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martedì 22 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/744. Dove si rispecchiano vette azzurre di sogno

 

 


Seguo il canto della primavera, l’annuso nell’aria pesante della città mai più silenziosa, lo cerco tra le pieghe del giorno. Chiamo la primavera, a volte mi risponde, a volte fa una piroetta e fugge via, come se non fosse il suo preciso compito di stagione appena arrivata restare qui con noi. È nel suo perenne arrivare che si nasconde il suo segreto, lo so e per questo me ne rallegro.  Posso seguire di nuovo questo canto silenzioso e lo seguo sul filo teso di una poesia di Olav H. Hauge tratta dalle raccolta La terra azzurra (traduzione di Fulvio Ferrari, Crocetti editore 2008)

 

 

Ora canta di nuovo il mio fiume interiore,

e un limpido vento spira da fresche terre notturne,

in cui vette azzurre di sogno si rispecchiano

in altri mari.

 

Ma cosa sono le mie parole?

Un bosco piegato dalla tempesta

verso il nord,

barriere di montagne

contro il devastante

fuoco del giorno

 

Quando le parole stentano nel darsi un significato, continuo a cercarlo nella poesia. Così divento bosco, così divento una vetta azzurra e riesco a tenere a bada questo devastante fuoco del giorno, che brucia e brucia e non lascia ricordi tra i tizzoni ardenti.

Oggi è martedì 22 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 744 risplende di azzurro e brucia come fuoco.

martedì 22 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/198: di cosa odora una buona poesia? Di tè e profumo di pioggia, di legna tagliata

Ecco, è arrivato l’autunno! Impetuoso e freschetto qui nella città silenziosa, un po’ meno impetuoso ai piedi delle Montagne della Nebbia. Però il cielo chiuso ci invita al raccoglimento e a pensieri lievi di tè e profumo di castagne arrosto. Così scrivo questa poesia per salutare la nuova stagione.

 

 

 

Ecco è arrivato l’autunno!

 

Arriva col temporale, così

si annuncia e disfa la tela

leggera dell’estate. Incede

con passo guerriero, oscura

il cielo e strappa le foglie mille

a mille e intorno lo temono

le rondini che partono e anche

gli uccellini che stanno nei nidi,

lo temono i pochi fiori dai calici

appassiti. Ma non le rose, le rose

sanno che la stagione è solo un

nome, solo un modo per dirci

come prepararsi al freddo che

viene, alle castagne, al vento

e alla memoria che si apre, si

apre al cielo e lascia che questo

tempo ci attraversi senza dolore.

 

 

 

Nel falò di ieri sera abbiamo gettato carte, pergamene, un piccolo scrigno, una tazza di legno, una sciarpa rossa, qualche frammento delle stelle che il misterioso architetto ha recuperato dalla sua casa, vecchi manoscritti del sapiente guerriero. E poi una corona di cartone e uno scettro vero, dono del re e della regina a questo fuoco. La sacerdotessa ha bruciato una poesia trascritta a mano su un foglio già strappato che è la poesia giusta per celebrare questo primo giorno d’autunno della seconda stagione che sta tutta intera in un unico anno. Il poeta

 

 

Ho tre poesie,

disse.

Pensa, contare le poesie.

Emily le gettava

in un baule, io

non credo proprio che le contasse,

apriva solo un pacchetto di tè

e ne scriveva una nuova.

Era giusto. Una buona poesia

deve odorare di tè.

O di terra umida e legna appena tagliata.

 

 

Torno alla finestra a guardare la pioggia che scende, mi piace, mi piace l’odore di terra umida e legna appena tagliata.

Questa Cronaca 198 nasce come un fungo dal primo giorno d’autunno dell’anno senza Carnevale.

  

La prima poesia è mia ed è inedita.

La seconda poesia è di Olav H. Hauge, La terra azzurra, traduzione di Fulvio Ferrari, Crocetti editore 2008

lunedì 15 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/99: le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore


C’era un filo teso tra i mandorli in fiore, era una primavera precoce, l’ultima che ho visto per anni e anni prima di addormentarmi.

Al risveglio il bosco era innevato, le nuvole basse, avevo fame e sete e non sapevo come proteggermi dal gelo.

Indossavo lo stesso abito leggero con le spalline sottili e la gonna lunga, bianco come la neve, tanto che, se non fosse stato per i miei capelli neri come la notte, non credo che mi avrebbero vista.

Ma forse non avevano bisogno di notarmi in quel vasto paesaggio di sempreverdi e stelle cadute.

Mi avevano sentita dall'odore lieve di fiori e pasta di pane che ancora mi impregnava le mani.

