Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso.
Confessava nel '49 la scrittrice americana Helene Hanff al libraio inglese Frank Doel.
Elena Petrassi: Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno. Milano parla, io racconto Milano e il mondo visto e immaginato da questo sogno. Raccolgo frammenti dal mondo e dai libri e li trascrivo.
Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso.
Confessava nel '49 la scrittrice americana Helene Hanff al libraio inglese Frank Doel.
Dalla Dickinson ho appreso una grande lezione: come attingere da sé la propria parola e che non c’è bisogno di vederla pubblicata perché esista.
Marisa Bulgheroni nell'intervista rilasciata ad Antonella Fiori
sull'Unità di lunedì 11/11/1996
Com'è scrivere un romanzo?
L'inizio: Una cavalcata nel bosco a primavera.
La parte centrale: Il deserto del Gobi.
La fine: Una notte d'amore,
Ora sono nel deserto del Gobi
Edith Wharton
dal diario del 1934 mentre scriveva Bucanieri
Ieri abbiamo costeggiato un fiume e, anche se eravamo sempre a nord, c'erano luci che non avevo mai visto. Non che prima non esistessero, ma ero io che non le guardavo. Di solito in questa stagione sono a caccia, seguo piste, ho gli occhi fissi sui sentieri e sulle orme degli animali, è possibile che mi sia imbattuto in spettacoli del genere senza notarli e penso che devo essermi perso un'immensità di cose. Eppure mi concedo il tempo di ascoltare i lupi e contemplare il blu della notte, e quando non sono troppo in alto conto i riflessi incandescenti delle lucciole come fossero altrettanti astri preziosi e ridicoli. È per quei momenti che vivo qui, solo che il mondo è troppo grande perché si possa vedere tutto. È anche la sua bellezza. Se conoscessi tutto non avrei più sorprese, non avrei l'impressione che la luce dia al fiume riflessi arcobaleno, è una luce che sembra un gioco di prestigio. La vedi? Chiedo ad Aru, e lui dice di sì.
Sandrine Collette
Eravamo Lupi
traduzione di Marina Perseli
edizioni e/o 2024
Una giornata di maggio piovosa e buia, mentre fuori piove finisco di rileggere l'autobiografia di Janet Frame, ne copio dei passi relativi al periodo in cui andò a vivere in campagna nel Suffolk.
"Adesso pensavo di vivere la vera vita di una scrittrice, i miei due libri di racconti erano stati pubblicati e Giardini profumati per i ciechi lo sarebbe stato a breve; inoltre nel periodo trascorso a Grove Hill Road avevo avvertito un impercettibile spostamento della mia vita verso un mondo letterario in cui disponevo davanti a me tutto ciò che vedevo e sentivo, la gente che incontravo sull’autobus, per strada, nelle stazioni ferroviarie, e nel posto dove abitavo, mentre io sceglievo, fra i tesori sparsi, frammenti e momenti che si combinassero per formare il disegno di un romanzo, di una poesia o di un racconto. Niente era inutile. Avevo imparato a essere una cittadina della Città degli Specchi. L’unico motivo per continuare questa autobiografia è che, per quanto abbia usato, inventato, mescolato, rimodellato, cambiato, aggiunto, sottratto da tutte le mie esperienze, non ho mai scritto direttamente della mia vita e dei miei sentimenti. Senza dubbio mi sono mescolata ad altri personaggi che sono a loro volta il prodotto del noto e dell’ignoto, del reale e dell’immaginario; ho creato “esseri”, ma non ho mai scritto del mio essere. Perché? Perché se compio il pericoloso viaggio verso la Città degli Specchi dove tutto quello che ho conosciuto, visto o sognato è immerso nella luce di un altro mondo, a che serve tornare solo con uno specchio pieno di me? O, in verità, di altri che esistono benissimo nella comune luce del giorno? Il sé deve essere il contenitore dei tesori della Città degli Specchi, l’Inviato, per così dire, e quando viene il momento di catalogare quei tesori per dare loro una forma di parole, deve essere il sé a lavorare, a portare il peso, a scegliere, a sistemare e lucidare. E quando il lavoro è concluso e ci si deve rassegnare al non essere, il sé può prendersi una vacanza, anche soltanto per reintrecciare il paniere usato, in attesa della prossima visita alla Città degli Specchi. Sono questi i processi della narrativa. “Mettere giù tutto così come accade” non è narrativa: deve esserci il viaggio, fatto da soli, il cambiamento della luce concentrata sul materiale, la disponibilità dello stesso autore a vivere in quella luce, in quella città di riflessi governata da leggi, materiali e moneta diversi. Scrivere un romanzo non è soltanto andare a fare acquisti oltre frontiera in una terra irreale: sono ore e anni passati nelle fabbriche, nelle strade, nelle cattedrali dell’immaginazione per apprendere il funzionamento speciale della Città degli Specchi, i suoi cieli e il suo spazio, il suo sistema planetario, senza fermarsi a pensare che ci si potrebbe ritrovare senza casa al mondo, falliti, abbandonati dall’Inviato".
