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venerdì 24 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/838. Quanto sei bella Roma quando è sera

 


  

Prima di partire dall’Umbria per Roma, sono rimasta parecchio a guardare il lago Trasimeno e la bellezza del paesaggio intorno, quanto mi è mancato viaggiare in questi anni…. come a tutto il resto del mondo. Ormai faccio davvero fatica a restare seduta davanti al computer a lavorare, fare call, corsi. Via, via, via… voglio stare in giro, ascoltare la voce delle persone dal vivo, abbracciarle, fermarmi a guardare il cielo e continuare a pensare che in questa bolla di mondo che il destino ci ha riservato, possiamo fare finta di niente e vivere come se non ci fossero la guerra, la pandemia in recrudescenza, la siccità. È davvero uno scenario da pre-apocalisse, ma lo ignoro, volutamente. Raffaella mi accompagna alla stazione e poi parte per uno dei suoi molti viaggi di lavoro. Ho il tempo di fare colazione in pasticceria e fare un po’ di osservatorio antropologico, una delle mie attività preferite. Colgo frammenti di conversazione tra la barista e gli avventori, poi vado in stazione dove una pattuglia della Polizia di Stato, chiede i documenti a tutti i presenti. Finalmente è ora di partire, il viaggio per Roma non è lungo, e sui treni regionali si vede la vera Italia che viaggia, lavora, dorme, ride, ascolta musica ad alto volume. Quel che non ho calcolato è che il treno regionale arriva alla stazione Termini nell’ultimo binario, proprio fuori, fuori, e sotto un sole cocente bisogna trascinarsi sino all’uscita. Affaticata non prendo in minima considerazione l’idea di andare coi mezzi pubblici e prendo un taxi, in una coda di taxisti nervosi che temono che gli altri rubino i clienti, che pure sono tanti. Infatti, due litigano violentemente e si prendono a male parole, alla fine salgo sul mio taxi e dopo aver dato l’indirizzo della mia amica Camilla, mi immergo nella bellezza eterna della città eterna, assediata da cinghiali e rifiuti, ma non in tutti i quartieri. Quando arrivo lei e suo figlio Nico mi stanno aspettando per il pranzo. Prima mangiamo una zuppa fredda di zucca e carote, poi pomodori ripieni di riso al forno, insalata fredda di pollo, mozzarella e pomodoro. Mangiamo un poco di tutto e avanzerà abbastanza cibo per il mio pasto serale. Dopo pranzo Nico sparisce in camera sua e io e Camilla ci adagiamo sui divani paralleli del soggiorno e iniziamo a parlare di Celan, Kafka, Bachmann, di tutte le cose accadute in questi anni, dei figli cresciuti, dei libri scritti e da scrivere. Nel tardo pomeriggio Camilla e suo marito Paolo partono perché devono seguire dei lavori nella casa in campagna, che è in Umbria, non molto lontano da Piegaro, dove ero io sino a qualche ora prima. Quando loro sono partiti e sono rimasta sola in casa ho sentito forte le stesse emozioni che ho provato la prima volta che sono venuta a trovarli, un senso di casa e di famiglia, loro hanno quattro figli, e di benessere. Resto per un po’ ancora a leggere allungata sul divano, poi vado in terrazza ad ascoltare le rondini, a guardare un cielo che si tinge di rosa, ad ascoltare le voci degli avventori dei bistro e ristoranti che sono nelle numerose vie che si incrociano. Apparecchio la tavola in maniera spartana, recupero dal frigorifero il cibo avanzato dal pranzo, una bottiglia di acqua fresca e mi lascio cullare dall’atmosfera dolce e romana. Prima di andare a dormire leggo e sono gioiosa per questo venerdì 24 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 838 è lieta di essere qui con me a Roma.