Il branco non era molto numeroso, meno di venti lupi lo componevano. La coppia alfa era composta da un enorme lupo nero e da una lupa candida.

Mi avevano circondata in un attimo, mi guardavano, ma nessuno tra loro mi mostrava i denti.

Non avevo paura, ero solo molto curiosa. I lupi mi guardavano immobili, stavano forse aspettando un mio falso movimento?

Così iniziai a cantare una vecchia ninna nanna portata al mio villaggio da un viaggiatore arrivato dal Nord e che parlava di lupi.

Anche in questo canto c’era una donna smarrita nella neve, che pregava il lupo di non assaltare il suo bambino.

Io non avevo figli e non avevo conosciuto ancora un uomo.

Cantavo e cantavo senza paura, mentre i lupi mi guardavano e piano stringevano il cerchio.

Fu uno dei lupi giovani a staccarsi per primo, era maestoso quanto il padre e sul muso aveva una macchia bianca come sua madre.

Si avvicinò e si mise ad annusarmi, con discrezione, quel che sentì dovette piacergli perché lancio un ululato altissimo verso e il cielo e il resto del branco lo seguì.

Poi si rotolò nella neve e scivolò sul ghiaccio e mi guardava e io avevo l’impressione che stesse sorridendo.

Quando si rialzò venne a spingermi con il suo muso che mi arrivava alla spalla.

Presi la direzione che mi indicava e lui non mi spinse più, mi affiancò, mentre il resto del branco si dispose nella usuale formazione, dove i lupi alfa aprivano la strada e il grande vecchio, grigio e un po’ malfermo sulle zampe, chiudeva il corteo.

Non sapevo che quello sarebbe stato il mio corteo nuziale. E chi poteva immaginarlo?

Arrivammo ai piedi della montagna dove la roccia era spaccata e si poteva intuire che sotto il ghiaccio dormiva una cascata maestosa.

Non sentivo più i piedi e le mani, non ero più candida come la neve ma azzurra come il cielo che si stava mostrando tra le nuvole in corsa.

Nella caverna c’era un fuoco che ardeva e i lupi mi condussero vicino tanto quanto il loro timore lo permetteva.

Mentre sentivo il calore del sangue avere la meglio sul gelo, mentre le membra riprendevano vita, mi chiesi se mi avevano portata nella grotta per nutrirsi di me.

Fu la lupa alfa ad atterrarmi e prendermi alla gola. Ma io non avevo paura. Non sapevo come fossi arrivata nella terra dell’inverno perenne. Ma sentivo che un motivo profondo, anche se ancora sconosciuto, mi aveva portato sin lì.

Le zanne della lupa non mi avevano ferita, ma solo sfiorata. A turno, uno dopo l’altro, tutti i lupi vennero ad assaggiare il mio sangue. Mi respiravano sul viso, sorridevano, riconoscevano ancora quel profumo di fiori e di pasta di pane?

L’ultimo a venire fu il giovane maschio con la macchia bianca sul muso.

Prima respirò la mia stessa aria, poi mi leccò il viso, le orecchie, i capelli e mi strappò il vestito dalla schiena.

Mi accucciai, non sapendo cosa aspettarmi tenni gli occhi chiusi. Lui continuava a leccarmi come se io fossi un piatto prelibato, e un colpo di lingua dopo l’altro la mia pelle divenne sottile e si spaccò.

Sotto, la mia nuova scintillante pelliccia grigia e bianca risplendeva accanto al fuoco.

Quando il mio lupo finì di trasformarmi io divenni lupa quanto lui, senza perdere però i ricordi del mio corpo umano.

Uscimmo dalla caverna e riprendemmo un sentiero che solo i lupi conoscevano, la neve ci arrivava al collo, ma noi proseguivamo.

Dopo una lunga discesa avvistammo i cervi e io fui la prima a lanciarmi al loro inseguimento.

Fui la prima ad atterrare una vecchia cerva stanca che si arrese in un momento.

Fame, avevo fame, riconoscevo questa fame nuova che arrivava dalla memoria di un’altra specie.

Mangiai il suo corpo, bevvi il suo sangue. Tutto risplendeva intorno a me, la mia vista copriva chilometri come fossero pochi metri, il mio olfatto catturava ogni odore nell'aria.

I pini, la neve, i lupi, il sangue, il vento, la corteccia di un bosco di betulle giù nella valle.

Il mio lupo mi guardava e io lo seguii, dovevamo celebrare le nostre nozze ferine e lasciare il branco al suo pasto.