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
(Quando l’autunno è passato e le foglie sono cadute dagli alberi e solo gli scuri sempreverdi conservano la loro chioma che è al tempo stesso riparo e ostacolo al passaggio della luce, ci accorgiamo di non essere mai stati soli nella foresta. Emergono le forme delle case, la gente che vive la propria vita quotidiana; c’è una nuova prospettiva delle distanze, la scoperta di orizzonti che non si sarebbero mai potuti scorgere in primavera e in estate, ma solo immaginare durante l’autunno. Guarda quegli alti camini che si alzano da fuochi che non sapevamo fossero mai stati accesi, eppure ardono, alimentati in segreto! Guarda i sentieri appena rivelati! Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente. L’ambiente che mi circonda ha perso il suo travestimento; io stessa ho perso il mio. C’è persino la possibilità di nidi, nuovi o abbandonati, sul mio albero!)
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
Mi rammaricavo del fatto che la vita dei nostri genitori, spesa a nutrirci, vestirci e proteggerci, ci avesse lasciato poco tempo per conoscerli e amarli. Avevo passato la vita a osservarli, ad ascoltali, a cercare di decifrare il loro codice, sempre alla ricerca di indizi. Erano i due alberi fra noi e il vento, la neve, il mare; ma questo nell’infanzia. Sentivo che la loro morte ci avrebbe forse esposti alle intemperie, ma avrebbe anche lasciato entrare la luce da ogni direzione e avremmo conosciuto la realtà invece del rumore del vento, della neve, del mare, e saremmo stati in grado di percepire ogni momento dell’esistenza.
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
I tempi erano maturi. Acquistai un quaderno, carta per la macchina da scrivere (verde, diceva Frank, era meglio per gli occhi), un nastro inchiostrato e incominciai a scrivere il mio romanzo.
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
Mentre nei primi anni della mia vita il tempo era stato orizzontale, progressivo, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, con ricordi che costituivano una vera storia personale, con le sue date e i suoi anni, oppure era stato verticale, con gli avvenimenti che si accumulavano gli uni sugli altri, «sacchi su sacchi al mulino e ancora un altro piccino», l’età dell’adolescenza si trasformò in un vortice, e dunque i ricordi di quel periodo non si allineano pronti a essere osservati e descritti, bensì vorticano spinti da una forza sottostante, con ricordi diversi che salgono alla superficie in momenti diversi e negano così l’esistenza di un’autobiografia “pura” confermando, per ogni momento, una storia separata che si accumula in un milione di storie, tutte diverse e con alcuni ricordi che rimangono per sempre sotto la superficie. Siedo qui alla mia scrivania, scrutando nelle profondità della danza, perché questo movimento è una danza con i suoi passi, né buona né cattiva, ma con un’individualità propria: una danza di polvere o raggi di sole o batteri o note, o colori o liquidi o idee alle quali lo scrittore che cerca di scrivere un’autobiografia si aggrappa per un solo istante.
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
(cap. 29 Immaginazione)
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
Animula vagula blandula,
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…
(Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora ti appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti).
