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martedì 21 maggio 2024

Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente.

 (Quando l’autunno è passato e le foglie sono cadute dagli alberi e solo gli scuri sempreverdi conservano la loro chioma che è al tempo stesso riparo e ostacolo al passaggio della luce, ci accorgiamo di non essere mai stati soli nella foresta. Emergono le forme delle case, la gente che vive la propria vita quotidiana; c’è una nuova prospettiva delle distanze, la scoperta di orizzonti che non si sarebbero mai potuti scorgere in primavera e in estate, ma solo immaginare durante l’autunno. Guarda quegli alti camini che si alzano da fuochi che non sapevamo fossero mai stati accesi, eppure ardono, alimentati in segreto! Guarda i sentieri appena rivelati! Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente. L’ambiente che mi circonda ha perso il suo travestimento; io stessa ho perso il mio. C’è persino la possibilità di nidi, nuovi o abbandonati, sul mio albero!)

Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

venerdì 22 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/775. Non ci sono profumi, né pioggia, né tepore nell’aria

 


 

 

Oggi un sacco di cose da fare e poi nel tardo pomeriggio studio matto per l’incontro di stasera con il mio gruppo di studio dedicato al libro Il vivente e il sacro di Domenico Chianese. È un libro di una tale densità e ricchezza che ancora non mi sento di scriverne, ma penso che più avanti lo farò. Qui nella città non silenziosa c’è il solito clima bislacco di luce e vento freddo, una strana primavera questa, una primavera che forse ha deciso di non arrivare visti i mala tempora in cui viviamo. Anche sulla ritrosia della primavera ho cose da dire, ma preferisco esprimerle con una poesia.

 

Quel luccicore sulle foglie nuove

 

Non è per timidezza che

non si mostra. Ha già

lasciato che le avanguardie

di fiori e germogli andassero

a tinteggiare la città. Poi

sono arrivate le rondini,

un po’ ritardo ma le sentiamo

sfrecciare al mattino presto

e poco prima del tramonto.

Quel che mancano sono

l’aria tiepida e la pioggia

primaverile, quel luccicore

sulle foglie nuove, quel

profumo misterioso che

che ci fa girare la testa

e cercare dove siano

sbocciati i fiori. Ma

non ci sono profumi, né

pioggia, né tepore.

Li tiene la pace con sé,

la pace che aneliamo

più della primavera.

 

 

Immersa in questo desiderio divorante di pace, di bellezza, di tranquillità, cerco di vivere con gioia ogni giorno, di affrontare le difficoltà, di pregare ogni Dio di cui ho sentito parlare perché la guerra finisca, finisca presto e il male vanga sconfitto e che i malvagi siano costretti a guardare negli occhi le loro vittime per l’eternità.

Oggi è venerdì 22 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 775 mi consola e si fa consolare.

mercoledì 30 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/752. Il frutto è cieco. Solo l’albero ha occhi

 


 

Gli occhi degli alberi sono invisibili ai nostri occhi. Sono occhi assai mobili, dimorano sulle punte dei rami e nelle foglie, nella corteccia e nei germogli, nei fiori poi. Ma non nei frutti, perché l’albero sa che il frutto è destinato al raccolto e non dovrà guardare il tragitto tra il ramo e la nostra bocca vorace. Anche il mio acero bellissimo si è riempito di germogli e in queste ultime ore di sole, così dicono le previsioni meteo, mi fermo ad ascoltare lo scorrere quieto della linfa e lascio che il calore finissimo di questo inizio di primavera mi riscaldi il viso e le mani, le uniche parti del corpo che non sono protette da strati e strati stoffa. Senza il supporto della vista mi esercito a sentire il mondo solo con l’ausilio di udito e tatto. Soprattutto l’udito mi aiuta, perché pian piano inizia a separare un rumore dall’altro, come se il suono del mondo fosse una fine tessitura che possiamo disfare e rifare ogni volta che vogliamo.

 

 

 

La primavera sta nel coro delle voci

 

Il primo filo è il canto

di un passero. Il secondo

filo è l’usignolo, non so

quando ho imparato a

distinguerli, ma ora

so che sono due e non

uno soltanto. Riconosco

poi il vento che scuote

prima l’acero e poi

l’enorme ippocastano

che sta sull’angolo della

via, sono diversi i rami,

saranno diverse le foglie

e anche i frutti. Riconosco

il suono della campanella

e poi le voci dei bambini

che sciamano fuori dalla

scuola. Sono allegri come

api questi dirimpettai vivaci

e allegri. La voce di questa

primavera ancora fredda sta

tutta nel coro delle loro voci.

