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giovedì 5 gennaio 2017

La singolare ricchezza di questa vita è dunque tutta interiore

Un ritratto di Puškin


   Dominata dall’amore, dall’amicizia, dall’intrigo galante, dall’avventura, o meglio (e ciò la rende più patetica) dal contìnuo e quasi sempre deluso desiderio di avventura, la vita di Puskin ci appare la più poetica forse e romantica tra le vite dei grandi poeti. Meglio ancora, essa sembra a lui Puskin aderire o attagliarsi in modo così perfetto, da risultare altamente indicativa anche per lo studio della sua opera.

   Le sue vicende esteriori sono (per modo di dire) note: dalla già desta infanzia, attraverso un’adolescenza studiosa e turbolenta, col passaggio obbligato per quella irrefrenabile esplosione di vitalità, per quella sete smodata di godimenti che tennero dietro all’uscita dal Liceo, giù giù fino alla maturità sempre feconda ma ancora inquieta. Così come ognuno ha bene o male notizia degli ora citati amori del Poeta, dei suoi infortuni politico-letterari con relativi esili e domicili coatti, dei suoi giochi, delle sue eccentricità, dei suoi duelli, fino all’ultimo che gli costò la vita. E si vuol dire che ciascuno di questi episodi par quasi la figurazione o il segno di un particolare atteggiamento di quell’animo: l’anelito di libertà, l’indole riottosa, l’orgoglio, lo spregio son qui largamente testimoniati, insieme alla connaturale malinconia, alla nobiltà del carattere, alla profonda ed esigente serietà, al rigore di ricerca e di lavoro (su cui non si insisterà mai abbastanza), infine ai concreti interessi umani, ossia per quella umanità colla quale Puskin fu pur sempre in polemica e dalla quale fu quasi sempre amareggiato. Tutti poi essi episodi esemplificano una universalità che, non dichiarata apertamente né affidata a clamorosi messaggi, non è facile percepire, ma sorregge nondimeno l’intera opera e del resto sempre meglio si va manifestando col procedere del tempo; che insomma pone il Poeta tra i maggiori di ogni paese.

   Giacché, se si guardi più addentro e si tenti di tirare le somme, questa vita in apparenza disordinata, casuale, persino dissipata, non solo rivela il suo carattere rigorosamente unitario, ma si presenta in fondo meno eccezionale di quanto sembri alla prima. In fondo le esperienze che la compongono non sono molto dissimili da quelle che, se non fece, avrebbe potuto fare ogni uomo di quel tempo: solo che furono dal Poeta vissute con incomparabile intensità. La singolare ricchezza di questa vita è dunque tutta interiore, mentre la sua comunicazione colla vita del tempo ci è garanzia di umano impegno. E in tal senso essa può esserci, pur tra le sue palesi deviazioni, esemplare.

   A coloro che abbiano per la vita di Puskin un interesse immediato e generico, come a chi vi cerchi utili indicazioni, raccomandiamo caldamente il recente libro di Henri Troyat: Pouchkine (Plon, Parigi. Veramente l’Autore aveva già pochi anni addietro pubblicato un libro dello stesso titolo, in due volumi); del quale non esitiamo ad affermare che rappresenta alcunché tra quanto di meglio e di più completo si sia fin qui fatto sull’argomento, o addirittura il meglio.

(...)

Tommaso Landolfi
Gogol' a Roma
Adelphi 2002

mercoledì 14 ottobre 2015

Scrivere sul confine tra realtà e finzione

Esce in tutto il mondo Dictator ultimo volume della trilogia su Cicerone. L'autore, Robert Harris, ex giornalista politico della Bbc divenuto scrittore di grandissimo successo, ci accompagna per l'occasione in una passeggiata per luoghi ciceroniani. 
La prima tappa è un muro, nascosto nel giardino di una casa privata. Quello che resta della villa dove il più celebre degli oratori ha vissuto a lungo. Da qui ha scritto molte lettere all'amico Attico: «Sono servite come fonti per il mio lavoro», spiega Harris. «Ho impiegato dodici anni per concludere la trilogia, e i primi due solo per raccogliere documenti». 
Racconta del suo metodo di lavoro e dei confini morali di uno scrittore: «Come giornalista so di non dover mai scrivere una cosa che sia evidentemente falsa. Ma sono un romanziere, e ho anche il dovere di inventare: le conversazioni, le motivazioni politiche, certi piccoli segreti della vita privata delle persone. Devo fare ipotesi, speculare. E soprattutto tagliare, tralasciare, eliminare. Lì, nel montaggio, si stabilisce il confine tra realtà e finzione. La diversa velocità nel dipanarsi degli eventi, la progressione, l'incalzare. Si può dire che il mio lavoro consiste nel fare tutto ciò che è vietato agli storici e gli studiosi». 
La trilogia, nella finzione letteraria, ricalca una biografia di Cicerone scritta da Tirone, schiavo, segretario, e infine appunto di lui biografo, che nella realtà è andata perduta: «Tirone non avrebbe mai scritto un libro come questo. Il mio è decisamente un libro del XXI secolo, che tiene conto di Freud, della nostra storia di quello che abbiamo visto accadere».
La nostra seconda stazione è una cisterna. Camminiamo su un corridoio di legno sospeso sopra l'acqua: «Credo sia sbagliato — spiega Harris — pensare che la fiction storica sia una fuga dalla realtà contemporanea. Ho sempre affrontato la narrazione come se stessi parlando del presente. Qualche anno fa, a Pompei, sono rimasto colpito dall'abilità, l'intelligenza tecnologica degli acquedotti romani. L'uso dell'acqua mi ha fatto riflettere sulla raffinatezza di quella civiltà, l'amore per il lusso. E attraverso tutto questo sono arrivato a Cicerone».

