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sabato 6 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/90: incessantemente la rosa si tramuta in altra rosa


Rondini, rondini soltanto rondini che sfidano le nuvole nel cielo. Scendono in picchiata, risalgono, si chiamano.

I gelsomini continuano a fiorire e il loro aroma impregna l’aria anche di giorno, la notte sembra di essere in un giardino orientale dove gli amanti passeggiano nel buio.

La città che ha oscillato tra il silenzio e i soliti, fastidiosi rumori umani, oggi splende di assenza. I milanesi non amano restare nella loro città nei fine settimana, fuggono sempre altrove. Mare, campagna, montagna, lago, città d’arte. I miei concittadini potrebbero contribuire a scrivere un Dizionario della fuga e dei ritorni. So quanto abbiano patito nei mesi di confinamento, so quanto il clima in questa terra spinga alla fuga. So quanto i milanesi amino parlare malissimo o benissimo della loro città e sottolineo loro, perché i non milanesi, secondo i milanesi, non possono capire lo spirito della città del fare, che è stata costretta a fermarsi, a riflettere. Ma tanto tutto sta già tornando come prima. Così lascio la città vuota di abitanti e torno alle mie amate Montagne della Nebbia e senza neanche passare dalla Casa delle Parole, vado a vedere se è cambiato qualcosa alla Casa delle Stelle.

Il mosaico delle stelle binarie si è ingrandito, sul piccolo scrittoio, nel taccuino rosso c’è una rosa appena recisa, come fosse un segnalibro. Con la grafia elegante che sto imparando a conoscere, il misterioso architetto ha copiato la seconda parte della poesia di Borges che gli ho portato ieri.



II.

Vanno per l’aria placide montagne
oppure cordigliere d’ombre tragiche
che oscurano il giorno. Le chiamiamo
nuvole. Hanno sempre forme strane.
Shakespeare ne osservò una. Somigliava
a un drago. Quella nube di una sera
risplende e brucia nella sua parola
e ancora seguitiamo a rivederla.
Le nuvole che sono? Architettura
del caso? Forse Dio ne necessita
per eseguire l’opera infinita:
sono i fili della Sua trama oscura.
Forse la nube non è meno vana
dell’uomo che la guarda nel mattino.




Quanto amo questa poesia e l’uomo che l’ha copiata deve amarla quanto me.
Lo sguardo cieco di Borges, lo sguardo acuto di Shakespeare, la nuvola a forma di drago, le parole dei poeti che ardono nei secoli, la mia curiosità, la gioia di quegl’istanti in cui il mondo, la sua bellezza, la potenza del canto sono un tutt’uno e risplendono ancora nel mio mattino.

Porto la rosa recisa con me, la rosa che diventa tutte le rose, la rosa dei poeti, la rosa degli innamorati, la rosa che fiorisce senza un perché e profonde bellezza e mistero da quando è bocciolo a quando sfiorisce e lascia che i petali tornino alla terra e al vento.

Sulla strada del ritorno incrocio la coppia regale che torna alla casa comune. Anche la regina ha in mano una rosa che pare la gemella di quella che ho io. Scorgo un lampo di curiosità nel suo sguardo mentre si accorge della mia rosa.

Al nostro piccolo corteo si uniscono i lupi che hanno la capacità di sbucare all’improvviso come se arrivassero da un’altra dimensione e forse è proprio così.

Seduti nel giardino davanti alla nostra casa ci sono la sacerdotessa e il guerriero, lui le sta porgendo una rosa identica alle altre due.

Le tigri arrivano di corsa a salutare i lupi, le aquile sorvegliano il nostro cielo mentre una brezza leggera si mischia al nostro respiro.

Il congedo di questa sera è un appunto di Marguerite Yourcenar.


“Una rosa è una rosa, ma dalla rosa di Anacreonte alla rosa del Roman de la rose, dal rosone delle cattedrali ai mazzi di fiori di Renoir, si esprimono, si elidono e si susseguono tutti i possibili modi di vedere la rosa e la vita”.