 

 

 

Bisognerà che ogni giorno io mi ricordi di chiudere gli occhi per qualche istante e ogni giorno reimpari ad ascoltare il mondo, a farmi frutto. Questa è la Cronaca 752 di mercoledì 30 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Anche oggi il titolo è un verso di René Char.

lunedì 17 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/680. Il sonno è un inverno russo e la meraviglia è il mondo al risveglio

 

Anche oggi è stata una giornata di lavoro intenso, di una timida passeggiata e poi di un lavoretto che mi frullava in testa da qualche tempo. Così ho deciso di “spiumare”, cioè rimuovere, tutti i ritagli e i foglietti con citazioni e poesie che avevo accumulato negli almeno ultimi 10-11 anni, e appeso sulla bacheca piccola di sughero. Ho tenuto solo un’osservazione del mio amico poeta Danilo Bramati “La necessità è la struttura”, cosa che mi aveva detto una sera del maggio 2011 mentre parlavamo, come sempre, di poesia. Le cose cambiano da sole anche senza l’intervento del tempo, noi cambiamo e arriva il momento di cercare nel nuovo, pur senza buttare via quanto di buono abbiamo conservato. Così ho preso un bel quaderno intonso e ho incollato in ordine di stratificazione, cioè nell’ordine in cui avevo appeso in bacheca, i foglietti. Naturalmente li ho anche riletti e ho deciso che tutte quelle poesie, quelle riflessioni, meritavano di essere conservate. In particolare una delle poesie mi è risuonata dentro e ho deciso di utilizzarla per la Cronaca odierna e dopo una breve caccia su Google sono anche riuscita a trovare il libro da cui è tratta è a comprarlo in formato kindle, per cui riesco a pubblicare anche la versione originale.

Ma ecco la poesia da cui ho preso il titolo della Cronaca:

 

Persa

Il sonno è un inverno russo, dove sei

di nuovo ragazza – persa, così sembra,
come ogni cosa, e tramutata in pietra.
Solo il tuo cuore trovatello si agita ancora.

Meglio forse essere nata albero,

rivivere estate dopo estate,
con rami e foglie in movimento
come capelli di bambina al vento.

La meraviglia è il mondo al risveglio

è così simile al sogno. Tutto è pallido
vuoto silenzio, benché oltre la distesa
di neve tu senta quasi il loro invito:

Sorprendici, sembrano dire,

sorprendici di nuovo oggi.

 

Mi piace fermarmi ad ascoltare l’invito di rami e foglie, degli alberi, la loro richiesta di essere di nuovo sorpresi da noi, perché gli alberi ci parlano, ci parlano ogni giorno, come scriveva anche Christian Bobin: “L'albero è di fronte alla finestra della sala. Lo interrogo tutte le mattine: <<Cosa c'è di nuovo oggi?>>. La risposta arriva senza esitazione, portata da centinaia di foglie: <<Tutto>>”.

Ecco una buona, semplice giornata, dove mi sono lasciata guidare dalle parole degli alberi intorno a me, questi alberi antichi che sono cresciuti nella città poco silenziosa e che fanno parte del mio paesaggio quotidiano, cosa mi avrà sussurrato all’orecchio l’albero bellissimo?

Oggi è lunedì 17 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 680 ha molta nostalgia della steppa innevata e delle betulle che conversano con i ciliegi di Cechov.

La citazione di Bobin è tratta da La presenza pura ed. Animamundi.

 

La poesia di Jane Draycott è uscita sulla rivista britannica The Rialto. Traduzione di Francesca Spinelli. Internazionale 1025 - 8 novembre 2013. L’originale appartiene alla raccolta The Occupant, Carcanet 2016.

 

LOST

‘The Emperor of Russia was my father’

Hermione, The Winter’s Tale (III, ii)

 

Sleep is a Russian winter in which

you are a girl again–lost, so it seems,

like everything, and turned to stone.

Only your foundling heart still stirs.

 

Better perhaps to have been born a tree,

to live on summer after summer,

leaves and branches shifting

like a child’s hair lifted by the wind.

