Visualizzazione post con etichetta Gottfried Benn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gottfried Benn. Mostra tutti i post

martedì 15 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/709. Redimere in silenzio un mondo buio

 


 

 

Una giornata gelida di pioggia, niente passeggiate, molto lavoro e nessuna poesia che bussa alla mia porta. Sono inutili i tentativi della Cronaca di irretirmi, me ne sto bene al calduccio anche senza il calore delle mie stesse poesie. Preferisco leggerne questa sera e recupero diversi testi di Gottfried Benn, tutti molto belli, sul blog Poesia in rete e decido di prenderne uno per la mia scrittura quotidiana.

 

 

Brina

 

Qualcosa si è dissolto

dalle arie nebulose e di notte

è cresciuto come un’ombra bianca

lungo l’abete, l’albero, il bosso.

 

E risplendeva come il morbido

bianco che cade dalle nubi,

e redimeva in silenzio un mondo buio

tramutandolo in pallida bellezza.

 

 

 

Mi piace sempre quando la poesia arriva come risposta a domande che non ho fatto, che ancora non ho fatto. Così continua a leggere Benn, vado a prendere i suoi libri e mi metto comoda, con questa Cronaca 709 acciambellata come un gatto davanti al fuoco. Forse cadrà la neve, forse qualcuno si sveglierà nel cuore della notte e aprirà a caso un libro o questo blog e le stesse risposte lo raggiungeranno e le domande si materializzeranno come il nostro fiato nelle albe invernali e il gelo inciderà nuove sillabe sulla finestra che protegge il mondo dal nostro sguardo. Oggi è martedì 15 febbraio 2022, il terzo anno senza Carnevale.

la poesia di Gottfried Benn, tradotta da Paola Quadrelli è stata pubblicata dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore.

mercoledì 13 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/584. Qui le pareti mute, là lo spazio, alto e azzurro cupo

 


Un giorno nuovo, una pausa tra due notti, un giorno sempre più breve perché l’autunno avanza e divora la luce. In cambio deposita sui rami i frutti della stagione di mezzo, melograni, cachi e castagne. È un prodigio che si rinnova ogni anno, la dolcezza di questa stagione che crediamo di conoscere e, invece, riesce sempre a stupirci. Ogni mattino entriamo nell’ora azzurra e lasciamo che il cielo invada il nostro sguardo e renda trasparente la pelle, ogni giorno contiamo le vene sulle mani e sugli avambracci, pronti a iniziare un giorno di lavoro che non sappiamo dove ci porterà. Così mi fermo oggi su questa poesia che mi è arrivata da un passato lontano.

 

Ora azzurra

 

I.

Entro nell’ora dell’azzurro cupo –

ecco l’andito, si salda la catena,

nella stanza c’è un rosso su una bocca,

un vaso, rose tarde – tu!

 

Entrambi lo sappiamo, le parole

che tante volte ad altri abbiamo offerto

sono fra noi un nulla e un fuori luogo:

questo è tutto ed è l’ultima mossa.

 

Il tacere si è spinto così avanti,

riempie la stanza, si mura in un pensiero,

l’ora – nulla sperato né sofferto –

col suo vaso di rose tarde – tu.

 

II.

La tua testa si sfuoca, si ritrae, s’imbianca,

sulla tua bocca intanto si raduna

tutta la brama, la porpora e il germoglio

dalla corrente che monta dai tuoi avi.

 

Sei così bianca, forse ora ti sfasci

per troppa neve, troppo essere fiore,

rose bianche di morte, lembo a lembo –

coralli solo i labbri, una ferita.

 

Sei così morbida, che porti con te il senso

di una felicità di rischi e naufragi

in un’ora d’azzurro, azzurro cupo

che quand’è andata non sai più se è stata.

 

III.

Io ti domando: tu appartieni a un altro,

cosa vieni da me con tarde rose?

Tu dici: i sogni vanno, le ore migrano,

e tutto che cos’è: lui, io, tu?

 

«Ciò che s’innalza vuole anche finire,

ciò che si prova – chi lo sa per certo?

Si salda la catena, qui le pareti mute,

là lo spazio, alto e azzurro cupo».

 


Oggi posso sostare in questa poesia, rimanere in queste parole, in questo paesaggio che appartiene a un’altra mente, a un altro sguardo. E non avere, così, bisogno, di scrivere altre parole mie.

