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martedì 1 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/723. Si vedono terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo

 

 


L’inverno gira la pagina, una pagina di gelo e guerra, inizia a disfarsi la fitta trama di brina, anche se cade ancora la neve sui disperati che fuggono dalle loro case, la primavera ha iniziato a gettare le gemme sui rami e si prepara l’inverno triste al suo addio.

Oggi vado a ripescare una poesia di Ingeborg Bachmann che ho sempre amato e che ho già pubblicato sul blog.

 

Stelle di marzo


Ancora la semina è lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l’universo seguendo l’esempio
della luce, che non sfiora la neve.

 

Sotto la neve ci sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l’oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate, non richiesti,

veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia, e infine anche alla luce.

 

 

Sapremo essere docili alla pioggia? Vogliamo esserlo? Abbandonarsi agli elementi, cercare un rifugio, accendere il fuoco, preparare il cibo. Tutti gesti normali, di una normalità che non tutti nel mondo possono permettersi, dipende dal tempo e dal luogo dove il caso ci ha destinati alla nostra nascita. Questa è la Cronaca breve numero 723 di martedì 1 marzo del primo anno di guerra e del terzo anno senza Carnevale. La poesia di Ingeborg Bachmann è tratta da Poesie, traduzione di Maria Teresa Mandalari, Guanda 1988

lunedì 7 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/701. Il manto della prima neve le foglie degli alberi, così ci appare la carta

 


 

Riprendo il filo del discorso di ieri sulla carta, gli alberi e la luce. Lo riprendo perché ho iniziato a rileggere un piccolo libro prezioso di Junichiro Tanizaki, il Libro d’ombra:

“La carta, dicono, è invenzione cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non mi trasmette che l’impulso a usarla; se, invece, mi chino a osservare una carta cinese, o giapponese, a poco a poco mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La bianchezza stessa è diversa. Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese, o giapponese, la beve lentamente, e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto, e che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata, leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi”.

Mi piace molto questo approccio sensoriale alla carta. Alla sua bianchezza, alla sua capacità di offrirsi alla luce, al suo silenzio.

 

Dal mondo dell’immaginazione a quello della carta

 

Tace la carta, tace quasi

sempre, tace se noi non

la stropicciamo tra le dita,

tace quando la lasciamo

intonsa, senza figure e

senza parole. Tace la carta

ma ci ascolta nel suo

silenzio millenario e nelle

molte forme in cui l’abbiamo

plasmata ci attrae a compiere

quel gesto della mano, a

impugnare una penna o

una matita e a consegnarle

immagini e versi che smettono

di essere solo nostri, che

smettono di esistere nel

mondo invisibile della

nostra immaginazione.

 

 

Dopo avere scritto questa breve poesia mi soffermo ad accarezzare il libro di Tanizaki, il quaderno su cui sto prendendo appunti e poi annuso i fogli, anche gli odori sono molto diversi. Questa Cronaca 701 di lunedì 7 febbraio del terzo anno senza Carnevale ne è incantata e ancora non ha deciso quale preferisce

martedì 11 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/674. Dove il tempo e la neve tessono una dolce nostalgia

 


 

Se gennaio fosse un luogo sarebbe Santa Caterina Valfurva – frazione Paris e anche la Val Zebrù, sempre in inverno con le stalattiti di ghiaccio anziché l’acqua che scorre nei ruscelli e torrenti. Ho ricordi bellissimi di quei luoghi anche d’estate, ma era d’inverno che la montagna riusciva a incantarmi grazie alla neve e al silenzio. Un anno in particolare ricordo le lunghe passeggiate mattutine, gli sciat, i pizzoccheri, i formaggi, la cioccolata calda al pomeriggio, le lunghe ore di lettura accanto alla stufa, come se al mondo non ci fosse altro che tutta quella calma e la totale concentrazione sulle Memorie di una ragazza perbene di Simone de Beauvoir che stavo leggendo per la seconda volta. È proprio vero che le letture di adolescenza e prima giovinezza ci appartengono per sempre, perché sono quelle che hanno formato il nostro occhio, aperto la nostra mente, rafforzato i gusti. Lei, Simone è stata una delle letture fondamentali che sto rifacendo intanto che scrivo la voce a lei dedicata per l’Enciclopedia delle Donne. Così, mentre sto in questo presente dimezzato, vengono a farmi compagnia immagini e profumi cui non pensavo più da anni, e sono grata alla vita perché ho una riserva notevole di bei ricordi, bei libri e bei luoghi da riportare alla mente quando il presente si fa pesante, monotono, in apparenza senza veri motivi di gioia e soddisfazione. Vado poi a rileggere il brano della lettera di Rosa Luxemburg che ho postato nella Cronaca 663 del 31/12/2021: (…) “Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un’ebbrezza gioiosa”. E poi i diari di Marina Cvetaeva che ho già citato nella Cronaca 443 del 25/05/2021: “Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane. Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensions in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?). Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino. In soffitta (Dagli appunti moscoviti, 1919-1920).