 

The wonder is the waking world

is so much like the dream. All’s pale,

blank silence, though across the sheet

of snow you almost hear them call:

 

Astonish us, they seem to say,

astonish us again today.”

domenica 12 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/644. Quando le storie arrivano da non si sa dove e neanche si presentano

 


Storie dell’Avvento/5. La vecchia e lo gnomo del giardino

 

Aveva smesso di piovere durante la notte, se ne era accorta perché il silenzio l’aveva svegliata. Le previsioni dicevano che ci sarebbe stato il sole e sole fu. I platani e gli ippocastani erano nudi, mentre resistevano ancora manciate di foglie gialle e rosse sugli aceri. Sembrava che quegli alberi rifiutassero di accettare che la stagione fosse ormai prossima all’inverno. C’erano addirittura due foglioline verdi, deboli e già stropicciate, che non sarebbero sopravvissute alla prima gelata. La donna, né giovane, né vecchia, ma più vecchia che giovane, uscì a passeggiare in giardino. Le lunghe gonne marroni, che d’inverno indossava a strati, uno sull’altro, spazzavano il sentiero e le foglie secche. Forse aveva iniziato a rimpicciolire come accadeva agli anziani, forse avrebbe dovuto accorciare gli orli. Intanto che camminava, spostava con la punta del bastone foglie morte e sassi. Si poteva giocare alla morra cinese con foglie, sassi e un bastone? Chi avrebbe vinto chi? Quando arrivò al suo acero preferito, il più alto, grande e vecchio di tutto il giardino, vide che su di lui di foglie non ce n’erano più. Di lui poteva fidarsi per valutare l’andamento delle stagioni. Se non c’erano più foglie, l’inverno era arrivato. Quando avrebbe letto i primi germogli tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sapeva che in un mese e mezzo tutto sarebbe esploso nella nuova fioritura. Fu mentre girava intorno all’albero, piccolo rito che compiva tutti i giorni, vide accanto alla panchina, che d’estate beneficiava dell’ombra dell’acero, uno gnomo da giardino con la faccia arrabbiata che qualche buontempone le aveva lasciato lì. Forse era un gioco, portare un nano in giro e fotografarlo, magari poi se l’erano dimenticato. Quando si avvicinò per guardarlo meglio, le sopracciglia del nano si aggrottarono ancor di più, lo sguardo si alzò verso di lei e un’invettiva tonante uscì da quel petto largo che avrebbe meritato altre spalle e altre gambe. “Vrsmhl@#!!” “prfrs@@##!!!”. Benché non avesse capito un accidente di quelle parole, pronunciate in chissà quale lingua, si rese conto che l’omino si sapeva comunque esprimere con sufficiente chiarezza perché stava indicando la giubba verde senza diversi bottoni, i gomiti lisi anche sulle toppe, il cappello da gnomo, verde con una coccarda rossa, tutto sfilacciato, i pantaloni all’inglese strappati in più punti e anche gli stivali erano malmessi e di sicuro non lo proteggevano dalla pioggia. Ci mise meno di un istante a decidere, fece cenno allo gnomo di seguirla e si incamminò verso casa. Saltellando e continuando a imprecare “Prul@@##! Csss##@@!”, il mancato nano da giardino camminava e saltellava come fanno i bambini e tenne il suo passo. Quel che la donna ancora non sapeva era che, per essere uno gnomo, era ancora molto giovane, poche centinaia di anni appena, anche se doveva essersi allontanato da parecchio dalla sua famiglia, visto com’erano malmessi i suoi abiti. La donna guardò con occhio critico anche le sue vecchie gonne marroni, la giacca lisa e sfilacciata, sentì i capelli sfuggiti allo chignon che ricadevano in ciocche disordinate sul collo e intorno al viso, si vergognò del fazzoletto che metteva per uscire quando non aveva voglia di pettinarsi. Cosa mangiavano gli gnomi? Bacche, felci, funghi crudi? Mentre si poneva le oziose domande, il nano era salito in piedi su una sedia e stava guardando con occhi languidi, il ciambellone con la granella di zucchero che lei aveva sfornato il pomeriggio precedente. Così ne tagliò una fetta abbondante per l’inaspettato ospite e andò alla cucina economica per scaldargli una tazza di caffèlatte. Ma, accipicchia! Non aveva fatto in tempo a girarsi che la fettona di ciambellone era già sparita nella pancia dello gnomo. Aspettò di servirgli anche la bevanda prima di tagliarne un’altra, ma lui fu più lesto e si impadronì della metà torta restante e in quattro bocconi la inghiottì. Accipicchia! Esclamò la vecchia! Ma da quanto tempo non mangiavi? “Fffreupr@@##!!!”, sì doveva essere proprio tanto tempo. Visto che era ancora in piedi sulla sedia, Emma si avvicinò e, lesta quanto lui, estrasse dalla tasca della gonna il suo centimetro da sarta arrotolato e gli misurò le spalle, la lunghezza della braccia, la lunghezza della vita e della schiena, la circonferenza delle braccia, del torace, della pancia e della vita. Lo gnomo guardò in silenzio mentre lei gli prendeva le misure. Quando gli fece cenno di sollevare la giubba per misurare la lunghezza del cavallo dei pantaloni, riuscì anche ad arrossire e chiuse gli occhi. Lei sorrise, non erano molti i maschi così pudici, di solito si offrivano sfrontatamente alle sue mani, ma lui no, lui era diverso. Sotto la giubba c’erano anche un gilet verde e rosso, sopra una camicia e una canottiera di lana. Sotto i pantaloni portava di sicuro dei mutandoni di lana, perché così si usava in quei tempi. E anche dei calzettoni di lana grezza che dovevano fargli prurito sotto ai vecchi stivali. Prima che lui ricominciasse a imprecare, mise a scaldare un pentolone d’acqua per fargli fare il bagno e andò nel ripostiglio a cercare quegli stivali da ragazzo che non sapeva neanche più perché fossero lì. Allo gnomo si illuminò lo sguardo quando vide le calzature nuove e quando lei gli indicò la bagnarola pronta a essere riempita, fece per protestare, ma poi cambiò idea e fece cenno di sì con il testone che non teneva più ciondoloni ma che stava ben ritto sul collo. Dopo avere riempito la bagnarola, la schermò con il paravento che teneva chiuso in un angolo, mise in mano all’ometto un pezzo di sapone di Marsiglia e un grande telo da bagno e gli fece cenno di andare nella vasca. Lo gnomo obbedì senza fiatare.