1942

Marguerite Yourcenar

Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948

traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990



La poesia di Jorge Louis Borges è tradotta da Domenico Porzio. Tutte le opere.Volume I. Meridiani Mondadori, 1984

***


II
Por el aire andan plácidas montañas
o cordilleras trágicas de sombra
que oscurecen el día. Se las nombra
nubes. Las formas suelen ser extrañas.
Shakespeare observó una. Parecía
un dragón. Esa nube de una tarde
en su palabra resplandece y arde
y la seguimos viendo todavía.
¿Qué son las nubes? ¿Una arquitectura
del azar? Quizá Dios las necesita
para la ejecución de Su infinita
obra y son hilos de la trama oscura.
Quizá la nube sea no menos vana
que el hombre que la mira en la mañana.

Jorge Louis Borges

da “Los conjurados”, Alianza, Madrid, 1985

sabato 30 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/83: l’Oracolo parla con una voce antica che è fatta di silenzio


L’Oracolo aspetta la notte per manifestarsi. Un fuoco è la sua dimora, la sacerdotessa ci porta da lui purché restiamo in silenzio perché è il silenzio che alimenta il fuoco della conoscenza.

Ci sono mille lucciole che ci indicano la strada, le ha chiamate la sacerdotessa che sussurra un’invocazione e raccoglie erbe e fiori intorno a noi. Ha gli occhi chiusi e il suo sapiente guerriero le indica la strada con gesti, che lei vede, e parole che lui non pronuncia.


Il segreto sta proprio nel silenzio,
la parola nasce là dove il silenzio
decide di ritirarsi e a volte si
nasconde come fanno i bambini
pensando di non essere visti.

Non crediate che non ci sia
un prezzo da pagare, anche
il grano sa di dover morire per
far nascere i germogli nuovi,
il seme cade e la pianta nasce.

Voi siete come piante che
il seme già conosce, non dovete
temere né il buio che vi avvolge
ora, né la luce che vi sorprenderà
il mattino in cui voi splenderete.



L’Oracolo parla con una voce antica, parla a ciascuno di noi come se fossimo soli, l’unico che resta in disparte è il poeta, lui conosce quella voce meglio degli altri e lo saluta.

Sai che credo solo nelle retoriche e nel ritmo, perché mi inviti a unirmi a questa attesa di speranze e implorazioni? Io continuerò a scrivere poesie con te o senza di te, poco mi importa – gli dice il poeta dal suo angolo di mondo.

Io pure credo nel ritmo perché senza ritmo non ci sarebbero né poesia né amore – aggiunge il guerriero, tutto quel che accade è l’incontro tra i simili che si completano e dove uno ha un pieno risponde il vuoto della creatura amata. Tutto l’universo esiste perché due è il numero perfetto – aggiunge il guerriero.

L’Oracolo non risponde altro, si limita a fiammeggiare, si nutre delle domande, lui che ha già tutte le risposte.


Risplendo nel buio e non ho
paura, le stelle sono una corona
per la notte non per il mattino,
ho accettato che la materia fosse
una risposta provvisoria alla
nostra sete di risposte e fame
di certezze. Ma qui tutto si
muove seguendo le regole di
un canto antico di cui non
conosciamo la melodia e il
ritmo. Tentiamo di indovinare,
a volte ci riusciamo e
ci sembra di accogliere tutto
l’infinito in noi come accade
durante l’amore quando non
siamo né uno, né due, ma
tutto, tutto tra due corpi
che si amano da prima che
il tempo iniziasse la sua conta.

La sacerdotessa risponde in versi ai nostri compagni, l’Oracolo si erge tra le fiamme e sorride.
Non saprei dire se è uomo o donna, ma sorride e allora lascio il gruppo e mi avvicino.

Dimmi Oracolo, perché questo destino? Stare sempre ai margini, sospesa tra i mondi e sempre in attesa? Perché ho avuto questa voce in dono se poi nessuno ascolta quel che ho da dire?


