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domenica 10 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/63: le nuvole sono i pensieri degli amanti separati


Il tempo ha una durata diversa la domenica pomeriggio, non passa mai, si condensa e assume una forma di pietra, ma una pietra che ha voce e canta la nostalgia.

Anche le nuvole non sono nuvole e basta ma pensieri che vagano tra una casa e l’altra e portano messaggi e desideri, speranze e un fuoco che non si estingue.

Come è difficile restare lontano, anche “T. S. Eliot ha scritto in una poesia dedicata alla moglie che due innamorati «profumano uno dell’altro» e «pensano uguali pensieri» e «si sussurrano uguali parole» che non hanno bisogno di significato». L’amore è anche una rivoluzione linguistica tra due persone”.

Per questo le nuvole sono anche un alfabeto amoroso che solo gli amanti sanno decifrare e anche il vento fa parte di questa lingua d’amore che scuote i sensi fino a farci tremare.

“Scuote l’anima mia Eros,
come un vento sul monte
che irrompe entro le querce,
e scioglie le membra e le agita
dolce amaro indomabile serpente”.

Come i pensieri non possono scegliere la forma della nuvola che saranno, così l’amante non sceglie l’amato.

Si è sempre scelti da un altro desiderio, è lo sguardo di un altro che ci dà forma, è il suo respiro che ci dà aria.

Così l’idea di un Paradiso su questa povera e bellissima terra, prende forma e ci guida.

Il desiderio è la nostra bussola, come saremo una volta arrivati alla nostra isola dell’Amore?

Lo chiedo alle nuvole che rispondono disponendosi ad anfiteatro, saremo noi amante e amato a dare la risposta?

Ma l’Amore ama più le domande che le risposte, ormai dovrebbe essere evidente.

Quindi mi accodo alle nuvole in silenzio e lascio che il silenzio di questa domenica pomeriggio tessa risposte sensate e accarezzi quel volto lontano che non potrò accarezzare.

La felicità è anche questa lontananza che esplode in mille rivoli come una cascata dopo il gelo invernale.

La gioia è sentire il sangue che scorre all’unisono con la linfa dell’albero più amato.

L’ebbrezza è il profumo del gelsomino che segue la linea dei tuoi passi e mi mostra i tuoi occhi, come solo io li conosco.

È tempo di fidarsi di queste nuvole e sciogliere gli ormeggi e lasciare che l’amore prenda voce in ogni angolo del mondo.


Oggi le nuvole, sono i pensieri degli
amanti separati, salgono
verso il cielo da case affollate
o sbarrate, non si curano dei
passanti, non giocano con
i cani, si fermano solo a
respirare il gelsomino, contendono
il vento alle nuvole della pioggia.
Ma il vento non fa differenza e le
abbraccia. Lascerà andare le nuvole
degli amanti verso altre case
silenziose e se sarà pioggia, non
sarà d’acqua.
E le altre? Le nuvole di tutti i
giorni?
Veleggiano quiete e sorridono.
Questi sono gli sprazzi di 
cielo di un pomeriggio domenicale.


La poesia è mia, l’ho scritta questo pomeriggio sotto un cielo di nuvole pellegrine.
Anche la fotografia è di questo pomeriggio.
La citazione con T. S. Eliot è di Armando Torno. Piccola storia dell’amore (credo).
Il frammento di Saffo, ulteriormente accorciato a uso di questa Cronaca, è nella versione di Salvatore Quasimodo.



sabato 6 gennaio 2018

per l’eternità di un pomeriggio

Nelle città straniere  


                                            A Zbigniew Herbert 


Nelle città straniere c’è una gioia sconosciuta, 
la fredda felicità di un nuovo sguardo. 
Gli intonaci gialli delle case, sui quali il sole 
si arrampica come un agile ragno, esistono 
ma non per me. Non per me furono costruiti 
il municipio, il porto, il tribunale, la prigione. 
Il mare scorre per la città con una marea 
salata e allaga le verande e le cantine. 
Al mercato i prismi delle mele, piramidi 
che svettano per l’eternità di un pomeriggio. 
E pure la sofferenza non è poi così 
mia: il matto locale farfuglia 
in una lingua straniera, e la disperazione 
di una ragazza sola in un caffè è come 
il frammento di una tela in un cupo museo. 
Le grandi bandiere degli alberi si agitano 
al vento così come nei luoghi 
a noi noti, e lo stesso piombo fu cucito 
negli orli di lenzuola, di sogni, 
dell’immaginazione folle e senza casa