Curiosi di sapere cosa succede poi? Anch’io e lo scopriremo domani, per oggi, domenica 12 dicembre del secondo anno senza Carnevale dobbiamo accontentarci dell’inizio di una nuova storia. Questa Cronaca 644 ridacchia, perché pensa di sapere cosa accadrà domani. Ma lo sa davvero? Intanto che vada anche lei a farsi un bagno prima di andare a dormire.

lunedì 29 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/631. Alla finestra insieme al maestrale, vediamo meglio ogni tramonto

 


Girare il tempo come fosse un foglio, ogni giorno una pagina, cercare almeno un’immagine per ricordare com’era. In tutto quel vento di questa giornata, l’immagine per me è quella di una portinaia che spazza la soglia di un garage, cercando di ammucchiare le foglie degli aceri che abitano nella via. A ogni colpo di ramazza, dove lei è riuscita a fare un mucchietto, segue una folata di vento gelido, se ho capito la rosa dei venti quello odierno è il vento di maestrale. Un vento che non lascia scampo alla nuvole e alle ombre. Tutto riluce e splende e brilla. Nel giardino a risplendere sono i melograni e i cachi, mentre le foglie sono quasi tutte cadute anche qui, nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia.

 

 

 

Quando il vento lascia cadere papaveri e spighe

 

 

In quanto tempo il frutto

diventa inverno? Dalla ringhiera

ho teso la mano e il frutto

era una mela, la conoscenza

originaria e il paradiso non

più solo un’ipotesi. Ho teso

la mano e ho colto un fico,

era l’estate, l’ultima estate

prima dell’inverno del nostro

scontento. Poi ho teso ancora

la mano che non era più forte

e il tempo mi ha consegnato

un melograno. Allora sono scesa

nell’Ade in cerca di compagnia e

Persefone ricamava rose sul bordo

di un lenzuolo e lui, lo sposo

infernale, batteva il ferro e

rovesciava gli occhi in preda

a una visione. Lei era in un campo

di grano con la madre e lasciava

cadere spighe e papaveri nel

campo letterario che avevo

arato. Era estate e in un momento

il frutto è diventato inverno. Dove

noi siamo qui, ora.

 

 

È proprio così, un momento siamo nel pieno delle forze e della giovinezza, una folata dopo sentiamo le forze affievolirsi e un’altra età affacciarsi alle nostre membra. Così dalle finestre del nostro corpo vediamo meglio il tramonto che l’alba. Ma questo non muta il nostro stato d’animo, siamo pieni di gioia e di gratitudine per avere vissuto un’intera giornata sospinti, toccati e stimolati da tutto quel vento. “Anche noi risplendiamo in questa luce”, mi dice la Cronaca 631 di lunedì 29 novembre del secondo anno senza Carnevale.

martedì 23 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/625. I filamenti di luce che accendono la giornata

 

 


 