venerdì 6 settembre 2019

L'ora più allegra

Passavo per via Margutta, un mattino di primavera, l’anno scorso. Andavo a un piccolo stabilimento di doppiaggio, che ha la sua sede in uno di quegli antichi cortili tra le pendici del Pincio e la via Margutta: improvvisi spazi tranquilli dentro l’agitata complicazione di muri scale ringhiere case e casette. Mezza sole e mezza ombra, via Margutta era nell'ora più allegra della giornata, le undici. Varcato il mezzodì, già la ruota gira. È vero che, quasi per fermarla, i romani ritardano il pasto e prolungano il mezzodì fino alle due e più in là. Ma l’ora più allegra resta sempre le undici. Passavo tra le botteghe degli artigiani, fabbricanti di cornici, falegnami, una piccola officina di riparazioni meccaniche che probabilmente era succeduta a un antico fabbro, una mescita di vino, una stireria. Gli operai lavoravano anche sulla strada, tutta ingombra dei loro attrezzi e di automobili e motociclette al posteggio. E lavoravano, pareva, lietamente, picchiavano con esagerato fracasso su legni e lamiere; si chiamavano l’un l’altro, qualcuno cantava. Camminando, rallentavo come per raccogliere un po’ di più di quella gioia, prima di arrivare allo stabilimento. Là mi attendeva il mio lavoro.

Mario Soldati
Le lettere da Capri
Garzanti 1954

giovedì 12 gennaio 2017

Leggo con lentezza, con scrupolo. Con difficoltà. Ogni pagina sembra leggermente coperta dalla foschia

La rinuncia


Scelgo Roma. Una città che mi affascina fin da piccola, che mi conquista subito. La prima volta in cui ci sono stata, nel 2003, ho provato un senso di rapimento, un’affinità. Mi sembrava di conoscerla già. Sapevo, dopo solo un paio di giorni, di essere destinata a vivere lì. A Roma non ho ancora amici. Ma non ci vado per far visita a qualcuno. Vado per cambiare strada, e per raggiungere la lingua italiana. A Roma l’italiano può accompagnarmi ogni giorno, ogni minuto.
Sarà sempre presente, rilevante. Cesserà di essere un interruttore da accendere talvolta, poi spegnere. Per prepararmi, decido, sei mesi prima della partenza, di non leggere più in inglese. D’ora in poi, mi impegno a leggere soltanto in italiano. Mi sembra giusto, distaccarmi dalla mia lingua principale. La ritengo una rinuncia ufficiale. Sto per diventare un pellegrino linguistico a Roma. Credo sia necessario che mi lasci alle spalle qualcosa di familiare, di essenziale.
A un tratto tutti i miei libri non mi servono più. Sembrano oggetti qualsiasi. Sparisce l’ancora della mia vita creativa, recedono le stelle che mi guidavano. Vedo, davanti a me, una stanza nuova, vuota. Ogni volta che posso, nello studio, sulla metropolitana, a letto prima di dormire, mi immergo
nell'italiano. Entro in un altro territorio, inesplorato, lattiginoso. Una specie di esilio volontario. Sebbene mi trovi ancora in America, mi sento già altrove. Mentre leggo mi sento un’ospite, felice ma disorientata. Come lettrice non mi sento più a casa. Leggo Gli indifferenti e La noia di Moravia. La luna e i falò di Pavese. Le poesie di Quasimodo, di Saba. Riesco a capire e al contempo non capire. Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza. Leggo con lentezza, con scrupolo. Con difficoltà. Ogni pagina sembra leggermente coperta dalla foschia. Gli impedimenti mi stimolano. Ogni nuova costruzione sembra una meraviglia. Ogni parola sconosciuta, un gioiello.
Faccio un elenco di termini da controllare, da imparare. Imbambolato, sbilenco, incrinatura, capezzale. Sgangherato, scorbutico, barcollare, bisticciare. Dopo aver terminato un libro, mi emoziono. Mi pare un’impresa. Trovo il processo più impegnativo, eppure più soddisfacente, quasi miracoloso. Non posso dare per scontata la mia capacità di farlo. Leggo come facevo da ragazzina. Così da adulta, da scrittrice, riscopro il piacere di leggere. In questo periodo mi sento una persona divisa. La mia scrittura non è che una reazione, una risposta alla lettura. Insomma, una specie di dialogo. Le due cose sono strettamente legate,
interdipendenti. Adesso, però, scrivo in una lingua, mentre leggo esclusivamente in un’altra. Sto per ultimare un romanzo, per cui sono per forza immersa nel testo. Non è possibile abbandonare l’inglese. Tuttavia, la mia lingua più forte sembra già dietro di me. Mi viene in mente Giano bifronte. Due volti che guardano allo stesso tempo il passato e il futuro. L’antico dio della soglia, degli inizi e delle fini. Rappresenta i momenti di transizione. Veglia sui cancelli, sulle porte. Un dio solo romano, che protegge la città. Un’immagine singolare che sto per incontrare ovunque.

