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mercoledì 18 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/801. Oggi è un giorno di primavera così perfetto

 


Continuo a bighellonare tra vecchi libri di poesia e vecchi quaderni di appunti e abbozzi. Ho continuato a buttare vecchi quaderni di lavoro che non mi serviranno mai più e sto cercando di dare un senso e un ordine a tutte le scritture giovanili che sono molte, molte di più di quanto non mi fossi resa nello scorrere degli anni. per ora le metto in ordine, poi arriverà il tempo della selezione, ma quel tempo non è ancora oggi. Oggi però è il giorno giusto per una bella poesia di Billy Collins tradotta da Franco Nasi e tratta dalla raccolta Nine Horses, che credo sia ancora inedita in italiano.

 

 

Oggi

 

 

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,

reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

da spingerti a spalancare

tutte le finestre di casa,

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,

anzi, a rimuoverla dallo stipite,

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni

e il giardino che scoppia di peonie

sembrassero incisi nella luce del sole

da farti venir voglia di prendere

un martello per il fermacarte di vetro

del tavolino del salotto

e  liberare così gli abitanti

dal cottage coperto di neve

perché possano uscire

tenendosi per mano e ammirare

questa cupola più grande azzurra e bianca,

be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

 

 

E oggi è anche mercoledì 18 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 801 passeggia tra le peonie in giardino.

lunedì 11 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/764. Questo silenzio è in attesa delle nuove parole

 


Quando il mondo intorno geme e si dispera e io pure, mi chiudo nel mio giardino e cerco un contatto con la realtà che non sia doloroso. Metto le mani con i palmi aperti sulla parete di mattoni rossi, è tiepida perché il sole non è ancora abbastanza alto. Vado a sedermi sulla mia panchina preferita, proprio in fondo in fondo, dove gli alberi sono più fitti e diventano un fresco rifugio durante l’estate. Oggi i raggi solari passano attraverso i rami dove le foglioline sono appena sbocciate e la panchina è per metà in ombra. La tocco su questo lato ed è fredda, sul lato soleggiato appena tiepida. Mi siedo al sole e chiudo gli occhi, le rondini sfrecciano dai nidi sotto il tetto sino nel cielo. Mi rassicura il loro volo, mi rallegra il loro canto. Lascio che il tempo passi, non mi oppongo. Respiro e respiro, in silenzio. Tutto il giardino è attraversato dal canto degli uccellini, vorrei essere più precisa sul nome di questi piccoli cantori, ma non ho voglia di aprire gli occhi. Così mi accontento di essere un piccolo setaccio per questo giorno che passa, che mi passa attraverso e lascia solo piccoli segni, nessuna cicatrice. Mentre il mondo intorno è remoto quanto un sogno, mi limito a esistere, a percepire le variazioni della luce, del vento e dei suoni.

 

Ogni vuoto attrarrà il suo pieno


Sono come un vaso aperto

e vuoto. Ho lasciato che

il tempo trascinasse con

sé l’obolo della vita, i sensi

hanno accompagnato questa

perdita. Sono cieca e sorda,

non so più parlare. Non

riconosco gli odori e la mia

pelle è una gelida corazza.

Aspetto, aspetto perché so

che ogni vuoto attrarrà

il suo pieno. E questo vuoto

è scuro, questa terra è

ferita, questo silenzio è

in attesa delle nuove parole.

Bisogna avere la pazienza del

serpente, sentire la pelle nuova

che cresce e piano scivolare

fuori da quella vecchia.

La luce mi acceca, i rumori mi

feriscono le orecchie. Sono

rinata e metto in fila i perché

che mi accompagnano.

 

 

Oggi è lunedì 11 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 764 risplende nella sua pelle nuova.

giovedì 10 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/704. Iniziare e finire il giorno con una poesia

 


 

Tra le domande a risposta infinita che mi piace pormi, c’è sempre quella stessa domanda: come fa il mondo a ricominciare ogni mattina? Quanti se lo chiedono? Quanti trovano una risposta? Ci giro intorno e la risposta migliore è quella di andare a chiederlo al giardino e di mettermi in ascolto.