Quando le stagioni arrivano è la luce che lo annuncia, muta intensità e colore, e noi non possiamo che piegare lo sguardo sotto le nuove tonalità. Amo la luce azzurra dei freddi tramonti novembrini e questo nuovo scarto della luce so che entrerà in una poesia, in una Cronaca o anche solo in un appunto che resterà nel suo quaderno. Vorrebbero unirsi al coro della luce anche gli alberi, ma non trovano modo di inserirsi in un canto che solo la luce conosce e capisce e tutte le altre creature possono solo intuire. La minima variazione fa vibrare le corde invisibili del creato, la luce è l’unica prova evidente che l’universo è energia prima ancora che massa, che il tempo è una nostra narrazione e che le nostre parole e immaginazioni riescono a rendere conto solo di una minima parte, una parte residuale, dell’immenso mistero che abitiamo e che ci abita. Mi piace tirare uno di questi fili luminosi che accendono la giornata e tirarlo per vedere dove mi porta. A volte diventa una storia nuova, a volte una poesia, la maggior parte delle volte diventa il filamento di luce che era già e resta sospeso nell’aria come una farfalla o una foglia, sino a quando non svanisce o non cade a terra. Un filamento di luce caduto sceglie di solito una foglia per cadere, è questo il motivo per cui le foglie autunnali si accendono di colori meravigliosi.

 

 

La luce che non ci appartiene

 

Se dico luce ognuno comprende

cosa annuncio: un giorno nuovo,

il sole che sale, un’intuizione,

una vita che nasce. Anche quando

pronuncio a voce bassa ombra,

ognuno comprende e vede

la luce infrangersi sui corpi

opachi di persone e cose. Ombra

non è buio, il buio arriva prima,

è la condizione originaria da

cui la luce scaturisce. Come lo

è il silenzio per la parola, è

il nido ed è anche lo scoglio

dove le onde del senso devono

infrangersi per permettere

alle parole di risplendere e dire

la luce, anche quella che non

ci appartiene, anche quella che

verrà dopo di noi.

 

 

 

La vita è fatta davvero di poco, di piccole contemplazioni, di ricordi che ci saltellano in testa come le rane nello stagno, di una buona conversazione con un amico, di una parola o di un gesto d’amore, di un libro nuovo appena comprato per irresistibile impulso. A volte il libro se ne sta da anni su un ripiano della nostra biblioteca ed è bello scoprirlo e riscoprire perché lo avevamo comprato.

Ci sono foglie secche e una tazza di tè sulla mia scrivania, una raccolta di racconti fantastici scelti da Borges, il manoscritto del nuovo libro di poesie di Danilo Bramati per cui voglio scrivere una nota di lettura, molte penne colorate, molti quaderni. Ho qui con me tutto il mondo che mi serve perché nelle fredde giornate novembrine sto chiusa in casa, lavoro, scrivo, penso, leggo e torno a scrivere, mi lascio portare dai pensieri e dalle immaginazioni. Anche questa Cronaca 625 di martedì 23 novembre del secondo anno senza Carnevale respira la mia stessa aria e contempla la mia stessa luce e dopo un giretto davvero breve, torna ad acciambellarsi nella sua cesta accanto al fuoco.

domenica 21 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/623. Dove le foglie sillabano con le ghiandaie

 

 


Una domenica a raccogliere foglie e parole con la stessa caparbia intenzione. Ho riempito metà quaderno di appunti e l’altro di foglie di acero rosso, di acero riccio e di betulla. Nelle foglie cerco quella sfumatura nel coloro o nella forma che renda proprio quella foglia unica e irripetibile e il pensiero di lasciarla sbriciolare a terra, insostenibile. Intanto che raccolgo foglie mi viene in mente la vecchia e maestosa quercia che stava dietro la casa di mia nonna paterna, in Calabria.

 

 

Nel vento scrivo le parole

 

Resto laterale sempre,

una quercia centenaria

sul bordo del campo di

grano, circondata di

ulivi e fichi, il fiume

poco lontano. Scrivo nel

vento le mie parole, lascio

le foglie a sillabare con

le ghiandaie e offro la mia

ombra per il riposo e

il gioco dei bambini. È così,

le nuvole si contendono

le mie storie, ma tutto

passa e vanno dove devono

le immaginazioni, mentre io

resto sul bordo del campo

di grano, a meditare.

 

 

Ho raccolto così tante foglie e scritto così tanti appunti che mi sento le mani anchilosate e, così, questa sera, lascio la Cronaca libera di andare e la faccio corta, più corta del solito.