Jhumpa Lahiri
In altre parole
Guanda 2015

lunedì 18 aprile 2016

Cosa proibita, scura la primavera

Elegia di Portland Road

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d'acacia
l'ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all'addio...

Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).

Cristina Campo

La tigre assenza
Adelphi 1991

(già postata il 15 maggio 2014, ma è talmente bella!)

mercoledì 24 febbraio 2016

Non ci sono segreti tra noi


Sono andata a vedere Perfetti sconosciuti spinta da una grande curiosità, dalle recensioni orecchiate ma non lette perché non voglio sapere cosa succede prima di vedere un film o leggere un libro. E anche perché mi piacciono moltissimo tutti gli attori protagonisti. E non sono rimasta delusa. Non racconto niente della trama che ruota tutta intorno a una cena serale tra amici mentre su Roma incombe un’eclissi di luna e al gioco di condividere per tutta la durata della cena tutte le telefonate, i messaggini e le mail che arriveranno. 
I sette personaggi sono tre coppie e mezza più o meno felicemente sposate. 
Ma poi decidono di condividere per l’intera durata della cena tutte le telefonate, le mail e i messaggini che arrivano sugli smartphone.
Il risultato di questo gioco somiglia all'apertura del vaso di Pandora, perché è impossibile fermarsi. E i segreti non sono più solo nel cuore e nella mente di questo gruppo di amici ma in un luogo comunque visibile e penetrabile. 
In chiusura però vi dico che i miei personaggi preferiti sono quelli interpretati da Marco Giallini, Alba Rohwacher e Giuseppe Battiston, ma se scrivessi perché rivelerei troppo di un film che va visto perché dice molto della solitudine della vita contemporanea e della pericolosità della tecnologia. 
Sì è vero che se ne parla in continuazione, ma un film aiuta a uscire dall'autoreferenzialità del web e magari può spingerci a ritornare a parlare davvero con le persone anziché stare nascosti dietro un piccolo schermo portatile.


E. P.

lunedì 9 novembre 2015

Le poesie di Ungaretti dissolte nella mia radiosa felicità

Discorso del viaggiatore

Ho percorso l’Italia
da sud a nord
come voleva la strada.
Non ho fatto esperienze.
A Napoli un cane come
non ne vidi mai stava
a guardia del sole nascente;
dietro Ravenna tesi l’orecchio
al sommesso oracolo della pioggia;
in Maremma vidi mosche
negli occhi dei bovini, e me stesso.
Quasi troppo per una vita.
Col tempo appresi
a condurmi fra le vie traverse
che non portano a nord.
A Roma, ne devo far menzione,
osservai formiche rosse
che volevano trascinar via il Pantheon.
Per il resto, camminando lessi
le brevi poesie di Ungaretti
fino a che non si furono dissolte
nella mia radiosa felicità.


Michael Krüger
Il coro del mondo
Poesie 2001-2010
traduzione di Anna Maria Carpi
Mondadori 2010


Durch Italien lief ich,
von Süden nach Norden,
wie es die Straβe befahl.
Ich habe nichts erlebt.
Bei Neapel bewachte ein Hund
die aufgehende Sonne,
wie ich nie einen sah;
hinter Ravenna lauschte ich
dem feinen Orakel des Regens;
in der Maremma sah ich Fliegen
in den Augen der Rinder, und mich.
Fast zuviel für ein Leben.
Mit der Zeit lernte ich,
die Umwege zu beherrschen,
die nicht nach Norden führen.
In Rom, das sei noch erwähnt,
beobachtete ich rote Ameisen,
die das Pantheon abtragen wollten.
Übrigens las ich beim Gehen
Ungarettis kurze Gedichte,
bis sie sich aufgelöst hatten
in meinem strahlenden Glück.

sabato 12 settembre 2015

Il suo respiro, il filo e la sostanza del poeta

NAMAZIANO

Non le barche, le scapole dei servi
amare al peso del trasloco, o l’alba
marina di Roma; lui magister
alzò su di sé lo sguardo, divenne
zona viva tra il suo respiro e l’altro
il filo e la sostanza del poeta;
allora non fu partenza il congedo:
nero, in mezzo, lo scalpito del mare
oltre l’indice teso del pontile.

