove venne assassinato Pasolini e quel pellegrinaggio mi ha commosso ancora una volta. Le isole è il capitolo più datato, tra telefoni fissi e televisione, racconta un’Italia che non c’è più ma che è stata il preludio all’Italia odierna, soffocata, come il resto del mondo, dalla tecnologia e dai social media. Niente da dire sul capitolo più personale e drammatico, dove il regista racconta del suo tumore e dei medici che per mesi non hanno capito di cosa si trattasse. Ecco, all’uscita ho pensato che sarebbe stato meglio non averlo rivisto, perché il bel ricordo si è scontrato con il presente.

Le opera d’arte sono figlie, non solo dell’artista, ma dello spirito del tempo che andranno a rappresentare. Poche sono quelle che riescono a valicare lo spazio e il tempo e a riproporsi, generazione dopo generazione, a nuovi sguardi, a nuove orecchie che potranno riconoscersi e sentire di appartenere a un dipinto, una scultura, un film o un libro che nella forza caduca del creatore, riesce a uscire dalla prigione del tempo e parlare con chi è nato secoli dopo.

Quanto era bella Milano ieri sera, con le luci dei grattacieli di Porta Nuova e il quartiere di Brera vivace e molto, molto mascherato.

Stamane il bello era invece l’assenza di esseri umani e delle nostre mascherine. Tiriamo un giorno alla volta tra i fili del nostro arazzo. Ancora non riusciamo a intravedere quale sarà il disegno finale.

Mi rallegro guardando e ascoltando la confusione dei bambini che escono da scuola, è un rumore lieto che mi colpisce da anni due volte al giorno, la prima poco dopo le otto, quando iniziano gli ingressi a scuola.

Posso tornare alle mie carte, ai libri da sistemare. Poi tornerò in riva al mare ad aspettare la prima stella della sera. David, il poeta, mi ha detto che verrà con me.

Questa Cronaca 218 gironzola nel dodicesimo giorno e secondo lunedì di ottobre dell’anno senza Carnevale. La poesia sonnecchia accanto al fuoco: un po’ gatto addormentato, un po’ brace sotto la cenere. Il titolo è la rielaborazione di alcuni versi di Sara Teasdale che suonano così:

“Io ho amato le ore al mare, le città grigie,

il fragile segreto di un fiore,

la musica, le poesie scritte

che mi hanno dato il cielo per poche ore.”


 


domenica 29 marzo 2020

Cronache dalla'anno senza Carnevale/21: lo sguardo del ritorno, cosa troverà Ulisse


Stiamo raccontando in moltissimi tutti insieme la guerra, questa guerra non dichiarata che ci vede rinchiusi nella trincea delle nostre case, con una percezione del pericolo amplificata dalla concentrazione di ammalati e deceduti. Il bollettino delle 18 è diventato un triste appuntamento e tutti sogniamo il momento in cui i numeri saranno vicini allo zero. E poi?

I soliti Dioscuri della politica, probabilmente disperati per la mancanza di visibilità che li schiaccia, spingono sui fronti opposti, uno che vorrebbe chiudere tutto a tempo indefinito e uno che vorrebbe riaprire dopo Pasqua. È impossibile per loro aspettare il parere autorevole degli scienziati, dei virologi, epidemiologi, statistici. È vero che è compito della politica agire per il bene comune, ma in questa situazione è il fattore tempo a essere determinante. Un tempo denso come miele, che ci imprigiona non solo i corpi ma anche la mente.

