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lunedì 11 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/309: chi può dare un nome alla sensazione di vento inafferrabile che ci piomba addosso?

 



 

Oggi, anche oggi, è una giornata di sole e freddo, di molte parole che leggo e scrivo e che si affastellano.

Tutto il fuoco di ieri continua a incendiare la mia immaginazione e a tingere di rosso le ombre sui muri e i frutti sul tavolo.

Basta davvero poco per scrivere, occhi aperti sugli altri regni, la realtà dove vivo che è solo una tra molte, il desiderio di essere altrove che esplode insieme al desiderio di continuare a essere qui, nel mio studio della città silenziosa e al contempo in quello della Casa delle Parole. Due desideri opposti che si completano e fanno sì che io viva tutta intera nella pagina.

Due sono i compagni di viaggio di questa giornata invernale: mio nipote Andrea che studia Storia dell’arte medioevale per il suo primo esame all’università, e un libro comprato ieri Economia dell’imperduto di Anne Carson, dedicato ai poeti Simonide di Ceo, maestro dei cori, di cui ci restano solo frammenti, e Paul Celan, maestro di ciò che non è andato perduto, secondo le magnifiche poetesse Anne Carson e Camilla Miglio.

Già all’inizio del libro c’è una poesia di Celan tradotta in inglese dalla Carson e in italiano da Patrizio Ceccagnoli.

 

Matière de Bretagne

 

Luce di ginestra, gialla, i pendii

marciscono in cielo, la spina

aspira alla ferita, risuona in essa

è sera, il nulla

dispiega i suoi mari verso la preghiera,

la vela insanguinata termina con te.

 

Arido, interrato il letto

dietro di te, la sua ora

ricoperta di giunchi, in alto,

vicino alla stella, lattei i canali

borbottano nel limo, il dattero di mare,

in basso, nel folto, si spalanca blu,

un arbusto caduco, bello,

saluta la tua memoria.

 

(Sapevate di me,

mani? Andai

lungo la biforcata via che mi mostraste, la mia bocca

sputò ghiaia, andai, il mio tempo,

orologio errante, allungava la sua ombra – sapevate di me?).

 

Mani, la spina ferita

corteggiata, risuona,

mani, il nulla, i suoi mari,

mani, nella luce di ginestra, la

vela insanguinata

termina con te.

 

Tu

tu insegni

tu insegni alle tue mani

tu insegni alle tue mani tu insegni

tu insegni alle tue mani

         a dormire.

 

 

Abbiamo perduto i poeti, ma non le parole e il gesto delle mani, non la voce. Con che colore andremo ad annunciare l’arrivo del poeta? Sarà rossa la nostra vela o nera? Nera come l’assenza o rossa come il desiderio?

 

Nel luogo che chiamiamo realtà

 

Tristano, la morte,

Isotta, il sogno,

la vela, rossa e sbagliata

la vela rossa, tinta con i petali

bagnati nel leccio in fiore.

Può un colore decidere chi

vive e chi muore? Sì che

può e lo fa dai tempi più

remoti. Un colore è appartenenza,

è l’approdo dei tuoi occhi che

non vedo, ma che mi stanno

chiamando. La morte è solo

l’altro versante del sogno,

quello da cui non ritorniamo,

perché la porta si è chiusa

e noi abbiamo lasciato quella

chiave nella stanza, nel luogo

che chiamiamo realtà.

 

 

In lontananza, sul filo dell’orizzonte, vedo avvicinarsi vele, ora troppo lontane per poterne decifrare il colore e calcolare la dimensione della barca.

Posso sedermi qui, sulla riva della mia immaginazione, e aspettare. Forse le barche arriveranno, forse no. Ma che importa? Quel che importa è l’attesa.

