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domenica 26 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/658. La malinconia dei lampioni non è nostalgia della luce

 


 

Il giorno dopo è l’inizio di una nuova storia, forse di una nuova era. Com’è silenziosa la città mai più silenziosa, quanta malinconia provano i lampioni? Più per la luce o più per il buio? Ci sono poche persone a passeggio, un paio di coppie di anziani, una coppia con un passeggino e un’altra con una bimba che avrà un paio d’anni. All’improvviso la strada curva verso destra e mi ritrovo a camminare ai piedi delle Montagne della Nebbia, il luogo della mia anima che non ho frequentato, tanto quanto avrei voluto in questi ultimi mesi. Seguo il sentiero che porta sino alla spiaggia per respirare l’aria salata e lasciarmi incantare dalle onde quiete che cantano sempre la loro canzone. Se mi giro, vedo le cime delle Montagne, maestose e imbiancate, ma così lontane da sembrare un sogno. Ritorno sui miei passi e i miei amici lupi mi raggiungono correndo e saltando come fanno ogni volta che ci incontriamo. Quando entro nel giardino vedo il fumo che esce dal camino, luci piccole che illuminano i tavoli da lavoro, gli altri abitanti della casa sono tutti intenti a scrivere, immagino e penso che voglio farlo anch’io. Nella grande stanza di soggiorno non c’è nessuno, in cucina trovo Roxanne la badessa che sta preparando una zuppa, ma sul tavolo ci sono carta e penna. Mi fermo con lei, non abbiamo poi tante cose nuove da raccontarci, visto che in qualunque mondo ci parliamo spesso. Sbuccio un mandarino, butto un po’ di legna nella cucina economica e attizzo il fuoco nel camino. Si sta bene in questa stanza e lascio che oggi sia il fuoco a parlare con me.

 

 

Del silenzio e della neve

 

Non è mai la stessa forma,

cambia il fuoco in ogni

lingua, cambia ogni lingua

nella parola che l’ha chiamata.

Tace il fuoco e parla nella

quiete prima che il legno

inizi a crepitare e ci distragga

da questo silenzio rotondo e

perfetto. La fiamma è chiara

al centro, chiara come ogni

ricordo che non abbiamo scelto,

come ogni amore che non è

mai finito. Come, come, come

proseguire questo elenco di

mancanze e ripetizioni?

Guardo il fuoco come se mai

lo avessi visto. Forse è proprio

così, forse è lo sguardo nuovo

che rende nuova ogni cosa e

l’attesa. Del silenzio, della neve,

dei tuoi passi sul sentiero, non

solo nel mio ricordo.

 

 

Quando sono seduta a questa tavola la Musa della poesia trova sempre la strada per raggiungermi. È caldo tutto intorno e dentro, fuori è silenzio e la neve inizia a scendere e noi siamo insieme sempre, ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo.

 

Oggi è domenica 26 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 658 pisola già accanto al fuoco mentre io inizio a scrivere una storia nuova.

lunedì 29 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/631. Alla finestra insieme al maestrale, vediamo meglio ogni tramonto

 


Girare il tempo come fosse un foglio, ogni giorno una pagina, cercare almeno un’immagine per ricordare com’era. In tutto quel vento di questa giornata, l’immagine per me è quella di una portinaia che spazza la soglia di un garage, cercando di ammucchiare le foglie degli aceri che abitano nella via. A ogni colpo di ramazza, dove lei è riuscita a fare un mucchietto, segue una folata di vento gelido, se ho capito la rosa dei venti quello odierno è il vento di maestrale. Un vento che non lascia scampo alla nuvole e alle ombre. Tutto riluce e splende e brilla. Nel giardino a risplendere sono i melograni e i cachi, mentre le foglie sono quasi tutte cadute anche qui, nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia.

 

 

 

Quando il vento lascia cadere papaveri e spighe

 

 

In quanto tempo il frutto

diventa inverno? Dalla ringhiera

ho teso la mano e il frutto

era una mela, la conoscenza

originaria e il paradiso non

più solo un’ipotesi. Ho teso

la mano e ho colto un fico,

era l’estate, l’ultima estate

prima dell’inverno del nostro

scontento. Poi ho teso ancora

la mano che non era più forte

e il tempo mi ha consegnato

un melograno. Allora sono scesa

nell’Ade in cerca di compagnia e

Persefone ricamava rose sul bordo

di un lenzuolo e lui, lo sposo

infernale, batteva il ferro e

rovesciava gli occhi in preda

a una visione. Lei era in un campo

di grano con la madre e lasciava

cadere spighe e papaveri nel

campo letterario che avevo

arato. Era estate e in un momento

il frutto è diventato inverno. Dove

noi siamo qui, ora.