Però è importante iniziare a pensare al dopo. Per non trovarci di fronte alla domanda fatidica “e adesso?”. In migliaia stiamo scrivendo diari, testimonianze, cronache e lettere. Uno sforzo letterario collettivo che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Non è solo il tempo presente a diventare materia di narrazione, il passato che non ritornerà deve essere in qualche modo preservato e trasmesso alle generazioni future.
In uno dei film che più amo Lo sguardo di Ulisse, il direttore della cinemateca di Sarajevo ha fatto di tutto per preservarne l’archivio. Questo monologo è l’ultima prova attoriale di Gian Maria Volonté: “Poi, poi è scoppiata la guerra e mi sono dedicato alla protezione della cinemateca, che ne resti la memoria, era tutta la mia vita. E adesso che senso potrebbe avere qualsiasi cosa, che senso può avere in mezzo a questo massacro?”. Il protagonista del film, il regista greco chiamato con la sola iniziale A., intraprende un viaggio nei Balcani alla ricerca di tre bobine cinematografiche dei fratelli Manakis, i pionieri del cinema che lo diffusero in quella regione agli inizi del Novecento. È proprio dal vecchio direttore che A. trova le tre preziose bobine e le salva. Dopo aver girato quella scena Volonté ebbe un attacco cardiaco e morì; il suo personaggio venne interpretato da Erland Josephson. Così Angelopoulos racconta dell’ultima volta che vide Volonté vivo: “L’ultima sera stavamo tornando a Florina passando da Skopie, Gianmaria era seduto da solo in fondo all’autobus, nell’ultima fila di sedili. Beveva e cantava, io penso che abbia cantato tutte le canzoni che conosceva, da “avanti popolo alla riscossa” a “bandiera rossa”, ho sentito tutte le canzoni che conoscevo della sinistra italiana… ma credo che ci fosse qualcosa che non era vera gioia, sembrava come un addio”. E addio fu, senza un saluto, come sta accadendo alle migliaia di nostri contemporanei in ogni angolo del mondo, come succedeva anche senza questa pandemia, senza che ci fossero molti scossoni nelle nostre vite comuni. Sono i grandi numeri a terrorizzarci, la loro eccezionalità e ripetitività. Lo sguardo di Ulisse racconta anche la dissoluzione dell’Europa dell’est, emblematica la scena del barcone che trasporta una statua coricata e spezzata di Lenin. Gli anni e i sogni spezzati di molteplici generazioni, perché la Storia si presenta con i conti in mano ed è cieca. Forse è proprio lo sguardo di Ulisse, del guerriero indomito, di colui che ritorna, è lo sguardo che dobbiamo risvegliare in noi, consapevoli che non torneremo alla stessa casa, che la sposa e il figlio sono cambiati così come il volto dell’eroe omerico. Solo il letto nuziale, intagliato in un ulivo è identico a quello che mani ben più giovani e forti avevano costruito.

Lo sguardo del ritorno, lo sguardo del dopo, dobbiamo iniziare a immaginarlo questo dopo e a essere pronti a fare bene quello che già sappiamo fare, con il cuore colmo di indulgenza e speranza, consapevoli di non essere padroni di niente ma solo custodi di tutto questo mondo che non ci appartiene. Neanche questo immenso silenzio è nostro, la città lo inghiottirà di nuovo. La vita riprenderà, come dipenderà anche da noi.

Angelopoulos finì di girare Lo sguardo di Ulisse senza Volonté. La musica struggente di Eleni Karaindrou culla tutte le scene salienti del film. Anche quando il regista arriva a Sarajevo immersa nella nebbia e incrocia dei giovani che recitano Romeo e Giulietta. Perché l’amore è la prima risposta e va mano nella mano con l’amicizia, con la compassione, la pietà e l’empatia.

Francesco, un mio amico di gioventù, strappato alla vita troppo presto, l’amico che mi ha ispirato il protagonista del mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese, aveva incontrato in non so più quale isola delle Cicladi Eleni e lui, che in Grecia, ogni estate viaggiava con il suo sax tenore, aveva suonato con la musicista che era uno dei suoi miti viventi.

La forza del dopo sta nel raccontare ancora e ripetere le storie di chi è stato. Quando voglio ricordare Francesco lo faccio ascoltando Ian Garbarek e The Hilliard Ensemble nel primo brano di Officium. Ai tempi lo ascoltammo insieme decine di volte. Ma una volta in particolare, seduti a casa sua, le mani intrecciate, lo avevamo ascoltato ad occhi chiusi, senza bisogno di parlare.

Angelopoulos girò altri film dopo Lo sguardo di Ulisse e morì dopo essere stato investito da una moto mentre girava un film rimasto incompiuto L’altro mare, con un altro magnifico attore italiano, Toni Servillo. Nel 2018, durante gli incendi tragici, anche la cittadina di Mati venne colpita e la casa di famiglia del regista fu interamente distrutta dalle fiamme. Dello studio dove erano conservati libri, manoscritti, sceneggiature, scambi epistolari, non è rimasto nulla. Non ci sono parallelismi o insegnamenti morali da trarre, solo una concatenazione di eventi.