 

Questa è la Cronaca 309 di lunedì 11 gennaio del secondo anno senza Carnevale. La poesia Matière de Bretagne di Paul Celan è tratta dalla raccolta Sprachgitter (Grata di parole). Potete leggere un magnifico saggio di Camilla Miglio Paul Celan e la musica della materia sulla rivista online Antinomie. Nel luogo che chiamiamo realtà è una poesia inedita che ho scritto questo pomeriggio leggendo Economia dell’imperduto di Anne Carson, tradotto da Patrizio Ceccagnoli, con uno scritto di Antonella Anedda, Utopia Editore, 2020. Il titolo della Cronaca è una citazione del libro.

domenica 26 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/49: Un alito come di fuoco era attorno a te – Venivi dalla rosa


Le Montagne della Nebbia non hanno un inizio né una fine, ancora oggi sfuggono a qualsiasi rilevamento, anche dallo spazio sono invisibili perché sono protette non solo dalla Nebbia ma anche dalle Nuvole.

Di certo si sa che bisogna lasciarsi alle spalle le ultime case della periferia infinita, quella sempre uguale a se stessa e che circonda ormai tutte le città.

Un campo inaridito, lattine che rotolano nel vento insieme a cespugli che arrivano da non si sa dove, latrati dei cani, asterischi sui pali della luce, segnalibri nella corsa dell’aria, il silenzio.

Le Montagne non amano i visitatori, per questo si confondono sia con la luce del lago che con quella delle stelle, con la pianura abbandonata e con il fiume che scende dai suoi fianchi fragoroso.

Chi decide di intraprendere la salita deve prepararsi con una lunga sosta in una casa dove non c’è nulla se non l’eco di giorni che mai saranno stati.

Nessuno conosce l’esatta distanza tra il mare e la luna perché le Montagne si ergono proprio nel centro di questa distanza e dato che noi non sappiamo dove esse abbiano inizio e abbiano fine, non possiamo conoscere quanti sospiri ci porteranno verso il nostro pianeta minore, quello dove forse un giorno abiteremo.

Neanche venire dalla rosa ci avrebbe dato maggiori privilegi, solo avremmo sentito, prima di chiunque altro, che le Montagne ci invitavano al cammino.
Arrivati ai piedi dell’altopiano siamo stati accolti dai lupi.

All'inizio erano un branco, poi in molti si sono allontanati e sono rimasti solo un grande lupo nero e la sua compagna candida come un narciso, più piccola di lui certo, ma così maestosa da dare l’impressione di avvolgerlo in un mantello di nuvole e l’effetto era pensare che lui fosse l’inchiostro e lei la pagina bianca.
Non siamo stati guidati dai lupi, ci hanno camminato accanto, senza mai nemmeno controllare perché di tanto in tanto fossimo costretti a rallentare il passo.

Arrivati sull'altopiano, abbiamo visto la vegetazione tipica delle montagne alpine cui eravamo abituati, mutarsi in una foresta tropicale intessuta a piantagioni di caffè che nessuno coltivava perché i frutti non arrivavano mai a maturazione.

Così era il tempo lì sull'altopiano, le Montagne della Nebbia non smentivano il loro nome, altissime si ergevano dinanzi a noi che volevamo proseguire anche se non sapevamo perché.

Una casa di frontiera, costruita con pietra e legno accolse i nostri corpi piegati dal vento.

Sì, i nostri corpi e quelli soltanto, perché gli spiriti stavano fuori a combattere contro il vento, a giocare con il vento, inconsapevoli di essere separati da noi stessi.

Quando il gioco finiva anche i lupi entravano nella casa, i due lupi nero e bianca che non lasciavano mai il nostro fianco, i lupi custodivano la fragile unità tra questo corpo e quelli che stanno in altre dimensioni, i lupi sanno che il nostro spirito è il tramite tra le dimensioni e che il mondo non è mai stato uno, che la mente è solo una porta aperta, che l’anima è un passeggero.

Solo i lupi sanno che “l’amore è quello che resta dopo l’incendio” anche se l’alito del fuoco è ciò che ci dona la forza di iniziare questa salita.

