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mercoledì 22 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/836. Più la giornata è intensa, più la Cronaca è pigra

 


Partire, partire, guardare il paesaggio dal treno come se fosse un viaggio lunghissimo che ci aspetta, poi fermarsi a Firenze qualche ora e prendere un regionale per l’Umbria dove un’amica ci aspetta. Arrivare a casa sua, un piccolo borgo incantato, case di pietra e una vista fenomenale sul lago Trasimeno. Una cena estiva e poi una rapida conoscenza con una gattina tutta nera, compreso nasino e vibrisse, che si è spazzolata tre fette di prosciutto e una di tacchino come se non ci fosse un domani. Gli occhi sono avidi di piccole cose, di bellezza, di novità. Tutto sembrava più bello e diverso oggi, perché era tempo che non guardavo un paesaggio così selvaggio e verde. Oggi è mercoledì 22 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 836, piccola e pigra, è inversamente proporzionale all’intensità della giornata.

sabato 15 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/678. La vita è incessante, perfino nella sua quiete

 


 

Anche oggi una giornata ricca di letteratura, poesia e filosofia, con dei compagni di strada eccezionali. Sono tante le cose che vorrei scrivere di queste ore appena trascorse, ma voglio che sedimentino in me, con calma, e poi vedere cosa ci sarà in fondo a questa polla d’acqua e di sapienza, cosa resterà in me di tutte le storie, la cura e le guarigioni.

 

 

Anche il tempo non sa cosa fare quando guarda le rose

 

E qui aspetto il fiume

prima che diventi mare,

svolta e si apre, corre

e l’acqua salata lo attrae

perché tutti siamo pronti

a cambiare in corsa il nostro

destino. Anche le stelle

saprebbero come mutare

senza perdere la luce, ma

devono accontentarsi di

essere fantasmi della luce

originaria, quella che noi

vediamo. Come le rose in

fondo al giardino vorrebbero

essere la prefazione di un

frutto, noi cerchiamo l’angolo

originale, quel punto di vista

che solo noi, dai nostri occhi

sappiamo avere. Ma forse, a

volte, è meglio arrendersi

allo stato naturale e splendere

in questa bellezza senza scopo

e fine se non l’essere bellezza

e annientare il tempo che

abbandona il fiume e si blocca

quando le rose sono fiorite

in fondo al nostro giardino.

 

 

È sempre così ricca la vita e sorprendente, anche quando si è lontani e non ci si può guardare negli occhi. Ma ci sono sempre le parole cui potersi affidare, la poesia da lasciar entrare ogni giorno nella nostra vita e andare oltre l’ansa del fiume e il muro di cinta del giardino dove sono fiorite le rose.

Oggi è sabato 15 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 678 zampilla dalle ore del giorno che è appena trascorso e ancora non è stanca e sfoglia libri e legge poesia. Il suo titolo è una citazione dal libro Verso un sapere dell’anima della filosofa Maria Zambrano.

mercoledì 22 febbraio 2017

le montagne nel ghiaccio s’inazzurrano

Inverno 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

     ma se ti volgi e guardi

     nubi nel grigio

     esprimono le fonti dietro te,

   
    le montagne nel ghiaccio s’inazzurrano.

     Opaca un’onda mormorò

     chiamandoti: ma ferma – ora

     nel ghiaccio s’increspò

     poi che ti volgi

     e guardi

     la svelata bellezza dell’inverno.

     

     Armoniosi aspetti sorgono

     in fissità, nel gelo: ed hai

     un gesto vago

     come di fronte a chi ti sorridesse
     di sotto un lago di calma,

     mentre ulula il tuo battello lontano

     laggiù, dove s’addensano le nebbie.


Vittorio Sereni
Frontiera
Mondadori 1941

lunedì 26 settembre 2016

Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano

Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: “Qui vuoi?”. 
Non mi aspetto una risposta, un segno nel pugno in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. 
Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. 

Erri De Luca

Tre cavalli
Feltrinelli 1999 

giovedì 3 marzo 2016

Tu sei la terra che non finisce mai e gira e torna sempre alle stagioni

Il viaggio

Tu sei la terra che non finisce mai
e gira e torna sempre alle stagioni,
tu sei la fine della paura
che il sole non risorga
e la vita d’una colpa si spenga.
Vince il tuo canto il sapore
d’un corpo solo e prigioniero,
il timore del ritorno
alla solitudine delle stelle.
Tu sei lo spavento della bellezza
quando mi chiami e non parli,
il desiderio della fine
quando mi stringi,
il tempo che si rompe nel sospetto
d’un altro tempo tuo senza di me,
quell'era arcaica ch'io non vedrò mai.
Io sono il fumo della vita
che bruciò quel tempo favoloso
e vago in te come esploratore
timoroso che l’altro, dagli antipodi,
lo preceda allo zero del polo
per piantare il vessillo del suo re.