Il passato è una continua rielaborazione della memoria e delle evocazioni. 
Il futuro non è scritto, è l’unica strada che resta quando abbiamo deciso di non prendere le altre.

Oggi il futuro ha il colore delle foglie nuove sui rami, della neve che scende inaspettata, del congedo dall’inverno e da questo tempo malato.

venerdì 27 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/19: questo splendore o il ricordo della sua assenza


Vado a memoria, la memoria è il tempo che ha fatto il nido nella nostra mente. È il mondo che è diventato noi e che costruisce il senso di tutto il nostro affannarsi. Siamo come rondini che ritornano ogni anno nel luogo dove sono nate e che aggiustano i resti del nido precedente che il vento e la pioggia hanno sbriciolato. Terra, un rametto, saliva e poi un volo e il nido che cresce intorno. Un’immagine isolata che riappare negli occhi mentre facciamo altro, una vecchia polaroid che mi restituisce mio padre nello splendore dei suoi sessanta anni, allegro e simpatico proprio come è stato. Questo il primo ramo del mio nuovo nido, raccolgo una foglia dell’anno passato che ho conservato in un libro, apro il Meridiano di Bertolucci e papaveri della primavera in cui lui morì si ergono come un tetto rosso e fragile sulla mia costruzione. Una vecchia fotografia in bianco e nero, il giorno del mio primo compleanno, sono in piedi nel lettino, rido e guardo verso mia madre che non è inquadrata. A vent’anni sorrido sorniona con indosso un abito messicano color avorio e cerco di condurre a me chi mi stava fotografando. Nella foto accanto siamo in Norvegia e la fotografia mi tiene imprigionata mentre spazzolavo i miei lunghi capelli. Indossavo un vestito indiano rosso porpora con ricami dorati. Erano anni così quelli, dove tutto ciò che era etnico mi catturava. Poi c’è una foto scattata da mio padre, venti anni dopo e lì sto leggendo con un quaderno aperto accanto; dopo essere fuggita verso i fiordi norvegesi a vent’anni, a quaranta sono tornata a fare le vacanze con i miei genitori sulla costa marchigiana. Lì ho capito che per poter ritornare bisogna allontanarsi. Tutto quel che resta di quelle estati lontane sono queste fotografie, i fiori essiccati e la memoria che accoglie e protegge quei frammenti di luce.

Dal mio nido di rondine infreddolita osservo quel che resta del giorno e mi chiedo dove siano finiti tutti, quanta paura stia appesantendo i cuori, quanta memoria che andrà sprecata, perché sopportare il dolore è difficile, portarne il peso quasi impossibile. Cosa sono gli anni scriveva Marianne Moore e Antonella Anedda ha usato questo frammento di verso per uno dei suoi libri più belli. Mi chiedo se so rispondere a questa domanda oziosa, posso costruirci sopra una nuova poesia, continuare a divagare come sto facendo. Stare in silenzio è l’ultima opzione, ma non posso, perché il silenzio ha bisogno di un nido di parole dove potersi riposare.

Ripongo le vecchie fotografie, gironzolo ancora un po’ per casa, che è come camminare per Parigi di sera con la musica giusta e gli occhi socchiusi. O anche a New York a guardare Manhattan in una cineteca a Manhattan sul retro del Plaza Hotel. I film di Allen mi hanno spesso fatto compagnia e adoro tutti i finali. 
Nelle ultime scene di Manhattan il protagonista snocciola la sua lista delle cose per cui vale la pena vivere “io direi... il vecchio Groucho Marx per dirne una e... Joe DiMaggio e... secondo movimento della sinfonia Jupiter e... Louis Armstrong, l'incisione di Potato Head Blues e... i film svedesi naturalmente... L'educazione sentimentale di Flaubert... Marlon Brando, Frank Sinatra... quelle incredibili... mele e pere dipinte da Cézanne... i granchi da Sam Wo... il viso di Tracy...”. 