Che siano benedetti i lupi che ci hanno accompagnato in questo luogo dove nascono i poeti.

Non solo sulle isole feconde del mare Mediterraneo, non solo nei deserti dell’Africa Settentrionale, non solo nella lontana Mongolia.

I poeti nascono nel cuore di città immaginate agli albori del secolo XX° che è ormai davvero finito.

I poeti nascono qui, al confine tra l’altipiano e il cielo, dove le nuvole si 
confondono con la nebbia e i lupi hanno dimora.

Cambiano colore alla luce della luna, la lupa diventa color argento e lui così nero da sfidare la notte più oscura e solo il chiarore degli occhi di fiamma ne lascia intuire il mantello folto e scuro.

Continuiamo a camminare nella notte, non possiamo fare altro, non dobbiamo fare altro.

L’alba ci sorprende ancora ai piedi delle Montagne della Nebbia, ci guardiamo indietro ed è come se non avessimo fatto neanche un passo.

È così infatti, non ne avevamo bisogno, quelle montagne sono in noi proprio come i lupi.

Le abbiamo erette solo per poter camminare e cercare i poeti, accarezzare i lupi e poi sdraiarci accanto al fuoco e con loro, con i lupi, sognare lo stesso sogno di fiamma e argento, un sogno di temporale e primavera che sta sempre per arrivare.

L’Oriente e l’Occidente si scambiano spesso di posto e ogni giorno non sappiamo da quale parte sorgerà il sole.

Solo le Montagne della Nebbia risplendono, rosate se il sole sorge a Oriente, colore delle prugne mature quando è l’Occidente a offrire questo dono di luce.
Restano le dita di ogni alba a segnare il nostro volto ancora addormentato, quando il sapore di terra e di vento del giorno prima ancora non è mutato.

Come invece muta il fuoco, così come Eraclito ci insegna:

“Mutazioni del fuoco: da prima mare, e dal mare una metà terra e una metà fiamma in cielo”.

Tutto ciò che è selvaggio muta in domestico, tutto ciò che è domestico ritorna selvaggio.

È questa la regola dell’altipiano, è questa la regola dei lupi.

Che sono metà fiamma del cielo e metà terra feconda e metà mare calmo di vento.

La somma non farà mai uno, inutile contare, dovremmo moltiplicare ogni parte per due, quanti sono i lupi, e per quattro per non dimenticare corpo, mente, anima e cuore e di nuovo moltiplicare per quanti siamo noi, chiusi nelle case i corpi, liberi nel vento i nostri i cuori.

“L’amore è quello che resta dopo l’incendio” è una citazione dal romanzo Una storia quasi perfetta di Mariapia Veladiano.

La poesia che dà il titolo a questa cronaca è dell’immenso Paul Celan.

Un alito come di fuoco era attorno a te – Venivi dalla rosa
Dove è ghiaccio, li è frescura per due.
Per due: così ti feci venire.
Un alito come di fuoco era attorno a te –
Venivi dalla rosa.

Io domandai: com'eri chiamata laggiù?
Tu me lo dicesti, quel nome:
era cosparso d’un chiarore come di cenere –
Dalla rosa, venivi.

Dove è ghiaccio, lì è frescura per due:
io ti diedi il doppio nome.
Sotto, spalancasti allora il tuo occhio –
Dove il ghiaccio s’apriva ristava alto un bagliore.

Ed ora, dissi, io chiudo il mio –:
Prendi questa parola – il mio occhio la declama al tuo!
Prendila, ripetila con me,
ripetila con me, lentamente,
ripetila con me, tu la devi trattenere
e, il tuo occhio, tenerlo aperto finché ciò dura!

Paul Celan
Di soglia in soglia
a cura di Giuseppe Bevilacqua
Einaudi 1996



Wo Eis ist, ist Kühle für zwei.
Für zwei: so ließ ich dich kommen.
Ein Hauch wie von Feuer war um dich ?
Du kamst von der Rose her.