 

 

Come la luce intesse il buio nel giorno

 

Come fa il mondo a ricominciare

ogni mattina? Me lo chiedo e

lo chiedo alle cose intorno. Sss

sussurra il ciliegio in fondo

al giardino e risponde anche

il vento: “Non vedi come

la luce stia intessendo

il buio per cambiargli colore?”.

Aspetto, allora e mi chino

a sfiorare un’ombra rimasta

sul selciato. È l’impronta

del tuo ultimo passo, è il segno

del tuo ritorno, prima ancora

che della tua partenza. Sss

sussurro all’alba come se

fosse un gatto e aspetto

che l’inizio, inizi anche

in me. È luce, è colore,

sale il vento contro

l’onda, scivola, fa una

giravolta e poi si quieta

per cantare come la luce

abbia tessuto il buio della

notte nel nostro giardino.

 

 

Il mondo ricomincia con una poesia e finisce ogni giorno con una poesia, a volte la scrivo, sempre la leggo. Oggi è giovedì 10 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 704 se ne sta avvolta nel mantello di luce che il nuovo giorno le ha regalato.

venerdì 28 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/691. La luce scrive il mondo e io scrivo la luce

 

 


 

Due delle attività umane che più mi piacciono sono in perfetta antitesi: stare ferma alla scrivania – a leggere e scrivere - , o uscire e andare a zonzo per la mia città come se fossi una turista e riuscire a stupirmi davanti al mio albero bellissimo come se non lo avessi visto mai. Le novità che l’occhio coglie sono favorite soprattutto dalla diversa luminosità e atmosfera, anche questa mattina c’era una leggera nebbia, perché i colori del mondo cambiano moltissimo a seconda della luce. Così, di fatto, è proprio la luce a essere la scrittrice del mondo e io ne sono una fedele lettrice impegnata a decifrare significati, a stratificare ricordi e a trasporli sulla mia carta che non è il mondo intero ma un foglio bianco, reale o virtuale, poco importa.

La luce ha molti aiutanti in questa faticosa opera quotidiana e chi sono i principali? Sono le nuvole, le meravigliose nuvole che impediscono o favoriscono che la luce arrivi sino alla superficie del mondo e lavori di cesello sulle case e sugli alberi, sulle strade e su di noi umani, noi che passeggiamo e cerchiamo di attraversare il tempo in punta di piedi, senza fare troppo rumore, senza lasciare troppe tracce intorno a noi.

 

 

Il luogo dove tutti i luoghi non sono che uno

 

Con passo di volpe hai

attraversato il bosco urbano

che circonda la mia casa. E

non sono i sussurri delle foglie,

non i fischi del vento che mi

hanno rivelato il tuo passaggio,

un andare veloce che non si è

trasformato in presenza, ma

solo in tracce che gli elementi

hanno presto cancellato. Nessuna

impronta sul selciato, niente

piume nel nido abbandonato,

non una sola parola incisa sul

muro che circonda il mio

giardino. Eppure so che sei

passato, me lo dicono i sogni,

notte dopo notte, me lo dice

la luce che si ritrae a ogni

mio passo per condurmi

verso di te, in quel regno

che posso solo immaginare,

in quel luogo fatto di tutti

i luoghi che è la nostra

memoria comune, madre.

Eppure vorrei, proprio vorrei

per una volta ancora vedere

le tue mani nude scavare

nella terra e poi la pianta e

poi il fiore, rosa, perfetto e

profumato che non avresti

mai raccolto. È quel profumo

la nostalgia, è quel colore che

tinge tutte le parole che non

ci siamo dette, che ancora

non ci siamo dette.

 

 

 

Così la città mi ha accolto con tracce di mia madre nei luoghi dove siamo state insieme e dove non l’ho cercata, è stata lei a trovarmi in questa giornata di inverno gelido e umido, venerdì 28 gennaio 2022, il terzo anno senza Carnevale. Sono queste Cronache a custodire quel che trovo qua e là e questa Cronaca 691 non è da meno di quelle che l’hanno preceduta e tiene in ordine in una specie di erbario tutto quello che abbiamo raccolto insieme, in giro per la nostra città.

lunedì 24 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/687. Per le rose che dormono nell’inverno dei rami

 


 