Adriano
Prima di partire dall’Umbria per Roma, sono rimasta parecchio a guardare il lago Trasimeno e la bellezza del paesaggio intorno, quanto mi è mancato viaggiare in questi anni…. come a tutto il resto del mondo. Ormai faccio davvero fatica a restare seduta davanti al computer a lavorare, fare call, corsi. Via, via, via… voglio stare in giro, ascoltare la voce delle persone dal vivo, abbracciarle, fermarmi a guardare il cielo e continuare a pensare che in questa bolla di mondo che il destino ci ha riservato, possiamo fare finta di niente e vivere come se non ci fossero la guerra, la pandemia in recrudescenza, la siccità. È davvero uno scenario da pre-apocalisse, ma lo ignoro, volutamente. Raffaella mi accompagna alla stazione e poi parte per uno dei suoi molti viaggi di lavoro. Ho il tempo di fare colazione in pasticceria e fare un po’ di osservatorio antropologico, una delle mie attività preferite. Colgo frammenti di conversazione tra la barista e gli avventori, poi vado in stazione dove una pattuglia della Polizia di Stato, chiede i documenti a tutti i presenti. Finalmente è ora di partire, il viaggio per Roma non è lungo, e sui treni regionali si vede la vera Italia che viaggia, lavora, dorme, ride, ascolta musica ad alto volume. Quel che non ho calcolato è che il treno regionale arriva alla stazione Termini nell’ultimo binario, proprio fuori, fuori, e sotto un sole cocente bisogna trascinarsi sino all’uscita. Affaticata non prendo in minima considerazione l’idea di andare coi mezzi pubblici e prendo un taxi, in una coda di taxisti nervosi che temono che gli altri rubino i clienti, che pure sono tanti. Infatti, due litigano violentemente e si prendono a male parole, alla fine salgo sul mio taxi e dopo aver dato l’indirizzo della mia amica Camilla, mi immergo nella bellezza eterna della città eterna, assediata da cinghiali e rifiuti, ma non in tutti i quartieri. Quando arrivo lei e suo figlio Nico mi stanno aspettando per il pranzo. Prima mangiamo una zuppa fredda di zucca e carote, poi pomodori ripieni di riso al forno, insalata fredda di pollo, mozzarella e pomodoro. Mangiamo un poco di tutto e avanzerà abbastanza cibo per il mio pasto serale. Dopo pranzo Nico sparisce in camera sua e io e Camilla ci adagiamo sui divani paralleli del soggiorno e iniziamo a parlare di Celan, Kafka, Bachmann, di tutte le cose accadute in questi anni, dei figli cresciuti, dei libri scritti e da scrivere. Nel tardo pomeriggio Camilla e suo marito Paolo partono perché devono seguire dei lavori nella casa in campagna, che è in Umbria, non molto lontano da Piegaro, dove ero io sino a qualche ora prima. Quando loro sono partiti e sono rimasta sola in casa ho sentito forte le stesse emozioni che ho provato la prima volta che sono venuta a trovarli, un senso di casa e di famiglia, loro hanno quattro figli, e di benessere. Resto per un po’ ancora a leggere allungata sul divano, poi vado in terrazza ad ascoltare le rondini, a guardare un cielo che si tinge di rosa, ad ascoltare le voci degli avventori dei bistro e ristoranti che sono nelle numerose vie che si incrociano. Apparecchio la tavola in maniera spartana, recupero dal frigorifero il cibo avanzato dal pranzo, una bottiglia di acqua fresca e mi lascio cullare dall’atmosfera dolce e romana. Prima di andare a dormire leggo e sono gioiosa per questo venerdì 24 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 838 è lieta di essere qui con me a Roma.
Partire, partire, guardare il paesaggio dal treno come se fosse un viaggio lunghissimo che ci aspetta, poi fermarsi a Firenze qualche ora e prendere un regionale per l’Umbria dove un’amica ci aspetta. Arrivare a casa sua, un piccolo borgo incantato, case di pietra e una vista fenomenale sul lago Trasimeno. Una cena estiva e poi una rapida conoscenza con una gattina tutta nera, compreso nasino e vibrisse, che si è spazzolata tre fette di prosciutto e una di tacchino come se non ci fosse un domani. Gli occhi sono avidi di piccole cose, di bellezza, di novità. Tutto sembrava più bello e diverso oggi, perché era tempo che non guardavo un paesaggio così selvaggio e verde. Oggi è mercoledì 22 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 836, piccola e pigra, è inversamente proporzionale all’intensità della giornata.
Nella
disordinata felicità delle letture estive mi decido a rileggere un piccolo
prezioso libricino di Miro Silvera, scomparso da poco, Libroterapia. Un viaggio nel mondo infinito dei libri, perché i libri
curano l’anima. In esergo c’è una famosa citazione tratta da La provincia dell’uomo. Quadermi di appunti
1942-1972 di Elias Canetti.
«Ci
sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre
vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati
con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di
toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche
una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi
per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi
libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché
lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi;
doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha
raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i
vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se
per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a
credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose».
È proprio
così, lo so per esperienza. La prima volta che ho letto Canetti avevo ventritré
anni e vivevo da sola da pochi mesi. Non era usuale che una ragazza della mia
generazione e della mia classe sociale facesse un simile passo, ma io ero molto
orgogliosa della mia scelta e della mia affermazione di indipendenza. Lavoravo,
studiavo, scrivevo, leggevo moltissimo e oltre a Canetti la grande scoperta di
quel periodo fu Jung. Leggevo arrotolata sulla mia vecchia sedia a dondolo,
ricordo in particolare un fine settimana di neve ed era bellissimo starsene in
casa con Canetti che mi illuminava la vita. Nella mia memoria e nella mia
biblioteca di Babele interiore, Jung e Canetti starano per sempre uno accanto
all’altro e forse è arrivato il momento per rileggere tutto Canetti.