Il grano nel campo non fa domande, né il fiore di ciliegio si rammarica di dover morire per lasciare spazio al frutto che adoriamo. Rassegnati cara narratrice, se sai raccontare storie questo devi fare. Continua a cercare tra le vie della città non più silenziosa, tutti abbiamo bisogno di storie e di poesie. Voi qui siete in molti e siete due per ogni angolo del mondo, due per ogni punto cardinale e potete riposarvi a scambiare il posto con le aquile e i lupi, le tigri e il puledro con la volpe. Certo una coppia manca, ma sta per arrivare. Se l’Oriente appartiene al re e alla regina, se il Nord è tuo e del poeta, se l’Occidente è della sacerdotessa e del guerriero chi saranno i due che regneranno alla porta meridionale, quella che si bagna nei mari caldi che voi chiamate Mediterraneo?


Lo sapevo Oracolo che non ci avresti dato risposte, ma altri enigmi e misteri. Questa è la tua natura, non puoi fare altro, come la mia è scrivere poesie e lanciarle nel vento – dice il poeta.


Qui sono provvisorie tutte
le parole, la casa oscilla tra
i due soliti colori ora che
l’alba si avvicina. Credimi
vorrei tenere ferme queste
onde di luce, ma l’energia è
più forte delle mie mani, così
accetto di essere un foglio più
che il libro intero e ti lascio
girare pagina dopo pagina e
poi tornare indietro, perché
il segreto è questo indice
inesistente che muta come
i tempi dell’aurora, non
tornerai mai più sugli stessi
passi né a bagnarti nello stesso
fiume, la parola pronunciata
non è quella che ho scritto,
né tanto meno quella che tu
hai ascoltato. Meglio assecondare
il silenzio e cedere alle sue
lusinghe perché il nome che mi
avrà dato sarà la porta verso
quell'universo nuovo di cui si
parla sottovoce.

Il fuoco dell’Oracolo si dissolve, il guerriero sta abbracciando la sacerdotessa e il poeta si avvicina e apre le braccia mi stringe sul cuore. Ci chiediamo entrambi chi saranno i nuovi abitanti di questo mondo sospeso tra i mondi. Forse il re e la regina lo sanno, vedo le loro sagome in controluce avanzare verso di noi.

Le rondini e gli uccellini del mattino hanno requisito l’aria, andiamo, andiamo anche noi a respirare liberi e felici.

giovedì 14 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/67: il miele delle cinque e l’ora bella


Quando la stagione cambia è più facile che la nostra attenzione si fermi su alcuni momenti della giornata in particolare.

Sono due i momenti che però sfumano sino a far sì che in effetti diventino quattro.

La prima luce del giorno nuovo, all'inizio, è una notte sfrangiata che piano piano arretra sino a lasciare tutto lo spazio al tempo che reclama di essere l’unica guida della nostra vita.

Una scia d’argento accompagna le tenebre che si allontanano e, se anche le nuvole se ne stanno nascoste nel rifugio che nessuno conosce, il sole intinge le dita nella sua ciotola dorata e illumina il mondo a volte d’oro a volte di rosa e rosso.

Questo momento di passaggio, dove questa prima luce sfuma in un’altra luce, è ancora più bello vederlo immersi nella natura, su una spiaggia, in cima a un colle. In questi tempi chiusi mi accontento di contemplarlo stando sdraiata sul divano e guardando attraverso i rami dell’albero bellissimo che ombreggia le mie finestre. Quest’anno sono anche ritornati molti uccellini a nidificare e sono quasi scomparse le cornacchie, quindi anche l’udito è coinvolto dalla festa dello sguardo che si riempie di tutta questa luce.

I due momenti della giornata che scivolano poi uno nell'altro sono la fine del pomeriggio e l’inizio della sera, soprattutto d’estate. La sento nell'aria l’estate oggi, la sento al di là delle nuvole, la sento nascosta dai venti e dalla pioggia, ma so che sta arrivando perché le giornate sono sempre più lunghe e le rondini escono il mattino presto e soprattutto all'imbrunire.