 

 

È proprio così, un momento siamo nel pieno delle forze e della giovinezza, una folata dopo sentiamo le forze affievolirsi e un’altra età affacciarsi alle nostre membra. Così dalle finestre del nostro corpo vediamo meglio il tramonto che l’alba. Ma questo non muta il nostro stato d’animo, siamo pieni di gioia e di gratitudine per avere vissuto un’intera giornata sospinti, toccati e stimolati da tutto quel vento. “Anche noi risplendiamo in questa luce”, mi dice la Cronaca 631 di lunedì 29 novembre del secondo anno senza Carnevale.

giovedì 18 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/620. Essere un melograno, una castagna o un riccio? Essere betulla e la steppa tutta intera

 



Inizia con una vertigine il tempo questa mattina, ancora indeciso sul colore del mantello autunnale. Ma poi prevale il giallo in tutte le sue sfumature e la città mai più silenziosa si incendia d’oro e abbacina gli occhi. Esco a fare una passeggiata a ora di pranzo, il sole è caldo, mi siedo qualche minuto su una panchina, lascio che le immaginazioni spontanee se ne vadano a spasso in tutta libertà. E sono indecisa se essere un melograno, una castagna o un riccio. Essere il contenuto o il contenitore? Nell’abbondanza dei doni scelgo di essere un riccio appena caduto e non ancora raccolto. Sul sentiero passerà qualcuno ed esclamerà “Ma che belle castagne!”, e raccoglierà i miei frutti e io sarò felice di essere stata così a lungo in compagnia di quei bei frutti lucidi e marroni.

La vertigine del tempo non si è placata con i colori e i frutti, ora che tutto è addobbato, i lupi sono sbucati dal sentiero dove inizia il bosco, non stanno cercando cibo ma compagnia. Nella Casa delle Parole gli abitanti sono tutti intenti a scrivere le loro storie e le loro poesie, così non li disturbiamo e usciamo di nuovo a girovagare nella brughiera. Ci sono macchie di erica rosa qua e là, nuvolette come pecorelle e immagini d’Irlanda che occupano tutto lo spazio negli occhi. Sulla nostra sinistra ci sono i boschetti di betulle che stanno solo aspettando la neve per diventare steppa siberiana. Dall’altro ci sono i boschi di castagni e lecci che stanno intorno alla casa rosa di Soliva. Una casa che ho tanto amato e che ora vive solo nei ricordi e nelle fotografie. Ci sarà ancora il roseto rampicante sul lato meridionale? E i due immensi abeti dell’Himalaya? In questa terra ai piedi delle Montagne della Nebbia posso evocare tutti gli alberi che ho amato e vederli apparire come per magia. Questo accade nelle lande dell’immaginazione, quando lasciamo che nostalgia e desiderio declinino nuove immagini nella nostra mente.

 

Quando il tempo è un lupo accucciato accanto al fuoco

 

Si muove piano il lupo della

nostalgia, mi segue, mi odora,

non ulula e poi mi segue nella

brughiera e monta la guardia.

Poi si accuccia ai miei piedi

quando accendo il focolare e

sonnecchia insieme alle castagne

che ancora riposano nei loro ricci.

Saranno i melograni a dare la sveglia?

Un guizzo di vitalità, un falso

movimento? No, se ne stanno

sul tavolo quieti i melograni,

insieme alle mele e alle castagne.

L’aria profuma di legna bruciata

e del tè nero che ho appena

preparato. Il lupo è il tempo,

più che la nostalgia,

ulula di notte quando la luna

chiama e tutti rispondiamo.

Confusi tra i cespugli della

brughiera e le betulle che

biancheggiano nella luce lunare.

Non ci sono altre svolte nel

sentiero, tutte le direzioni

portano verso la nostra casa.

 

 

 

Vorrei essere una melagrana stasera, non l’albero, ma proprio il frutto, tutta rossa e tondeggiante, aggrappata al ramo sino a quando qualcuno non verrà a raccogliermi e i semi rossi saranno poesie nuove per le nuove Cronache dei giorni che verranno.

Oggi è giovedì 18 novembre del secondo anno senza Carnevale, una giornata luminosa e soleggiata, ma dove le ambulanze hanno ricominciato a percorrere le strade del quartiere, oggi ne ho contate sette.

giovedì 4 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/606. Il canto della foresta, dove il vento non ha voce noi l’udiamo

 


 

È l’albero piccolo a scegliere un Maestro tra gli alberi grandi, niente gli viene regalato. L’alberello riconosce la forma delle foglie e si tira e si tende verso l’albero maggiore e lo sfiora. Allora tutti i rami fremono, le radici si arricciano e le foglie chiamano il vento che accorre e inizia a insegnare all’albero piccolo il canto della specie, la giusta intonazione. L’alberello ripete con il vento, agita le foglie allo stesso ritmo, impara presto perché il canto scorre con la linfa e sbagliare è impossibile. Mano a mano che gli alberi giovani nascono e crescono intorno all’albero madre, ecco che il bosco, più piccolo e vicino a noi umani, ce ne sono diversi non lontano dalla Casa delle Parole, si infittisce e si regala radure solo per il piacere di vedere i raggi del sole cadere dritti sull’erba e i cespugli. Tutto pullula di vita sopra e sotto gli alberi e sotto la terra e nel cielo. Quanto più gli umani sono distanti, tanto più il bosco può a iniziare a espandersi oltre i confini che si era dato. Sale e striscia su verso la sommità della collina e non ci saranno padri e regole a fermare questa scalata, il mondo è immenso visto da lassù, le colline seguono altre colline, giù fino alla pianura e al mare da un lato. Mentre dall’altro salgono, dolci e impetuose su fino alle Montagne della Nebbia. Così il bosco è cresciuto e negli anni è diventato foresta, il luogo dove i misteri si infittiscono e dove i lupi regnano in tutte le stagioni.