Adam Zagajewski

Dalla vita degli oggetti
poesie 1983-2005 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

martedì 24 gennaio 2017

L’ora giusta è il pomeriggio e la stagione l’inverno

A zonzo: un’avventura londinese / 1

Nessuno forse s’è mai tanto appassionato a una matita. Ma ci sono circostanze in cui possederne una può diventare desiderabile all’estremo; momenti in cui ci mettiamo in mente di avere un oggetto, uno scopo, una scusa per attraversare Londra tra l’ora del tè e l’ora di cena. Come chi va a caccia di volpi lo fa per preservare la razza dei cavalli, e chi gioca a golf per preservare degli spazi aperti, non invasi da costruzioni; allo stesso modo, quando ci prende la voglia di andare a spasso, la matita serve da pretesto e alzandoci diciamo: «Devo proprio comprarmi una matita»; come se con questa scusa potessimo senza rischi indulgere al massimo tra i piaceri che offre la vita in città d’inverno – andare a spasso per le strade di Londra.

L’ora giusta è il pomeriggio e la stagione l’inverno, perché d’inverno la limpidezza champagnina dell’aria, le strade piene di gente sono gradite. Non è come d’estate, non siamo tentati dal desiderio dell’ombra, della solitudine, dell’aria dolce che viene dai campi di fieno. L’ora serale, inoltre, ci dà l’irresponsabilità che il buio e la luce delle lampade permettono. Non siamo più noi. Appena usciamo di casa, ed è un bel pomeriggio tra le quattro e le cinque, ci spogliamo dell’io che gli amici ci riconoscono e diventiamo parte di quel vasto esercito repubblicano di anonimi vagabondi, la cui compagnia è tanto più gradevole dopo la solitudine della nostra stanza. Perché lì sediamo circondati da oggetti che in eterno esprimono la stranezza del nostro temperamento e ci impongono il ricordo della nostra esperienza. Quella coppa, per esempio, sulla mensola del camino l’abbiamo comprata a Mantova, era un giorno ventoso. Stavamo già uscendo dal negozio, quando la vecchia signora dall’aria sinistra ci tirò per l’orlo del vestito e disse che sarebbe morta di fame un giorno o l’altro, ma «la prenda!» gridò, e ci piazzò in mano la coppa di porcellana azzurra e bianca, come se non volesse che mai più nessuno le ricordasse la sua stravagante generosità. Così, sentendoci in colpa, pur sospettando di essere stati fregati, ce la riportammo all’alberghetto, dove nel mezzo della notte il proprietario si mise a litigare con la moglie con tale violenza che tutti ci affacciammo nel cortile a guardare, e vedemmo le viti attorte alle colonne e le stelle bianche in cielo. Il momento si fissò, si stampò in modo indelebile come una moneta, tra milioni di altri che si sono impercettibilmente persi. E lì c’era anche l’inglese melanconico, che tra le tazzine del caffè e i tavolini di ferro s’alzò e rivelò i segreti della sua anima – come fanno di solito i viaggiatori. Tutto ciò – l’Italia, la mattina ventosa, le viti attorte alle colonne, l’inglese e i segreti della sua anima – si levano ora come una nuvola dalla coppa di porcellana che sta sulla mensola del caminetto. E se gli occhi ci cadono sul pavimento, ecco la macchia scura sul tappeto. È stato Lloyd George a farla. «Quell’uomo è diabolico!» disse Cummings, posando a terra il bollitore con cui stava riempiendo la teiera e facendo così quel cerchio scuro sul tappeto.
Ma appena la porta si richiude dietro di noi, tutto ciò svanisce. Il guscio che l’anima nostra ha secreto per proteggersi, per differenziarsi nella forma dalle altre, si rompe, e di tutte quelle pieghe e durezze rimane al centro un’ostrica di percezione, un enorme occhio. Com’è bella una strada d’inverno! È al tempo stesso rivelata e oscura. Qui vagamente si intravedono lunghi viali dritti, simmetrici, di porte e finestre; qui sotto i lampioni galleggiano isole di luce fioca, li attraversano velocemente uomini e donne per un istante luminosissimi, i quali pur con tutta la loro povertà prendono un aspetto di irrealtà, un’aria di trionfo, come se fossero sfuggiti alla trappola tesa loro dalla vita e la vita, delusa, senza preda, andasse comunque avanti senza di loro. Ma in fondo non facciamo che scivolare sulla superficie. L’occhio non è un minatore, non è un tuffatore, né uno scopritore di tesori sepolti. Ci trasporta dolcemente lungo la corrente, si ferma, si arresta, il cervello forse dorme mentre guarda.
Com’è bella una strada di Londra a quest’ora, con le sue isole di luce, le sue lunghe macchie di ombra, da un lato un boschetto, un prato, dove con naturalezza la notte si raccoglie per dormire e camminando lungo le inferriate si sentono quei leggeri scricchiolii, quei brusii di rami e di foglie, che fanno supporre tutto intorno il silenzio dei campi, il grido di una civetta e lontano giù nella valle il fischio di un treno. Ma ci sovviene che siamo a Londra; in alto, tra i rami nudi stanno appesi degli oblunghi riquadri di luce gialla rossastra – finestre; punti di brillantezza bruciano uniformi come stelle basse – lampioni; questo terreno vuoto, che racchiude in sé la natura e la pace, è semplicemente una piazza, tutta attorniata di uffici e case, dove a quest’ora luci potenti rifulgono su mappe, documenti, scrivanie dove gli impiegati inumidendosi le dita voltano archivi di infiniti carteggi; o più soffusamente la luce del camino ondeggia e la luce della lampada ricade nell’intimità di un salotto, con le sue poltrone comode, le carte da parati, tazze e bicchieri, il tavolo intarsiato e la figura di una donna, la quale con accuratezza misura l’esatto numero di cucchiaini di tè che – ora guarda alla porta come se avesse sentito suonare il campanello al pianterreno e qualcuno che chiede, è in casa?.
Ma qui è d’obbligo fermarsi. Rischiamo di scavare più di quanto l’occhio non voglia, ostacoliamo il flusso naturale della corrente, magari rimanendo attaccati a un ramo, a una radice. In qualsiasi momento l’esercito addormentato può tirarsi su e risvegliare in noi mille violini e trombe in risposta; l’esercito degli esseri umani può riscuotersi e riaffermare tutte le sue stranezze e sofferenze e miserie. Attardiamoci ancora un po’, accontentiamoci della superficie soltanto – il lucido brillante degli autobus, lo splendore carnale delle macellerie con i loro cosci gialli e le bistecche rosso porpora, i mazzi blu e rossi di fiori che ardono così eleganti dietro le vetrine dei fiorai.