Oggi è domenica 21 novembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 623 sta cercando di ritrovare la mia quercia. Oggi è iniziato il mese con i giorni più corti dell’anno, sarà così fino a Natale, poi la luce comincerà a riprendere spazio e noi a sognare, non solo a dormire.

sabato 20 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/622. Le nuvole in una stanza sono sempre nuvole

 

 


 

Non è che una piccola nube, grigia, oblunga e bassa. Se ne sta in mezzo alle altre nubi che si spostano lente sulla città mai più silenziosa. È molto curiosa la piccola nuvola e vorrebbe scendere ancora un po’ per vedere cosa succede laggiù sulla terra. Ma il tuono la ferma e le insegna che quando si scende troppo, un solo destino è inevitabile, sciogliersi in vapore acqueo se l’aria è troppo calda, rapprendersi in pioggia se, invece, è fredda. Il vento le suggerisce di restare in ordine, nell’ordine delle nuvole ben inteso che non è quello che intendiamo noi umani, di restare nella formazione e imitare le mosse delle nuvole più anziane, quelle che hanno anche più di un giorno e non solo una mezz’ora come lei. La piccola nube annuisce, come fanno le nuvole e noi umani non capiamo, si mette in fila ben impettita e poi lascia che tutte le altre nuvole, quasi tutte grigie, qualcuna bianca ma molto, molto opaca, le sfilino davanti come un gregge di pecorelle, similitudine che a loro, gli umani, cioè noi piaceva moltissimo usare. Quando fu certa di essere rimasta in coda, ecco che trattiene il respiro, che è un respiro da nuvola e non assomiglia a nessun respiro umano, e non solo resta indietro, ma può proprio scendere, con le dovute precauzioni, verso la terra che tanto l’attira. L’aria è mite in quel momento, il vento continua a stare dietro al gregge e i tuoni borbottano come vecchietti addormentati davanti all’osteria. Scende e scende la piccola nuvola, sino a quando inizia a distinguere le auto colorate, sono quasi tutte grigie come le nuvole a ben guardare, e si muovono su strisce di terra molto scura con linee intere e linee spezzate bianche che le dividono in due.

 

 

 

La catena dell’ombra e della terra

 

 

Delle nuvole è il cielo, come

degli uccelli e delle foglie.

Ma anche dei sognatori è il cielo,

lo sanno nuvole e uccelli, un po’

meno le foglie perché sono intente

a seguire la melodia che le

condurrà a terra per accorgersi

che ci sono sogni e immaginazioni

sparpagliati nei cieli e nessuno

ne conosce i proprietari, nessuno

vuole scoprire che un sogno lieve

è dell’uomo triste, nessuno vuole

carpire il segreto della ballerina

che volteggia, del fiore che sboccia.

Forse il cielo è di chi lo guarda, forse

non esiste un solo cielo, forse esiste

un cielo per ogni sguardo che si

alza e smette di sentire la gravità

che ci incatena all’ombra e alla terra.

 

 

 

 

Scende e scende, ancora sempre più vicina ai palazzi, talmente vicina che vede i tetti, conta le tegole e come può resistere a quella finestra aperta? Entra la piccola nube e subito si accorge di essere un po’ meno grigia e un po’ più bianca. È contenta, si rilassa, ma poi l’uomo con i pennelli la vede e se ne innamora all’istante, chiude la finestra e scivola sino alla soglia, da dove può fotografarla. Così la piccola nuvola diventa un’opera d’arte e per me un pretesto per scrivere questa nuvolosa Cronaca 622 di sabato 20 novembre del secondo anno senza Carnevale. Mentre scrivevo mi sono venute in mente le nuvole in una stanza dell’artista olandese Berndnaut Smilde e ho preso in prestito una delle sue immagini.

venerdì 19 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/621. Storia di un albero, di una foglia, di un quaderno e della bambina con la cartella rossa

 



Salto o non salto? Non è che la prospettiva mi arrida poi molto. È inutile che tutti quanti continuino a dirmi che si tratta solo di fiducia, che è un momento, che non mi succederà niente di male. Ma io non mi fido. Già quando si è trattato di uscire la prima volta sono stata l’ultima, stavo così bene lì dov’ero. Ma poi mi hanno spinta fuori, non so bene chi. E mi sono ritrovata immersa in quella luce accecante che mi pizzicava dappertutto, un vero trauma all’inizio. Poi però mi sono abituata, era bello starsene lì al sole, a rigirarsi senza nient’altro da fare che essere me stessa, che vivere.

Salto o non salto? Non mi piacciono i cambiamenti e so che una volta che il salto sarà fatto, mica mi faranno tornare indietro, qui non ci potrò tornare mai più, tocca ad altri mi hanno detto, io devo ricominciare il ciclo dall’inizio e, per farlo, devo saltare. Appunto, salto o non salto?