 

 

La casa che era bosco, era linfa e foglia

 

Foglie, foglie sono il mio

tetto, l’acqua scorre nel

suo letto e si abbeverano

le creature che camminano

e strisciano, anche la pioggia

si ferma sulla soglia della

radura e leva lo sguardo oltre

gli alberi, oltre le colline,

cerca il mare questa pioggia

d’autunno, ma il mare non

risponde al suo richiamo,

neanche il vento ha voce,

possiamo solo restare tutti

zitti e sperare che questo

silenzio attiri i lupi e con

loro potremo trascorrere

la stagione bianca e grigia,

dormire sotto una coltre di

neve e sognare che l’autunno

non è mai arrivato, che noi

non siamo invecchiati di

un giorno, che corriamo ancora

nel bosco, da una radura a quella

dopo, come i cerbiatti e le poiane,

certi che ci sarà una risposta

proprio in fondo al sentiero.

 

Non solo sento la casa crescermi intorno, offrirmi riparo, sento i rami che stanno crescendo dalle mie braccia, sento le foglie dove c’erano le dita e le unghie. In quale mito sono rimasta se adesso non sono più una fanciulla ma un’antica quercia che i pellegrini si fermano a salutare a metà del loro cammino?

Oggi è giovedì 4 novembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 606 ha proprio assunto la forma di quella quercia e della mia immaginazione.

mercoledì 29 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/570. L’aquila, l’orso e il serpente, un bassotto giocoso e i quattro elementi

Stavamo facendo una passeggiata verso le Montagne della Nebbia, dopo questa lunga estate stanno ritornando le amiche e gli amici. Per prima è arrivata la sacerdotessa e mi ha proposto di accompagnarla perché doveva cercare certe erbe officinali che si trovano sull’Altipiano della Luna, in una zona non troppo lontana dalla nostra casa. Nella passeggiata ci hanno accompagnato i lupi, gioiosi e silenziosi come sempre. Allora la sacerdotessa mi ha raccontato una storia accaduta prima che io arrivassi in quella terra.

 

“Stavo passeggiando con la mia amica badessa e i lupi ci precedevano sul sentiero, poi si sono fermati di colpo. Un enorme serpente con occhi di fuoco ci sbarrava la strada. Ci ha fissato a lungo mentre i lupi hanno iniziato a ringhiare. Ma non c’è stato bisogno che lo attaccassero perché un orso nero si è avventato sul serpente. A tratti sembrava che fosse proprio lui, con le sue spire potenti, ad avere la meglio sull’orso. Poi è apparso un cane, minuscolo rispetto ai due contendenti ingaggiati in una lotta all’ultimo sangue. Era un bassotto nero focato che non ha esitato ad avventarsi sul groviglio di bestie feroci e ha morso il serpente alla testa. Subito le spire si sono sciolte, il serpente con un movimento brusco ha scagliato il cagnolino lontano e si è arrotolato su se stesso, inferocito e pronto ad avventarsi su di noi che eravamo bloccate, ipnotizzate da quella scena. Avrei voluto gridare, e se ci fossi riuscita avrei urlato “Mamma!” come se davvero lei avesse potuto intervenire e salvarci da quella minaccia. Ma non accadde nulla di quel che immaginavamo, perché dal cielo scese in picchiata un’aquila maestosa e colpì il serpente agli occhi col becco e poi lo afferrò con gli artigli e lo portò in volo con sé e non li abbiamo più veduti, tanto l’aquila era salita in alto. Solo dopo qualche giorno era ritornata e ci aveva deposto sul prato davanti a casa quella pelle lucida e nera che era appartenuta al serpente. La testa era squarciata come il ventre, mi faceva orrore, ma il sapiente guerriero la recuperò e mi disse che l’avrebbe utilizzata per ricoprire antichi manuali le cui copertine iniziavano a sfaldarsi. Non so se poi l’abbia fatto davvero, ma non potrò mai dimenticare la paralisi davanti a quella creatura ctonia che sembrava ci stesse aspettando. L’aquila tornò ancora e depose diverse penne sul prato della Casa delle Parole e anche l’orso venne a donare tre artigli all’antico sapiente. Scoprimmo poi che il bassottino era di proprietà delle tre sorelle che lo lasciavano scorrazzare in piena libertà e da quel giorno diventò un compagno costante delle mie passeggiate”.