Virginia Woolf
Voltando pagina
Saggi 1904-1941
a cura di Liliana Rampello
Il Saggiatore 2011

mercoledì 7 dicembre 2016

nella sua danza di rosa smemorata

Il tempo viene nella sua danza di stella impazzita 


Dove sono le nevi del tempo passato? 
Dove le belle dame? 
Se gioco con un ricordo sto 
tenendo tra le mani qualcosa 
che ho o qualcosa che 
ho perduto? Se fugge 
l’istante che non so scrivere 
mi resta lo scrivere di 
questa fuga bislacca. 
Però vorrei sapere, una cosa 
davvero vorrei sapere, quanto 
è grande il magazzino che 
tiene a riposo tutto il tempo 
perduto. Non so se cercare 
da un letto in una stanza 
chiusa sia più efficace del 
contemplare il mare in un 
pomeriggio di bonaccia. 
Ma il tempo non torna, 
il tempo viene nella sua danza di 
stella impazzita, nella 
sua danza di rosa smemorata, 
il mio patto è questo, 
io lascio che passi, purché 
in cambio la pagina sia 
colma delle parole, non 
solo le mie che tu stai 
leggendo, ma più di tutto 
le tue che io non vedo 
ma che la tua voce mi 
porterà all'orecchio roca 
di fumo e di dolore.