Roberto Pazzi
Calma di vento 
Garzanti 1987

martedì 1 marzo 2016

perché anche l’amore è superiore, anch'esso è più grande di chi ama

Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l'acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d'acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l'acqua, questa città migliora l'aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell'universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l'eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all'uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch'esso è più grande di chi ama.

Iosif Brodskij 
Fondamenta degli Incurabili
traduzione di Gilberto Forti
Adelphi 1991

venerdì 27 novembre 2015

Il vento è una visione con città di nuvole distrutte

Vento. Essere nel vento.

Della steppa
Il vento corre sulla terra senza incontrare ostacoli
brucia dritto senza barriere di monti.
È a est del corpo che schiaccia le spine dei cespugli.
Ha nomi mongoli, rumori di zoccoli che fendono lo spazio.
Si solleva. Si raccoglie negli altipiani:
Caucaso, Anatolia, e il regno beffardo di Sardon
dove si dice siano tracce dell’Arca e della Croce.
È una visione con città di nuvole distrutte
dove una sola icona splende di bellezza 
incorruttibile eppure spezzata dal calcio dei cavalli.

Antonella Anedda 
Il catalogo della gioia
Donzelli 2003

lunedì 16 novembre 2015

la disperazione volge in estasi e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo

E se Eraclito e Parmenide
avessero ragione contemporaneamente
e due mondi esistessero affiancati
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia
scocca immemore, e l’altra indulgente
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo
si struggono in una crudele fiamma rugginosa.
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,
c’era la guerra, la guerra non c’era,
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,
le ali dello sparviero devono essere brune,
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole
vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli
reggono cauti lunghi stendardi boscosi,
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade
folli stordite dalla propria luce.
Nel museo davanti a una tela scura
si stringono pupille feline. Tutto è finito.
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive
una sgrammaticata condanna a morte.
La giovinezza si dissolve nell'arco
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno
medaglioni, la disperazione volge in estasi
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi

sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.

Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012



martedì 1 settembre 2015

Settembre a Venezia

Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l'ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.

Vincenzo Cardarelli
Poesie
Mondadori 1942


domenica 23 agosto 2015

Nella notte dove ogni lanterna cede

LA BELLEZZA

Nei mosaici del sangue,
nei codici scolpiti
dalla Risacca e dal Tempo,
la nostra notte – tu.

Cella, confine
dalle pareti sferiche
dove ogni lanterna
cede.

E alcuni ti chiamano Bellezza!

Danilo Bramati
Idioti Nell'ombra
Atì editore 2010

giovedì 16 luglio 2015

Il destino non si risolve nelle stelle, ma nelle nuvole

Le nuvole sopra Ferrara

2.

non potevo scegliere
nulla nella vita
secondo la mia volontà
la conoscenza
e le buone intenzioni

né un mestiere
né un posticino nella storia
né un sistema che spieghi tutto
né tante altre cose
perciò ho scelto posti
molti posti in cui fermarmi

 - tende
 - osterie lungo le strade
 - rifugi per senza tetto
 - stanze per ospiti
 - ho pernottato sub Iove
 - nelle celle dei chiostri
 - in pensioni sul mare

i veicoli
come tappeti volanti
delle favole d’Oriente
mi spostavano
da un luogo all’altro
mezzo addormentato
incantato
tormentato dalla bellezza del mondo

in fondo
questa era una spedizione suicida

strade intricate
apparente mancanza di scopo
orizzonti in fuga

ma ora vedo chiaramente
le nuvole sopra Ferrara
bianche
oblunghe
senza veli
quasi immobili

si spostano lentamente
ma sicure
verso rive
sconosciute

proprio in esse
e non nelle stelle
si risolve
il destino

(Dal Rovigo, 1992)

Zbigniew Herbert 
traduzione di Maciej Bielawski
dal suo sito

venerdì 18 aprile 2014

Creare significa trasmettere bellezza e gioia

La passione per il design lo assale durante l’adolescenza, a Hiroshima, la città in cui è nato, la città della bomba. Quando viene sganciata, 6 agosto 1945, lui ha sette anni. Sua madre ne morirà tre anni dopo e come lei altri suoi famigliari. L’unica volta in cui Miyake ha riaperto pubblicamente quella ferita è stata nel 2009, in una lettera al presidente Obama pubblicata dal New York Times:
“...Ero un bambino. Ancora oggi quando chiudo gli occhi vedo cose che a nessuno dovrebbe essere consentito di vedere. Ricordo tutto. Anche per questo nella mia vita ho preferito occuparmi di cose che potessero essere create, e non distrutte, e che potessero portare gioia, e bellezza...”.
(...)