 

Era una strana storia, piena di simboli, mi sono chiesta se davvero fosse accaduta quella lotta tra quei quattro animali. La dimensione simbolica era potentissima e così mi sono riproposta di analizzare con calma quelle presenze e il loro legame con i quattro elementi.

 

Mi piace stare in questa terra, è sempre piena di sorprese, di incontri. Ma sono dovuta tornare nella città silenziosa, avevo molte cose da fare, da scrivere. E così tornerò dalla sacerdotessa nei prossimi giorni. Oggi è mercoledì 29 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 570 sta ancora giocando con l’irresistibile bassotto.

sabato 28 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/538. La fatica della luce e l’ombra del vulcano

 



Il profumo della menta selvatica sale dal giardino notturno, adesso che abbiamo appena innaffiato le aiuole. Il caldo della giornata si è disperso sia dalla superfice della terra che nell’aria e il canto dei grilli sovrasta il silenzio. Allora spengo le luci della veranda e possiamo andare a stenderci sulle sedie a sdraio, prima che l’umidità della notte le renda impraticabili. Guardiamo il cielo immenso, le costellazioni, l’intera via lattea che ruota. So che se fossimo in cima alle nostre Montagne della Nebbia vedremmo le luci delle città costiere brillare sull’altro lato del Golfo e una colonna di fuoco levarsi verso le stelle. Non si sente il rombo del vulcano quaggiù, ma la sua presenza è costante, un’ombra che non abbandona mail il profilo delle Montagne. Potremmo cantare il fuoco, potremmo evocare la luna e implorare il vento di unirsi al nostro canto, ma queste ultime giornate estive si portano dietro tutta la fatica della luce e del tempo vuoto, della vacanza dalla vita abituale. Abbiamo viaggiato tanto prima di tornare alla Casa delle Parole e abbiamo notato tutti i piccoli spostamenti che ogni racconto ha causato tra gli oggetti e i libri che avevamo lasciato indietro. È più dolce la partenza o è più dolce il ritorno? Vorrei chiedervelo amici miei, ma la notte tollera solo il canto dei grilli e non le nostre voci umane, forse ve lo chiederò domani.

 

 

Il silenzio e il ricordo di tutte le voci

 

 

Ora chiudo gli occhi, non

per chiamare il sonno, li

chiudo per tornare sul

sentiero e guardare se

ancora ci sono le tracce

del cervo e quelle del

cacciatore. È più veloce

il cervo, conosce meglio

il bosco, per quanto

ancora potrà fuggire?

Il cacciatore si è fermato

solo un istante quando

noi siamo arrivati, aveva

occhi verdi quanto il bosco

e non ha esitato, quando

ha messo l’indice sulle

labbra e poi se n’è andato.

Così fanno gli angeli prima

che noi nasciamo, per

essere certi che non porteremo

in questo mondo il racconto

di quel che accade prima

del tempo. Ma so che di

questo mondo porteremo

il silenzio e il ricordo di

tutte le voci.

 

 

Qual è allora la lotta più grande? È la corsa del cervo e del cacciatore? È l’ira del vulcano che irrompe nella notte? O sono sempre voci e silenzio a inseguirsi in una caccia senza fine, dove le storie restano in bilico, sino a che non le avremo scritte?

 

Oggi è sabato 28 agosto del secondo anno senza Carnevale e la Cronaca 538 sta come il vulcano prima della prossima eruzione, intrappolata nel silenzio delle stelle e in quello della luna, in quello del vento che riposa sul mare.

martedì 24 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/534. Il fuoco che brucia ma non consuma, il fuoco delle parole vere

 



Anche il cielo si è fermato a guardare il salto della cerva in fuga. Arretra il cielo per far sì che lei possa arrivare ancora più in alto e sfuggire ai lupi che la inseguono. Ma poi le nuvole capiscono che la cerva non sta fuggendo dai lupi, ma sta giocando con loro. Così il cielo si ricompone e scende di nuovo verso la terra e osserva meglio quello che gli era sfuggito. In questa terra, nel nostro giardino, la cerva dorme accanto alla lupa, ma cosa cacceranno i lupi se i cervi sono amici? Non è tremendo essere condannati dalla propria natura ad annientare la vita di altre creature? I lupi non fanno certo domande e tornano nella foresta a procacciarsi del cibo. La mia cerva è salva, ma per quanto? Vado con lei fino allo stagno dove due libellule si inseguono sulla superficie, ci sono anche delle rane a mollo nell’acqua calma, e le canne ondeggiano nel vento che non arriva neanche a increspare l’acqua. Facciamo il giro tutto intorno allo stagno, ci sono delle nuove ninfee rosa e bianche e potremmo restare qui al sicuro. Ma il richiamo del bosco verde è troppo forte, troppo forte il desiderio selvaggio di essere libere e di correre. E allora lo facciamo, iniziamo a correre, lei potrebbe andare più veloce, la mia cerva, ma si adatta al mio passo. Se almeno avessi le tasche piene di sassi potrei giustificare questa mia lentezza, ma è il cuore stonato che mi trattiene e mi rallenta. Arriviamo sul limitare del bosco, là dove iniziano le colline tempestose di cui non intravediamo più le cime nei giorni di tempesta. Ma oggi il tempo è ancora chiaro e con la cerva vado sino alla fonte dove nasce il fiumiciattolo che attraversa queste terre. Le Montagne della Nebbia sono ancora più lontane delle Cime Tempestose e io vorrei tornarci, come ho già fatto tante altre volte quando vengo a rifugiarmi in queste terre. La cerva mi saluta e torna al suo branco, i lupi mi raggiungono e intonano il loro canto verso la luna che inizia la sua ascesa dietro le montagne. L’aria inizia a rinfrescare e io non voglio tornare a casa, non ancora, anche se non sono attrezzata per restare fuori di notte, è quello che vorrei fare. Ma sono i lupi a spingermi gentilmente verso il sentiero occidentale che mi riporterà a casa e loro scendono con me e mi fanno compagnia.