La luce dei lampioni scende nella notte come l’inchiostro caduto nell’acqua, il movimento è lo stesso, ma opposto è il risultato. Mentre la notte rischiarata dalle luci artificiali diventa un luogo frequentabile, né l’acqua né l’inchiostro potranno servire ancora. Dunque non sempre mescolare materia ad altra materia porta a un risultato sensibile. Eppure non sappiamo resistere e tutta la nostra giornata è una fatica contro gli stati originari della materia che vogliamo cambiare, modificare, possibilmente migliorare. Usiamo le mani per farlo, usiamo il fuoco, l’acqua, la luce, il vento. Proprio il vento, e il fuoco, sono molto più esperti di noi umani nel modificare gli stati della materia. Il vento trascina e strapazza le nuvole, la pioggia e la neve, scompiglia le foglie e i rami, i nostri capelli. Il fuoco divora o cucina, rende cenere o rende commestibile. Quel che non riusciamo a fare da soli è il tempo a compierlo, il tempo che ci mola tutti, ci arrotonda e poi ci lascia continuare la nostra opera umana, le nostre piccole trasformazioni, ci lascia alla nostra incrollabile fiducia che domani sarà un tempo migliore di ieri e di oggi, domani è il tempo della rinascita o della resurrezione che non sono proprio la stessa cosa. Per rinascere dobbiamo abbandonare qualcosa di noi nel tempo passato, per risorgere riportiamo in vita tutto quanto con noi? Cosa è meglio? Cosa è più opportuno?

 


La canzone della rosa in fondo al giardino

 

Canterò maggio nella

prossima canzone, ma

ti prego ferma l’onda

del tempo, fa che maggio

non arrivi, non sono ancora

pronta per la muta, non

cerco la resurrezione, ma

una nascita nuova, quella

che non ho avuto quando

il tempo mi ha gettato oltre

le sue barriere e io ero

ancora muta e troppo

piccolina per dire o fare

cose o protestare. Non

far arrivare maggio sino

a quando non sarò pronta,

dillo anche alla rosa in fondo

al giardino che fioriremo

insieme e le starò accanto

per raccontare come si

muovono le nuvole nel cielo

e anche quanto è buono

il suo profumo e quanto belle

sono le sue sembianze. Rosa

di maggio che non conosci altra

forma che la perfezione, dì

al tempo che non è tempo di

arrivare, diglielo ancora perché

non ricordi da dove viene, e

diglielo ancora perché maggio

deve restare l’orizzonte in

fondo al mio giardino.

 

 

Questa Cronaca 687 di lunedì 24 gennaio del terzo anno senza Carnevale nasce dalla lettura di un nuovo romanzo della mia amica Elisabetta e da un sogno dove qualcuno cantava e chiedeva a maggio di non arrivare. Ma maggio arriverà per lei, per me, per le rose in fondo al giardino che ora dormono nell’inverno dei rami.

domenica 16 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/679. Saltare dal muretto tenendosi per mano

 


 

Oggi è stata una giornata ricca di scrittura, condivisioni e immaginazioni, ricerca di metafore e similitudini. Così la vita vera, i ricordi, si sono intrecciati con il respiro del futuro che andiamo tracciando con queste azioni, le condizioni per un futuro desiderato. Con tutta la ricchezza di stimoli e suggestioni era inevitabile che una poesia si preparasse a scaturire dalla bellezza di questa giornata. Soprattutto dopo una lunga conversazione con Andrea B. che voglio ringraziare ancora e a cui dedico questa poesia.

 

 

Dove si ferma il vento

 

Cosa pensano le montagne?

Vorrei essere mare o almeno

bagnarmi dentro, imparare come

l’acqua si arrende all’aria, proprio

come faccio io che cedo al vento.

E tu mare? Io vorrei essere vento

e mai stare fermo, perché non

sono io a scegliere il ritmo delle

onde ma è sempre il vento

che decide dove devo andare.

Il vento si ferma ad ascoltare,

non sapeva di essere tanto

considerato, si muove come

un bambino capriccioso il vento

e niente lo sconfigge, neanche

il fuoco che lui accende e gonfia.

Sorride il vento e continua a

correre più che camminare, deve

andare, arrivare e poi ripartire,

mai può stare fermo il vento,

se non su questo foglio dove

arriva e si riposa nelle mie

parole. In fondo al giardino

due bambini saltano dal

muretto tenendosi per mano.