Prima di salutarci gli chiedo quali consigli darebbe a un giovane designer. «Non pensare solo con la propria testa ma confrontarsi con chi lavora nelle aziende. Essere curiosi, osservare la natura, visitare mostre di arte e architettura. Ma, soprattutto, consiglierei di interessarsi alle persone: il designer ha una grande responsabilità sociale, dovrebbe pensare attentamente a ciò che la gente desidera per fare in modo che il suo stile sia compreso e infine usato». Socchiude gli occhi e, come se per un attimo tornasse con la memoria alle cose terribili che a nessuno dovrebbe essere consentito di vedere, ci congeda con queste parole e con un sorriso: «In fondo ciò che dobbiamo fare è solo trasmettere bellezza, gioia e — magari
— anche un po’ di comodità».

frammenti dell'intervista su Repubblica 13 aprile 2014 che Lorenza Pignatti ha fatto al designer Issey Miyake

lunedì 1 aprile 2013

Di spazio e di solitudine

Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l'essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale. La risultante di queste conquiste conduce direttamente alla capanna.

Sylvain Tesson
Nelle foreste siberiane
traduzione di Roberta Ferrara
Sellerio 2012

lunedì 21 maggio 2012

Ricetta per un capolavoro: la bilancia di Flaubert


La bellezza e la verità sono il segreto e il cuore della creazione. La verità è bella, e la bellezza è vera. Un capolavoro è fatto di bellezza e di verità, in ogni parola, ogni frase, ogni paragrafo, ogni capitolo. Ma cos’è la verità? La verità è che nulla può essere diverso da come è. La verità è che ogni parola scaturisce necessariamente dalla precedente, che non si può togliere né aggiungere niente senza perdere qualcosa. La bellezza è che una linea non può essere spostata di un millimetro né da una parte né dall’altra, in un disegno, senza che l’unità ne soffra. La verità è che quella stessa linea non può essere spostata perché il risultato sarebbe arbitrario. L’arte di cattiva qualità invece è piena di linee che potrebbero tranquillamente essere tracciate da qualche altra parte.
È disperatamente semplice e disperatamente difficile. L’obiettivo è creare un’opera che sia allo stesso tempo bella e vera in ogni suo dettaglio. Non si può forse dire che se qualcosa non può essere diverso da com’è, possiede il più alto grado di realtà?
Lo stile è tutto, ho detto e sostenuto in altre occasioni. In un certo senso è vero, ma non come lo si intende generalmente. Lo stile è forma e contenuto allo stesso tempo, entrambi altrettanto necessari. Il lettore deve esitare costantemente tra la tentazione di ascoltare la musica delle parole e quella di dimenticarla per capire il contenuto. Un libro il cui stile non si impone e non induce il lettore alla tentazione della musica, non è letteratura. E nemmeno un libro che sia solo stile, sempre che sia possibile.
Ogni parola è sia suono che contenuto. Nessuno dei due è più importante dell’altro, nessuno deve prendere il sopravvento. Scrivere un capolavoro è scegliere ogni parola sia per la forma che per il contenuto. Ogni parola scelta solo per l’uno o per l’altro è un’imperfezione. Non solo un difetto estetico, perché questo equivarrebbe ad ammettere che la bellezza possa vivere di vita propria. E’ possibile che la bellezza pura esista nel mondo della musica, o almeno così si dice. Ma non esistono parole, a parte il vero e proprio nonsense, che siano solo belle. O solo vere. Ogni parola è l’uno e l’altro.
È possibile scrivere un’opera in cui ogni parola sia scelta tanto per la sua bellezza quanto per la sua verità, tanto per la forma – ovvero il suono – quanto per il contenuto? Non lo so. Ho lavorato a Madame Bovary per cinque anni, soppesando ogni parola, ogni frase, ogni capitolo sui due miei piatti della bilancia. Ci sono stati giorni in cui non una sola parola ha superato l’esame. Non una!
Ho detto e sostenuto che non esistono più verità. Mi riferivo a quelle verità che sono solo contenuto: idee, opinioni, credenze e convinzioni. Non appena vengono espresse a parole esiste invece una verità, e cioè che niente può essere detto senza una forma. Nemmeno la matematica è pura forma, come si sostiene, perché perfino gli assiomi matematici devono essere espressi a parole. Non abbiamo altro su cui basarci.
La ricetta per un capolavoro è dunque questa: scegliere ogni parola in modo che sia bella e vera allo stesso tempo.
È così semplice, e così disperatamente difficile.
Perché la bilancia su cui vanno pesate le parole è sprovvista di scala.


Flaubert apocrifo, tratto da uno dei miei libri preferiti

Björn Larsson
Otto personaggi in cerca (con autore)
Iperborea 2009
traduzione di Katia De Marco