Questa Cronaca 584 di mercoledì 13 ottobre del secondo anno senza Carnevale, e la sua poesia, appartengono a Gottfried Benn. La poesia Ora azzurra  è stata composta all’inizio del 1950 e tradotta da Anna Maria Carpi in Frammenti e distillazioni, Einaudi, 2004.

martedì 28 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/51: vivere è un verbo di fuoco


Sono seduta allo stesso tavolo di ieri sera, i lupi dormono accanto al fuoco.

A cosa stai pensando? Mi chiede il poeta.

Il re dorme, gli rispondo e non so dire di che re io stia parlando. Mi sono svegliata con questa frase in testa e da ore cerco una spiegazione, ma non ne trovo.

Il re dorme, non ci sono storie da raccontargli questa sera dunque?

Ma io non posso fare a meno di rispondere a questo richiamo che è selvaggio come l’ululato del lupo.

Ieri amore e scrittura hanno intessuto la narrazione serale e oggi si aggiunge il terzo elemento che è specchio dell’amore e condizione della scrittura, la solitudine.

Matsuo Bashō ha scritto:

Cade una foglia di paulonia -
perché non vieni
nella mia solitudine?

È vero nella
solitudine si entra come fosse un luogo preciso, una stanza, un rifugio. La solitudine ha una dimensione fisica prima ancora che interiore. In queste settimane di clausura anche chi non lo sapeva lo ha imparato.

Il re dorme e nel suo sonno è sempre solo perché la solitudine può essere un mantello di polvere grigia o una coltre di stelle cadute e fino a che non ci addormentiamo non lo sapremo.

Veglio dunque il sonno del re, del mio re, del re di questo reame che ancora non conosco e che costruisco con le mie parole. Perché proprio un re poi? Io che credo nella democrazia… ecco che l’anima razionale cerca di smontare questo gioco innocente. Il re regna solo su se stesso, è evidente, preferirebbe anche lui piazze affollate a questo vuoto castello. Ma per il momento dorme e io veglio scrivendo storie che non sono solo per lui.

Vado a cercare i versi di Gottfried Benn per fare un po’ di ordine in questo arazzo di parole e Parole si intitola questa sua poesia:

Solo: tu con le parole,
e questa è veramente solitudine,
non trombe né archi trionfali
sono in quest'essere.
Guardi loro nell'anima
cercando il primo viso, il viso primigenio,
anni su anni - schiantati
sì di fatica, ma non troverai
E di là s'accendono i lumi
in un dolce rifugio umano,
piana, da labbra umide, di rosa,
come una perla cade la parola.
Solo i tuoi anni ingialliscono
in un diverso significato,
fino nei sogni: sillabe
ma tu tacitamente passi.

La solitudine è dunque un dolce rifugio umano, è gioiosa quando la scegliamo, lugubre se ci viene imposta come in queste settimane iniziali della pandemia di cui stentiamo a vedere la fine. Della vasta famiglia umana solo i congiunti saranno visitabili a breve, senza un legame di sangue o di carta, l’amicizia e l’amore non valgono nulla per l’ottusa burocrazia.

E questo non fa che aumentare il desiderio di fuga cui nemmeno Tolstoj poté sottrarsi. Fuggire è un istinto primordiale dell’essere umano, mi chiedo da quale dei suoi personaggi questo scrittore abbia cercato di fuggire, Guy Goffette tradotto da Chiara De Luca così dipinge il suo intento:

Trascinerò l'inverno
nella tana del lupo
per decifrare
l'alfabeto di cristallo
dove vivere è un verbo di fuoco

chiamerò il silenzio
pesante larga patria
il viaggio del freddo
che le case ci rubano

chi mi ritroverà
- neve nessun eco
avrà gli occhi bruciati
un grande popolo d'uccelli
vestirà il suo corpo
il cammino si estenderà
fino alla fine della sua ombra


Alla fine della solitudine resta solo un sentiero coperto di impronte, il rifugio è vicino e anche Tolstoj troverà la sua pace.

Mi accorgo scrivendo che questa solitudine è molto affollata: scrittori russi per primi, perché con Tolstoj c’è sempre Cechov; Virginia Woolf è seduta nella sua poltrona con la sua tavola da scrittura sulle gambe, il fuoco nel camino è alto, si svegliano i lupi e anche il re si è svegliato, non ricorda nulla, non sa di essere il re di questo bizzarro rifugio che è la mia solitudine, una solitudine amorosa che riverbera gioia verso l’esterno e che rallegra i lupi e li incita a giocare sul tappeto come fossero in un prato.