Anche stasera sto sistemando libri, rileggendo citazioni, cercando di scrivere parole che abbiamo un senso non soltanto per me. L’unica cosa che mi manca, mi manca davvero, sarebbe una lenta nevicata.

 

 

Torneremo anche noi ricoperti di gemme e fiori

 

Se guardo i giorni dalla

vetta di questa età,

tutto il paesaggio intorno

s’imbianca e lenta scende

la neve dei ricordi e della

nostalgia. Ma basta che io

sposti un po’ la testa e

la fine dell’inverno già

si indovina oltre il confine

degli abeti e del ghiaccio,

là dove una nuova primavera

sta facendo le prove generali

mentre dorme sogni verdi

con le pietre e i rami. Torneremo

anche noi ricoperti di gemme e

fiori, il torrente romperà gli

argini e il tempo, il tempo non

sarà che un fiocco di neve

ancora indeciso sul dove

cadere, una goccia di pioggia

che indugia sul vetro della

mia immaginazione.

 

 

Poi per dare vigore a questa nostalgia ascolto vecchie canzoni di Peter Gabriel e gli anni Ottanta rifulgono come piccole stelle nel mio cielo personale. Oggi è martedì 11 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 674 disegna fiocchi di neve seduta accanto al camino.

domenica 26 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/658. La malinconia dei lampioni non è nostalgia della luce

 


 

Il giorno dopo è l’inizio di una nuova storia, forse di una nuova era. Com’è silenziosa la città mai più silenziosa, quanta malinconia provano i lampioni? Più per la luce o più per il buio? Ci sono poche persone a passeggio, un paio di coppie di anziani, una coppia con un passeggino e un’altra con una bimba che avrà un paio d’anni. All’improvviso la strada curva verso destra e mi ritrovo a camminare ai piedi delle Montagne della Nebbia, il luogo della mia anima che non ho frequentato, tanto quanto avrei voluto in questi ultimi mesi. Seguo il sentiero che porta sino alla spiaggia per respirare l’aria salata e lasciarmi incantare dalle onde quiete che cantano sempre la loro canzone. Se mi giro, vedo le cime delle Montagne, maestose e imbiancate, ma così lontane da sembrare un sogno. Ritorno sui miei passi e i miei amici lupi mi raggiungono correndo e saltando come fanno ogni volta che ci incontriamo. Quando entro nel giardino vedo il fumo che esce dal camino, luci piccole che illuminano i tavoli da lavoro, gli altri abitanti della casa sono tutti intenti a scrivere, immagino e penso che voglio farlo anch’io. Nella grande stanza di soggiorno non c’è nessuno, in cucina trovo Roxanne la badessa che sta preparando una zuppa, ma sul tavolo ci sono carta e penna. Mi fermo con lei, non abbiamo poi tante cose nuove da raccontarci, visto che in qualunque mondo ci parliamo spesso. Sbuccio un mandarino, butto un po’ di legna nella cucina economica e attizzo il fuoco nel camino. Si sta bene in questa stanza e lascio che oggi sia il fuoco a parlare con me.

 

 

Del silenzio e della neve

 

Non è mai la stessa forma,

cambia il fuoco in ogni

lingua, cambia ogni lingua

nella parola che l’ha chiamata.

Tace il fuoco e parla nella

quiete prima che il legno

inizi a crepitare e ci distragga

da questo silenzio rotondo e

perfetto. La fiamma è chiara

al centro, chiara come ogni

ricordo che non abbiamo scelto,

come ogni amore che non è

mai finito. Come, come, come

proseguire questo elenco di

mancanze e ripetizioni?

Guardo il fuoco come se mai

lo avessi visto. Forse è proprio

così, forse è lo sguardo nuovo

che rende nuova ogni cosa e

l’attesa. Del silenzio, della neve,

dei tuoi passi sul sentiero, non

solo nel mio ricordo.

 

 

Quando sono seduta a questa tavola la Musa della poesia trova sempre la strada per raggiungermi. È caldo tutto intorno e dentro, fuori è silenzio e la neve inizia a scendere e noi siamo insieme sempre, ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo.