Elena Petrassi
Scrivere il vento

Atì editore 2016

martedì 11 ottobre 2016

mi duole questo colore sulla nube - mi fa male il tempo

Sera grigia


Mi duole in petto la bellezza; mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos
traduzione di Nicola Crocetti
Poesia n. 278 gennaio 2013

martedì 10 maggio 2016

Nel cielo turchino la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito

Mattina a Vicenza
In memoria di Iosif Brodskij e Krzysztof Kieslowski 

Il sole era così fragile, così giovane,
che un po’ temevamo per lui; un gesto distratto
poteva scalfirlo, persino un grido se qualcuno avesse 
gridato poteva minacciarlo; solo alle rondini in volo
dalle ali temprate, come fuse in uno stampo di ghisa,
era concesso stridere forte, poiché la loro infanzia
era stata breve, colma d’affanno, in nidi d’argilla,
insieme ai fratelli, minuscoli, folli pianeti,
neri come more silvestri.
Nel piccolo caffè un cameriere assonnato sotto i suoi occhi
confluivano le ultime ombre della notte cercava spiccioli
in una tasca fonda, e il caffè profumava solenne
d’inchiostro di stampa, di dolcezza, d’Arabia. Nel cielo turchino
la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito.
Ti guardavo come se fosse la prima volta.
Persino le colonne del Palladio
parevano sorte in quell'istante, emerse dalle onde dell’alba
come Venere, la tua sorella maggiore.
Iniziare di nuovo, contare le perdite, contare i caduti,
iniziare un nuovo giorno, anche se non ci siete più, tu,
che due volte abbiamo seppellito e pianto
hai vissuto due volte più degli altri, in due continenti,
in due lingue, nella realtà e nella fantasia –, e tu, dal viso affilato,
e dallo sguardo che ingrandiva oggetti e cuori (sempre troppo minuscoli).
Non ci siete e per questo noi ora condurremo una duplice vita,
nella luce come nell'ombra, nell'abbagliante sole del giorno
e nel freddo dei corridoi di pietra, nel lutto e nella gioia.


Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

martedì 29 dicembre 2015

e fisso il cielo – vedo là, tra le nuvole, un tavolino che oscilla

Di questo tavolino al caffè,
dove nei pomeriggi invernali brillava 
un giardino di brina,
sono rimasto io solo.
Potrei entrare, se volessi, 
e tamburellando con le dita nel freddo vuoto
convocare le ombre.

La nebbia d’inverno sul vetro è la stessa,
ma non entra nessuno.
Il mucchietto di cenere,
la macchia di putredine coperta dalla calce
non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Prendiamoci una vodka.

Incredulo tocco il marmo freddo,
incredulo tocco la mia mano:
è così – io sto nel divenire della storia
e loro sono chiusi ormai per tutti i secoli
nel loro ultimo detto, nel loro ultimo sguardo.
Lontani, come l’imperatore Valentiniano,
come i duci dei Massageti, di cui non si sa nulla –
sebbene sia passato solo un anno, o due, o tre.

Posso ancora fare il boscaiolo nel lontano nord,
parlare da una tribuna o girare un film
con metodi che loro non hanno conosciuto.
Posso scoprire il sapore che ha la frutta delle isole oceaniche,
farmi fotografare vestito come usa nella seconda metà del secolo.
Ma loro ormai per sempre sono ridotti a busti in jabot e frac
di un mostruoso Larousse.

Pure talvolta, quando il crepuscolo colora i tetti della povera via,
e fisso il cielo – vedo là, tra le nuvole,
un tavolino che oscilla. Il cameriere volteggia col vassoio,
e loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano di un uomo.
E loro lo sanno, lo sanno bene.

Czesław Miłosz
La fodera del mondo
Salvezza
traduzione di Valeria Rosselli
Fondazione Piazzolla
Roma 1966  

venerdì 12 giugno 2015

Il momento che preferisco per scrivere è il tardo pomeriggio

Purezza

Il momento che preferisco per scrivere è il tardo pomeriggio,
giorni lavorativi, in particolare mercoledì.
Questo è quel che faccio:
porto una teiera di tè appena fatto nel mio studio e chiudo
                                                                         [ la porta.