Pierluigi Cappello
Azzurro elementare
Il settimo cielo
Poesie 1992-2010
Rizzoli 2013


martedì 25 agosto 2015

Inondato di luce, ho seguito tutta la lunghezza della tenebra

Chinati, ti devo sussurrare all'orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.


Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996


sabato 15 agosto 2015

L'odore del verde dopo la pioggia a Ferragosto è amaro come la seta del papavero stropicciata fra le dita

Ho un quadernetto per scrivere sciocchezze e no, regalato da Angelo.
Forse per superare la paura che mi farà il ritorno là dove non vorrei (e vorrei) tornare: Mozart o la musica del dubbio, in questa Roma di Ferragosto appiccicosa di certezze mielate.
A Ferragosto a Roma tutti i pazzi si fanno vivi.
L'odore del verde dopo la pioggia a Ferragosto è amaro come la seta del papavero stropicciata fra le dita.

Goliarda Sapienza
Il vizio di parlare a me stessa
Einaudi 2011

mercoledì 3 giugno 2015

Faccio il mercante persiano, il venditore d’acqua e di fumo, di fumate di zolfo e decotti ipnotici, di lampade magiche e incantesimi

Quando Goffredo Parise giunse a Roma nell'aprile del 1960, a trent'anni, scrisse una bellissima lettera a Giovanni Comisso. «Freneticamente vivo ciò che avevo voglia di vivere e che Milano mi aveva soffocato, ossia la mia fantasia… Mi intano in questa Roma di papi e di topi, mi imbuco nelle baracche e nelle strade, guardo le nuvole che passano sopra alle cupole di questa città di Aladino, rapide e gonfie quasi di sangue, con un leggero ma costante fruscio come di marina. Vivo intensamente ancora i giovani anni che mi restano, nel modo che mi è più congeniale, nell'estro e nel disordine dell’avidità, nel sogno e nell'avventura. Faccio il mercante persiano, il venditore d’acqua e di fumo, di fumate di zolfo e decotti ipnotici, di lampade magiche e incantesimi». Era veloce: supremamente veloce nelle sensazioni, nei sentimenti e nei pensieri: veloce nello slanciare il corpo e l’intelletto in ogni possibile avventura, già annoiato dal successo che lo aveva raggiunto troppo presto e sazio persino del proprio talento di artista.
Aveva conosciuto qualche tempo prima Carlo Emilio Gadda; e fu affascinato da lui come da nessun altro essere umano. Lo ammirava: la sua ammirazione si scioglieva in una sorta di rapida liquidità dell’animo, in una ineffabilità senza precetti. Lo rappresentò in una bellissima prosa, L’ingegnere. «L’ingegnere si fermò sulla porta, interdetto. Iniziò qualche passo verso l’esterno, al passo, senza avanzare, come a preparare l’avvio di un moto a venire: ma subito il pensiero rallentò il ritmo di una tale propulsione e i piedi nelle scarpe si ritrovarono fermi sullo zerbino, più fermi di prima. Sgranò gli occhi chiari e pensosi, come a dire: “E adesso?” Di là, e ancora di là, oltre la grande aiuola deserta, da attraversare per giungere a casa, di là stava l’improbabile, l’esterno: che non aveva voglia di incontrare; con cui non intendeva discutere».