Inizio a scrivere la mia lista delle cose per cui vale la pena vivere e in cima metto quelle vecchie fotografie. Terra, un rametto, una foglia, il nido intorno cresce.

Mi siedo a un tavolo che non ho mai toccato, dove una donna matura sta scrivendo il libro della sua vita. Ha affittato un appartamento per poter lavorare in pace, un giorno scopre che quello accanto ospita uno studio di psicoanalista e una giovane donna racconta la sua vita in crisi e obbliga l’altra donna a fare i conti con se stessa, con le relazioni importanti, con il passato costellato di abbandoni, rotture e rinunce su cui si interroga sino a chiedersi se “il passato è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto”. Le resto accanto, la capisco, ora so che entrambe le cose sono vere, che non devo scegliere, che posso tenere nel nido che sto costruendo immagini di un mare perduto, il fumo di una sigaretta che sale verso le stelle, una nuova poesia letta al telefono, tutte le strade che ho percorso, tutti i ritorni che mi sono concessa, anche io sono placata nella dolcezza dei ricordi e so che su questi ricordi, sugli amori e gli affetti, sui desideri e sulle passioni, poggiano le fondamenta di chi sono ora, di chi diventerò, della forza con cui la vita ci ha chiamato a fronteggiare qualcosa di cui avevamo solo racconti, storie e vecchie fotografie.

Questa forza fragile che accompagna ogni gesto serale, questo desiderio di vita che resta in noi sino alle più tarda età. L’ho visto nelle mani dei miei genitori che piantavano arbusti e semi. Gli alberi e i cespugli sono sopravvissuti alla loro vita e ancora mi dicono di quell'amore che hanno provato. Un giorno sull'autobus ho visto un vecchio chiudere gli occhi quando il sole è apparso all'improvviso da uno squarcio nelle nuvole. Con gli occhi sempre chiusi lui ha sorriso e l’anima-gatto che teneva chiusa nel petto si è acciambellata sulle sue ginocchia.

Nel saggio L’enigma, tratto dalla raccolta L’estate, Albert Camus scriveva “Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”.

Sono vere entrambe le cose, lo splendore e il ricordo della sua assenza.

Tutto resto scritto nel libro del mondo, tutto resta scritto nel libro della vostra immaginazione.

E vagheremo da un mondo all'altro, da un sogno a un ricordo, da un desiderio a un affanno.

È questa la nostra immortalità. È questa la nostra eternità.

domenica 5 agosto 2018

Guardare un albero, scrivere un film: un periodo di astrazione e acutezza, di umidità