La mia livrea ha di nuovo cambiato colore, non so fino a quando resterà di questo bel giallo acceso, vedo le punte che già cominciano a diventare più scure. Se resto quassù magari divento tutta marrone che non è un colore che amo. Se salto resterò gialla ancora per un po’, prima di svanire. Ma mica si svanisce davvero, l’albero racconta che sulla terra si ridiventa terra e acqua, poi linfa o vapore e si sale, su, su nei rami o nelle nuvole e poi si scende e si torna giù con la pioggia e la nostra essenza riconosce sempre la strada di casa, sempre ritroviamo il nostro albero e il nostro ramo, sempre ritorniamo.

 

 

 

L’indecisione della caduta

 

Cado anche se non

vorrei, cado senza vento

e cado seguendo questo

vento che non mi porterà

al mare, ma poco lontano

dal mio ramo. Sono caduta

su un letto soffice di altre

foglie cadute prima di me.

Le riconosco, ci sorridiamo.

Cado perché questo è il mio

destino, essere foglia, polvere,

linfa e poi neve. Non importa

il colore, non la forma, perché

so che sempre il mio albero

mi riconoscerà.

 

 

Salto o non salto? Ho ascoltato tutte le leggende, so che devo saltare, meglio farlo adesso che sono bella gialla e ancora vigorosa. Salto, il vento mi sostiene, le nuvole sono sempre più lontane, ma mi sorridono ancora. Ecco che arrivo e mi adagio accanto alle foglie mie sorelle. Poi accade la cosa, quella imprevista, quella di cui ho sentito parlare dalle rondini e dai rami più antichi. Arriva una bambina con la cartella rossa, si china, inizia a scegliere. Nessuna di noi grida “Prendi me! Prendi me!”, anzi, cerchiamo di nasconderci. Ma poi tocca a me, la bambina mi sceglie, mi spolvera, sorride e apre la cartella che mi inghiotte. È buio, non so dove mi sta portando e non riconosco subito il posto, quando mi estrae e mi mette su uno strano albero orizzontale ricoperto di altre cose di quelle che amano gli umani. Mi deposita sul piano, prende un grande quaderno dove riconosco l’odore di altri alberi che ho conosciuto. So che si chiama quaderno perché dal mio ramo lo vedevo questo aggeggio che loro chiamano tavolo, ma non sapevo che una volta lui e il quaderno erano alberi. Ma allora si può continuare a essere se stessi anche lontano dal nostro albero originario? Sì che si può mi dice il tavolo, sììììì mi sibila il quaderno, presto lo capirai anche tu. La bambina mi prende, mi gira e mi rigira, poi mi incolla su un foglio e scrive: “Foglia del platano riccio, l’albero bellissimo che sta davanti alla mia finestra. Milano 19 novembre del 2021”.

 

La piccola foglia ancora non si capacita di come farà a resistere chiusa in quel quaderno, anche se sente altre foglie che sono state incollate prima di lei e anche molte e molte stagioni fa.

Non so come finirà questa storia, intanto il mio quaderno è pieno di foglie bellissime, ne conviene anche questa Cronaca 621 di venerdì 19 novembre del secondo anno senza Carnevale.

giovedì 18 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/620. Essere un melograno, una castagna o un riccio? Essere betulla e la steppa tutta intera

 



Inizia con una vertigine il tempo questa mattina, ancora indeciso sul colore del mantello autunnale. Ma poi prevale il giallo in tutte le sue sfumature e la città mai più silenziosa si incendia d’oro e abbacina gli occhi. Esco a fare una passeggiata a ora di pranzo, il sole è caldo, mi siedo qualche minuto su una panchina, lascio che le immaginazioni spontanee se ne vadano a spasso in tutta libertà. E sono indecisa se essere un melograno, una castagna o un riccio. Essere il contenuto o il contenitore? Nell’abbondanza dei doni scelgo di essere un riccio appena caduto e non ancora raccolto. Sul sentiero passerà qualcuno ed esclamerà “Ma che belle castagne!”, e raccoglierà i miei frutti e io sarò felice di essere stata così a lungo in compagnia di quei bei frutti lucidi e marroni.

La vertigine del tempo non si è placata con i colori e i frutti, ora che tutto è addobbato, i lupi sono sbucati dal sentiero dove inizia il bosco, non stanno cercando cibo ma compagnia. Nella Casa delle Parole gli abitanti sono tutti intenti a scrivere le loro storie e le loro poesie, così non li disturbiamo e usciamo di nuovo a girovagare nella brughiera. Ci sono macchie di erica rosa qua e là, nuvolette come pecorelle e immagini d’Irlanda che occupano tutto lo spazio negli occhi. Sulla nostra sinistra ci sono i boschetti di betulle che stanno solo aspettando la neve per diventare steppa siberiana. Dall’altro ci sono i boschi di castagni e lecci che stanno intorno alla casa rosa di Soliva. Una casa che ho tanto amato e che ora vive solo nei ricordi e nelle fotografie. Ci sarà ancora il roseto rampicante sul lato meridionale? E i due immensi abeti dell’Himalaya? In questa terra ai piedi delle Montagne della Nebbia posso evocare tutti gli alberi che ho amato e vederli apparire come per magia. Questo accade nelle lande dell’immaginazione, quando lasciamo che nostalgia e desiderio declinino nuove immagini nella nostra mente.