Nel tardo pomeriggio per molti finisce il lavoro, c’era un tempo dove potevamo sederci all'aperto, da soli o in compagnia, e godere della magia dell’ora bella. Tornerà questo tempo? Soprattutto quando? Fino a quando dovremo andare in giro mascherati e impacchettati senza poter toccare niente e nessuno? Il tatto, l’olfatto e il gusto sono i sensi che più risentono di questa nuova normalità. Ne risentiamo noi adulti che abbiamo anni di esperienze tattili e olfattive nella nostra memoria, ne risentono ancora di più i giovani e i bambini affamati come sono di esperienze e di contatto. Forse anche perché da giovani più volentieri si sta in gruppo e, ormai maturi, si è più capaci di accettare questo distanziamento che però assume, giorno dopo giorno, una vera dimensione di lontananza.

Con nostalgia condivido questa prima poesia dedicata a un rito di passaggio dal giorno alla sera che tutti noi conosciamo:


Il miele delle cinque

A quest’ora sembra tutto nuovo, tutto
sembra appassionato, immerso nel miele
delle cinque e la notte
non ha ancora acceso le sue torce,
e a New York è buio,
e sto seduto a Piazza Navona
adesso nella mia terra cala la sera
con ardenti
colori, mentre qui tutto è lento, tutto
indugia.
E cosí fu sempre e cosí sarà, e anche
questo
è già stato scritto e cancellato, come
scrisse Keats .
Tutto è lento e tutto indugia, ogni ora scivola in quella successiva e il gusto di piccole felicità in arrivo si diffonde nel nostro essere come una promessa.

Farò, dirò, penserò, scriverò, amerò, non domani, non tra un mese, ma questa sera, proprio questa sera. Potrò essere da solo o sola nella mia casa, o raggiungerò qualcuno che amo. Un congiunto, come dicono le regole dettate da questo spirito del tempo che ha piegato anche il buon uso della lingua, qualcuno che mi è prossimo non solo per legame di sangue o parentela, ma perché ci siamo scelti e questo rende unico e prezioso ogni legame d’amore e d’amicizia.

Ci siamo scelti, la libera scelta, il libero arbitrio sono tra i fondamenti del consesso umano, ma questi tempi incarcerati stanno mettendo a dura prova la modulazione di libertà e affetti che davamo ormai per scontati. Anche per questo motivo la pandemia ha dato un taglio definitivo al Novecento, il secolo che non voleva finire.

Immaginiamo, se ancora non possiamo farlo davvero, di raggiungere colei o colui che amiamo.

Le rondini sfrecciano inebriate di luce, l’ora del miele è scivolata nella coppa di frutti maturi che è una sera condivisa, uno dei momenti più belli della giornata, il preludio a una notte d’amore o di tenerezza, a una notte d’insonnia o di sogni sfrenati.

Se non possiamo vivere, se non possiamo immaginare, possiamo scrivere o, meglio ancora, possiamo leggere, perché ogni esperienza umana è ritornare su un sentiero già battuto per lasciare la propria impronta, per lasciare che un nuovo canto, il nostro canto, si alzi nel cielo notturno e che anche le stelle si fermino incantate ad ascoltare le nostre voci scintillanti.



Il momento più bello della giornata

Fresche sere d’estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.
Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio e
Le prime ore della sera.
Ma davvero adoro
queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.



Il momento più bello della giornata è una poesia di Raymond Carver
Blu oltremare
traduzione di Pasquale Sica
Tullio Pironti Editore 1994


Il miele delle cinque è una poesia di Natan Zach
Sento cadere qualcosa
Poesie scelte 1960-2008
a cura di Ariel Rathaus
Giulio Einaudi Editore 2009




martedì 12 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/65: Invisibile ma chiaro, il solo amore


Chiedete a una donna di raccontarvi una storia d’amore e vi parlerà di fughe, cadute e redenzioni.

Chiedete a un uomo di parlarvi di una storia d’amore e vi parlerà di inseguimenti, fame e conquista.

Non sono luoghi comuni, o forse lo sono, ma affondano le radici in una storia condivisa dove le parti sembrano più occupate a recitare ruoli consolidati, noti e stanchi che avventurarsi nell’oceano sconosciuto di un amore nuovo.

Ne parlo con i lupi e il loro amore non ha bisogno di essere detto, le pellicce sono intessute di fiori e profumi, gli occhi scintillano e a ogni passo uno dei due intreccia una zampa con la zampa dell’altro, tocca il muso con il suo muso e si stringe al fianco perché due lupi innamorati sono una forza che nessun inverno può scalfire, solo la primavera sa attirarli fuori dalla loro tana e spingerli a giocare nella brughiera.