Ma intanto
mi sono gustata il librino di Miro Silvera e i suoi consigli
libresco-terapeutici e anche questa Cronaca 835 di martedì 21 giugno del terzo
anno senza Carnevale continua a leggere con me.
Quando muore qualcuno lo sappiamo che non se ne è davvero andato via. Perché sentiamo la presenza intorno e dentro di noi, la voce cara che ci parla, a volte addirittura il profumo. Finché qualcuno viene ricordato non è davvero morto. Ma cosa succede se un morto torno dal luogo innominabile e non torna come fantasma, ma come persona in carne e ossa? È da questo spunto narrativo che Giorgia Tribuiani ha costruito il suo gran bel terzo romanzo Padri, pubblicato da Fazi qualche mese fa e presentato al Premio Strega, che ho divorato. La lingua è bellissima, chiara e precisa, il ritmo travolgente.
“Quel pomeriggio un vento nuovo si affannò a oscurare il
cielo – un’unica stringa, gialla e malata, resisteva tra le nubi e un mare
d’asfalto – e, come una raccoglitrice nel giorno della prima delusione d’amore,
con la stessa irruenza e lo stesso desiderio di rovinare il mondo, a strappare
e tirare giù dagli alberi le nespole, i fichi, le albicocche e l’estate troppo
acerba. Era la rabbia dei temporali estivi: furiosa, impulsiva, svelta a
montare così come a zittirsi, e Gaia dovette colmare correndo la distanza tra
il cancello e le scale, i polsi sulla fronte e i gomiti in avanti a parare le
sferzate della pioggia. Stampò orme d’acqua e polvere su tutti i gradini e
rincasò ignorando il tappetino. Si affacciò invano in ogni stanza cercando il
padre e il nonno; poi si tolse i vestiti bagnati, ne indossò di nuovi e riempì
una brocca d’acqua per dare da bere alle piante: dare da bere alle piante la
calmava”.
La giovane Gaia, che dovrebbe scrivere la tesi, si trova
intrappolata nella cittadina di Alba Adriatica, piacevole come lei la descrive
con anche qualche riferimento reale, alle prese con il ritorno di nonno Diego,
deceduto da 40 anni, suo padre Oscar e una crisi matrimoniale che esplode perché
sua madre Clara si rifiuta di credere che quel barbone senza mestiere possa
essere davvero il suo mancato suocero. Ecco una tipica scena balneare:
“Sul lungomare l’odore salmastro del pomeriggio era stato
annichilito da quelli della sera. Fumo e profumi. Sudore. Dopobarba. Odori
umani spezzati da pizzerie che rompevano la fila di hotel sul lato della strada
opposto alla spiaggia; odori in frantumi, frammenti di odore, così come la
musica e le voci: narici e orecchie facevano appena appena in tempo a
ritrovarsi, abituarsi, a risintonizzarsi, che ecco che tutto già cambiava, era
cambiato. Latino americano, discomusic, karaoke; ogni sera. Passeggini, tacchi,
quattro anziane sottobraccio, ragazzi seduti su vecchi schienali di panchine
sbiadite – gambe distese, gambe piegate; gambe pronte a scattare al passaggio
di altre gambe – per dirigersi in direzione opposta alla fiumana, verso sud: si
stava lentamente abituando a tutto questo? Diego tirò fuori il tabacco.
Accettare questo mondo, starci dentro non potendo starne fuori, rivedere i
vecchi amici: avrebbe camminato (pure lui, ma per forza) sottobraccio, avrebbe
spinto i passeggini coi nipoti. Il tabacco gli cadde. Suo figlio gli passò una
Marlboro e fumò con lui contro la siepe che costeggiava la passeggiata, gli
sguardi al tratto di spiaggia con le giostrine, i tappeti elastici e le file di
genitori che, un metro alla volta, spingevano i passeggini fino alle casse”.