E andammo, felici, nella neve e io sentivo anche il profumo di tè nella mia casa umana che avevo intravisto in fondo alla valle. Sapevo che un giorno ci sarei tornata, ma quel giorno, il giorno in cui la lupa che ero si mostrò al mondo, fu il primo in un tempo tutto da scoprire.

Il mio nome umano era Alma e anche la lupa seppe di chiamarsi con lo stesso nome.

Un solo nome, due anime e due corpi, un corpo da lupa e un corpo da fanciulla.

Il mio lupo non mi svelò il suo, né io lo farò con voi. Quando sarà il momento lui parlerà o ululerà, non so come si presenterà a voi.

Mi portò in un’altra grotta e me ne stupii perché sapevo che i lupi si amano anche nella neve.

Anche in quel luogo ardeva un fuoco perenne e c’era un giaciglio che profumava di erbe e di fiori. Il mio lupo chinò la testa e un attimo dopo era un giovane uomo dai capelli scuri e dagli occhi verdi.

Ci amammo come gli esseri umani si amano e in noi ardevano i cuori dei due lupi.

Ci amammo come i lupi, senza dimenticare la tenerezza degli amanti umani.

Ora andiamo e veniamo tra i tempi e le dimensioni, tra le leggende e le cacce selvagge.

Qui con voi ci divertiamo, per questo vi mostro il mio volto umano e vi dico il mio nome.

Sono Alma, la lupa e sono Alma che era una fanciulla prima di diventare una sposa felice.


Una giovane donna radiosa uscì dall'ombra accanto al camino e ci guardò.

Il suo lupo le aveva portato un dono che non vedemmo, lei rise, lui ululò.

Corsero fuori insieme, prima due amanti impazienti, poi due lupi gioiosi.

I fiori sbocciavano al loro passaggio e la brughiera diventò rossa e rosa.


Non so perché ma anche il mio petto si aprì e un ululato profondo squarciò la notte e il tempo rimasto.


*Ogni storia ha una sua genealogia, il titolo è un verso Olav H. Hauge. Le sue poesie e i racconti di Angela Carter sono un buon complemento a questa narrazione.

mercoledì 6 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/59: una parola è notte, l’altra solo sogno


Nessun giorno è uguale a un altro, nessun mattino annuncia le stesse ore.

Il bello dell’infanzia e della gioventù è che non bisogna impegnarsi per scoprire tutte le cose nuove che ogni giorno offre.

Poi inizia il tempo della ripetizione, il tempo del disincanto, il tempo della disillusione.

Il mondo sembra un’eterna ripetizione, la noia è in agguato all’angolo di ogni ora.

Ma poi, poi accade che guardandoli meglio quegli angoli sono uno diverso dall’altro e scavano giù verso il centro della terra, e si elevano verso il cielo e oltrepassano le nuvole.

Come può avvenire questo cambio di prospettiva in questo tempo blindato, in quest’aria respirata attraverso un tessuto, in queste notti che si chiamano insonnia e in questi giorni che si chiamano lontananza?

Passeggio nella brughiera verso le Montagne della Nebbia e rifletto sulle mie parole, ma cosa sono le mie parole in questo mondo innaturale, in questa terra di nessuno che sta aspettando solo che qualcuno inizi a dargli forma e colore?

Come sempre le domande si moltiplicano e le risposte arrivano intessute di poesia:


Ora canta di nuovo il mio fiume interiore,
e un limpido vento spira da fresche terre notturne,
in cui vette azzurre di sogno si rispecchiano
in altri mari.

Ma cosa sono le mie parole?
Un bosco piegato dalla tempesta
verso il nord,
barriere di montagne
contro il devastante
fuoco del giorno.


Le mie barriere sono queste montagne di nebbia, qui sull'altipiano riesco a sopportare le maschere e il tempo blindato e il fuoco del giorno che vorrebbe bruciare ogni cosa perché stenta a trovare un senso e un significato.

Ognuno si ingegna come può, i lupi sono guidati dalla loro indole lupesca, giocano, corrono, cacciano, si rifugiano nella loro tana piena dei fiori che sono rimasti intrappolati nelle loro pellicce.

La sacerdotessa vaga tra il bosco e la brughiera cercando erbe e levando al cielo implorazioni e preghiere per quelli che sono e per quelli che verranno.

Il re è sempre in attesa della sua regina e le scrive lettere d’amore infuocate che poi affida al vento, perché lei è ancora al di là delle Montagne della Nebbia e nessuno sa quando sarà il giorno in cui la vedremo arrivare.