 

 

È l’azzurro del mare, del cielo e del vento che ha accompagnato le ore di domenica 16 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 679 si sta esercitando a saltare dai muretti mano nella mano, nel presente e poi ancora domani.

venerdì 7 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/670. Canzone del figlio dimenticato in fondo al giardino

 


Mi sono svegliata con due frasi in inglese che mi ronzavano in testa: “the morning son” e “the morning song” così le ho raccolte dal nido dei sogni e le ho portate con me nella città più depressa che silenziosa. Alcune scuole hanno riaperto, ma pare che da lunedì parta di nuovo la DAD, le code davanti alle farmacie che fanno i tamponi sono sempre chilometriche, i saldi sono partiti in sordina, le notizie sulla pandemia sono sempre sconsolanti. Così ho deciso che quelle poche parole inglesi sarebbero state una migliore compagnia per le mie parole, le intenzioni per questa nuova Cronaca e le cose da fare in questa giornata interlocutoria dopo la fine del periodo festivo. Così questa mattina ho letto un racconto di Irène Némirovsky che avevo comprato da tanto tempo: Legami di sangue, una storia familiare, madre anziana, una figlia nubile di mezza età, tre figli con rispettive consorti e loro figli e le dinamiche relazionali scandagliate con l’usuale profondità e sottigliezza psicologica da grande scrittrice qual è stata.

Il desiderio di fuga e di libertà del fratello più piccolo, disposto ad abbandonare moglie e figlie per raggiungere la propria amante e il bambino avuto con lei, sembra concretizzarsi solo quando sembra che la madre sia ormai sul letto di morte. Ma lei sopravvive, il dolore e il sollievo dei congiunti si ritirano come la marea e tutto torna a orbitare intorno ai tremendi pasti domenicali che tutti destano ma cui nessuno osa sottrarsi. Eppure c’è stato un tempo dove questa è stata una famiglia felice, quando i figli erano bambini e nella casa delle vacanze si tenevano feste bellissime. Nel presente è la vecchiaia della madre che tiene imprigionato il resto della famiglia:

 

“Nel frattempo, la madre aveva richiuso la porta dietro Alain e Alix, gli ultimi ad andarsene. Rimasta sola, passò un istante da una stanza all’altra, aprendo tutte le finestre. Che silenzio! Di solito non lo sentiva, ma quella sera, dopo che i passi dei suoi figli si erano allontanati, che tutte quelle giovani voci avevano taciuto, quel silenzio la opprimeva. Spaventoso silenzio della vecchiaia, dove tutto sembra tacere nello stesso istante, il rumore della vita fuori e quel tumulto gioioso dell’anima che si sente risuonare come una fanfara durante la giovinezza…”.

Così le due frasi che mi accompagnano dal risveglio fanno crasi con questo racconto e il suo silenzio e una poesia si presenta nella testa, nelle orecchie e negli occhi.

 

 

Il figlio di un mattino che ha cantato

 

Cammina nell’alba il ragazzo,

ancora non sa dire se il cielo

sarà grigio o rosa. È lunga

questa strada che lo allontana

dalla notte, è stanco di buio e

cerca solo la luce, lui che è

figlio di un mattino e di una

rosa. Inizia così, con queste

parole il canto mattutino del

giorno nuovo e del figlio

dimenticato dalla rosa in fondo

al giardino. È silenzioso ora

quel canto lontano, il figlio non

è più bambino, ma nell’alba cerca

ancora il distacco dal buio e

dalle stelle.

 

 

Intanto che scrivevo questa Cronaca sono anche venuta a sapere della morte, forse per un gesto volontario, dello scrittore Vitaliano Trevisan. Forse la sua notte non lo ha mai lasciato, ma qui mi fermo perché solo il silenzio, di nuovo il silenzio, può contenere tutto lo sgomento e il dolore.

