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lunedì 26 novembre 2012

Poeti e scrittori a Milano


Oggi si è conclusa la prima edizione del festival Writers ai Frigoriferi Milanesi, un bell’evento, laterale e accattivante. Nel pomeriggio è stato proiettato il documentario olandese di John Albert Jansen  dedicato a Wisława Szymborska e alla fine diversi poeti, scrittori e traduttori, tra cui Nicola Gardini, Mario De Santis, Francesco M. Cataluccio, Cristina Alziati, hanno letto una poesia della Szymborska e un loro testo. Che meraviglia vedere e ascoltare poeti e poesia a profusione. Alla cena con l’autore Bruno Osimo ha letto brani di Bar Atlantic e tutti (quasi) i partecipanti, tra cui gli editori Claudia Tarolo e Marco Zapparoli di Marcos y Marcos, hanno letto una delle poesie di Hum Mugdal che costellano il romanzo di Bruno. Meno male che a fine serata pioveva, sennò avrei continuato a pensare che questa breve giornata somigliasse un po’ troppo al Paradiso dei bibliofili…

E.P.

domenica 13 maggio 2012

Ritratto della scrittore che legge/2


Ma il terrore vero e proprio erano le letture di libri. Raffaele leggeva con grande facilità, addirittura gli piaceva! In quinta elementare conosceva già tutti i classici per l’infanzia, mi parlava affascinato di Salari, e io lo ascoltavo affascinato, pensando chissà come ha fatto a leggerli tutti, è molto più comodo stare qui ad ascoltare lui che ha fatto tutta la fatica!
Un giorno alla cartolibreria Pacini di via Fauché – quella dove mi sono poi comprato l’Enciclopedia dell’educazione sessuale – ho scoperto la collana che faceva per me: dorso rosso, formato dieci centimetri per dodici, foliazione, modesta, caratteri grossi, le avventure di Brains (che io pronunciavo rigorosamente all’italiana), un bambino prodigio (un po’ come Raffaele) che faceva l’agente segreto. Questa collana stupida per semianalfabeti ha avuto il merito di farmi capire che leggere poteva anche non essere una pura punizione. Così, nelle lunghe e noiosissime estati dell’adolescenza riuscivo magari a leggere, nell’arco di tre mesi La certosa di Parma (c’era la collana Einaudi ragazzi, irresistibile con il suo color mattone e i libri tutti uguali nel cofanetto, con quei caratteri misteriosi, forse un po’ britannici, che al posto del numero 1 avevano la I maiuscola; avevo programmato di leggerli tutti, calcolando esattamente quante pagine dovevo leggere al giorno per ultimare la lettura entro cinque anni, ma, come tutti i miei progetti, non sono andato oltre il primo volume). Dopo, quando un’amica di un’amica della mamma ha saputo che io studiavo la lingua russa, mi ha detto di andare dal professor Vincenzo Gibelli in via Pontaccio, che era vecchio e malato ma avrebbe avuto piacere di darmi delle lezioni gratis, e io ci sono andato. Quando suonavo dovevo aspettare tantissimo perché lui camminava piano piano, ma quando mi apriva aveva un grande sorriso e mi faceva serere a un tavolo, e parlava solo russo, che vergogna e che fatica!
Prima delle vacanze, lui mi ha dato l’elenco dei cinque romanzi russi che dovevo leggere senza fallo: Delitto e castigo, Padri e figli, Guerra e pace, Oblomov, Le anime morte. Sapevo che la letteratura russa era sterminata, e il fatto che lui, che era così vecchio ed esperto, me ne mettesse lì cinque, e che in quel modo suggerisse implicitamente (non è vero ma a me faceva comodo pensarlo) che c’era una specie di ‘condono letterario’, che quei cinque mi avrebbero assolto dall’obbligo di leggere tutti gli altri, mi ha invogliato enormemente. E poi come si faceva a dire di no a uno che faceva tanta fatica a camminare per venirmi ad aprire ogni volta che suonavo alla sua porta, aveva i capelli lunghi, bianchi, il bastone, e parlava solo russo (con me)? E così, in soli due anni (un’impresa per me), li ho letti tutti.
In realtà quello che detestavo era percepire la lettura come tempo che passava mentre io stavo fermo a non fare niente (ossia a leggere). Viaggiavo come la Millecento col freno a mano tirato. Che non mi piacesse leggere, che non mi piacesse studiare, ho scoperto poi che era una difesa, una barriera per evitare la vertigine prodotta dall’abisso di tiepidità della lettura e dello studio per piacere, non per dovere. Di fatto avevo un blocco, un collo di bottiglia, un ingorgo di libido libraria. Dopo i cinque libri russi, come una maschio sessualmente sano che non ha mai scoperto il nesso tra attività sessuale e beatitudine della scarica libidica, e che finalmente s’innamora e coglie questo nesso, la lettura è diventata un’attività alla quale mi sono sempre abbandonato con avidità, con ingordigia, al punto che se un libro dopo un certo numero di pagine non mi dice più niente e lo trovo prevedibile, lo abbandono senza sentirmi minimamente in colpa, perché non riesco a guardare tranquillo la pila dei libri in lista d’attesa sul comodino con la consapevolezza che sto perdendo tempo con un autore prolisso – dal mio punto di vista naturalmente.
Diverso è con l’ebraico. Non desidero imparare l’ebraico. Desidero studiarlo. Il tempo dedicato a capire la mia vita, a studiare l’ebraico, è sospeso, è di servizio, non serve a comunicare, è fine a se stesso. Le parole studiate alle elementari risuonano in me non tanto come parole, quanto come suoni odori sapori affetti; speravo che, facendomele risuonare nella mente, l’eco potesse risvegliare sensazioni, ricordi, momenti che ho vissuto in qugli anni cruciali per la mia formazione di ebreo tra i non ebrei, di diversamente ebro tra gli ebrei, di amico tra i nemici e nemico tra gli amici, a cui sono stato abituato da papà.