Il poeta esce di rado e si arrabbia spesso per questo mondo di poche sillabe e troppe buone intenzioni che si disperdono nel pulviscolo animato dalla luce.

Poi ci sono io, la narratrice, a volta poetessa, a volte invisibile testimone dei tempi nuovi che arrivano. Annoto i minimi cambiamenti, conto le nuvole e le rondini, accarezzo gli alberi e i lupi, rassicuro i piangenti e gli insonni.

C’è sempre un modo per non darsi in pasto alla disperazione, se le risorse che abbiamo in noi scarseggiano ci sono la poesia e la musica, la notte e l’amore, i lupi che giocano e nuovi libri da studiare.

Bisogna cercare ogni mattina il bello del mondo.

A volte basta andare molto indietro nel tempo e in compagnia di un poeta del Novecento, il mio secolo, il secolo che è davvero morto con questa clausura e rivolgersi a chi, tra i primi ha colto la natura delle cose:


Lucrezio lo sapeva:
Apri il baule,
vedrai, è colmo di neve
che turbina
e a volte due fiocchi
s’incontrano, unendosi
oppure uno si volta, graziosamente
nella sua poca morte.
Di dove quel chiarore
in alcune parole
quando l’una non è che notte,
l’altra, solo sogno?
Di queste due ombre
che, ridendo, vanno
e l’una raggomitolata
in una lana rossa?


Lucrèce le savait:
Ouvre le coffre,
Tu verras, il est plein de neige
Qui tourbillonne.
Et parfois deux flocons
Se rencontrent, s’unissent,
Ou bien l’un se détourne, gracieusement
Dans son peu de mort.
D’où vient qu’il fasse clair
Dans quelques mots
Quand l’un n’est que la nuit,
L’autre, qu’un rêve?
D’où viennent ces deux ombres
Qui vont, riant,
Et l’une emmitouflée
D’une laine rouge?


Se una parola è notte e l’altra solo sogno, insieme come diranno la nostra inquietudine?

A quali parole intessute di luce daranno vita quando lasceranno che l’oscurità si ritiri oltre le montagne?

Una parola sarà giorno e l’altra solo attesa.

Una parola sarà luce e l’altra la nostra pazienza.

Una parola sarà amore e l’altra il tuo nome.


La prima poesia Ma cosa sono le mie parole è di Olav H. Hauge, tratta da
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

La seconda poesia è De natura rerum di Yves Bonnefoy, tratta da
Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve 

traduzione di Davide Bracaglia
Einaudi 2001

mercoledì 10 gennaio 2018

Ramoscelli brinati sul vetro del cielo

Neve

Mi sono svegliato
e riluceva la mia stanza
del bianco
santuario.

Azzurro era il giorno.
La betulla fuori,
ramoscelli brinati sul
vetro del cielo.

La pernice soltanto
poteva calcare
la bianca
pura neve!




Olav H. Hauge 

La terra azzurra
traduzione e cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

martedì 9 gennaio 2018

Ma cosa sono le mie parole

Ora canta di nuovo il mio fiume interiore,
e un limpido vento spira da fresche terre notturne,
in cui vette azzurre di sogno si rispecchiano
in altri mari.

Ma cosa sono le mie parole?
Un bosco piegato dalla tempesta
verso il nord,
barriere di montagne
contro il devastante
fuoco del giorno

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

lunedì 8 gennaio 2018

Una penna Parker, molta carta: così arrivano le poesie

Nella penna Parker

Nella penna Parker ci sono molti versi, tutto un chilometro,
e nel calamaio ce ne sono ancora di più,
decine di chilometri. La carta
arriva con la posta, bollette, réclame, moduli
da compilare.
Guardo con serenità al futuro.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

domenica 7 gennaio 2018

le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore

Giornata d’inverno

Cosa vuole questa luce strana?
Il giorno è sotto stelle bianche.
E i sogni germogliano sotto la luna.

La montagna ha parole racchiuse dentro di sé
ma il petto è rigido e la barba gelata.
Il fiume risponde con brevi riflessi, si apre per un attimo breve,
e i pini offrono un po’ di resina.
Il regalo scuote la neve
e il cavallo freme con il muso coperto di brina.
La legna spreme fuori una crosta di grasso gelato,
e il ghiaccio divora il taglio della scure.