Ma Diego, stonato da quel ritorno, non può non
confrontare il suo tempo con questo tempo:
“Ad onta dei vecchi all’entrata, ad onta di suo figlio e
sua nipote lì dintorno, Diego varcò la porta a vetri volendo accondiscendere
all’inganno di essere rientrato nel suo tempo, e che per una sera, una
soltanto, gli fosse concesso un commiato alla vita perduta; ma affacciandosi
sull’area di legno circolare, un’impalcatura edificata sulla rena e sbiadita
dal sole, delimitata da sedie e tavolini, vide dissiparsi l’illusione. Lungo il
perimetro gli anziani più timidi osservavano le danze delle gonne e degli orli
delle giacche attraverso la rotonda, ed erano gonne ed erano giacche che il
Diego della vita precedente non riconosceva: dov’erano quei bei colori accesi?
i rossi e i gialli e i verdi e le gonne lunghissime e svasate, i corpetti coi
pois, fiocchi rossi nei capelli? dov’erano quei bravi stivaletti con il tacco e
con la punta arrotondata?”.
È proprio il tempo il signore di questo romanzo, il tempo
che prima ha gettato Diego sulla spiaggia del presente come un naufrago... e
poi dopo poche settimane gli ruba quel che resta della giovinezza e lo
trasforma in un vecchio... perché l'ordine del tempo non può essere
sovvertito... e il passato serve solo a ricordarci che è del presente che
dobbiamo avere cura e non vivere di ricordi e rimpianti. Una delle cose che più
mi è piaciuta è come la talentuosa scrittrice sia riuscita a rendere plausibile e verosimile,
grazie a dettagli ed elementi di realtà, un avvenimento perturbante, il ritorno di un morto, che sconvolge la vita
di suo figlio e della sua famiglia. E la cosa più strana non è neanche questa
inattesa resurrezione, ma la segretezza dell'evento... a nessuno viene in mente
di raccontare alle autorità e ai media che un morto è tornato. Tutte le
tensioni e i non detti della famiglia esplodono intorno al lutto e all'assenza
che Oscar ha subito da bambino... Oscar che guarda ossessivamente i VHS con le
immagini di Gaia bambina... mentre Clara fugge come se non avesse aspettato di avere
il giusto pretesto per farlo. Da dove è tornato Diego? E perché è tornato? Non scrivo
altro, perché i misteri devono essere preservati.
Oggi è lunedì 20 giugno del terzo anno senza Carnevale e
questa Cronaca 834 rilegge il romanzo respirando l’aroma della pineta di Alba Adriatica.
Oggi
lettori e scrittori festeggiano una giornata speciale il Bloomsday, nato per ricordare la giornata del 16 giugno 1904, unico
giorno del romanzo Ulisse di James
Joyce.
Mi
casca quindi a fagiolo il libro di Federico Pace che mi è molto piaciuto. Ecco
l’incipit del capitolo dedicato all’incontra tra i duo giovani James e Nora.
“Quando la gemma esce dalla dormienza
Dublino conservava, in un’unica dimensione, la solitudine di molti. Aveva tenuto a lungo le persone ostinatamente separate nelle minute stanze delle proprie abitazioni, poi aveva cominciato a divertirsi, permettendo a quelle stesse persone di tuffarsi nel fervente andirivieni di chi si affretta ad attraversare gli incroci. Faceva sì che percepissero una libertà nuova, ma non sembrava voler concedere loro, fino in fondo, la possibilità di riscattarsi davvero. La città quasi traeva un piacere crudele a farle avvicinare, sfiorare, a permettere che si scambiassero uno sguardo, per poi separarle di nuovo. Per lo più, in quei giorni, la città metteva in scena un rimescolare apparente che in realtà lasciava, al termine di ogni giorno, le cose immutate. Così come erano state fino ad allora. Eppure le aspettative continuavano a covare seguendo strade che nessuno prevedeva. Eppure l’inestinguibile forza di un desiderio permaneva anche a cospetto del volto scaltro del disincanto. Era il 10 giugno del 1904 e Nora Barnacle era alle prese con il progredire dei compiti che scandivano l’orario del lavoro in albergo. Le stanze da rimettere in ordine, i letti sfatti, le lenzuola pulite con il loro profumo. I saluti nei corridoi dei clienti che nel giro di pochi minuti sarebbero partiti. Più tardi i piatti da servire ai tavoli. I boccali di birra. Era una bella giornata e neppure i rimproveri per qualche piccola imprecisione e le raccomandazioni su tutto quello che andava ancora terminato avevano diminuito la vitalità sotterranea che aveva cominciato a provare. Neppure la