Bruno Osimo
Dizionario affettivo della lingua ebraica
Marcosy y Marcos 2011 

martedì 8 maggio 2012

Sei poesie per Tamar


1
La pioggia parla in silenzio
adesso puoi dormire.
accanto al mio letto il battito d’ali del giornale
non ci sono altri angeli
mi sveglio presto per corrompere il giorno che viene
che sia buono con noi
2
Avevi una risata di chicchi d’uva:
molte risate verdi e rotonde
il tuo corpo è pieno di lucertole
che tutte amano il sole
son cresciuti i fiori nel campo, son cresciuti i fili d’erba sulle mie guance
tutto è stato possibile
3
Sei sempre sdraiata
sopra i miei occhi
ogni giorno che siamo stati insieme
Qohelet ha cancellato una riga dal suo libro
siamo la prova a discolpa del giudizio terribile
assolveremo tutti!
4
Come sapore di sangue in bocca
è stata la nostra primavera – all’improvviso
l’universo è sveglio stanotte
è sdraiato supino a occhi aperti
il bacino della luna combacia con la linea del tuo sorriso
il tuo seno con la linea del mio sorriso.
5
Il tuo cuore gioca ad acchiappa sangue
dentro le tue vene.
i tuoi occhi sono ancora caldi come letti,
ci si è sdraiato il tempo
le tue cosce sono dolci di due giorni fa,
io vengo da te
tutti i centocinquanta salmi
ruggiscono insieme
6
I miei occhi vogliono scorrere uno verso l’altro
come due laghi vicini
dire uno all’altro
tutto quello che hanno visto
il mio sangue ha molti parenti
non lo vanno mai a trovare
ma quando muoiono,
il mio sangue eredita

Yehuda Amichai


(Traduzione dall’ebraico di Bruno Osimo)

martedì 24 aprile 2012

La storia è fatta di individui

Vengo qui allo Yad Vashem come se andassi a chiedere a tutti questi testimoni della Shoàh che raccontano la propria storia ... 
Quello che trovo particolarmente interessante in questo memoriale è la sezione in cui ci sono testimonianze delle persone su di sé, quindi la storia fatta di singoli individui che parlano di quello che è successo a ciascuno di loro. La storia per me è questa. La storia è fatta di individui.


Bruno Osimo 
Dizionario affettivo della lingua ebraica
Marcos y Marcos