incipit della recensione di Pietro Citati 
all'epistolario di Goffredo Parise e Carlo Emilio Gadda sul Corriere della Sera del 31 maggio 2015
Se mi vede Cecchi, sono fritto
corrispondenza e scritti 1962-1973
Adelphi 2015

lunedì 1 dicembre 2014

A quest’ora al tramonto se a occidente il cielo nuvoloso

Discendendo il colle


I

A quest’ora al tramonto se a occidente
il cielo nuvoloso si piagava e diveniva celeste
a oriente il campo mietuto e saccheggiato
ardeva di tanti fuochi: era la città di Roma

nel tardo autunno e qui il Tasso a occidente
del mio cammino in Sant’Onofrio e a oriente Gramsci
in Regina Coeli patirono la bellezza di cieli
similmente piagati un tale ardere di fuochi

poi che un altro anno finiva assai
amaramente della loro vita entrambi
da reclusione e castità sorrisi mentre
più giù più giù nell’ombra che infittisce

e palpita di corpi abbracciati un commercio
prospera per cui non moriranno i borghi
da queste alture ancora ocra e rosa
prima della notte e di un lume di luna

tiepido come latte e portatore d’insonnia.


II

Splendi ottone risuona legno poi che
dicembre ha disperso la nuvolaglia e viene
Natale tutto il cielo è celeste
chiara la città come una rosa.

O pomeriggio trasmutato in sera o baci
nell’illuminarsi e perdurare scuro
di vicoli e piazzette, petali
umidi di una polluzione notturna:

questa notte sveglia, la rosa
e le cornamuse dolcemente nasali
che seguirono il sereno e i suoi
lampi, lontane. E fu

il marasma o la sua prova
generale: doveva accadere qui in un
inverno corruttore e languido
così che il sudore improvviso sembrasse naturale.


III

Lo stesso amaro profumo del sempreverde
e sapore di fumo in bocca per
sarmenti bruciati – è il lavoro d’ogni giorno
da metà gennaio per questi
giardinieri avventizi, uomini
di grandi vizi e d’una media miseria,
adulteri stempiati per cui
i minorenni s’equivalgono, amati
più della vita.
Qui dove ormai, e sempre,
la bellezza soltanto dà suono
sincero, metallo che corrusca
non si consuma alla saliva dei baci.
Ne riceve ferite discendendo
il colle inebbriante di sereni lontani –
l’orizzonte aperto perché le giornate s’allungano –
chi si credette temprato dai rigori
d’un’infanzia ostinata
nell’Italia e nell’Europa che ancora
avvolge notte e nebbia e stringe gelo delirante d’inverno.
Ma lascia che al braccio piegato
(piagato) d’una curva sbianchi
la facciata d’un ospedale
dove soffrono bambini, senti
gemere il sempreverde nel piccolo
falò terminale: non disperare.

Attilio Bertolucci

da Viaggio d’inverno
Garzanti 1971

sabato 1 novembre 2014

Piccola ode a Roma

                                                                       a P.P. Pasolini


Ti ho veduta una mattina di novembre, città,
svegliarti, apprestarti un altro giorno a vivere,
alacri fumi luccicando ai pigri margini orientali
percossi dalla luce tenera come un fiore,
argenti di nuvole più sopra infitti nell'azzurro
offuscandosi per brevissimi istanti, suscitatori di tremiti,
e risfolgorando a lungo, poi che il bel tempo è tornato
e durerà, se è neve quel viola lontano
oltre i colli che ridono di borghi noncuranti
le mortificazioni dell’ombra, poi che il sole ha vinto, o vincerà.

Tu eri viva alle nove della mattina,
come un uomo o una donna o un ragazzo che lavorano
e non dormono tardi, hanno gli occhi
freschi attenti all'opera assegnata,
nell'odore di legno bagnato e di foglie bruciate
o in quello amarognolo degli alberi sempre verdi
che crescono sui tuoi fianchi e si vedono dall'altura
per cui io scendo inebriato ai ponti
fitti di gente in transito, da qui silenziosi e bianchi
come ali d’uccello a pelo dell’acqua giallina.

Io penso a coloro che vissero in questa plaga meridionale
scaldando ai tuoi inverni le ossa legate da geli
senza fine in infanzie intirizzite e vivaci,
a Virgilio, a Catullo che allevò un clima già mite
ma educò una razza meno arrendevole della tua
e perciò soffrì, soffrì, la vita passò presto per lui,
passa presto per me ormai e non mi duole come quando
le gaggìe morivano a poco a poco per rifiorire
il nuovo anno, perché qui un anno è come un altro,
una stagione uguale all'altra, una persona all'altra uguale,

l’amore una ricchezza che offende, un privilegio indifendibile.