fine del turno di lavoro l’aveva trovata sfinita. Anzi, proprio in quel momento in cui i compiti dell’impiego e del dovere erano terminati, quando la pianura del tempo si era fatta più distesa, proprio allora, la febbre di vita era cresciuta, alimentata dalla leggerezza irripetibile dell’aria di quel mese. Con lo sguardo andava alle insegne dei negozi: JOHN MORTON, HARRIS, RACINE, YEATS & SON. Le lettere in oro che componevano i nomi e i cognomi dei proprietari di quelle aziende splendevano più che negli altri giorni sopra lo sfondo nero e lucido. Prorompeva, da dietro e dal centro della strada, lo sferragliare del tram a contatto con l’acciaio delle rotaie. Annunciava l’arrivo di inaspettate novità. Qualcosa di imperscrutabile le faceva sorgere un sorriso sulle labbra. A cosa pensava? Forse, con precisione, non lo sapeva neppure lei. Non c’era niente di definito a prendere forma nella mente, era più uno stato d’animo. Un modo di guardare alle cose che, inspiegabilmente, dopo tanti giorni, aveva mutato direzione. Quasi come una gemma che rompe la dormienza sullo stelo. Un principio di fioritura. Le piaceva camminare per le strade. Guardare le donne con le velette che nascondevano solo in parte il volto, gli uomini con i loro abiti scuri, i colletti inamidati delle camicie, le mani in tasca, fermi agli angoli. Le carrozze, i cavalli. Le piaceva confondersi tra la folla. Entrare in quel flusso di persone le offriva la possibilità, o almeno l’illusione, di far parte di un destino più ampio. Poi, tra la gente, aveva visto quel giovane. Sembrava stesse guardando proprio lei. Nella polifonica moltitudine di persone che vociavano su Nassau Street, sembrava che lui avesse messo a fuoco il volto di lei. Era qualcuno che aveva conosciuto in albergo o che aveva già incontrato?”.
Dalla
mia pigrizia marina saluto questo 16 giugno del terzo anno senza Carnevale e
questa Cronaca 830 che passeggia da sola per le vie di Dublino.
Continuo
la mia vita marina, dove immergermi nel mare è sempre la gioia più grande. Forse
ancora più grande dell’immergermi in un libro che mi piace molto. La processione è il titolo del capitolo
dedicato a Simone Weil:
Dopo
la fatica, il disincanto e la paura. Dopo il dolore e la ferita. Solo dopo
tutto questo può arrivare all’improvviso il sollievo. Non è la luce del mattino,
non è il vento che soffia sulle coste esposte del mare, non è il tempo del
riposo. Non è il tuffo con cui riusciamo a gettarci da una roccia di un’ansa
nascosta, non è il bacio di chi ci ha aspettato ancora, non è la corsa delle
nuvole lontane che finiscono per dissolversi nella loro fuga verso il precipizio
dell’orizzonte. Non è la pioggia che arriva nel pomeriggio, non è la luce della
sera. Le barche erano tutte a riva, simili a grandi baccelli di un frutto sconosciuto
deposto da chissà quale dio. L’arco dell’insenatura terminava proprio laggiù,
sulla punta estrema, dove il faro con la sua luce
intermittente
segnava i battiti della notte. Gli uomini si sono sempre adoperati per tenersi
in contatto e dialogare. Per soccorrersi e aiutarsi. Anche quando sono stati
costretti a rimanere lontani. Gli uomini hanno sempre trovato il modo di
scambiare almeno un segnale con chi cerca un approdo, tra chi è andato al largo
a pescare e chi, da terra, può soltanto dire: Guarda sono qui, devi rientrare
da questa parte. La piccola comunità era tutta sul ciglio della spiaggia.
Sospinta in quella striscia di terra, incerta fra l’attrazione esercitata dal
mare maestoso e l’apparente protezione delle case edificate con pazienza sulla
terra. Una comunità raccolta e ammutolita. Si sentiva il respiro, l’andirivieni
eterno e interrogativo delle onde.
Oggi
ho salutato anche Giorgia ed Enrico che sono ritornati a casa e mi muovo in
questo piccolo mondo che ha le sue regole e i suoi rituali che mi si confanno, perché
avevo davvero bisogno di staccare dalla vita cittadina, anche se è vero che non
lasciamo mai davvero noi stessi da un’altra parte. La parte di me che sta
sempre con me è soprattutto la lettrice, non riesco proprio a immaginarmi senza
almeno un libro con me, e non c’è ebook che tenga, i libri veri sono quelli di
carta. Così mi avvio verso la fine del libro di Federico Pace, mentre questa
Cronaca 829, come al solito, non vuole uscire dall’acqua.