Amo queste terre perché qui posso stare da sola senza dover dare spiegazioni a nessuno. Il suono di un clavicembalo sale dalla Casa delle Stelle e mi fermo ancora ad ascoltare Bach fuori dal tempo e in un luogo imprevisto. Adesso so che sono tornati proprio tutti i miei amici e che potremo passare giornate liete insieme, li ho chiamati a raccolta tutti, qui in questa terra dove nascono le storie, perché questo è anche il luogo dove le storie vengono scritte e si avviano alla loro naturale conclusione come il veliero alla fine approda nella rada scelta dal capitano. Avrò condotto bene la mia nave? Troveremo acqua dolce oltre le colline? Troveremo qualcuno che vorrà ascoltare questa nuova storia della città silenziosa? Vado a scrivere le ultime pagine e poi inizierò a leggere e anche tu leggerai, tu che conosci tutta la storia dall’inizio. E poi inizierete a leggere anche voi e insieme sapremo se questa è una storia solo di terra, o anche di mare e di cielo, di fuoco. Quel fuoco che mi brucia ma non mi consuma, il fuoco delle parole vere, delle storie che iniziano a vivere anche fuori di noi.

 

Oggi è martedì 24 agosto del secondo anno senza Carnevale e sto scrivendo le ultime parole di un libro per me molto importante, questa Cronaca 534 lo sa e mi offre altro sostegno, un tavolo dove appoggiare il mio taccuino, una matita ben temperata e il focolare acceso che illumina e scalda l’estate che sta finendo.

sabato 14 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/524. L’estate è un’onda che dice memoria e poi oblio

 

 


 

Dolci pomeriggi estivi dove l’aria è calda ma sopportabile e nel giardino sento ronzare le api e nei campi le cicale. Dopo il picco dell’ora meridiana, il sole declina e possiamo continuare a restare in silenzio ma vicini. Qui nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia, l’estate è la stagione dei ritorni, più che le partenze sono gli arrivi degli abitanti che si erano dispersi nelle passate stagioni. Tutti avevamo molto da fare negli altri luoghi della nostra vita, ma sapevamo che ci saremmo ritrovati alla Casa delle Parole. E uno alla volta siamo arrivati, la badessa è arrivata dal monastero di Colorno, il re e la regina dal loro castello che sta sulla montagna più alta, il misterioso architetto e il sapiente guerriero sono arrivati insieme, perché insieme hanno viaggiato. Domani andremo alla Casa delle Tre Sorelle, in riva al mare, ma oggi siamo rimasti qui a salutarci senza neanche alzarci da amache e lettini. L’ombra del giardino è vasta come la notte e ci saluteremo dopo, quando farà meno caldo. A turno andiamo ad aggiungere ghiaccio nelle brocche di acqua e limone, aromatizzata con la menta. Le pesche ben mature sono nella grande ciotola di terracotta smaltata di bianco e di verde, sono protette da un coperchio retato e le vespe ronzano un po’ intorno e poi se ne vanno. Sono stata la prima ad alzarmi e con il poeta sono andata a raccogliere gli ortaggi per la cena: pomodori, melanzane, peperoni e basilico per aromatizzare sia il sugo che l’insalata. Ora che il sole è sceso possiamo anche fermarci a innaffiare senza rischiare che le foglie brucino, l’odore della terra sale verso di noi inconfondibile e tutte le estati della nostra vita esplodono in quei pochi istanti, perché la memoria è un profumo prima ancora che un sapore o un volto. Sul sentiero incrociamo anche la coppia dei lupi che non vedevamo dalla scorsa primavera, sono sempre maestosi e affettuosi, ci salutano e poi corrono via per arrivare a casa prima di noi. Ora che il vento è girato sentiamo il rumore del mare e anche l’aria si fa salata, qui mi dimentico di tutto e sono costretta allo stesso tempo, a ricordare tutto, perché questo giardino, questa casa, sono il riassunto di tutte le case e di tutti i giardini, questa estate che si srotola un giorno dietro l’altro, è la somma di tutte le estati. Domani è Ferragosto, festività laica e popolare, paragonabile forse al Primo Maggio, domani celebreremo il solleone, la pausa dalla vita ordinaria, domani sarà un giorno speciale. Ma oggi è la vigilia e stasera potremo iniziare a raccontare, perché è la notte che ci dispone a rievocare le cose che sono state e a immaginare quelle che potrebbero essere o che mai saranno.