 

Oggi è domenica 26 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 658 pisola già accanto al fuoco mentre io inizio a scrivere una storia nuova.

sabato 11 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/643. Il tempo, un gatto e un gomitolo di lana

 

 


 

Quando lo spazio ha inventato il tempo certo non immaginava le vaste e imperiture conseguenze. Fatica e fatica, procedi, vai avanti e indietro, piegati, arrotolati e poi che succede? Che agli umani piace più l’idea del tempo e della sua irreversibilità e per poter dare un senso a tutto questo spazio solcato si inventano, sempre gli umani, le storie e le tecniche per narrarle. Scaraventato fuori dal mito, lo spazio arranca e non riesce a far capire a questi umani che il tempo non esiste, che è una nostra creazione e basta. Perché a noi piace raccontare storie e ci piace la circolarità del tempo, amiamo i ritorni e le resurrezioni, non certo i salti quantistici delle particelle sub-atomiche che vagano qua e là e se non le stiamo guardando non ci sono, anzi neppure esistono. L’apoteosi del tempo circolare nella tradizione occidentale è il ritorno del Bambino Sacro, la nascita di Gesù che festeggiamo intorno al solstizio d’inverno, quando le giornate ricominciano ad allungarsi. Anche le persone che detestano il Natale, alcune lo odiano proprio, se pensassero al significato profondo di questa fase, sarebbero più pietose con se stesse e si concederebbero di festeggiare una delle due più belle festività cristiane. Anche l’altra è una nascita, anzi una rinascita, il ritorno dal regno delle ombre, la sconfitta delle ombre. Un uomo che sconfigge la morte e ritorna, non si fa toccare e ci dona una speranza per la seconda volta. E questo accade due volte all’anno, tutti gli anni.

 

La luce che diventa neve e gelo


Che sia luce in una grotta, o

luce in una casa ben riscaldata,

è l’inverno che tiene saldo

il tempo nelle sue mani.

Tutta la luce che manca

nel cielo, l’inverno la trasforma

in gelo e neve, nel bianco

abbacinante che precede

il ritorno di quella luce e

dei nostri desideri. Ora

possiamo dormire accanto

al fuoco o fare compagnia

alle braci e aspettare quel

soffio che ci attizzerà e farà

danzare di nuovo con le fiamme.

Intanto siamo qui, aspettiamo

quel bambino divino, l’unico

mai ritornato a dire che ogni

storia inizia due volte e morire

è solo una curva nella strada.

 


Così mi perdo nella contemplazione del ghiaccio e della neve, delle luci scintillanti su negozi e balconi, respiro l’aroma della resina dei pini addobbati, preparo fiocchi rossi per i regali, mentre oggi, sabato 11 dicembre del secondo anno senza Carnevale, questa Cronaca 643 gioca con i nastri come fanno i gatti con i gomitoli e io rido sotto i baffi e vorrei buttarmi a terra e fare lo stesso.

mercoledì 8 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/640. Vivere nella dimensione molteplice della visione, del ricordo e dell’immaginazione



La pioggia di Firenze, la neve di Milano accadono nello stesso momento ma io posso vedere solo una delle due. Come brillano i tetti antichi bagnati dalla pioggia, com’è bella Firenze anche quando piove. Camminare per le sue strade è camminare nella storia, respirare quell’aria fatta di tempo e bellezza che è tipica di questo luogo. Agli Uffizi, in una folla pre-pandemia, siamo riusciti a fermarci abbastanza tempo davanti ai quadri di Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Leonardo, Michelangelo, Rembrandt e Rubens. Perché siamo così sensibili alla bellezza e quanto più i manufatti sono antichi tanto più ci emozionano e commuovono? Ho trovato straordinari anche i busti dei filosofi greci, mi sono fermata a guardare i profili, il naso, il taglio degli occhi, la bocca, i capelli, la barba. E ho avuto l’impressione che Aristotele stesse per iniziare a parlare. La pioggia è caduta per diverse ore nel pomeriggio, così quando siamo arrivati a Santa Croce, eravamo zuppi e infreddoliti, ma abbiamo fatto il giro delle tombe e di nuovo emozioni più grandi di me, mi hanno sovrastata. Alfieri e Foscolo si fanno compagnia da secoli, come Michelangelo e Galileo. Di cosa parleranno nelle notti senza luna, quando escono a passeggiare nel giardino e nel chiostro? Saranno nate altre opere immortali tra queste ombre? Opere che non vedremo e non leggeremo fino a che saremo intrappolati in questa realtà? Ogni città italiana porta con sé le storie degli artisti che vi hanno vissuto, l’hanno amata o detestata, abbandonata o rimpianta. Così, ancora immersa in tutta questa bellezza, mentre guardo la pioggia di Firenze, penso alla neve di Milano che non vedrò, al silenzio sovrannaturale che accompagna sempre la neve, allo scricchiolio dei passi, al fiato che si materializza, al fulgore di tutta l’aria intorno. E vivo nella dimensione molteplice della visione, del ricordo e dell’immaginazione. Ha smesso di piovere a Firenze, si può riprendere a camminare mentre la nuova sera si impadronisce di questa città che è uscita dal matrimonio di sogno e memoria.