Oggi
è mercoledì 15 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di
guerra.
Viaggio
sempre con almeno tre libri e per questa breve vacanza abruzzese, uno dei tre è
La più bella estate. Storie di una
stagione in cui tutto è possibile (Einaudi 2022) di Federico Pace che già
mi piaceva per i suoi libri precedenti e con questo si conferma come un
cantastorie di pregio. Lui ha questa capacità di infilarsi nelle pieghe della
Storia, delle vite di personaggi eminenti e di tirare fuori sempre qualcosa di
importante, di unico, un’epifania che illumina quella vita e quella persona e
ce la presente nella sua umanità e ricchezza e paura e gioia.
Questo
è l’incipit del libro che mi ha tenuto compagnia in spiaggia almeno per oggi:
La persistenza del desiderio
Dalla finestra si vedono le chiome degli alti pini, poi alcuni scogli e infine il mare. Sono i primi giorni d’estate. Dagli inneschi luminosi fino al dissolversi autunnale, il tempo della sua evoluzione si ripete ogni anno. Nel suo svolgersi pare accadere ogni cosa. Le stelle cadenti, il volo fragile delle farfalle, l’apparire ad altezze mesosferiche delle nubi nottilucenti, l’ostinata fioritura delle gemme. Seppure conosciamo le spiegazioni scientifiche dei fenomeni a cui assistiamo, quando ne facciamo l’esperienza diretta, quelle indicazioni non sembrano esaurirne il significato, piuttosto ne aumentano il mistero. Sempre rimane qualcosa di inaccessibile. Nonostante il rumore assordante e la sua veste consumata di rito collettivo, l’estate è sempre qualcosa di vivo e personale. Di intimo e struggente. Al suo approssimarsi, si sente, prima in maniera incomprensibile, e poi più urgente e chiara, la spinta del ricordo e della promessa. Ciò che è stato e ciò che sarà. Si sente di nuovo il bisogno di mettere in moto qualcosa che ci riguarda davvero. Riaprire il discorso che a un certo punto, senza esserne consapevoli, avevamo lasciato interrotto. Un tuffo in acqua, lo sfiorarsi delle labbra, le notti che si dissolvono nel giorno senza alcuna cesura. Ciò che accade d’estate è caratterizzato da una singolare unicità e il ricordo ci insegue con un’insistenza abbacinante.
Con
questa Cronaca 827 avida di storie, prendo commiato da questo lunedì 13 giugno
del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.
Giornata lieve e piacevole, molto lavoro come sempre, ma anche piacevole compagnia, buon cibo e chiacchiere e poi una lunga passeggiata per tornare a casa, prima in tram e poi a piedi. L’aria è cambiata bruscamente perché dal tepore primaverile siamo passati allo strano freschetto causato dal vento gelido che ogni tanto spira a folate. La parte di viaggio che ho fatto in tram, invece, è stata perfetta perché non c’era quasi nessuno e ho attraversato lunghe vie fiancheggiate da alberi maestosi e antichi, soprattutto platani e ippocastani. Andare in tram e in treno ha sempre un effetto particolare sulla mia mente perché mi predispone alla creazione, soprattutto alla creazione poetica. Così mi è venuto in mente il titolo (possibile) della mia nuova raccolta di poesie e poi, nel tram tutto verde, ho immaginato una rana felice seduta sulla sua foglia di ninfea. E sono diventata quella rana felice e ho sentito il rumore lieve dell’acqua, il soffio delicato della brezza e il gracidare sommesso delle altre rane. Era un laghetto in estremo Oriente, ho visto giusto nei giorni scorsi un documentario ambientato in Vietnam, e forse ero proprio laggiù. E tutte queste percezioni e immaginazioni mi hanno regalato un buonumore infinito, una gioia profonda che sta nel mio laghetto interiore con tutte le rane e le ninfee che ci vivono comodamente e placidamente.
Fino all’oceano dell’immaginazione
Ora è bianca, ora
rosa e riluce d’acqua,
ondeggia con il vento
e accoglie il riposo
della ranocchia curiosa,
questa ninfea felice.
Io mi accingo a far
loro compagnia, ho
la mia foglia in questo
lago che sfocia in
un fiume che sfocia
nel mare e poi nell’oceano
dell’immaginazione.
Ecco che posso portare tutta questa bella giornata, i
vestiti nuovi verdi e azzurri di Elisabetta, una misteriosa bevanda che sa di cioccolata
e cannella anche se è bianca e lattiginosa e chiama alla mente il fiore
prezioso dell’orchidea. E anche i libri amati di Grazia Livi, Nicole Krauss, Kate
Millet, Connie Palmen e Alison Lurie in questa nuova Cronaca 782 di venerdì 29
aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.