Oggi è venerdì 7 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 670 fischietta un motivetto in inglese che mi sembra di riconoscere.

venerdì 12 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/614. Prepararsi da oggi alla luce che ritornerà

 

 


È diventato tutto giallo il mondo intorno, giallo e un po’ nebbioso. Nella città non ancora silenziosa hanno già cominciato ad appendere le lucine di Natale, ben prima della festività di Sant’Ambrogio, e tutti i Natale degli anni passati fanno capolino con dolcezza e portano ricordi di bei momenti. Sono consapevole che molte persone non amino le festività natalizie, la gente si deprime e si scoccia di dover rivedere parenti che magari non sopporta, di dover comprare regali e mostrarsi allegra. Rispetto i mugugnosi spiriti contrari del Natale, ma io trovo che in un tempo secolarizzato e disincantato come il nostro sia importante continuare ad avere dei momenti rituali di condivisione e festa. Soprattutto in questo secondo anno di pandemia la cui fine è persa nelle nebbie del futuro, se mai finirà.

Come già tutti sappiamo la festa cristiana della Natività si è andata a incastonare su festività pagane ben più remote, quando si festeggiava sia il solstizio, cioè il cuore dell’inverno, che la luce che proprio da questo giorno ricomincia ad aumentare. Queste sono le settimane più buie dell’anno e rallegrarle con luci artificiali, candele e pasti preparatori delle feste fa bene allo spirito. Per quanto riguarda i regali da molti anni con famiglia e amici, abbiamo scelto di scambiarci regali simbolici, siamo la generazione che ha tutto, e di riversare i regali solo sui piccoli e giovani, e di concederci poi delle belle cene in ristoranti di un certo livello, quelli dove si va a festeggiare qualche occasione importante perché il costo è molto alto. Dal canto mio, sono anni che regalo praticamente solo libri, scatole di cioccolatini, maglioni, guanti e profumi e lo stesso farò quest’anno. Gli anni d’uso possibili sono una delle discriminanti che mi portano a scegliere. I libri è inutile che spieghi il perché, da sola credo di sostenere da decenni una rilevante fetta del mercato editoriale mondiale, maglioni e guanti perché sono tipicamente regali invernali. E i profumi? I profumi sono legati ai ricordi d’infanzia, quando mio padre usava un buonissimo dopo barba e mia madre i profumi che lui le regalava per le ricorrenze insieme ai Baci Perugina e ai Mon Chéri, meglio se confezionati in una scatola a forma di cuore. Le nostra memoria olfattiva è la più potente e mi basta odorare anche una vecchia boccetta di un profumo noto, che miriadi di ricordi vengono a bussare nel mio teatro interiore. Ma non sono solo i profumi cosmetici che abitano gli anfratti della nostra memoria.

 

 

Dall’aria alla memoria

 

Il basilico profuma d’estate

e orto calabrese, i limoni

di giardino e attesa. Profuma

di pomodoro la cucina in

ogni stagione, profuma di

mele la tavola e di caffè,

zucchero e anice la dispensa.

Profuma di pane la strada,

di patate arrosto la domenica

mattina, di zabaione tiepido

i giorni della febbre, di

cioccolata in tazza i pomeriggi

d’inverno. Profuma di legna

bruciata la casa in campagna

e di sale e mirto quella al mare.

Profuma di tè bollente ogni

pomeriggio d’inverno e

di ogni profumo brilla il tuo

ricordo madre, emerge

la tua pelle liscia e ben

rasata padre. I profumi

sono ricordi che dall’aria

traslocano in noi e non

se ne vanno più via.

 

 

Così oggi, venerdì 12 novembre del secondo anno senza Carnevale, inizio a pensare all’albero di Natale, alle decorazioni, ai giorni passati e a quelli che verranno. Nel cuore dell’inverno festeggiamo, noi che possiamo, l’essere vivi, al riparo con un tetto sulla testa, con cibo sulla tavola e nella dispensa, con l’amore di famigliari e amici, insieme, nell’attesa che la luce torni a essere lunga e scacciare la paura del buio. Anche questa Cronaca 614 lo sa e sta cercando in ripostiglio gli addobbi e le lucine.

domenica 17 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/588. L’amore è affondare sguardo nello sguardo, sapere che non uscirò più dai tuoi occhi


 


 

Quando iniziamo a dare nomi al mondo? Quando mettiamo insieme un’immagine e un suono? Quando un’idea e una parola? Quando un ricordo e una frase? Quando abbiamo imparato tutti i nomi del mondo, abbiamo imparato a raccontare la storia della nostra vita.