 

 

 

Ci immergiamo nella notte

 

Le voci si levano dal

buio, ci accompagnano

sul sentiero che ancora

non conosciamo. Perché

è nuova l’estate e siamo

nuovi anche noi, il sole

ha bruciato la nostra

pelle, scorticato le spalle,

ci ha tolto le forze e ci

ha compensati con altri

sogni mai sognati. Ci

immergiamo nella notte

come se fosse un mare

e non abbiamo paura

delle ore che verranno.

Intorno a noi escono

le lucciole e il buio ha

voci che ora riconosciamo,

ora che le stelle precipitano

nel giardino e anche

la fontana tace per ascoltare

la tua cara voce che amo

più di ogni altra al mondo.

 

 

Così scende la sera qui, intorno alla Casa delle Parole, entro in cucina e vado a lavare i pomodori e le melanzane per fare il sugo. Il profumo del basilico sovrasta ogni altro profumo, anche se nell’aria resta quel vago sentore di legna bruciata, di brace nel camino.

 

Oggi è sabato 14 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 524 è rossa e tonda, un po’ bitorzoluta, come un pomodoro ben maturo.

domenica 8 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/518. È cieca la materia, attratta dalle ombre, più ancora che dalla luce

 



Il tempo mite e non troppo caldo favorisce le lunghe ore di contemplazione seduta in fondo al giardino. Da lì posso guardare la Casa delle Parole e i suoi numerosi abitanti che vanno e vengono, ritornano e poi partono. Non mi sono mossa per tutto il giorno, ho mangiato pesche colte dall’albero, tiepide e profumate, ho bevuto l’acqua che zampilla dalla fontana e ride in una lingua che non conosco. Ho ascoltato le cicale frinire senza sosta e ho guardato il cielo, prima sgombro, poi attraversato da nuvole evanescenti e chiare. Il vento ha soffiato per pochi minuti e la pace del paradiso terrestre ha abitato con me nel giardino. Mi sorprende sempre come un pensiero cerchi subito il suo opposto e l’azzurrità della conca sopra di me, ha cercato invano il ricordo dei temporali.

 

 

Le cose senza lacrime che mi stanno intorno

 

C’è una pioggia che non

lascia mai le nuvole, c’è

acqua che mai evapora

dal mare, c’è terra che

mai diventerà linfa, tutti

sanno che la metamorfosi

è quasi sempre un atto

di volontà e devono

queste cose senza

lacrime restare nella

forma originaria per

ricordare a ciò che

ritornerà come dovrà

essere il loro nuovo

stato. Ma la materia

conosce anche la grazia

di abbandonarsi alle

trasformazioni chieste

dal cielo e dalle stelle.

È cieca la materia, attratta

dalle ombre, più ancora

che dalla luce. E nemmeno

sa ascoltare il grido delle

rose che sbocciano a

ogni ora in fondo al

giardino e rispondono a

un richiamo di cui abbiamo

perso le origini e il senso.

 

 

 

Ora che è buio posso tornare a casa, accendere le luci, lavare i pomodori sotto l’acqua corrente che illumina il lavandino di pietra. Esco ancora a raccogliere un mazzetto di basilico il cui profumo mi inebria e poi preparo una cena fatta di poco e d’estate che danza tutta in questi colori e in questo silenzio.

Oggi è domenica 8 agosto del secondo anno senza Carnevale e la Cronaca 518 vuole andare a dormire presto, per ascoltare i grilli che riempiono l’aria del loro canto dolce.

lunedì 19 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/498. Separare la sabbia dal sale e l’onda dal tuo sguardo

 


 

Nella noia generale di statistiche e indici di contagio, di dichiarazioni folleggianti di no-vax e politici che giocano sulle fasce di età e sulla tipologia di vaccino, mi rinchiudo di nuovo nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia e vado a passeggiare in riva al mare. Un tempo nessuno pretendeva di mettere becco in tematiche scientifiche alla portata di quei pochi che le avevano studiate e messe in pratica. Adesso, grazie al magico mondo dei social, chiunque si sente in diritto di sproloquiare sulla pandemia e sui vaccini, non importa se ha studiato ragioneria o scienze politiche. E non voglio continuare a sproloquiare nemmeno io, vaccinata e convinta di averlo fatto. Il senso civico si dimostra anche con le nostre azioni e la democrazia non può essere sostenuta da persone che pensano di avere solo diritti e nessun dovere. Solo chi ha altri problemi di salute e fragilità dovrebbe potersi esentare dall’obbligo vaccinale.