incipit dell'intervista di Elena Stancanelli a Robert Harris
Repubblica martedì 13 ottobre 2015

venerdì 24 aprile 2015

Leggere è cercare amici e alleati fuori del tempo e dello spazio

Nel leggere i poeti, la Achmatova e Mandel'štam possedevano la straordinaria capacità di cancellare lo spazio e il tempo che li separavano da loro. Una tale lettura era sostanzialmente senza tempo ed essi entravano in contatto diretto con l'autore. Questo accadeva non soltanto con i contemporanei, ma anche con i poeti scomparsi da lungo tempo. Osip Ėmil'evič scoprì una capacità del genere in Dante, il quale si incontra, all'inferno, con i suoi poeti prediletti dell'antichità. Nell'articolo La natura della parola Mandel'štam cita Bergson, il quale cerca una connessione tra fenomeni omogenei, separati solo dal tempo; ed è sempre la solita ricerca di amici ed alleati fuori del tempo e dello spazio. Probbilmente lo avrebbe capito Keats: anch'egli desiderava incontrarsi alla taverna con tutti i suoi amici vivi e morti. Nel far risorgere coloro che non sono più con noi, la Achmatova si interessava alla loro vita, ai loro rapporti con il prossimo. Così mi offrì per la prima vota su un piatto d'argento Shelley, che, se non sbaglio, le serviva per allenarsi. Poi sopravvenne l'epoca del rapporto con Puškin. Con la perspicacia di di un giudice istruttore o di una donna gelosa, Anna Andreevna scopriva passo per passo come agivano, pensavano e parlavano coloro che lo attorniavano, approfondiva i motivi psicologici, rivoltava, come un guanto ogni donna cui il poeta aveva donato anche un solo sorriso.

Nadežda Mandel'štam 
L'epoca e i lupi
traduzione di Giorgio Kraiski
Mondadori 1971

sabato 10 maggio 2014

Scrivere è anche rimpiangere di averlo fatto

«J.D. Salinger trascorse dieci anni a scrivere Il Giovane Holden e il resto della sua vita a rimpiangere di averlo fatto»

incipit della biografia «Salinger. La guerra privata di uno scrittore», Isbn 2014
recensita da Giuseppe Culicchia su Tuttolibri di oggi.

martedì 28 gennaio 2014

Se hai il blocco della scrittura scrivi una biografia

La biografia è il racconto di una vita altrui, che ha valore per la bizzarria, il fascino, il significato storico o culturale. La vita altrui dovrebbe stare là, e tu dovresti stare qua. La distanza è data dall’analisi critica. Se sei uno storico, la regola funziona. Ma con uno scrittore non va mai a finire così. Il soggetto della biografia diventa personaggio di romanzo. Urta, sollecita, spreme e rende ambigue le coscienze. E lo scrittore non sta più lontano, chiuso in astratte disquisizioni, ma è dentro il mare dell’esistenza altrui, naviga a vista tra fascino e paura.
Emmanuel Carrère è uno scrittore di biografìe: Jean-Claude Romand, il bugiardo compulsivo che assassina moglie figli e genitore, Philip Dick lo
scrittore di fantascienza, e Eduard Limonov esule, poeta, carcerato e politico. Ma le biografìe si intrecciano incessantemente con la vita dell’autore, creando, in un certo senso, una propria an-ti-biografìa. Quasi che attraverso le vite degli altri si possa raccontare la propria, vista nelle sue zone di limite. Chi decide lo stato di eccezione? Questa era la domanda che si poneva Schmitt ragionando sul potere, e che poi ha definito la figura dell’homo sacer di Giorgio Agamben. Qual è quindi il nostro stato di eccezione, quale il confine fra normalità e follia? Cosa una vita altrui ci può dire sulle semplici cose della nostra vita: fare figli, andare a prenderli a scuola, scrivere un libro o intraprendere un viaggio. Perché la presenza altrui può essere così inquietante, e come si affronta la perturbazione personale con la scrittura? Nella sua opera, Carrère risponde con uno stile lucido a questi interrogativi. Spietatamente lucido, verrebbe da dire.

Molti scrittori in erba si chiedono come si sceglie un personaggio. Lei
come sceglie un soggetto a cui valga la pena dedicare una biografia?

Non ho un solo modo. Ogni volta uso un metodo diverso. Per quello che riguarda Romand, quando avevo letto i primi articoli sul fatto, la sua storia mi aveva appassionato, come penso avesse appassionato molta gente. Da qui è cominciato un processo molto lungo e molto complicato.
Per Limonov è diverso. Avevo scritto un reportage lunghissimo su di lui, e avevo l’impressione che ci fosse ancora molto altro da scrivere.
C’era un mélange che mi pareva eccitante fra romanzo di avventura e
libro di storia. Ma in fondo, in nessuno dei due casi ho mai pensato in termini di biografia. L’ho fatto una volta quando avevo scritto il libro su Philip Dick. Ero in un periodo in cui non riuscivo più a scrivere e mi ricordo che il mio agente mi aveva detto che quando un autore ha il blocco, deve scrivere una biografia.

incipit della conversazione di Alberto Garlini con Emmanuel Carrère
prima delle Lezioni di scrittura sul Fatto quotidiano del 2 dicembre 2013