Attilio Bertolucci



da Viaggio d’inverno
Garzanti 1971

mercoledì 16 aprile 2014

Leggere è imparare a riconoscere il ritmo di ogni scrittore

La sedia preferisce non usarla. Si toglie la giacca e rimane in maniche di camicia. Si guarda intorno, controlla che tutti abbiano preso posto e dice: «Scusate, ma Céline è un autore che si legge in piedi». Fuori la gente
passeggia nelle vie intorno a piazza Montecitorio, godendosi il primo assaggio della primavera romana. Dentro, all'interno della libreria Arion, c’è Alessio Dimartino, professione scrittore. Oggi però non è qui per promuovere il suo nuovo libro (C’è posto per gli indianiGiulio Perrone editore) ma per tenere una lezione di lettura. Ha scelto di farlo attraverso la Trilogia del Nord di Céline. Scelta non facile. Eppure la sala si riempie. Una quarantina di persone, soprattutto donne, aspettano che questo strano insegnante con orecchino e jeans rompa il ghiaccio.

«OGNI scrittore ha il proprio ritmo. La lettura di Céline è una corsa a scatti che toglie il fiato e lascia con l’affanno. Céline non è certo un maratoneta. Per leggere queste pagine bisogna ingaggiare un corpo a corpo con il testo»

(..)

«Troppi stimoli, troppe sollecitazioni», dice Paolo Di Paolo
«I librai tradizionali stanno sparendo e c’è un forte disorientamento collettivo, serve qualcuno che indichi la via. Le scuole di lettura, a differenza di aNobii o altri social network, possono funzionare da palestra, mettendo a disposizione un lettore più esperto che faccia da allenatore». 
E se i corsi di scrittura pompano i muscoli del narcisismo, queste sono palestre di umiltà, in cui l’ego va messo da parte per disporsi all'ascolto. D’altra parte il piacere della lettura è tutt'altro che istintivo. Ha bisogno di guide, va educato. 
Tullio De Mauro, la cui lezione alla scuola Orlando è prevista per il 24 maggio, spiega: 
«Scrivere e leggere non appartengono all'immediatezza naturale. Sono possibilità che alcuni popoli hanno cominciato a sviluppare da alcune migliaia di anni e che si sono andate generalizzando soltanto negli ultimi secoli. Si impara a leggere quando si prova il bisogno di uscire dalla pura sopravvivenza».

A Roma lo scrittore Paolo Di Paolo ha fondato la scuola di lettura "Orlando". 
Questi sono alcuni frammenti dell'intervista che gli ha fatto Raffaella De Santis su Repubblica del 14 aprile 2014

domenica 2 giugno 2013

Il Grande Mah: sullo scrittore come emblema della decadenza del mondo occidentale


Di norma non scrivo di libri o film che non mi siano piaciuti. Di norma. 
Però dopo avere trascorso oltre due ore a chiedermi dove fosse nascosta la Grande Bellezza ho deciso di dedicare qualche riga al nuovo (?) film di Paolo Sorrentino da cui mi aspettavo moltissimo. Mi aspettavo, appunto.

Gep Gambardella, lo splendido (in altri film) Toni Servillo, è uno scrittore napoletano trapiantato a Roma. Famoso per essere stato famoso quaranta anni fa con il romanzo L’apparato umano (spero di non sbagliare il titolo del capolavoro) vive una vita notturna di feste dal sapore anni Ottanta, che dovrebbero essere l’emblema della decadenza romana e italiana, con gente semi-famosa che balla al ritmo di suoni quasi tribali, preoccupata dell’apparire giovane e desiderabile più di qualunque altra cosa. Non memorabile e non emblematico, a questo proposito, il chirurgo che fa le “punturine” in faccia agli un tempo-giovani-e-belli.
Se il lato profano e trasgressivo della sua vita sta nelle scorribande notturne e in frettolosi e noiosi rapporti amorosi – è la povera Isabella Ferrari/Orietta, milanese che di lavoro fa la ricca -  a fare le spese della decisione di Gep di non perdere altro tempo perché ormai ha compiuto 65 anni, il lato sacro dovrebbe essere rappresentato dalle suorine che raccolgono le arance, dai bambini in abito bianco che lo osservano rientrare a casa il mattino – le passeggiate di Gep sono però davvero belle: nessuno cammina come Servillo -  dal cardinale in odore di soglio pontificio ossessionato dalle ricette a cui Gep arriva persino a fare domande spirituali. E non avendo avuto soddisfacenti risposte, torna a cuore leggero a occuparsi del suo nulla quotidiano.