Ich fragte: Wie hieß man dich dort?
Du nanntest ihn mir, jenen Namen:
ein Schein wie von Asche lag drauf ?
Von der Rose her kamst du.

Wo Eis ist, ist Kühle für zwei:
ich gab dir den Doppelnamen.
Du schlugst dein Aug auf darunter ?
Ein Glanz lag über der Wuhne.

Nun schließ ich, so sprach ich, das meine ?:
Nimm dieses Wort ? mein Auge redet's dem deinen!
Nimm es, sprich es mir nach,
sprich es mir nach, sprich es langsam,
sprich's langsam, zögr es hinaus,
und dein Aug ? halt es offen so lang noch!

giovedì 27 aprile 2017

Un alito come di fuoco era attorno a te – Venivi dalla rosa

Dove è ghiaccio, li è frescura per due.
Per due: così ti feci venire.
Un alito come di fuoco era attorno a te –
Venivi dalla rosa.

Io domandai: com'eri chiamata laggiù?
Tu me lo dicesti, quel nome:
era cosparso d’un chiarore come di cenere –
Dalla rosa, venivi.

Dove è ghiaccio, lì è frescura per due:
io ti diedi il doppio nome.
Sotto, spalancasti allora il tuo occhio –
Dove il ghiaccio s’apriva ristava alto un bagliore.

Ed ora, dissi, io chiudo il mio –:
Prendi questa parola – il mio occhio la declama al tuo!
Prendila, ripetila con me,
ripetila con me, lentamente,
ripetila con me, tu la devi trattenere
e, il tuo occhio, tenerlo aperto finché ciò dura!

Paul Celan
Di soglia in soglia
a cura di Giuseppe Bevilacqua
Einaudi 1996



Wo Eis ist, ist Kühle für zwei.
Für zwei: so ließ ich dich kommen.
Ein Hauch wie von Feuer war um dich ?
Du kamst von der Rose her.

Ich fragte: Wie hieß man dich dort?
Du nanntest ihn mir, jenen Namen:
ein Schein wie von Asche lag drauf ?
Von der Rose her kamst du.

Wo Eis ist, ist Kühle für zwei:
ich gab dir den Doppelnamen.
Du schlugst dein Aug auf darunter ?
Ein Glanz lag über der Wuhne.

Nun schließ ich, so sprach ich, das meine ?:
Nimm dieses Wort ? mein Auge redet's dem deinen!
Nimm es, sprich es mir nach,
sprich es mir nach, sprich es langsam,
sprich's langsam, zögr es hinaus,
und dein Aug ? halt es offen so lang noch! 

venerdì 18 novembre 2016

In questa casa di fantasmi che si libra nell'aria

Paul Celan

Rinchiusi in questa casa di fantasmi
che si libra nell'aria - la vita,
con pertugi ognuno dei quali
si affaccia 
sulla sua realtà,
abitiamo,
viviamo, ci ammassiamo
al pertugio più grande, 
questo è il mondo,
diciamo.

Al tuo pertugio
sedevi
solo tu,
gli occhi neri
diamanti,
il cuore
un'ematite.

Olav H. Hauge
La terra azzurra

a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

giovedì 29 settembre 2016

le tue labbra, ospiti tardivi

Ritratto di un’ombra
I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
le tue guance, stemma del mattino;
le tue labbra, ospiti tardivi;
le tue spalle, statua dell’oblio;
i tuoi seni, amici delle mie serpi;
le tue braccia, ontani alla porta del castello;
le tue mani, tavole di morti giuramenti;
i tuoi fianchi, pane e speranza;
il tuo sesso, legge dell’incendio boschivo;
le tue cosce, ali nell’abisso;
i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
i tuoi piedi, teatro d’armi dei pensieri;
le tue piante, cripte di fiamme;
la tua orma, occhio del nostro addio.
Paul Celan
grazie al blog Berlino Cacio e Pepe per averla condivisa