Fuori è la pioggia che prende il sopravvento, ma qui stiamo al caldo e sicuri, potrebbero scatenarsi tutti i temporali, noi giocheremmo con le gocce di pioggia come fossero tondi cristalli di neve.

Bisogna imparare a stare ai margini delle stagioni, in bilico sui confini, bisogna sapere aspettare e far rotolare minuto dopo minuto nella cesta del tempo.

Arriverà quel giorno, il giorno in cui la solitudine sarà solo una stanza della vasta casa del mondo, il giorno in cui potremo varcare tutte le frontiere e stupirci di averle rispettate, e varcarle e scoprire che erano ombre dei rami proiettate sul nostro cammino.

Perché vivere è un verbo di fuoco e il fuoco arde sino a che non avrà compiuto il destino cui è chiamato. Il re lo sa, per questo torna a dormire e sorride ai lupi che si accucciano al suo fianco.

lunedì 22 agosto 2016

tu con le parole, e questa è veramente solitudine

Parole

Solo: tu con le parole,
e questa è veramente solitudine,
non trombe né archi trionfali
sono in quest'essere.
Guardi loro nell'anima
cercando il primo viso, il viso primigenio,
anni su anni - schiantati
si di fatica, ma non troverai
E di là s'accendono i lumi
in un dolce rifugio umano,
piana, da labbra umide, di rosa,
come una perla cade la parola.
Solo i tuoi anni ingialliscono
in un diverso significato,
fino nei sogni: sillabe
ma tu tacitamente passi.

Gottfried Benn
traduzione di Ferruccio Masini

mercoledì 16 marzo 2016

anche le ombre hanno questo fuoco

Colui che è solo è anche nel mistero
e sempre sta nel fiume delle immagini,
del loro generarsi, germinarsi,
anche le ombre hanno questo fuoco.

Gravido di ogni strato è nel pensiero
di ogni strato ricolmo e non disperso,
in suo potere ha l’annientamento
di ogni umano che si nutre e si accoppia.

Impassibile egli vede la terra
un’altra farsi da quella che fu sua,
non più “muori” e non più “divieni”:
la perfezione, immobile, lo guarda.


Gottfried Benn
Poesie statiche
traduzione di Giuliano Baioni 
Einaudi 1972


(grazie a Doriano Fasoli che l'ha postata su FB)

giovedì 16 ottobre 2014

Anche le ombre hanno questo fuoco

Colui che è solo è anche nel mistero
e sempre sta nel fiume delle immagini,
del loro generarsi, germinarsi,
anche le ombre hanno questo fuoco.

Gravido di ogni strato è nel pensiero
di ogni strato ricolmo e non disperso,
in suo potere ha l’annientamento
di ogni umano che si nutre e si accoppia.

Impassibile egli vede la terra
un'altra farsi da quella che fu sua,
non più “muori” e non più “divieni”:
la perfezione, immobile, lo guarda.

Gottfried Benn
Poesie statiche
traduzione di Giuliano Baioni
Einaudi 1972

lunedì 7 ottobre 2013

Stare nel fiume delle immagini

Colui che è solo
Colui che è solo è anche nel mistero
e sempre sta nel fiume delle immagini,
del loro generarsi, germinarsi,
anche le ombre hanno questo fuoco.
Gravido di ogni strato è nel pensiero
di ogni strato ricolmo e non disperso,
in suo potere ha l’annientamento
di ogni umano che si nutre e si accoppia.
Impassibile egli vede la terra
un’altra farsi da quella che fu sua,
non più “muori” e non più “divieni”:
la perfezione, immobile, lo guarda.

Gottfried Benn
Poesie statiche
traduzione di Giuliano Baioni
Einaudi 1972

WER ALLEIN IST -
Wer allein ist, ist auch im Geheimnis,
immer steht er in der Bilder Flut,
ihrer Zeugung , ihrer Keimnis,
selbst die Schatten tragen ihre Glut.
Trächtig ist er jeder Schichtung
denkerisch erfüllt und aufgespart,
mächtig ist er der Vernichtung
allem Menschlichen, das nährt und paart.
Ohne Rührung sieht er, wie die Erde
eine andere ward, als ihm begann,
nicht mehr Stirb und nicht mehr Werde:
formstill sieht ihn die Vollendung an.