Seduti in soffitta, sotto il tetto di travi e tegole, sentivamo le rondini andare e venire dal nido, sentivamo ogni suono, sentivamo i piccoli strillare per la fame e noi eravamo seduti stretti, per tenere la voce bassa, per non farci sentire dai grandi, per non far interrompere il nostro gioco segreto. Quando abbiamo imparato che i giochi replicano la verità del mondo?

Stare nella cucina autunnale o nel fienile non faceva molta differenza, il tavolo era ricoperto di mele rosse appena raccolte, nel tempo in cui le mele erano solo mele e il loro profumo sapeva di autunno e di promesse. Una volta sei entrato in cucina correndo mentre la nonna stava impastando una torta. Ti sei fermato dopo una lunga scivolata e l’hai abbracciata alla vita, lei ti ha risposto con un sorriso e uno sbuffo di farina sulla punta del naso. Io ti osservavo poco lontana, come ho fatto per tutta la nostra infanzia, cercando di attirare il tuo sguardo nel mio, perché sapevo che non ne saresti più uscito. E così fu, non quel giorno, ma non molto tempo dopo, stavamo scalando le colline dietro casa poco prima dell’imbrunire. Dal bordo delle nostro parole guardavamo il mondo intorno e fu allora che pronunciai il tuo nome a voce alta. Tornasti indietro e fu allora che furono i miei occhi a cadere nei tuoi e fui io a non trovare più l’uscita dal labirinto. Abbiamo continuato a crescere insieme, a correre e giocare insieme, nessuno ci ha controllato, sino all’estate in cui abbiamo smesso di essere bambini e loro, i grandi, hanno temuto che qualcosa tra noi potesse accadere. Non potevano immaginare che era già accaduto, che nella soffitta, a ridosso dei nidi delle rondini ti avevo dato il nostro primo bacio. Tu eri scappato, sapevi cosa significasse e gridasti che non volevi essere il mio innamorato. Non mi mossi, iniziai a contare, sapevo che saresti ritornato prima del numero mille. Così fu e tornasti da me con una spiga di grano non ancora maturo e un papavero. Il tuo dono nuziale, perché fu quello il momento in cui fummo gli sposi segreti della primavera. Avevamo capito di dover stare attenti, nessuno doveva svelare il nostro segreto. Non perché fossimo solo dei bambini ci avrebbero tenuti lontani, ma perché la forza dell’amore che scorre nelle vene della gioventù è l’unica forza in grado di sovvertire il mondo e l’ordine costituito. I nostri destini erano già stati disegnati dalla famiglia, tu saresti diventato medico come tuo padre, gli zii e i nonni. Io mi sarei sposata con qualcuno che non avevo conosciuto da bambino e sarei andata a vivere in un altro paese, dall’altro lato delle colline e avrei cresciuto figli che non avrebbero avuto i tuoi occhi di verde e d’oro. Ci siamo baciati in ogni angolo della tenuta, dietro ogni quercia, in ogni fienile. Non ci parlavamo quasi più davanti alla famiglia, nessuna immaginava che eravamo pronti a sbocciare come i papaveri nel grano maturo, che il tempo dovuto era in arrivo.

 

 

 

Con la prima fiamma degli autunni

 

Accogliere l’amore è soprattutto

un esercizio dello sguardo, non

bisogna avere fretta, il sangue

conosce già la risposta e grida

alle rose di avere pazienza, tanta

pazienza quanto quella che abbiamo

avuto noi, quando eravamo due

e due dovevamo restare. Ma non era

possibile restare divisi, abbiamo

scommesso, abbiamo perduto,

ma siamo rimasti con il grano e

i papaveri, nel campo dopo

il giardino e dopo l’estate, pronti

al ritorno con la prima fiamma

degli autunni e della stagione fredda.