I lupi sono animali felici.

Il poeta è sempre seduto al tavolino, scrive, cancella, corregge e poi ricomincia da capo.
Scegliere l’amore come soggetto di una poesia è sin troppo facile – mi dice –, preferisco scavare nell’ombra ignota e cercare dove si è nascosta la musa che io amo. Niente è più pericoloso di una musa recalcitrante – mi dice –, meglio cercare una collaborazione e continuare a scrivere e cancellare, sino a quando non mi verrà la nausea per le mie stesse parole e allora, solo allora, quando sentirò che la matita è esausta, che il foglio non sopporterebbe un’ultima cancellatura, allora saprò che la poesia è finita e potrò lasciarla andare come una foglia nel vento. Della sua musa non mi dice il nome, dice invece che ormai dovrei saperlo e dovrei averlo imparato a memoria insieme all’ultima aubade che le ha dedicato. O almeno leggi – mi dice – il maestro indiscusso di tutte le aubade mai scritte:


Il sorgere del sole

Vecchio stolto faccendiere, sole dissennato,
perché così,
attraverso vetri e tende vieni a visitarci?
Le stagioni degli amanti devono volgere
ai tuoi movimenti?
Sfacciato dannatissimo pedante, va a strapazzare
gli scolari in ritardo, i garzoni inveleniti,
va a dire ai cacciatori: il Re vuole cavalcare,
chiama le formiche dei campi alle fatiche del raccolto,
immutabile l'amore non conosce climi e stagioni,
non giorni, mesi, e ore, del tempo solo i brandelli.

Perché pensi che i tuoi raggi
siano tanto potenti e venerandi?
Con un battito di ciglia potrei eclissarli,
obnubilarli, se non che non vorrei
non vedere lei tanto a lungo.
Se i suoi occhi non hanno accecato i tuoi,
guarda, e domani quando è tardi dimmi
se le Indie delle spezie e delle miniere
sono dove le lasciasti, o sono qui da me.
Chiedi dei Re che hai visto ieri,
ti sarà detto, che giacciono tutti qui in un letto.

Lei è tutti gli stati, io sono tutti i principi,
nient'altro esiste.
A paragone i principi non recitano che la nostra parte,
ogni onore è mimica, ogni ricchezza è alchimia.
Tu sei felice, oh sole, molto meno di noi,
in cui il mondo si è così contratto;
la tua età richiede agi, il tuo compito
è di scaldare il mondo - scaldaci, ed è fatto.
Splendi su noi e sarai dovunque,
questo letto è il tuo centro, queste pareti la tua sfera.


Il re è malinconico, sospira a sentire questa aubade perché la sua regina non è ancora arrivata. Si alza dal sofà, dove ormai vive, e va a buttare nel camino gli ultimi fogli che ha scritto. Non posso presentarle quest’ultima poesia – mi dice –, degno o non degno del suo amore io devo scintillare sulla tolda della mia nave e anche grazie alle mie parole di poesia e amore so che la regina mi riconoscerà.

La sacerdotessa è sempre la più tranquilla, lascia che la tempesta le scivoli accanto e, di nascosto, forse, scrive ancor di più del poeta e del re.
Tutti con una penna in mano in questa casa e quaderni intonsi, matite ben temperate.

So cosa stai pensando – mi dice –, la maggior parte delle persone è impegnata a vivere non certo a scrivere come si fa qui nella casa affollata. A proposito, smetti di chiamarla la casa affollata, questa dimora è degna di un nome che la contraddistingua e io ti propongo la Casa delle Parole.
Annuisco senza proferire parola, la sacerdotessa sa molto più di quanto non mi abbia raccontato e io le sono grata per la sua discreta presenza, per le preghiere e i canti che mi sta insegnando, per lo sguardo vuoto che sa riempirsi di futuro.
Le persone vivono l’amore, qualcuno lo racconta, qualcuno lo canta. È a noi assediati dai versi che i nostri simili chiedono le parole d’amore per cantare l’essere amato, la sua assenza o la lontananza. È una grande responsabilità – mi dice –, non possiamo accontentarci di parole comuni, certo le possiamo usare, ma le dobbiamo riporre nel nido della forma e soffiare quell’alito di vento che dia loro il giusto ritmo. Sei d’accordo con me – mi dice –, o frequenti altre impostazioni poetiche che non hanno seguito nel mondo delle sillabe?