Bildnis eines Schatten
Deine Augen, Lichtspur meiner Schritte;
deine Stirn, gefurcht vom Glanz der Degen;
deine Brauen, Wegrand des Verderbens;
deine Wimpern, Boten langer Briefe;
deine Locken, Raben, Raben, Raben;
deine Wangen, Wappenfeld der Frühe;
deine Lippen, späte Gäste;
deine Schultern, Standbild des Vergessens;
deine Brüste, Freunde meiner Schlangen;
deine Arme, Erlen vor dem Schloßtor;
deine Hände, Tafeln toter Schwüre;
deine Lenden, Brot und Hoffnung;
dein Geschlecht, Gesetz des Waldbrands;
deine Schenkel, Fittiche im Abgrund;
deine Kniee, Masken deiner Hoffart;
deine Füße, Walstatt der Gedanken;
deine Sohlen, Flammengrüfte;
deine Fußspur, Auge unsres Abschieds

giovedì 28 luglio 2016

Ora il mio appello accende le luci della pioggia.

Lillà della pioggia

Piove, sorella: i ricordi
del cielo stillano il loro amaro.
Il lillà, solo davanti all'odore del tempo,
cerca grondante i due che avvinti
dalla finestre aperta guardavano il
giardino.
Ora il mio appello accende le luci della
pioggia.
La mia ombra cresce oltre la grata
e la mia anima è il fiotto d'acqua.
Ti affligge nel diluvio, oscura,
che io t'abbia rubato un dì il lillà
straniero?

Paul Celan 
La sabbia delle urne 

a cura di Dario Borso
Einaudi  2016


Regenflieder

Es regnet, Schwester: die Erinnerungen
des Himmels läutern ihre Bitterkeit.
Der Flieder, einsam vor dem Duft der
Zeit,
sucht triefend nach den beiden die
umschlungen
vom offnen Fenster in den Garten sahn.
Nun facht mein Ruf die Regenlichter an.
Mein Schatten wuchert höher als das
Gitter.
Und meine Seele ist der Wasserstrahl.
Gereut es dich. Du Dunkle, im Gewitter,
daß ich dir einst den fremden Flieder
stahl?

mercoledì 27 luglio 2016

e torna il vento nel carro di nuvole

Là oltre

Appena al di là dei castagni c’è il mondo.

Da lì giunge di notte un vento in carro di nuvole
e qualcuno si alza qui…
Vuole portar costui oltre i castagni:
«Da me c’è felce dolce e digitale purpurea da me!
Appena al di là dei castagni c’è il mondo…»

Allora frinisco adagio come fanno i grilli,
allora lo trattengo, e deve rinunciare:
il mio richiamo gli blocca le giunture!
Il vento molte notti odo tornare:
«Da me sfavilla lontananza, da te è stretto…»
Allora frinisco adagio come fanno i grilli.

Ma se la notte neanche oggi si schiara
e torna il vento nel carro di nuvole:
«Da me c’è felce dolce e digitale purpurea da me!»
e vuole portare lui oltre i castagni –
allora non lo trattengo, non lo trattengo qui…

Appena al di là dei castagni c’è il mondo.

—
Composta a Czernowitz nel 1941. A matita sotto il titolo: «Lied [Canto]».

Paul Celan 
La sabbia delle urne 
a cura di Dario Borso
Einaudi  2016

DRÜBEN

Erst jenseits der Kastanien ist die Welt.

Von dort kommt nachts ein Wind im Wolkenwagen
und irgendwer steht auf dahier…
Den will er über die Kastanien tragen:
«Bei mir ist Engelsüß und roter Fingerhut bei mir!
Erst jenseits der Kastanien ist die Welt…»

Dann zirp ich leise, wie es Heimchen tun,
dann halt ich ihn, dann muß er sich verwehren:
ihm legt mein Ruf sich ums Gelenk!
Den Wind hör ich in vielen Nächten wiederkehren:
«Bei mir flammt Ferne, bei dir ist es eng…»
Dann zirp ich leise, wie es Heimchen tun.