Mi tolgo i vestiti e li lascio in un mucchio
come se fossi morto sciogliendomi e il mio lascito fosse solo
una camicia bianca, un paio di pantaloni, e una teiera di tè
                                                                        [ non più caldo.

Poi mi tolgo la pelle e l’appendo a una sedia.
La sfilo dalle ossa come fosse un vestito di seta.
Lo faccio perché quel che scrivo sia puro,
completamente sciacquato dal carnale,
incontaminato dalle preoccupazioni del corpo.

Infine mi tolgo tutti gli organi e li dispongo
su un tavolino accanto alla finestra.
Non voglio sentire i loro ritmi antichi
mentre cerco di battere a macchina il mio intimo battito.

Ora mi siedo alla scrivania, pronto a cominciare.
Sono interamente puro: nient’altro che uno scheletro
                                                [ alla macchina da scrivere.

Dovrei dire che a volte tengo addosso il pene.
Mi è difficile ignorare la tentazione.
Allora sono uno scheletro col pene alla macchina da scrivere.
In queste condizioni scrivo straordinarie poesie d’amore,
che perlopiù sfruttano la connessione fra sesso e morte.
Sono la concentrazione in persona: esisto in un universo
dove non c’è altro che sesso, morte e scrittura.

Dopo un po’ mi tolgo anche il pene.
E allora sono tutto teschio e ossa che battono a macchina
                                                          [ nel pomeriggio.
Solo le cose assolutamente essenziali, senza orpelli.
Ora scrivo solo sulla morte, il più classico dei temi
con una lingua leggera come l’aria tra le mie costole.

Dopo mi concedo come premio un giro in auto al tramonto.
Mi rimetto gli organi e mi rinfilo nella carne
e nei vestiti. Esco in retromarcia dal garage
e guido veloce tra i boschi e sulle strade serpeggianti di campagna
e passo accanto a muri di pietra, fattorie e laghetti gelati
tutti in ordine perfetto come parole in un sonetto famoso.

Billy Collins
Balistica
traduzione di Franco Nasi
Fazi Editore 2011


lunedì 1 giugno 2015

ora sto scrivendo più rapidamente e liberamente di quanto non mi sia mai accaduto in vita mia

Sono scossa come una vecchio bandiera per via del romanzo. Si tratta di To the Lighthouse. Penso che valga la pena di dire a mio proprio vantaggio che finalmente finalmente, dopo la battaglia di Jacob's Room, dopo il tormento - un tormento continuo eccetto la fine - di Mrs Dalloway, ora sto scrivendo più rapidamente e liberamente di quanto non mi sia mai accaduto in vita mia; molto di più - venti volte di più - che per qualsiasi altro romanzo. Questa è la prova che sono sulla strada giusta, credo; e quale che sia il frutto maturato della mia anima, esso deve essere raggiunto per questa strada. È buffo ma ora invento delle teorie secondo le quali la fertilità e la facilità sono l'essenziale: mentre un tempo mi dichiaravo a favore di uno sforzo di concisione, di nitore. In ogni caso vado avanti così per tutta la mattina; e faccio una fatica del diavolo a non spronare il cervello per tutto il pomeriggio. Vivo completamente immersa in questo libro e quando risalgo piuttosto faticosamente alla superficie sono spesse incapace di trovare qualcosa da dire mentre passeggio intorno allo Square; non è una buona cosa lo so. Forse però può essere un buon segno per il libro. Naturalmente conosco benissimo tutto questo: è stato così per tutti i miei romanzi. Ora riesco a far affiorare ogni cosa alla superficie; e "ogni cosa" significa una folla e un peso e una confusione in testa.