La lascio a vaticinare il volo delle rondini e delle nuvole, il guerriero, o mago o viandante che aspetta prima o poi arriverà, come la regina.

Resto solo io, io da sola, la narratrice e scrivo contro il tempo, combatto l’oblio e trasformo questi istanti in parole che torneranno in vita a ogni vostra lettura. Non ho scelto di appartenere a questa schiera di insoliti scrivani, è capitato e io ho accettato la chiamata.

Per questo posso vagare nella città silenziosa allo stesso tempo che nella Casa delle Parole, e non sentire il distacco, non avere rimpianti, non cullare le disillusioni e scoprire ogni giorno nella poesia che la vita è tenace, che l’amore lo è ancora di più e sa aspettare, tessere e disfare. La poesia vive anche senza le parole dolenti e dolci degli innamorati, la città si popola anche senza desideri, la notte scende e noi viviamo in attesa di una nuova aubade, come il poeta che sa trasformare il tempo lineare e vuoto in un gorgo d’amore che illumina il giorno nuovo. La donna resta il solo mistero e il poeta se ne ammanta e si lascia bruciare.

La donna al sole

È solo che questo calore e movimento sono come
Il calore e il movimento di una donna.

Non è che ci sia un’immagine nell’aria
Né l’inizio o la fine di una forma:

C’è il vuoto. Ma una donna d’oro compatto
Ci brucia col tocco della veste.

E un’abbondanza dissociata d’essere,
Più definita per ciò che è lei -

Perché lei è disincarnata,
E porta l’odore dei campi estivi,

E confessa il taciturno e insieme indifferente,
Invisibile ma chiaro, il solo amore.


The sun rise by John Donne

Busy old fool, unruly sun,

               Why dost thou thus,
Through windows, and through curtains call on us?
Must to thy motions lovers' seasons run?
               Saucy pedantic wretch, go chide
               Late school boys and sour prentices,
         Go tell court huntsmen that the king will ride,
         Call country ants to harvest offices,
Love, all alike, no season knows nor clime,
Nor hours, days, months, which are the rags of time.

               Thy beams, so reverend and strong

               Why shouldst thou think?
I could eclipse and cloud them with a wink,
But that I would not lose her sight so long;
               If her eyes have not blinded thine,
               Look, and tomorrow late, tell me,
         Whether both th' Indias of spice and mine
         Be where thou leftst them, or lie here with me.
Ask for those kings whom thou saw'st yesterday,
And thou shalt hear, All here in one bed lay.

               She's all states, and all princes, I,

               Nothing else is.
Princes do but play us; compared to this,
All honor's mimic, all wealth alchemy.
               Thou, sun, art half as happy as we,
               In that the world's contracted thus.
         Thine age asks ease, and since thy duties be
         To warm the world, that's done in warming us.
Shine here to us, and thou art everywhere;
This bed thy center is, these walls, thy sphere.
“The Woman in Sunshine” by Wallace Stevens

It is only that this warmth and movement are like

The warmth and movement of a woman.

It is not that there is any image in the air

Nor the beginning nor end of a form:

It is empty. But a woman in threadless gold

Burns us with brushings of her dress

And a dissociated abundance of being,

More definite for what she is—

Because she is disembodied,

Bearing the odors of the summer fields,

Confessing the taciturn and yet indifferent,

Invisibly clear, the only love.


The Woman in Sunshine by Wallace Stevens è tradotta da Nadia Fusini per il volume Aurore d’autunno. Adelphi 2014


It is only that this warmth and movement are like

The warmth and movement of a woman.