Ma perché Gep è uno scrittore? È vero che in realtà vive del suo lavoro di intervistatore di gente famosa per una improbabile rivista diretta dalla forse unica amica Dadina, disincantata e a suo modo saggia, che lo accudisce con piatti caldi condivisi sulla sua scrivania ed è l’unica che dopo secoli lo chiama Geppino e non se ne va dalla sua vita. L’amico Carlo Verdone/Dante – che ha trascorso in adorazione di Gep qualche decennio e scrive soprattutto per conquistare un’attrice fallita che è diventa scrittrice – se ne torna al paese sconfitto al punto da abbandonare a Roma tutte le sue cose. Sono almeno tre, poi, gli scrittori citati nel film: Céline scomodato per l’esergo, Proust perché l’attrice sta scrivendo un romanzo dal sapore proustiano e il suicida Andrea, vittima di una madre vecchio stile, ne ha paura, e infine Flaubert, che avrebbe voluto scrivere un romanzo sul nulla. Nella sua bella casa, vicino e dietro a un letto che sembra un gommone, una zattera di salvataggio, vediamo in file ordinate e ossessive una bella collezione di libri Einaudi del secolo scorso, dagli inconfondibili dorsi bianchi o bianchi e rossi. Gep è quindi stato un intellettuale organico, a un certo punto durante una conversazione in terrazza dove smaschera le velleità dell’amica scrittrice prolifica e modaiola, viene addirittura citato il Partito.

Le altre figure che dovrebbero essere emblematiche sono la bambina pittrice-performer che scaraventa i colori e se stessa sulla tela piangendo lacrime vere, l’artista che prende a “capate” il muro di un acquedotto, tutta nuda e urlante, Sabrina Ferilli, malinconica spogliarellista con la villetta, Suor Maria detta la Santa – ma l’attrice forse era un attore – che parla con i fenicotteri e dorme sul pavimento e si nutre di 40 grammi di radici al giorno perché le radici sono importanti, le principesse che giocano a carte e il giovane affidabile che ha le chiavi di tutti i portoni, la coppia di nobili Colonna-Reggio che costano 250 euro a persona e si spostano solo in limousine e interpretano un’altra coppia di nobili a una cena sulla terrazza di Gep. E non ultimo il vicino di casa silenzioso e tetro che sembra un finanziere milanese e si rivela poi uno dei dieci ricercati dalla polizia più pericolosi.

Ma tutte queste figura restano prigioniere della loro grottesca caricaturalità che vorrebbe essere felliniana, ma resta solo grottesca e non compiuta. Quando Gep è solo nella sua cameretta passa il tempo a guardare il mare sul soffitto e a ricordare l’amore perduto della sua gioventù che lo aveva lasciato senza spiegazioni sempre 40 anni prima. La sua innamorata Elisa, nel frattempo è morta e il vedovo scopre in un diario chiuso con il lucchetto che lei ha amato tutta la vita Gep e che lui, marito devoto, è stato solo un buon compagno che ha meritato solo due righe di citazione. Quando lo scrittore va a chiedergli di poter leggere il diario lui gli rivela di averlo gettato pochi giorni dopo il funerale e gli presenta la sua nuova compagna/badante con cui trascorre delle serene serate a guardare la televisione.

Il risultato finale è una Grande Sconnessione, dove sì Roma è bella, ma niente che non avessimo già visto e l’incantato turista giapponese che stramazza al suolo, non si capisce se a causa di un infarto o della Sindrome di Stendhal, forse in realtà era appena uscito dal cinema dopo avere visto il film di Sorrentino. Non che non ci siano buone cose, battute divertenti di Gep e dell’amico che esporta giocattoli anche ai Cinesi, la musica che irrompe spesso, bellissima, che però aumenta l’effetto generale di Maionese Impazzita.