 

Quando il tempo è un lupo accucciato accanto al fuoco

 

Si muove piano il lupo della

nostalgia, mi segue, mi odora,

non ulula e poi mi segue nella

brughiera e monta la guardia.

Poi si accuccia ai miei piedi

quando accendo il focolare e

sonnecchia insieme alle castagne

che ancora riposano nei loro ricci.

Saranno i melograni a dare la sveglia?

Un guizzo di vitalità, un falso

movimento? No, se ne stanno

sul tavolo quieti i melograni,

insieme alle mele e alle castagne.

L’aria profuma di legna bruciata

e del tè nero che ho appena

preparato. Il lupo è il tempo,

più che la nostalgia,

ulula di notte quando la luna

chiama e tutti rispondiamo.

Confusi tra i cespugli della

brughiera e le betulle che

biancheggiano nella luce lunare.

Non ci sono altre svolte nel

sentiero, tutte le direzioni

portano verso la nostra casa.

 

 

 

Vorrei essere una melagrana stasera, non l’albero, ma proprio il frutto, tutta rossa e tondeggiante, aggrappata al ramo sino a quando qualcuno non verrà a raccogliermi e i semi rossi saranno poesie nuove per le nuove Cronache dei giorni che verranno.

Oggi è giovedì 18 novembre del secondo anno senza Carnevale, una giornata luminosa e soleggiata, ma dove le ambulanze hanno ricominciato a percorrere le strade del quartiere, oggi ne ho contate sette.

lunedì 15 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/617. La felicità delle nuvole, della pioggia e delle ultime foglie

 

 


 

È una giornata di novembre, piovosa e uggiosa, dovresti avere lo stesso umore, così esci di casa e ti incammini sotto la pioggia. Così camminando sotto la pioggia scopri che la pioggia non è mai triste, non solo, scopri che la pioggia è felice. Inizi così a parlare con le gocce che scendono e le gocce rispondono con voce lieta e un coro scende verso la terra e un coro sale verso il cielo. Essere in quello che si è, essere quello che si è, forse la capacità di essere felici inizia proprio ascoltando il canto della pioggia.

Con la pioggia cadono, d’autunno anche le foglie, forse loro sono tristi? Forse stanno rimpiangendo il vigore dell’estate e lo splendore del cielo? No, le foglie d’autunno amano la loro livrea rossa o gialla, amano l’ultimo valzer che danzano col vento intorno al loro albero. Amano cadere vicino all’albero madre le foglie, ma amano anche l’ultimo vagabondaggio che le porta lontano, a conoscere altri alberi stranieri e poi ad adagiarsi dove la terra le sta chiamando. Ti chiedi allora se sono tristi le nuvole che vagano nel cielo, si sfaldano, si trasformano in pioggia o in vapore. Ma scopri che la felicità sta nella continua trasformazione, che niente le potrebbe rendere infelici se non la solita forma, diventare una scultura, l’immobilità, questa sarebbe l’infelicità. Mutare è la condizione per stare in questa realtà, accettare il tempo e tutte le trasformazioni che ci legano al suo eterno mutamento.

 

 

 

 

Il silenzio e l’ultima caduta

 

Non possiamo dire felice

cosa che non sia caduta

almeno una volta. Felice

è chi conosce la caduta e

la gioia del rimettersi in

piedi e poi del cadere ancora

e ancora. Felice è chi si

abbandona all’eterno

mutare delle nuvole e del

vento. Non senti come soffia

tra il tuo collo e il cielo?

Non senti che la notte ti

darà sia il riposo che l’ombra,

ti darà il coltello per lacerare

questa tela della realtà e una

penna con abbastanza inchiostro

per scriverne la forma e

immaginare il respiro, il tempo

e poi il silenzio, la fine e

l’ultima caduta.

 

 

Anche oggi, lunedì 15 novembre del secondo anno senza Carnevale, ho ascoltato la pioggia cadere e ho scoperto verità che mi erano ignote e questa Cronaca 617 ancora sta aspettando che la pioggia termini il suo canto.