Ma ora la vetta manda in mille pezzi il disco del sole, torce
il suo sguardo furtivo verso un mondo lontano.
Gli alti abeti candele sulle creste dei monti si spengono,
e gli alberi si acquietano nel bosco per la notte.
Il fiume sospira nella gola, condensa in ghiaccio la nostalgia di mare,
e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

martedì 7 marzo 2017

Canto, cammina adagio sul mio cuore

Canto, cammina adagio sul mio cuore,
cammina adagio come erica sull'acquitrino,
come uccello su ghiaccio vecchio d’una notte.
Se spezzi la crosta del dolore
annegherai, canto.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

mercoledì 11 gennaio 2017

e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore

Giornata d’inverno

Cosa vuole questa luce strana?
Il giorno è sotto stelle bianche.
E i sogni germogliano sotto la luna.

La montagna ha parole racchiuse dentro di sé
ma il petto è rigido e la barba gelata.
Il fiume risponde con brevi riflessi, si apre per un attimo breve,
e i pini offrono un po’ di resina.
Il regalo scuote la neve
e il cavallo freme con il muso coperto di brina.
La legna spreme fuori una crosta di grasso gelato,
e il ghiaccio divora il taglio della scure.

Ma ora la vetta manda in mille pezzi il disco del sole, torce
il suo sguardo furtivo verso un mondo lontano.
Gli alti abeti candele sulle creste dei monti si spengono,
e gli alberi si acquietano nel bosco per la notte.
Il fiume sospira nella gola, condensa in ghiaccio la nostalgia di mare,
e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

martedì 10 gennaio 2017

io ardevo per un bel sogno

Mattina d'inverno

Quando mi sono svegliato, oggi, i vetri erano gelati, 
ma io ardevo per un bel sogno. 
E la stufa diffondeva nella stanza il calore 

di un ceppo di cui si era nutrita durante la notte. 

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

lunedì 9 gennaio 2017

starsene lí nelle sere fredde

Capanne di foglie e case di neve

Non sono gran che
questi versi, solo
qualche parola, messa insieme
a caso.
Tuttavia
mi piace moltissimo
comporli, allora
è come se avessi una casa
per qualche breve attimo.
Ricordo le capanne di foglie
che costruivamo
quando eravamo piccoli:
infilarcisi dentro, sedersi
e ascoltare la pioggia,
sapersi soli nella natura,
sentire le gocce sul naso
e tra i capelli –
oppure le case di neve a Natale,
infilarcisi dentro e
chiudere con un sacco,
accendere una candela, starsene lí
nelle sere fredde.


Olav H. Hauge
La terra azzurra
a cura di Fulvio Ferrari
Crocetti Editore 2008

domenica 8 gennaio 2017

Una buona poesia deve odorare di tè

Ho tre poesie,
disse.
Pensa, contare le poesie.
Emily le gettava
in un baule, io
non credo proprio che le contasse,
apriva solo un pacchetto di tè
e ne scriveva una nuova.
Era giusto. Una buona poesia
deve odorare di tè.
O di terra umida e legna appena tagliata.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

venerdì 18 novembre 2016

In questa casa di fantasmi che si libra nell'aria

Paul Celan

Rinchiusi in questa casa di fantasmi
che si libra nell'aria - la vita,
con pertugi ognuno dei quali
si affaccia 
sulla sua realtà,
abitiamo,
viviamo, ci ammassiamo
al pertugio più grande, 
questo è il mondo,
diciamo.

Al tuo pertugio
sedevi
solo tu,
gli occhi neri
diamanti,
il cuore
un'ematite.

Olav H. Hauge
La terra azzurra

a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

domenica 30 ottobre 2016

Su pozze ghiacciate scrivono gli uccelli

Disegno
Fosco giorno d’autunno, nevischio.
Un morbido grigio disegno,
tracciato come in un sogno.
I pini han raccolto cotone di cielo
e infilato i fiocchi tra i capelli,
e le betulle tendono i rami sottili
delicatamente, delicatamente...
Su pozze ghiacciate scrivono gli uccelli
su nuove lavagne.


Olav H. Hauge
La terra azzurra

a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

venerdì 14 ottobre 2016

la quercia e io ce ne stiamo lì in silenzio, ad ascoltare la pioggia

Mi fermo sotto la quercia antica
in un giorno di pioggia

Non è solo la pioggia
a farmi fermare
sotto la quercia antica
lungo la strada. Ci si sente
sicuri sotto l’ampia
chioma, deve essere
un’antica amicizia a far sì
che la quercia e io ce ne stiamo lì
in silenzio, ad ascoltare la pioggia
gocciolare sulle foglie, a guardare
la giornata grigia,
ad attendere, a capire.
Il mondo è antico, pensiamo,
e tutt'e due invecchiamo.
Oggi non rimango asciutto,
le foglie hanno cominciato a cadere,
c'è un odore aspro
nell'aria umida, sento
le gocce tra i capelli.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008