 

 

Anche oggi non sono andata a cercare storie nuove, mi sono fermata sul limitare del mattino e ho aspettato che le storie si presentassero, in fila come brave formichine, ognuna con un seme diverso tra le zampe, per questa domenica 17 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 588, che profuma di mele e legna che brucia. Anche la poesia è inedita, scritta per questa Cronaca.

giovedì 7 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/578. Scrivo seduta al tavolo della cucina, mi giro una castagna matta in tasca

 

Il marciapiede della piccola strada che porta verso la casa vuota è già pieno di ricci delle castagne matte che sono caduti. Ne raccolgo una e la metto in tasca. Mi hanno insegnato da bambina che queste finte castagne, frutto dell’ippocastano, sono efficaci amuleti contro il raffreddore. Ne raccolgo una seconda, perché bisogna sempre regalarne una, anche se ancora non ho deciso a chi. Mi fermo a guardare le finestre della casa che era murata e lo è stata per trent’anni e poi, l’anno prima della pandemia, l’hanno ristrutturata, pitturata di un tenue color tortora, hanno montato imposte rosse e poi l’hanno chiusa e nessuno vi abita, neanche adesso. Però ci sono inequivocabili segni di vita, qualcuno si sta prendendo cura del giardino, ha potato le rose, piantato nuovi cespugli perimetrali, e anche diversi alberi, aceri, ippocastani, tre palme. Tra qualche decennio sarà un giardino bellissimo e si intravede nel prato il sentiero di ghiaia che porta a una piccola radura con una fontana e due panchine. Un giorno, in un futuro lontano, qualcuno sarà seduto all’ombra di quelle palme e ascolterà il canto leggero dell’acqua, non sentirà bisogno di parlare, ascolterà quel silenzio fatto dalla tessitura di tutti i silenzi che si saranno fermati a riposare.

Neanche le rondini saranno lige quanto i silenzi nel ritornare ogni anno in quello stesso luogo dove sono nate. Non ho scoperto solo oggi che anche i silenzi hanno un luogo d’origine, ma oggi è così chiaro, evidente, imprescindibile.

 

 

Dove nasce il silenzio

 

È diverso il nido del silenzio, perché

non cerca riparo sotto un tetto questo

silenzio, non esce al tramonto, non

svolazza nel fresco mattino. È un nido

fatto d’aria, fatto delle parole, di

tutte le nostre parole, dette o

non dette. Poi si alzano in volo

farfalle, sono i nostri pensieri,

tinti di azzurro e oro.

 

 

Mi giro la castagna matta in tasca, fa freddo oggi, posso tornare a casa, accendere il fuoco, preparare il tè, respirare il profumo dell’autunno e sedermi al tavolo della cucina a scrivere questa Cronaca 578 di giovedì 7 ottobre del secondo anno senza Carnevale.

martedì 5 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/576. Si fanno rosse le foglie, hanno rubato il colore alle rose

 


Muoversi tra le parole come tra il gioco tra ombra e luce, collocarsi sulla soglia e poi non riuscire a decidere se è l’ombra che mi attrae di più o la luce. Nell’ombra posso riposare gli occhi, posso dimenticare i colori del mondo e aspettare che l’ombra vibri e dia senso alle parole. Se scelgo la luce so che non ci sarà riparo, che tutto risplenderà e nella luce saremo indifesi, non c’è rifugio nella luce, non ci sono ambiguità, non ci sono segreti.

Se le parole fossero solide come le cose, se le parole fossero cose, potremmo coglierne l’ombra sul selciato, ma le parole, sono fatte d’aria, le parole sono intenzioni, sono solo inchiostro, ricordi, erbe amare e vento tra le foglie.

 

 

La strada per tornare dalle rose

 

Ogni parola ha tre specchi

davanti a sé: uno per imparare

a pronunciarsi, uno per aprire

lo spazio alle parole contigue,

uno per riflettere il silenzio.

Noi non riusciamo a vedere

ogni specchio con gli altri,

solo uno specchio per ognuno

dei nostri poveri sguardi

umani. Solo uno alla volta,

solo un pensiero, solo una

foglia, solo un’occasione. E

sarà subito autunno, e tutti

gli specchi saranno appannati,

e nessuna parola troverà più

la strada per tornare dalle

rose in fondo al giardino.  

 

 

Non è mai povera la vita se abbiamo parole per raccontarla, non è mai triste una giornata dove la poesia fa capolino tra le prime nebbie e mentre le foglie lasciano che il verde ritorni nel ricordo dell’estate, le bacche si tingono di rosso, hanno rubato il colore alle rose.