Oggi è mercoledì otto dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 640, ancora in trasferta, la seconda Cronaca in trasferta dall’inizio della pandemia, vuole tornare a guardare l’Arno e i ponti, la bellezza non basta mai. La fotografia l'ha scattata mio nipote Marco.

lunedì 6 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/638. Fuori la notte scende con passi di volpe

 


Storie dell’Avvento/3. Hans dei lupi e dei mirtilli


Non aveva ancora deciso se preferiva raccogliere i mirtilli, affondare le dite tra i rami e far cadere i frutti nel cestino o chinarsi a raccogliere le fragoline di bosco che si nascondevano dietro le foglie. Così si offriva sempre di andare per i boschi a raccogliere quei piccoli frutti e tanti riusciva a portarne a casa, tanti ne aveva mangiati durante la raccolta. Fu durante uno di quei giri che un’estate, Hans aveva trovato dei cavalletti di filo spinato arrugginito e dei cartelli in una lingua straniera con un alfabeto strano che non aveva mai visto. Quando tornò a casa chiese alla mamma di quei cavalletti e dei cartelli indecifrabili e la mamma gli aveva raccontato che un tempo quello era un confine con un grande paese che si chiamava Unione Sovietica, ma che non esisteva più da ben prima della sua nascita. Hans amava le vecchie storie, ma sembrava che nessuno conoscesse la storia di quello specifico confine, così dopo qualche giorno era tornato a curiosare senza dire niente a casa. Erano ormai passati diversi anni da quell’estate e tutto il paesaggio intorno era innevato, anche se l’inverno ancora non era arrivato. In tarda mattinata, quando era ancora a scuola, il bambino iniziava a programmare un altro pezzetto di esplorazione della grande casa di Sollia. Nonna gli aveva detto che c’era stata una grande riunione segreta di uomini importanti, ma che la casa era crollata sotto il peso di una tremenda nevicata durante una tempesta, quando il nuovo secolo era appena iniziato. Ma sbagliava anche nonna, il cielo bianco della stagione fredda custodiva bene quel segreto. La grande casa bianca non era crollata, era stata solo inghiottita dal bosco e quando gli ultimi proprietari avevano chiuso l’albergo, se ne erano andati in città lasciando tutte le loro cose lì. O forse non se ne erano andati, forse erano scappati, o erano morti. Il confine tra i due stati attraversava la casa a zig-zag, così in cucina stavi in Norvegia e in salotto in Unione Sovietica. Hans lo sapeva perché nello studio del signor Einar aveva trovato diverse mappe molto dettagliate e carteggi di uomini politici importanti in quel lontano passato. Non aveva mai svelato a nessuno di quei ritrovamenti, così la casa di Sollia era diventata il suo rifugio, dove d’estate si fermava anche a dormire, quando la famiglia pensava che lui fosse in giro per i boschi a caccia. Nell’armadio della signora Astrid, la moglie di Einar, erano custoditi abiti di tutti i decenni del secolo Ventesimo. Fossero esistiti ancora i musei quella casa sarebbe stata già un museo. Invece, era la sua casa segreta, la casa dove un giorno sarebbe andato ad abitare. O da dove sarebbe fuggito, un giorno. Nella dispensa aveva accumulato barattoli di marmellata di mirtilli e di fragole che aveva imparato a fare guardando la nonna e la mamma innumerevoli estati. Aveva conservato anche farina, sale e zucchero, strutto, carne secca e aringhe sotto sale. Poteva resistere tutta la stagione fredda con quel cibo e poi rinnovare le scorte. Aveva esplorato tutta la casa e nella grande biblioteca c’erano molti più libri di quanti ne avrebbe mai potuti leggere in tutta la vita. Aveva trovato anche un corso di russo e diverse grammatiche che si potevano studiare utilizzando delle cassette, come aveva visto fare nei vecchi film. Ora che era diventato abbastanza grande per la caccia, aveva comunicato in famiglia che sarebbe partito alla ricerca di volpi artiche e di lupi. Ne aveva già avvistati parecchi, ma non aveva cuore di ucciderli. Anzi, quando si avvicinavano alla casa buttava sempre dei pezzi di carne per sfamarli. Il branco, piccolo, aveva imparato a fidarsi e aspettava che il vecchio maschio alfa si avvicinasse fino al cancello che recintava il giardino e poi anche gli altri si avvicinavano. C’erano la sua compagna, altre tre femmine di età diverse e un solo maschio giovane, troppo giovane per allontanarsi dalla famiglia. Indietro restava sempre un altro lupo, così vecchio che maschio o femmina era impossibile dirlo. Quando la carne secca cominciò a scarseggiare, Hans decise di andare a caccia e non gli fu difficile abbattere un cervo. Dopo averlo scuoiato e smembrato, aveva portato via la carne e il grasso che riusciva trasportare sullo slittino e aveva lasciato la carcassa ai lupi che gradirono molto. La pelle del cervo avrebbe potuto conciarla per farne pantaloni e una giacca nuova per l’estate. Ma quel giorno non vedeva l’ora di tornare a casa per leggere Čërnyj monah, il racconto il monaco nero di Anton Čechov che aveva già letto tradotto e che aveva deciso di leggere in originale, ora che padroneggiava piuttosto bene la lingua russa. In lontananza sentiva i lupi ululare, la neve aveva ricominciato a scendere, attizzò il fuoco e si sedette alla scrivania. Aveva deciso che leggere non gli bastava, doveva anche copiare quelle frasi per impadronirsi della lingua e di quella storia. La pendola del salotto batté le due del pomeriggio, fuori la notte scendeva con passi di volpe.