Ciò premesso, mi fermo per non annoiarvi e annoiarmi e scrivo una nuova poesia, prima sulla sabbia e poi sulla carta, per dare grazia a questo foglio.

 

Ancora seduta in riva al mare

 

Mi chiede un nome l’onda,

l’ultima, quella piccola, ma

non sono io a poterla chiamare.

Anche il raggio di sole e la foglia

pretendono un nome, ma io posso

solo tacere e tessere i nomi

assenti nel mio telaio d’ombra.

Per questo sono ancora seduta

in riva a questo mare che ha

rapito tutti i nomi e li restituisce

senza un ordine preciso, per

questo devo restare, separare

la sabbia dal sale e l’onda dal

tuo sguardo che ha tutte le ombre

e tutte le onde in sé e mi

interroga sul filo di questo

orizzonte che non finisce mai.

 

 

Oggi è lunedì 19 luglio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca fibrillante è la numero 498 e se ne sta ancora con i piedi in acqua e la testa nelle nuvole, anche se il sole è già tramontato.

lunedì 14 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/463. Quattro storie, un unico mondo

 



È mattina presto, il mare già scintilla in lontananza ed è ben visibile dalla grande terrazza da cui si può abbracciare con lo sguardo tutto il golfo Paradiso. La villa era stata costruita oltre la massicciata della ferrovia e per arrivare alla spiaggia, sotto la Basilica di Santa Maria Assunta,  bisognava seguire una tortuosa discesa su mille piccole scale. Tanto era bella la terrazza, tanto la casa aveva molti limiti, il soggiorno con la cucina a vista non aveva finestre dato che era stato edificato a ridosso della parete di roccia; la seconda camera da letto era minuscola e non molto gradevole. Invece, era molto bella la camera da letto padronale che era arredata con vecchi mobili di inizio Novecento ed era soleggiata solo al mattino, mentre di pomeriggio si poteva godere di una frescura che conciliava il sonno. La donna infilò un costume da bagno senza spalline e un caftano, entrambi neri e decorati con ghirigori rossi e bianchi, cambiò i sandali con degli zoccoli da mare, prese la borsa con l’asciugamano, l’Ambra Solare all’olio di cocco e il libro Dell’Aurora della filosofa Maria Zambrano. Scese sino alla cancellata e venne investita dal profumo degli oleandri, si chiuse il cancello alle spalle, attraversò la strada e iniziò a scendere verso il mare. Il profumo di salsedine, di alghe e di pesce era sempre più intenso e i caruggi ombreggiati e l’improvvisa frescura, davano sollievo dal caldo che era esploso a metà giugno, un po’ in anticipo sulla stagione. In spiaggia c’era poca gente, riuscì a sistemarsi in un angolo tranquillo e andò subito a tuffarsi. Nuotò a lungo, si immerse sotto la superficie del mare, emerse e si lasciò ricoprire dalle onde. Era bello nuotare, era felice come un delfino, poi tornò a riva, raccolse qualche sasso per la sua collezione di sassi con la striscia bianca e si lasciò andare sul telo da mare. Le girava la testa, si spalmò di olio al cocco senza neanche farsi la doccia e aprì il libro della Zambrano e una nuova aurora nacque dal mare e la trascinò con sé.

Stava sorgendo di nuovo l’alba, sorgeva ogni giorno, in ogni stagione, puntuale ma ogni giorno diversa perché diversi erano i colori che l’accompagnavano. Dopo il colore argenteo dei primi minuti, era la coltre di nuvole a determinare il colore del cielo. La donna restò qualche minuto alla finestra, ma poi decise di scendere in giardino e di spingersi sino all’angolo delle rose. Era a pieni nudi e la rugiada fresca era piacevole. Il profumo delle rose era intenso e la macchia di colore dei petali sfumato, anche perché non aveva indossato di proposito gli occhiali e nel suo sguardo miope tutto si amalgamava e confondeva. Le Montagne della Nebbia, avvolte nella bruma mattutina, si stagliavano in lontananza a nord ovest, mentre a est era il rumore del mare ad attirare la sua attenzione. Si sedette sulla panca di pietra e chiuse gli occhi e si ritrovò a volare verso le montagne, mentre il mare scintillava sullo sfondo. Anche le rose lo capirono e intensificarono il loro profumo, un modo per dire che erano sempre con lei.

In paese c’era una grande negozio mai visto prima, dove la ragazza era entrata con sua madre. Mentre avevano iniziato a scegliere quale pane comprare e quali dolci, silenzioso dietro di loro, sbucò il padre che fece cenno alla figlia di non parlare perché voleva fare una sorpresa a sua moglie. Così le appoggiò il mento su una spalla, sorridendo, e la donna si voltò di colpo e anche lei sorrise e si scambiarono un bacio d’amore. Il viso di entrambi era liscio, lui non portava i baffi, dovevano essere vicini ai trent’anni e anche la figlia aveva trent’anni, ma questo non la preoccupava, anzi, le sembrava bello essere diventata grande come i suoi genitori.