È una sensazione piccola, che si affaccia sin dal venerdì molto presto. Ogni giornata segue i soliti rituali. Il primo caffè, una scorsa rapida delle notizie, poi una vera colazione, che da quando è scoppiata la pandemia è diventata un momento più lungo e piacevole. Poi inizia la giornata di lavoro, le mail a cui rispondere, le video call su molteplici piattaforme, l’archivio digitale da tenere in ordine, i testi da scrivere e revisionare, le telefonate. Di fatto, è come se ogni giorno procedesse con la regolarità di un zigzag, di una gettata di filo sui ferri o sull’uncinetto, di un ricamo che conosciamo a memoria. Sino a quando il resto del mondo non irrompe nelle nostre giornate. Da quando è scoppiata la guerra questo è ancor più vero e doloroso. Poi la mente riprende il controllo e la giornata continua, minuto dopo minuto, ora su ora. E quella piccola felicità, l’idea del venerdì sera che si avvicina, prende il sopravvento e ci porta sulla soglia del tempo liberato dal lavoro. Si organizzano aperitivi e cene con familiari e amici, si decide di andare al cinema, si inizia a leggere un libro nuovo. E poi, e poi… ciascuno di noi potrebbe allungare questa breve e banale lista delle mille cose che appassionano, che danno un senso alla vita. È anche così che costruiamo una cornice di senso alle nostre vite, anche mentre viviamo il senso di orrore e l’impotenza di non poter agire, di non poter fare la differenza. In quest’epoca di giganteschi bla bla sui social il nostro essere impotenti e ininfluenti è ancor più evidente e dirompente. Mi vengono in mente, a tal proposito, i crocicchi di anziani che si trovavano in piazza del Duomo, lato Galleria, a discutere di qualunque argomento. Forse loro un po’ di differenza la facevano, perché si facevano un’opinione e poi andavano a votare, in quell’epoca dorata dove la politica era una professione e non un’improvvisazione. Certo non so dicendo che fosse un tempo migliore, non lo era, non lo è e lo vediamo ancor più in queste settimane in cui un uomo del Novecento, uno zombie risorto dalle ceneri della Guerra Fredda e del crollo dell’URSS, ha trascinato il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale. Non è vero che il Novecento è stato un secolo breve, il Novecento è il secolo che ha inghiottito la Storia. Ma la smetto con le mie amare e banali considerazioni, mi concentro sul fatto che il venerdì sera è finalmente arrivato e che potrò condividerlo con gioia, con quelli che amo, con le cose che amo fare.
Oggi è venerdì 11 marzo del terzo anno senza Carnevale e
del primo anno di guerra e questa Cronaca 733, perplessa e un po’ poco gioiosa,
aspetta che io decida cosa fare stasera.
Nel delirio del mondo che è precipitato in una guerra non
dichiarata, mi rifugio ancora di più nel mio personale oceano di libri che mi
rassicura e, allo stesso tempo, mi fa scoprire cose nuove. Alla Libreria delle
Donne di Milano abbiamo presentato il saggio Donne e fantastico della studiosa Giuliana Misserville ed è stato
un incontro molto interessante cui ha partecipato anche la scrittrice Nicoletta
Vallorani. Mi sono davvero divertita, loro due stono state bravissime e dopo la
presentazione con Giuliana, Federica, Rossana, Elisabetta e Lucia siamo andate
a mangiare una pizza ed è stata una serata divertente, dove abbiamo parlato
della vecchia Milano, di fantastico, di fantasmi e di vampiri, di libri, di
quanto sia bello leggere e scrivere. Io ho raccontato, anche, di Bonvesin de la
Riva, considerato il primo scrittore milanese e solo quando siamo uscite dalla
pizzeria abbiamo scoperto che nella piazzetta di Santa Maria del Suffragio
sbuca proprio via Bonvesin de la Riva. Non avremmo più smesso di parlare e io
di andare a caccia di fantasmi e di antiche leggende.
Dovrei scrivere molte e molte cose sulla presentazione,
sulle mie amiche, su quanto era bella Milano oggi, una Milano circondata da un
oceano di immaginazioni.
Il titolo di questa Cronaca 727 di sabato 5 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra è tratta dal libro I Vagabondi di Olga Tokarczuk. E come vagabondi continuiamo a camminare nella città notturna scrutando il cielo, come se stessimo camminando su di un’altra terra.