 

Oggi è lunedì 6 dicembre del secondo anno senza Carnevale e le Storie dell’Avvento continuano a presentarsi alla mia porta, così anche questa Cronaca 638 si rotola nella neve come un cucciolo.

martedì 9 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/611. L’isola maggiore di un grande arcipelago: questo è la letteratura russa in me

 



Abitiamo in un luogo reale, una città o un paese, in una casa che può essere un condominio, una villa, un casale. Abitiamo in un paesaggio, in una cornice di senso e di bellezza che le case, le strade, la natura intorno a noi, la vicinanza o lontananza con altri esseri umani, creano per noi. Allo stesso modo abitiamo il nostro luogo usuale anche nei tempi passati, i ricordi vivono nelle cose, nelle pareti e nelle soglie, nella casa, nella città. Ma esiste un luogo in noi, un luogo segreto, la nostra città interiore, il nostro paesaggio fatto non solo di memorie, di immaginazioni e di sogni, ma anche di un posto segreto che ci chiama e ci mette di fronte al nostro io più profondo. Sono una buona lettrice delle traduzioni in italiano dei racconti di Anton Čechov, di Fëdor Dostoevskij e di Lev Tolstoj e da anni non riesco a decidere chi viva con più forza in me, chi sia dei tre lo scrittore più amato.

 

 

Le dita dell’insonnia graffiano i muri

 

Da qualche parte in me,

vive la steppa russa con

le sue betulle e i fiumi in

disgelo. Sento il ghiaccio

che scricchiola e guardo

fuori dalla finestra della

mia dacia e la stagione

che le acque annunciano

sarà la più splendente,

mai vista prima e forse

mai più dopo. Ci sono

lunghe passeggiate nella

mia Prospettiva Nevskij,

in cammino sotto un cielo

bianco dove le stelle non

sorgeranno per molti

giorni ancora e quel bianco

è tutto quel che resta della

neve siberiana, è tutto

quello che il tempo ci ha

donato: un fiocco di neve

prima del disgelo, le foglie

di betulla, la luce fioca di

una lampada a petrolio e

le cupole di Mosca che

ardono alle finestre e parole

graffiate sul muro con

le dita adunche dell’insonnia

e l’ultimo zar che ancora

marcia con il suo esercito

immaginario. C’è un palazzo

d’inverno che non sarà mai

espugnato da qualche parte

in me e tutte quelle parole

che splendono dai tuoi fogli

ai nostri occhi.

 

 

Così oggi la mia Russia interiore si è spostata come fosse l’isola maggiore dell’immenso arcipelago che è la letteratura. E la neve già scende su questa Cronaca 611 di martedì 9 novembre del secondo anno senza Carnevale e sui libri che ho riordinato per leggerli di nuovo.

 

mercoledì 5 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/423. La memoria è un papavero figlio della neve e della pazienza

 


 

Una buona giornata è come un campo di terra fertile, arata nella giusta stagione e che ora, a primavera, mostra i germogli. O forse una buona giornata è uno di quei germogli nel campo del tempo, il risultato di un lavoro ben fatto, la combinazione di questo lavoro, della pioggia, della neve e della pazienza.

Ci siamo tutti esercitati a una infinita pazienza durante questi lunghi mesi di pandemia, e oggi intorno a me ho visto solo gente impaziente, che ha voglia di uscire, di muoversi, di andare in vacanza, di stare seduta all’aria aperta a mangiare in compagnia. Non ho visto niente che mi abbia sorpreso e anche questa Cronaca risente di questa eterna ripetizione che è stata la nostra vita, e che sarà la nostra vita ancora per un bel po’.