Una domanda antica e persistente.
     Come nasce un'idea? E in particolare l'idea di un film?
     Chi risponderà che l'idea gli è venuta mentre guardava un albero dirà una verità e una menzogna.
     Verità, nella misura in cui durante una passeggiata si è fermato a guardare un albero, senza una ragione precisa, mentre nulla sembrava costringerlo a farlo. Né la forma dell'albero, né il colore, né la vecchia ferita sul suo tronco conducevano a un'idea.
     Menzogna, nella misura in cui quando si è fermato a guardare l'albero, qualcosa - una frase ascoltata per caso in strada, tempo addietro, oppure letta in un libro, una notizia irrilevante comparsa sui giornali, un'immagine, intorpidita o dormiente in fondo al magazzino delle immagini che ognuno possiede - dopo un lavorio sotterraneo, di giorni, di mesi o di anni che si compiva segretamente dentro di lui - in quel preciso momento gli si è ripresentato, trasformato. Quel momento è diventato così, in modo inatteso, un incontro privilegiato con l'indicibile.
     L'albero non c'entrava proprio niente. Era innocente. In questo senso, tra verità e menzogna, potrei dire che l'idea delle nozze sul fiume nel Passo sospeso della cicogna è nata sull'autobus che mi portava da Broadway al Bronx, mentre attraversavo Harlem in una strana primavera del 1987.
     Ma cos'è che si è risvegliato in quel momento, trasformato e reso quasi irriconoscibile dall'oblio?
     E perché?
     Una lettura, probabilmente su un giornale del 1958.
     La lettura potrebbe essere la storia della sepoltura di un pastore, in un'isoletta a qualche decina di metri da Creta ma ancora nella sua ombra, dalla parte meridionale, verso il mar Libico. Inverno, mare in tempesta: impossibile fare la traversata in barca e un pastore morto aspetta di essere seppellito.
     Il papàs del paese più vicino a Creta era stato avvertito con delle segnalazioni. Venne, salì su una roccia, con l'abito che garriva al vento e si mise a dir messa al mare, mentre i pastori, dall'altra parte, sull'isoletta, seppellivano il morto. 
     Ma era proprio questo? O c'era qualcos'altro? In quel momento quale associazione di idee si completava nel silenzio, eppure in modo tanto decisivo, da sovrapporsi a quel che vedevo dal finestrino dell'autobus? (Harlem, nel sole del pomeriggio, magica e terribile al tempo stesso.) Come ha interferito (proprio come un altro canale interferisce improvvisamente con quello che stavamo guardando in televisione) l'immagine fantastica di un fiume, che fa da confine tra due Stati, con la bianca figura della sposa da una parte e dello sposo dall'altra?
     Il periodo che precede la realizzazione di una sceneggiatura è un periodo di umidità, con strane variabili, strane percezioni apparentemente irragionevoli. Un'alternanza di astrazione e acutezza. È un periodo di doppia vita. La parte rumorosa di te vive la quotidianità come sempre, mentre quella silenziosa tesse in segreto, con materiali invisibili, ciò che, a un certo punto, maturerà e uscirà in superficie, quando meno te lo aspetti, attraversando con stupefacente facilità tutti i filtri della quotidianità.
     Chi dirà che l'idea di un film è nata guardando un albero dirà la verità.

Theo Anghelopoulos
In luogo del prologo
in
Petros Markaris
Diario di un'eternita
Io e Theo Anghelopoulos
traduzione di Andrea Di Gregorio
La nave di Teseo editore 2018



mercoledì 25 ottobre 2017

Qualcosa che si contrappone al caso

«in quel grande caos della vita ci sono fili che congiungono presente e passato.
Siamo attenti al fatto che c‘è qualcosa che si contrappone al caso, una scheggia di senso. Questo è il nostro vivere».


I fratelli Taviani in una bella intervista di Arianna Finos
pubblicata da Repubblica sabato 21 ottobre 2017

martedì 22 novembre 2016

essere ammaliati dalla luce, sempre, sempre

Sai bene come lo so io che la luce di Barcellona è molto differente da quella di Tokio, come quella di Tokio è diversa da quella di Praga. Una struttura davvero grandiosa, di quelle destinate a reggere alla prova del tempo, non ignora l’ambiente che la circonda, l’architetto serio ne tiene conto, sa che se vuole presenza deve consultare la natura, deve restare ammaliato dalla luce, sempre dalla luce, sempre.

Simon Wyler, il vecchio architetto padre di Alex Wyler nel film

La casa sul lago del tempo


domenica 20 novembre 2016

voglio capire attraverso quali ripensamenti sono arrivata a come sono ora

Spesso restaurando una vecchia tela, riaffiorano tracce di altre forme nascoste dagli ultimi strati di colore. Potrà apparire un albero attraverso un abito di donna, dietro un bambino potrà nascondersi un cane o una barca rimasta senza mare. Si parla allora di ripensamenti, un modo ricercato per dire che il pittore ha cambiato idea… Ormai sono vecchia e voglio capire attraverso quali ripensamenti sono arrivata a come sono ora.

monologo iniziale del film 
Giulia di Fred Zinnemann con Jane Fonda e Vanessa Redgrave, 
basato sul racconto autobiografico Pentimento della scrittrice Lillian Hellmann, sceneggiatura di Alvin Sargent.

Uno dei miei film preferiti in assoluto che di tanto in tanto rivedo con piacere.
Una storia di amicizia, amore e morte. Una storia che parla di coraggio e anche dei tormenti della vita creativa.

E.P.




sabato 24 settembre 2016

perché io sono io, e perché non sei tu?

Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Peter Handke

poesia scritta per il film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders
grazie al blog Berlino cacio e pepe per averla condivisa

Lied Vom Kindsein

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

mercoledì 24 agosto 2016

Le cose che davano un senso alle sue giornate

Provò a mettere in fila le cose che davano un senso alle sue giornate. Gliene vennero in mente poche. Guardare un buon fiml, al cinema da solo, di pomeriggio. Leggere sulla poltrona di pelle dello studio, rannicchiato sotto una coperta. Ascoltare la musica, un po' di striscio, mentre era impegnato a guardare nulla. A volte cucinare. A volte accarezzare quel gatto selvatico. A volte pensare che avrebbe incontrato una donna di cui si sarebbe innamorato per sempre.

Francesco Carofiglio
Una specie di felicità
Piemme 2016

giovedì 7 aprile 2016

la parola svelava il suo vero significato e il cielo si spalancava ai nostri occhi

Primi incontri

Dei nostri incontri
ogni istante festeggiavamo
come un'epifania,
soli nell'universo tutto.
Più ardita e lieve di un battito d'ala
per le scale correvi
come un capogiro,
precedendomi tra cortine di umido lillà
nel tuo regno dall'altra parte dello specchio.


Quando la notte venne
ebbi da te la grazia.
Si spalancarono le porte dell'altare
e le tenebre illuminò,
chinandosi lenta, la tua nudità.


E io, destandomi, "sii benedetta", dissi,
pur sapendo che oltraggio era
la mia benedizione.
Tu dormivi,
e a sfiorarti le palpebre col suo violetto
a te tendeva, dal tavolo, il lillà.


E le tue palpebre sfiorate di violetto
erano quiete, e calda la tua mano.
E nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavan le montagne, luceva il mare.
E tu tenevi in mano la sfera di cristallo,
e tu in trono dormivi,
e, Dio!
tu eri mia.


Poi ti destasti,
e trasfigurando il quotidiano vocabolario umano
a piena voce pronunciasti
Tu!
E la parola svelò il suo vero significato,
e zar divenne.


Nel mondo tutto fu trasfigurato,
anche le cose semplici,
il catino, la brocca, l'acqua
che sta fra noi come sentinella,
inerte e dura.
Chissà dove fummo spinti...
Dinanzi a noi si stesero, come miraggi,
città nate da un prodigio.
La menta sola si stendeva
sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c'eran compagni di viaggio,
e i pesci balzavano dal fiume,
e il cielo si spalancava ai nostri occhi
quando il destino seguiva i nostri passi
come un pazzo col rasoio in mano.


Arsenij Tarkovskij

tratta dal film Lo specchio di Andrej Tarkovskij





Арсений Тарковский

Первые свидания

Свиданий наших каждое мгновенье,
Мы праздновали, как богоявленье,
Одни на целом свете. Ты была
Смелей и легче птичьего крыла,
По лестнице, как головокруженье,
Через ступень сбегала и вела
Сквозь влажную сирень в свои владенья
С той стороны зеркального стекла.
Когда настала ночь, была мне милость
Дарована, алтарные врата
Отворены, и в темноте светилась
И медленно клонилась нагота,
И, просыпаясь: "Будь благословенна!" -
Я говорил и знал, что дерзновенно
Мое благословенье: ты спала,
И тронуть веки синевой вселенной
К тебе сирень тянулась со стола,
И синевою тронутые веки
Спокойны были, и рука тепла.
А в хрустале пульсировали реки,
Дымились горы, брезжили моря,
И ты держала сферу на ладони
Хрустальную, и ты спала на троне,
И - Боже правый! - ты была моя.
Ты пробудилась и преобразила
Вседневный человеческий словарь,
И речь поьгорло полнозвучной силой
Наполнилась, и слово ты  раскрыло
Свой новый смысл и означало: царь.
На свете все преобразилось, даже
Простые вещи - таз, кувшин, - когда
Стояла между нами, как на страже,
Слоистая и твердая вода.
Нас повело неведомо куда.
Пред нами расступались, как миражи,
Построенные чудом города,
Сама ложилась мята нам под ноги,
И птицам с нами было по дороге,
И рыбы поднимались по реке,
И небо развернулось перед нами...
Когда судьба по следу шла за нами,
Как сумасшедший с бритвою в руке.

1962