In una mattina di giugno, il 14 giugno del secondo anno senza Carnevale, la donna stava ancora dormendo, quando sua cognata le telefonò e le propose di uscire a bere un caffè. Benché avesse dormito poche ore perché aveva scritto e letto sino a quando i primi uccellini iniziarono ad annunciare l’alba, accettò l’invito. In tempi rapidi e per lei inusuali si lavò, si vestì e raggiunse l’altra donna nel baretto sotto casa dove lei fece colazione con cappuccino e brioche, mentre la cognata bevve un ginseng in tazza grande. Poi andarono insieme nel nuovo negozio, l’unico negozio di ortofrutta che non si affacciava sulla strada, ma in un cortile interno di un palazzo vecchia Milano in una delle strade più belle e caratteristiche della città. Così anche la donna che era stata risvegliata dal telefono, comprò pomodori costoluti, cipolle rosse di Tropea, cetrioli, banane e ciliegie. Quell’atmosfera così diversa da qualunque altro negozio, la bellezza di frutta e verdura, che era anche squisita, come ebbe modo di appurare una volta tornata a casa e preparato il pranzo, le era piaciuta molto. Prima, però, terminò il lavoro che doveva fare nella mattina e fu contenta di avere qualcosa da raccontare per la Cronaca 463.

 

Quattro micro racconti: una vera cronaca, un ricordo, un’immaginazione e un sogno. Nessuna di queste storie è davvero solo mia, ma è come se lo fosse, ora che il buio è di nuovo padrone di questo angolo di mondo.

martedì 25 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/443. Marina, intessuta di tempo e di stelle

 


 

Oggi Roxanne, la badessa del monastero di Colorno, mi ha annunciato l’arrivo di Marina Cvetaeva, gigantesca poetessa del secolo scorso, incandescente come lava e perduta come la nebbia dell’alba dopo che il sole è risorto.

Come tutte e tutti gli altri poeti e poetesse, scrittori e scrittrici che arrivano ai piedi delle Montagne della Nebbia per la prima volta, gli abitanti della Casa delle Parole, che non abbiamo più incontrato da diversi mesi, si mobilitano per dare il benvenuto a quest’anima tormentata e sfortunata, intessuta di tempo e di stelle.

Sono rituali semplici, aprire una bottiglia di vino, ravvivare il fuoco nel camino, leggere i versi e frammenti di diario e lettere dell’ospite ad alta voce, ad alta voce sognare in questa dimensione dove il tempo non esiste e la poesia è la tessitura comune di chi vaga in questa terra cercando di disegnare mappe plausibili nel silenzio del cuore, quello che Rilke le stava, in qualche modo scrivendo:

 

“Ho aperto l’atlante (per me la geografia non è una scienza, ma un insieme di rapporti di cui mi affretto ad approfittare) ed ecco, tu sei già segnata nella mia mappa interiore: da qualche parte fra Mosca e Toledo, ho creato uno spazio per l’impeto del tuo oceano.”

 

 

Dopo questo frammento di lettera, ecco un frammento dal diario:

 

“Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane.
Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensions in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?).
Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino.

In soffitta

(Dagli appunti moscoviti, 1919-1920)



E infine una delle poesie che più amo:

 

 

Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.

Tu per me sei il raggio e l'umida pioggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
sono terra nera e carta bianca.

10 luglio 1918



 

  

Ci sono giorni come questo, martedì 25 maggio del secondo anno senza Carnevale, dove le mie parole stanno un passo indietro e felice come un’onda rileggo Marina Cvetaeva, poi la bellissima voce, che vi invito a leggere, che la mia amica Rossana Kaminskij ha scritto per l’Enciclopedia delle Donne; e infine ringrazio Ilaria Durigon della Libreria delle Donne di Padova e Claudia Brigato per l’incontro dedicato proprio alla Cvetaeva e che mi ha fatto venire voglia di rileggerla e di parlarne in questa Cronaca 443. E di nuovo grazie a Rossana che ci ha letto in russo prima e in italiano poi, due poesie della Cvetaeva, tra cui una dedicata all’altra poetessa Anna Achmatova.

 

Questi sono i testi da cui ho tratto le citazioni:

Poesie, a cura e traduzione di Pietro Zveteremich, Feltrinelli 1979.

Indizi terrestri. Diario moscovita 1917-1919, a cura di Serena Vitale, Guanda 1980.

E infine l’epistolario a tre: Rainer Maria Rilke - Marina Cvetaeva - Boris Pasternak

Il settimo sogno. Lettere 1926. Editori Riuniti 1980, edizione italiana a cura di Serena Vitale.