 

La poesia è un seme gettato nell’oscurità

 

Una poesia è una terra

fertile appena arata, a noi

scegliere quali semi lasciar

cadere, scegliere quanta

pazienza dovremo esercitare,

sperare che la neve sia docile

coperta e la pioggia il rivolo

che nutre. La poesia cresce

in noi come le spighe nel

campo arato dal previdente

contadino. Possiamo esercitare

la pazienza sino al giorno

della mietitura. Ogni poesia è

un seme gettato nell’oscurità

dell’anima e il frutto lo

scopriremo solo quando sarà

tregua tra le tenebre e la luce.

 

 

Così continuo la mia semina che procede stagione dopo stagione, e ora mi preparo ai campi rossi dei papaveri e agli occhi azzurri dei fiordalisi. E scrivo giorno dopo giorno, lenta come il contadino che ara con il suo cavallo e intanto pensa al grano, alla farina e al pane.

Oggi è mercoledì 5 maggio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 423 si stende a perdita d’occhio punteggiata di papaveri e poesia.

mercoledì 28 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/416. Quando la solitudine chiama il silenzio

 


 

Quest’anno abbondante di pandemia, ci ha fatto riflettere molto sulla solitudine. Soprattutto sulla solitudine degli anziani intrappolati nelle case di riposo, la solitudine delle madri lavoratrici inchiodate davanti ai computer con anche i figli in didattica a distanza cui badare. Abbiamo parlato della solitudine delle famiglie separate dal virus, dei nonni e dei nipoti che non si potevano abbracciare, delle coppie separate dalle frontiere chiuse, delle amicizie sospese in attesa di tempi migliori. Ciascuno di noi ha provato una solitudine non scelta, imposta dagli eventi, ancora più dura per chi già prima della pandemia viveva in uno stato di disagio sociale. Le risorse e le strategie messe in atto per sopravvivere sono state e sono le più svariate. Per alcune persone la solitudine forzata è stata una fonte di scoperta della propria interiorità e della propria casa. Ma la solitudine funziona bene solo quando è una scelta, la grammatica della solitudine ha regole sconosciute che vanno comprese e adattate.

 

La moltitudine che ha scelto un solo nome

 

È sola la sabbia? È più sola

della neve? Non risponde

la sabbia, non risponde neanche

la neve. Solo le orme sembrano

dirsi parole segrete che nessuno

conosce. Non so cosa fare

oggi, dove un piede affonda

nel bianco e l’altro sulla riva

del mare. La solitudine è un

duetto cantato da una voce

sola, un madrigale fermo

alla prima strofa, nessuno è

ancora arrivato, qualcuno

arriverà mai? Questa è solo

una romanticheria, noi siamo

sempre in compagnia di noi

stessi, una moltitudine

che ha scelto un solo nome.

 

 

Scandaglio la solitudine, la sfioro, la riporto nel giorno, la sento e la ripongo. La solitudine chiama il silenzio, ma col silenzio parlerò domani.

Oggi è mercoledì 28 aprile del secondo anno senza Carnevale, un anno di poche parole e molte solitudini che si stanno cercando.

mercoledì 24 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/353: dove la luce della neve risplende nella corteccia delle betulle

 




La prima stella della sera saluta il pastore che torna al suo capanno, le bestie docili che governa lo precedono, il cane lo aiuta a tenerle a bada, è tempo di chiudere il mondo fuori e di occuparsi del mondo dietro quelle mura di fango e paglia imbiancate a calce. La luce della lampada illumina la stanza insieme alla luce che proviene dal focolare, dove in una pentola bolle una zuppa di erbe e patate. Altre erbe sono appese alle travi e, insieme alla paglia nel sacco che fa da materasso, profumano l’aria di primavera, anche se sono erbe dell’anno passato. Intanto che la zuppa cuoce, il pastorello, perché di un bambino si tratta, apre il cassetto del tavolo ed estrae un quaderno e un lapis.

“Ho visto anche oggi la prima stella della sera, ne conservo tante in queste pagine. Quando saranno abbastanza disegnerò la mia costellazione e potrò guardarla anche di giorno se ne avrò voglia. La costellazione che sta sopra il mio capanno è molto bella, ma la mia costellazione avrà molte più stelle”.

Il giovane pastore chiude il quaderno, sono passate almeno dieci estati da quando lo abbiamo incontrato la prima volta. Ora sta aiutando il misterioso architetto che costruisce la sua casa infinita ai piedi delle Montagne della Nebbia e ha idee molto precise su come disporre le stelle della sua costellazione sul soffitto della grande stanza decorata con le stelle binarie. Lasciamo il giovane pastore che si chiama Marius a lavorare insieme ad Alexandre, il nostro misterioso architetto.