Doch wenn die Nacht auch heut sich nicht erhellt
und wiederkommt der Wind im Wolkenwagen:
«Bei mir ist Engelsüß und roter Fingerhut bei mir!»
Und will ihn über die Kastanien tragen –
dann halt, dann halt ich ihn nicht hier…

Erst jenseits der Kastanien ist die Welt.

domenica 1 giugno 2014

La poesia è l'ombra della gran cicatrice nell'aria

Starsene lì, all'ombra
della gran cicatrice nell'aria.

Uno stare per nessuno, e per nulla.
Sconosciuto,
solo
per te.


Con quanto lì trova spazio,
anche senza
lingua.

Paul Celan
Traduzione di Giuseppe Bevilacqua

mercoledì 28 maggio 2014

Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua

Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. 
La lingua, essa sì, nonostante  tutto, rimase acquisita. Ma ora dovette passare attraverso tutte le risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte. 
Essa passò e non prestò parola a quanto accadeva; ma attraverso quegli eventi essa passò. Passò e le fu dato di riuscire alla luce, 'arricchita' da tutto questo. 
Con questa lingua, in quegli anni che seguirono, io ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà. 

Paul Celan
da Allocuzione discorso tenuto in occasione del conferimento del premio letterario della libera città anseatica di Brema in 
La verità della poesia
a cura di Giuseppe Bevilacqua
Einaudi 1993

lunedì 27 gennaio 2014

Latte nero dell’alba lo beviamo la sera

Per il giorno della memoria

Fuga della morte 

Latte nero dell’alba lo beviamo la sera 
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte 
beviamo e beviamo 
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo, gioca coi serpenti scrive 
scrive quando cala la notte in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete 
scrive esce davanti alla casa e lampeggiano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei e fa scavare una tomba nella terra 
ci comanda ora suonate alla danza

Latte nero dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera 
beviamo e beviamo 
Nella casa abita un uomo, gioca con i serpenti, scrive,
scrive quando cala la notte in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith
scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti.
Lui grida vangate la terra più a fondo voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo agita i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi suonate alla danza

Latte nero dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino, ti beviamo la sera 
beviamo e beviamo 
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca coi serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania
lui grida, suonate più cupo i violini, dopo salirete come fumo nell'aria 
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti 

Latte nero dell’alba ti beviamo la notte 
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un Mastro di Germania
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo 
la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca coi serpenti e sogna la morte è un Mastro di Germania

i tuoi capelli d’oro Margarete 
i tuoi capelli di cenere Sulamith


Paul Celan
Poesie
traduzione di Giuseppe Bevilacqua
Mondadori Meridiano 1998

Todesfuge 
     Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
    wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
    wir trinken und trinken
    wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
    Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
    der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
    er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne er pfeift seine Rüden herbei
    er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
    er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz


    Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
    wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
    wir trinken und trinken
    Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
    der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
    Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng


    Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
    er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
    stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf


    Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
    wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
    wir trinken und trinken
    ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
    dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen
    Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
    er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
    dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng


    Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
    wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
    wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
    der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
    er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
    ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
    er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
    er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister aus Deutschland


    dein goldenes Haar Margarete
    dein aschenes Haar Sulamith 

sabato 21 settembre 2013

Dalla mia mano l’autunno bruca la sua foglia

Corona

Dalla mia mano l’autunno bruca la sua foglia:
siamo amici

Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:

il tempo ritorna nel guscio.


Nello specchio è domenica,

nel sogno si dorme,

la bocca fa profezia.


Il mio occhio scende sul sesso dell’amata:

ci guardiamo,

ci diciamo cose oscure,

ci amiamo l'un l'altra come papavero e memoria,

dormiamo come vino nelle conchiglie,

come il mare nel raggio di sangue della luna.