It is not that there is any image in the air

Nor the beginning nor end of a form:

It is empty. But a woman in threadless gold

Burns us with brushings of her dress

And a dissociated abundance of being,

More definite for what she is—

Because she is disembodied,

Bearing the odors of the summer fields,

Confessing the taciturn and yet indifferent,

Invisibly clear, the only love.





domenica 19 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/42: come il giunco mi piego e resisto, ritorno

Ero seduta in riva a un corso d’acqua, il mare non era lontano, sentivo il frangersi delle onde sulla spiaggia.

Accanto a me una folla di giunchi si lasciava spettinare e trascinare dall’acqua in movimento, ma era solo un’illusione ottica, al minimo scarto del vento ecco che le cime dei rami si sollevavano e tornavano a danzare nell’aria.

Nel sogno camminavo lungo le rive, incerta se fermarmi o arrivare al mare. Ho sentito anche le rondini, finalmente, che davvero ieri sera sono arrivate nel mio cortile a rinnovare i nidi, e anche un gabbiano solitario.

Il chiarore dell’alba saliva dietro il filo dell’orizzonte, mi sono fermata e ho aspettato.

Ora che sono sveglia, le immagini del sogno si sono depositate sulla riva della realtà e mi interrogano.

Quei giunchi siamo noi fermi nei nostri luoghi, sollecitati dal vento e dalla pioggia loro, dalla chiusura al mondo noi.

Ma il giunco sa che il vento non è più forte, che non sarà quell'aria sfrontata ad averla vinta.

Amelia Rosselli scriveva in Documento:

La notte era una splendida canna di giunco
i suoi provvisori accecamenti erano di giunco
i suoi averi scappavano dalle mie mani
le sue filantropie erano di giunco.
Oh potessi avere la leggerezza della prosa
o di quel inverno che fu così ben racchiuso
fra i tetti impiantati: questa strada d'inverno
è come se qualcuno l'avesse saccheggiata.
Oh potessi realizzare le rissa degli angioli
indovinati fra le colonne vertebrate, così
come la strada precipita senza segno, senso
per un vuoto putiferio per un mistico
soliloquio.

Anche la mia notte è stata una splendida canna di giunco, così continuo a cercare nelle parole dei poeti il senso di quel sogno e del nostro stare.

Anna Achmatova dice che non visiterà i nostri sogni:

Ma io vi prevengo che vivo
per l'ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

E Federico Garcia Lorca vede il giunco e la penombra tremare insieme:

Il campo
di ulivi
s'apre e si chiude
come un ventaglio.

Sull'oliveto
c'è un cielo sommerso
e una pioggia scura
di freddi astri.

Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
S'increspa il vento grigio.

Gli ulivi
sono carichi
di gridi.

Uno stormo
d'uccelli prigionieri
che agitano lunghissime
code nel buio.

Saettano le immagini dei poeti e le loro parole, so soltanto che quei giunchi siamo noi e in silenzio resistiamo anche se impauriti e soli.

Una rondine si fa sentire più delle altre e io tengo in me tutte le primavere passate in cui ho sentito lei e prima ancora i suoi genitori e i genitori dei suoi genitori.

La vita continua nel profondo di noi, non ha bisogno di essere esibita.

Questa immobilità forzata ci costringe a guardare all'essenziale, a interrogare i nostri cuori, a non rimpiangere il passato, ma ad amarlo per quello che è stato e lasciarlo andare.

Possiamo scegliere di stare nel presente, nel respiro, nella gioia dell’istante, seguire le rondini impazzite di luce e anticipare la stagione calda che così tanto aneliamo.

Possiamo continuare ad amare, anche nel chiuso delle nostre case.

Questa poesia l’ho scritta questa mattina al risveglio e anche questo è un dono per il giorno nuovo:

Come un giunco è il mio amore,
si piega a ogni vento, inchina
il capo alla tempesta, sa che
passeranno, pioggia e paura.

Ma il mio giunco d’amore resta
saldo nella sua posizione, non
teme il tempo perché anche
il tempo passa, non teme
il sole e il ghiaccio, tutto
muta e trascorre, tutto
passa, ma non il mio giunco,
non il mio amore che resta
saldo giorno dopo giorno,
nel suo angolo di mondo,
invisibile agli occhi.