Il cammino tra la Casa delle Stelle e la Casa delle Parole è piacevole, un po’ in discesa e attraversa parti del bosco che sono ancora spoglie, ma che già portano i segni della primavera imminente su ogni ramo.

Quando entro in casa una visita inaspettata mi sorprende e mi riempie di gioia. Roxanne è venuta a trovarmi. È impetuosa e sorridente. Non ci mette molto ad arrivare al motivo principale della sua visita improvvisa. Nei suoi numerosi bagagli spicca un bauletto di ciliegio intarsiato. Lo apre ed estrae fasci e fasci di fogli. “Sto mettendo a posto i miei manoscritti, stavo pensando di smettere di scrivere. Sono bloccata mia cara amica, continuo a essere una grande lettrice, ma forse sbagliavo nel credere di essere una scrittrice. Ti consegno tutte queste carte, fanne ciò che vuoi”. Le sue affermazioni mi stupiscono, mai avrei pensato che un giorno l’avrei sentita pronunciare simili parole. Allora la invito a sedersi accanto a me sul divano, prendo un fascio di fogli tenuti insieme da una molletta di legno chiaro e inizio a leggere.

“Cadeva la neve ed era quasi sera, le betulle risplendevano nella luce fioca del giorno e accoglievano i fiocchi come fossero stati piccoli gioielli. Brillavano anche alla luce delle lampade sulle slitte le betulle, e io sapevo che tutta quella luce sarebbe rimasta nella loro corteccia e che, con l’arrivo dell’estate, l’avrebbero restituita allo splendore del mondo”.

Dal suo viso capii che, pur conoscendo quel brano avendolo scritto, risentirlo le dava quel senso di estraniamento che prende gli scrittori quando hanno lasciato andare le proprio parole a collocarsi proprio dove dovevano andare. Mi sorrise: “Capisco dove vuoi arrivare. Dai, mangiamo e poi ti racconto meglio”.

Così questa sera la Cronaca 353 è una storia delle Montagne della Nebbia e le amicizie risplendono come quelle betulle che stanno aspettando la primavera. Oggi è mercoledì 24 febbraio del secondo anno senza Carnevale.

martedì 16 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/345: la neve muta i contorni delle betulle, solo il silenzio è sempre lo stesso

 


Facciamo sempre le stesse cose, eppure ogni giorno è diverso, eppure ogni giorno è uguale. Non siamo noi a stabilire l’ordito, è l’ordine del tempo a plasmarlo. Ma la trama è nostra, nostra la tessitura. Anche in spazi minimi e senza cielo, possiamo definire come saranno le ore del giorno e tirare i fili quando la sera sarà arrivata.

 

La stagione chiara che sta arrivando

 

Cosa potremmo offrire a questo giorno

che ancora non abbiamo dato? Sue

sono le tre sillabe d’argento portate

dal mattino, sue sono le pietre che

ho deposto sulla riva del fiume e

suo è il vento che ci sfiora nel nostro

solito cammino. Ora che è sera è tempo

del fuoco diventare dono insieme alle

arance che risplendono sul tavolo, si

sentono i canti degli uccellini in fondo

al giardino. Ma forse è solo un sogno,

un desiderio per la stagione chiara che

sta arrivando.

 

La sera è l’ora dei libri, si accendono le luci nei punti migliori per leggere, la casa ripiega le ali e si prepara alla notte. Non sempre è un uccello migratore la mia casa. A volte è un veliero alla ricerca di un nuovo approdo, a volte è una slitta che attraversa la tundra siberiana mentre la neve cade e muta i contorni alle betulle. Solo il silenzio è sempre lo stesso, sfiora il capo di ciascuno e dormono i pesci sul fondo del mare e il gelo è una coperta ricamata, una quiete altissima avvolge ogni cosa, e noi possiamo scendere in un libro e iniziare una vita diversa e nuova.

Oggi è martedì 16 febbraio del secondo anno senza Carnevale. La stagione chiara che sta arrivando è inedita e l’ho scritta per questa Cronaca 345.

sabato 13 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/342: se l’alfabeto del giorno è anche alfabeto della neve

 

 


Nevica da molte parti in Italia, qui nella città silenziosa abbiamo sentito la voce del ghiaccio e non la voce dell’alba. L’alfabeto della neve ha sillabato tutto il giorno sulla Casa delle Parole e non mi è rimasto che guardare la neve fioccare.

 

Due alfabeti, non so ancora quante sillabe

 

Ha lettere infinite la neve e, così

infinite sono pure le sillabe. Posso

mettere in campo tutta la mia arte

combinatoria, ma non otterrò mai

due parole simili, due sillabe che

portino sino a te questa mia lingua

che sente il ghiaccio, questa mia

lingua che cerca il fuoco.