Che dire alla fine? Un appello almeno lo voglio fare – anche perché l’altra grande delusione cinematografica recente (vedi post relativo) è stata il film Nella casa di Ozon: registi lasciate in pace gli scrittori!

È già così difficile interpretare la parte dello scrittore in un mondo dove tutti scrivono e si auto-pubblicano che vorrei cercare di mantenere intatta nella mia immaginazione la figura dello scrittore interiore che mi accompagna dalla più tenera gioventù: una persona sola e solitaria - uomo o una donna che sia -  seduta a un piccolo tavolo ingombro di carte scritte mano, di quaderni di appunti squadernati a pancia all’aria, di una risma di fogli intonsi – bianchi o azzurri – che aspettano il loro turno come condannati, di una vecchia macchina da scrivere Olivetti di metallo nero con i tasti avorio, di tazze di tè o caffé semi-vuote, di matite senza la punta e stilografiche essiccate, di dizionari consumati dall’uso, di portacenere pieni di cicche e un filo di fumo che sale verso il soffitto, di una luce che illumina il tavolo ma non la stanza che è in penombra, e dove si intravedono librerie piegate dal peso dei libri, che stanno anche sul pavimento in instabili torri che creano un paesaggio che è tutto il mondo di cui lo scrittore ha bisogno, perché la finestra è alle sue spalle e le imposte sono chiuse se è giorno, ma nella mia immaginazione è quasi sempre notte, come adesso, e le albe arrivano rotolando e ghermendo con dita rosate la notte che è la vera compagna di chi scrive. E per scrivere non serve altro che un mozzicone di matita, qualche foglio bianco, la capacità di stare seduto da solo per ore. E non pensiate che questo sia un sacrificio e la vita stia altrove, lo scrittore sta seduto solo a un piccolo tavolo per ore, riempiendo quaderni e fogli, ticchettando sulla macchina da scrivere o sul meno emblematico portatile, proprio perché non c’è niente di più che gli piaccia al mondo. E a Gep scrivere sembra proprio che gli piaccia poco.

E.P.

martedì 23 aprile 2013

La pioggia di Roma

A Roma piove diversamente. Non è più questione di fronti di passaggio, che si scaricano svanendo all'alba senza la sicurezza di un ritorno. A Roma, è come se la pioggia avesse i suoi umori. A volte si sente un rombo di tuono lontano, quasi impercettibile - un rombo che si ripercuote in circolo di colle in colle - e quando tutto sembra finito il cielo si squarcia come per un cataclisma e stordisce la città con un diluvio di proporzioni bibliche. I temporali che Roma sa adunare dietro le sue cupole non saprei dire se hanno eguali altrove. Altre volte c'è una pioggia gentile, appena un sibilo sui tetti. E poi i contrasti: nuvole nere, sinistre, con bordi splendenti, gonfie come vele contro le cavità celesti. Niente è già deciso, a Roma, quando i raggi del sole passano tra una nuvola e l'altra e inondano le strade. L'incendio del sole che acceca sulle strade bagnate va e viene, così come va e viene la pioggia, per intere giornate. No, a Roma non è questione di fronti di passaggio. La pioggia resta, si attarda, si abbandona, rinnovando la propria energia come se la città stessa generasse i propri rovesci. E tuttavia sa che la pioggia è l'elemento proprio del pensiero. Certo che ho un modo mio, intransitivo, di concepire cosa significa pensare - lasciare che il pensiero affondi nel pensiero della propria origine. C'è un tipo di pensiero che non pensa questo o quello, ma la fonte della relazione tra questo e quello. La pioggia per qualche motivo, mi rammenta questa fonte. Anzi, talvolta mi appare come la fonte stessa. Insomma, quando il pensiero diventa pensoso diventa una forma d'ascolto, e quando ascolta con l'attenzione necessaria, ciò che sente è il suono dell'acqua che cade, o qualcosa che suona come il suono dell'acqua che cade.
Roma è tra le città più pensose, se non altro per aver memorizzato la pioggia nelle sue cento fontane.

Robert Pogue Harrison
Roma, la pioggia...
A che cosa serve la letteratura?
traduzione di Stefano Velotti
Garzanti 1995