Oggi è martedì 5 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 576, rossa come le bacche, profuma di nebbia e continua a saltare nelle pozzanghere.

lunedì 4 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/575. Provare gioia per le gioie che provano gli altri, questo cambia il destino di un lunedì piovoso

 


 

Basta poco per rallegrare una giornata piovosa? Sì, basta poco, almeno per me. Oggi ho visto qualche foto del matrimonio di una splendida giovane donna, Agnese, con la quale ho avuto il piacere di lavorare qualche anno fa. Ma che belli lei e suo marito Andrea, così pieni di gioia e di futuro. In tutta la luce di queste immagini, la pioggia è passata in secondo piano.

È bello vedere altre persone gioiose, i gattini che giocano, i fiori che sbocciano, le stagioni che mutano, i bambini che vengono al mondo. Sono i cambiamenti a renderci gioiosi, quei cambiamenti che inverano quelle che erano solo promesse e speranze. Una nuova realtà si manifesta e noi possiamo provare gioia anche se non ci riguarda direttamente. Questo mi accade anche quando leggo un nuovo libro che mi piace, quando posso ammirare l’opera dell’ingegno umano in una nuova storia che mi avvince, come mi accade quando leggo a voce alta il romanzo di Elisabetta. Mi accade quando studio, mi accade quando scrivo, quando alzo il viso verso il cielo nuvoloso e amo le nuvole più dell’azzurro che nascondono, mi accade quando amo l’azzurro e non ho nostalgia delle nuvole, mi accade quando leggo le poesie del mio amico Danilo.

Capita, a volte, di incontrare persone incapaci di provare gioia per la gioia altrui, persone che arrivano a provare invidia anche se i traguardi raggiunti dagli altri non appartengono al loro orizzonte. Nei luoghi di lavoro, purtroppo, questo accade molto spesso anche se ho notato che sovente queste persone, oltre a provare un’invidia senza nome, amano dare cattive notizie al prossimo e se commentano i fatti del giorno è solo sulle notizie nefaste che si concentrano. È meglio stare alla larga da questa triste tipologia di umanità, quelli che si abbeverano nella tristezza altrui e ne godono, così come ci sono molte persone che amano circondarsi di collaboratori capaci e di premiare poi quelli meno brillanti, umiliando ogni qual volta possono le persone in gamba, arrivando a godere, perché sono dei sadici, narcisisti e manipolatori, delle umiliazioni che infliggono. Di certo vi è venuto in mente qualcuno tra i vostri e le vostre colleghe, così come tra i capi, che ha questo modo di relazionarsi col mondo. Non dategli retta e compatiteli, non sono persone capaci di abbandonarsi alla gioia, si nutrono di malessere e disperazione che hanno contribuito a creare. Ma la gioia no, non sono in grado di provarla, né di provocarla, tristi figuri appagati solo dal piccolo potere che viene loro dal ruolo e non da una reale autorevolezza. La gioia è al di là del loro orizzonte, perché hanno occhi troppo piccoli per poterla contemplare. Non si fidano di nessuno questi tristi figuri e conoscono solo la manipolazione, la seduzione e la piaggeria nei confronti dei potenti perché credono di vedersi in questi sguardi ciechi, annebbiati dal potere.

 

 

Il giardino dove le rose rifulgono

 

Quando la rosa fiorisce, non

teme l’oleandro di sfigurare.

Diverso è il colore dei suoi

petali, diverso il profumo e

non certo seducente come

quello che la rosa fiorita

emana. Ma così come

la rosa fiorisce senza un

perché e dona bellezza al

mondo, così l’oleandro occupa

il diverso spazio ai bordi dei

giardini, lungo le autostrade,

resiste al vento e al sole più

crudo, perché sa che la rosa

è delicata e ha bisogno di

giardini appartati che l’oleandro

meridiano custodisce, perché

le rose possano rifulgere in

tutta la loro fragile bellezza.

 

 

Certi giorni mi basta davvero poco, l’immagine di una giovane sposa che sorride, il rombo del tuono così fuori stagione, per essere piena di gioia e di gratitudine.

Oggi è lunedì 4 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 575 è acquattata nel giardino degli sposi perché vorrebbe acchiappare il bouquet di Agnese.