 

Sì, febbraio è proprio il mese che cerca di liberarsi dall’abbraccio assopito dell’inverno. I cavalli stanno correndo sulla spiaggia e, lontano, sull’isola i mandorli sono già in fiore.

Tutti si comportano come se la pandemia fosse quasi finita, come se questo nuovo governo, per pura forza di volontà, riuscirà a fare cose mai fatte prima.

Le metafore della neve sono neve non ancora caduta, le metafore della luce, sono le ombre rimaste impigliate nella rete dei sogni della notte prima di questa.

Vediamo nel nostro teatro interiore muoversi le creature vive che di qua chiamiamo personaggi, i nostri ricordi sono le loro intenzioni, le parole sono comuni, conosciamo quella lingua aspra che leviga la roccia, quel miele salato che cola dai favi e permette al sole di riflettersi sulle nostre dita.

Saranno madri e padri a reclamare giustizia, saranno amori non vissuti, parole non pronunciate e tutto si compirà tra pagine che, oggi, sono ancora chiuse tra corteccia e rami.

Questa è la Cronaca 342 di sabato 13 febbraio 2021, il secondo anno senza Carnevale. Un sabato che ha sprizzato parole e magia nella nostra stanza e che mi ha fatto scoprire come tutte noi e Simone, risplendiamo di echi e risonanze. La poesia Due alfabeti, non so ancora quante sillabe, è inedita e l’ho scritta stasera, mentre sentivo i rumori scemare e acquattarsi nei nidi, coprirsi il capo con quel che è rimasto del giorno, del suo alfabeto.

sabato 6 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/335: ciò che è stato e ciò che sarà dove il fiume scorre tranquillo



Sapere che tutte le ombre dormono dove la luce si ritira, sapere che la luce dorme per lasciare spazio alle ombre. Sapere che ogni cosa veduta ora vive in me, sapere che non potrò rivedere ogni cosa, né ricordare ogni cosa, perché l’eccesso di memoria porta alla follia. Imparare a dimenticare per poter continuare a vivere e, al contempo, continuare a esercitare la memoria.

Sul confine incerto tra memoria e oblio si susseguono i nostri passi e l’equilibrio è un passo di ballerina che si innalza sulle punte e piroetta.

Vedo le ombre danzare sul muro in fondo al giardino e pallide voci nel vento commentano e commentano quel che io non riesco a vedere.

È una giornata stanca oggi, il cielo è bianco, i rumori attutiti, ma non c’è silenzio neanche quaggiù. Sento vite scorrere tra rabbia e rassegnazione, altre tra paura e indifferenza.

Le nostre vite iniziano come allegri ruscelli in montagna e poi, via via, si mescolano con altre vite, con il mondo, con altre storie.

 

Ciò che è stato e ciò che sarà

 

Guardo il fiume scorrere

tranquillo, riconosco ogni

singolo corso d’acqua che

si è unito, tempo dopo

tempo. Riconosco l’acqua

piovana, più trasparente

dell’acqua sgorgata nella

polla, riconosco il verde

delle alghe e lo separo da

quello degli aghi di pino.

Niente è solo quel che sembra,

nessuno è solo quel che sembra.

Sono provvisorie le nostre

forme, abbiamo vissuto sul

dorso del dinosauro, abbiamo

bevuto l’acqua di Giulio Cesare,

siamo stati il legno della grande

Caravella che ha portato Cristoforo

Colombo a cercare una terra solo

immaginata. Nella neve di San

Pietroburgo abbiamo sentito i

passi di Čechov mentre inseguiva

le immagini della sua dannazione.

Siamo stati inchiostro nella

penna di Borges e siamo stati

il vento delle suole di Rimbaud.

Abbiamo respirato le onde  e

visitato il faro di Virginia Woolf .

E abbiamo cercato la Nuova

Zelanda in Costa Azzurra in

compagnia di Katherine Mansfield.

Tutto questo non è solo un racconto,

è vero ed è reale ed è solo un momento

tra l’istante della creazione e l’occhio di

Dio che accoglierà il nostro riposo.

Così è stato e così sarà, così sia.

 

Basta un minimo movimento a sconvolgere l’ordine delle cose nel tempo. Così torno sui miei passi e vedo le luci della Casa delle Parole accendersi. Ogni anima ha il suo rifugio, ogni sera una coperta e ogni inquietudine un fuoco acceso.

Questa è la Cronaca 335 di sabato 6 febbraio del secondo anno senza Carnevale. La poesia è inedita, scritta per questa Cronaca che sente la pioggia correre nel cielo.