Stiamo abbracciati alla finestra, dalla strada ci guardano:

è tempo che si sappia!

È tempo che la pietra si decida a fiorire,
che l’inquietudine abbia un cuore che batte.

È tempo che sia tempo.

È tempo.

Paul Celan 

Papavero e Memoria

Mohn und Gedächtnis
1952


Corona


Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der 
                                                                Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.


Es ist Zeit.

sabato 27 aprile 2013

La poesia è lingua della rinuncia e lingua della speranza

Dietro alla lingua di Paul Celan sta l'eco, mai spenta, di un'altra lingua.
Simile a noi, percorrendo, prima di oltrepassarla a una certa ora del giorno, la frontiera tra luce e ombra, la parola di Paul Celan, ai confini di due lingue della stessa taglia - quella della rinuncia e quella della speranza - si muove e si afferma.
Lingua di povertà e lingua di ricchezza.
Da un lato chiarezza; dall'altro oscurità. Ma come distinguerle quando sono così mescolate?

Edmond Jabès su Paul Celan 
nel saggio La memoria delle parole

giovedì 28 febbraio 2013

Nel moto ondoso delle parole erranti

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
dai voce al tuo parlare.

Parla -
ma non distinguere il sì dal no.
Dai al tuo parlare anche il senso:
dagli ombra.

Dagli ombra abbastanza,
dagliene tanta,
da saperla ripartita intorno a te tra
mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
guarda, come tutto diventa vivo intorno -
nella morte! Vivo!
Dice il vero, chi dice ombra.

Ma ora si restringe là dove stai:
verso dove ora, uomo senz'ombra, verso dove?
Sali. Verso l'alto a tastoni.
Più sottile ti fai, impercettibile, fine!
Più fine: un filo,
lungo il quale vuole scendere, la stella:
per nuotare in basso, in basso,
dove si guarda risplendere: nel moto ondoso
delle parole erranti.

Paul Celan
traduzione di Camilla Miglio
da Poeti della malinconia
Donzelli editore 2001

mercoledì 19 dicembre 2012

La parola la possiede il buio

Getta via
i cunei di luce:
la fluttuante parola
la possiede il buio.

Paul Celan
Luce coatta e alte poesie postume


martedì 19 giugno 2012

La parola di soglia


Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia,
il millennio giovane si alza dalla neve,
l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

Paul Celan
Conseguito silenzio
traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien
Einaudi 1998

venerdì 8 giugno 2012

Le luminosissime parole oscure ovvero una singola parola è intessuta di molti enigmi

La molteplicità dei significati (sprigionati da quelle che Bachmann, a proposito di Celan, chiama le "luminosissime parole oscure") mette a dura prova il lavoro di traduzione. Bachmann usa le parole sfogliandone i significati stratificati, sventagliandoli sotto gli occhi del lettore. In un'intervista del 1971, a proposito del linguaggio poetico, citava la frase "Ho fatto un prigioniero che non mi lascia più andare via" per spiegare il rapporto che uno scrittore ha con le parole, e, riferendosi alle "frasi prefabbricate", diceva: "Già una singola parola è intessuta di molti enigmi - più si guarda da vicino, più lontano rimanda; allora uno scrittore non può servirsi del linguaggio che è stato già trovato, cioè delle frasi, ma scrivendo, deve distruggerle" (In cerca di frasi vere, p. 142).
Chi si prova a tradurre è indotto di conseguenza allo stesso lavorio di decostruzione, scoprendo a ogni parola quanto nel passaggio da una lingua all'altra poco si acquista e quanto si perde.

Anita Raja che cita Ingeborg Bachmann che cita Paul Celan
in Ingeborg Bachmann: concepire l'indicibile
Concepire l'infinito a cura di Annarosa Buttarelli
La Tartaruga edizioni 2005