Martedì 23 febbraio 1926


Virginia Woolf
Diari. 1925-1930
a cura di Bianca Tarozzi
BUR 2012



martedì 12 novembre 2013

Se impiego tutto il giorno per scrivere una poesia

.I lampioni spenti
È difficile scrivere una poesia sull'alba,una canzone sul meriggio, o alcuni versi sul crepuscolo senza fermarsi a pensare a che punto ci si trovi nella meridiana di un certo giorno,
ma se non altro è un inizio ed è meglio del solito cieco affrettarsi verso il futuro, che si crede stia oltre la prossima collina, la prima di una serie infinita.
Non ho dubbi nel notare che la luce sulla cima degli alberi è diversa adesso, con l’erba inumidita e fredda, e le corolle dei fiori non ancora aperte,
non ho dubbi nell'occupare una sedia alla finestra o una panchina sul vialetto per un'ora:tempo a sufficienza per guardare qui e là mentre il carro del tempo attraversava la sabbia,
tempo per pensare alla morte e agli amici perduti,ai loro volti nascosti tra le foglie,per riflettere sulla rovina dell'amore, un filo di fumo che si alza da un camino.
E a chi importa se impiego tutto il giorno per scrivere una poesia sull'alba e la finisco al buio, con la notte –a qualcuno  piace di più – che mi avvolge le spalle.

Billy Collins
Balistica
traduzione di Franco Nasi
Fazi Editore 2011

lunedì 30 aprile 2012

L'effetto della luce intensa

Ho coniato un modo di dire per descrivere l'effetto della luce intensa del sole sui muri bianchi delle case nel pomeriggio: "lavati di luce". Si può a stento sopportare di guardarli. A volte tutta la strada sembra coperta di Glassa Royal. E' molto difficile, con strumenti così logori come le parole, catturare il modo in cui appare la strada di prima mattina, nel pomeriggio e sotto la luna. E' come tentare di scrivere in modo intelligibile con matite consumate. Ho sempre desiderato essere un pittore, ma mai così tanto come da quando sono arrivata in Grecia. Le figure nere delle due sorelle vedove contro il muro di pietra bianco, gli occhi scuri e liquidi dei bambini, la frutta esotica, il pescivendolo con la bianca fusciacca di seta lavorata a maglia e un fiore di ibisco scarlatto dietro l'orecchio, la luce, la luce, la luce. E' come vivere al centro di un brillante. Qualunque cosa si dica sulla luce in Grecia è vera.
  Voglio una tavolozza, non una penna. Sono costretta a dire che questo o quello è "come" qualcos'altro - devo prendere la strada più lunga quando ciò che veramente voglio è immergere il pennello direttamente nell'oceano, nel cielo, nel sole, nell'occhio del mulo di Heleni, nella barba scura del prete, e trasportare il tutto su tela.  
   Voglio macinare le case bianche e mettere anche queste sulla tela e voglio macinare i cesti di anguille luccicanti e catturare l'esatta gradazione di colore del pane quando viene fuori dal forno sulla pala del fornaio. E' come, è come - è come cosa esattamente? Cammino frustrata su e giù per lo studio, mi getto sul letto e guardo, senza vederle, le mie mura rosa.
Se ti dico ancora una volta che il suono delle quaglie di notte mi rende nervosa, ti ricorderai che sono i fantasmi di sentinelle tedesche che si fanno segnali l'un l'altro? Posso dirti che l'enorme albero di tamerici accanto al Bar Yannis mi sembrò l'altro giorno fatto di soffici peli pubici verdi? Era arrivata una capra e stava ferma sulle zampe posteriori a rosicchiare un ramo basso, con grande divertimento degli oziosi. Io pensavo alle capre, al dio Pan e alla magia quando all'improvviso l'albero che non avevo mai osservato bene prima, mi sembrò fatto di soffici e verdi peli pubici.
   Ma tu ci sei stato qui, anche tu hai visto l'albero e sentito le quaglie. "Sì, è esattamente così", potresti dirmi, oppure "No, non è proprio così". Tu hai visto la faccia di Yannis. Se ti dico, a proposito della sua voglia, "sembra che qualcuno gli abbia tirato un bicchiere di vino rosso sulla faccia" - cosa penseresti? Ma non è per te che devo scrivere, è per quelli che non sono stati qui. L'artista come tramite? L'artista come tappeto magico? Sia Greene che Maugham furono capaci di fare questa cosa molto bene, catturando l'essenza di  un posto, il suo "profumo". E una volta fatto quello, il prossimo compito importante - fare muovere la gente. Michael, cosa sono le fatiche di Ercole in confronto a quelle dell'artista?




Audrey Thomas  Latakia                                                                                         Pungitopo Editrice
traduzione di Adriana Trozzi