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venerdì 2 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/481. La sera vado a guardare il mare. La notte, prima di scrivere, lo ricordo

 


La luce e l’ombra sono due visioni, due immagini e due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra la Liguria, un mondo intero, e la Francia quel che c’è di là. In questi giorni sto rileggendo il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Non dirò altro sul perché io ami i suoi libri L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), ma trascriverò alcuni frammenti da questo libro uscito postumo, cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo. Inizio però dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone:

“La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità (o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.

Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti è - «Per me scrivere è un disastro luminoso» - esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora”.

 

E ora Francesco Biamonti:

 

Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra si sfondi di cielo, di mare o montagne.

 

Stile e ispirazione

Cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.

Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.

La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.

La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.

 

Attesa sul mare

Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa (…)

Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt (…)

In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.

 

Anche questa Cronaca 481 di venerdì 2 luglio del secondo anno senza Carnevale è una parziale rielaborazione di miei vecchi scritti. Sto davvero rileggendo Francesco Biamonti, Scritti e parlati
Einaudi 2008, e rileggerò anche i romanzi. Lui è uno scrittore della luce marina e, per me, questa è la stagione perfetta per leggerlo, per riportare in vita in noi i suoi paesaggi.

giovedì 16 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/39: scrivere un libro di cieli

La quiete innaturale di queste giornate favorisce in me l’impeto di fare ordine tra le mie carte, citazioni, libri e scrittori amati.

La luce e l’ombra sono due immagini, due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra Liguria, un mondo intero, e la Francia, quel che c’è di là.

In questi giorni ho riletto il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Amo i suoi libri, L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), perché immagini e metafore, parole e riflessioni, rarefazione e contemplazione si addicono alla mia sensibilità, quindi trascriverò alcuni frammenti di questo libro uscito postumo cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo.

Inizio quindi, dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone.

“La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità (o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.

Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti («Per me scrivere è un disastro luminoso») esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora”.

Qui riporto poi una miscellanea di pensieri di Francesco Biamonti, tra quelli che più mi hanno colpito e che nutrono sempre la mia anima e la mia immaginazione.

“Leggo Montale, Valéry, Camus per la loro métaphysique ensoleillée e lo stile rischioso e severo. Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa. Ho amato Pavese, Silvio D'Arzo, Calvino, Lalla Romano, Rigoni Stern, Boine, Sbarbaro e Montale.

Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra di sfondi di cielo, di mare o montagne.

Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose.

Stile e ispirazione: cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.

Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.

La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.

Anche quando sono lì che annaffio le mimose penso a delle frasi, mi creo gli stilemi per la scrittura, penso a come esprimere una certa sensazione, e dentro di me mormoro una frase, poi la rielaboro, perché troppe parole nascondono le cose. E allora penso a Cézanne, a come avrebbe visto le cose lui, a cosa avrebbe tagliato.

La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.

Attesa sul mare. Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa…

Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt… Ma si sa che i rapporti fra le arti devono essere casti.

La scrittura è secca, la risposta al dramma è lirica. Di più non posso dire. Il mare, il vento, le stelle, tutto si convoglia nel viaggio; sulla terra, il male, la violenza hanno origine lontano, nei secoli.

In ogni ora che passa vi sono diamanti estremi, nell'ora più semplice. Ho pensato agli Ossi di seppia di Montale e al Cimitero marino di Valéry, ai due grandi interlocutori del golfo di Genova e del Golfo di Marsiglia, alla loro meditazione su rive scoscese e tra le pietre dorate e le tombe assalite dai marosi.

So che ogni libro in cui si allude al destino umano è un fallimento. Se poi vi è di mezzo un marinaio che vede buona parte delle cose sulle sue palpebre chiuse...

In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno.

Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano «l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.

Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Il paesaggio? È destino umano abitare un mondo. Un'opera d'arte nasce da un rapporto della coscienza soggettiva con la storia e con la natura. Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi è quello ligure. Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera.

La donna e la morte sono sogni che si sprigionano all'improvviso. Portano a investigare nella mitologia dell'anima.

Amerei scrivere un giallo senza fatti, per mutamenti interni, oppure un libro di cieli.

Nella vita c'è sempre una mutilazione”.

Il giorno ripiega il capo sotto un’ala, il coltivatore di mimose che celava uno scrittore è fermo a contemplare il mare, un passeur accompagna un gruppo di senza terra che agognano le rive francesi.

Nei sentieri notturni, dove il mare d’ombra ha prevalso sul mare di luce, la salsedine impregna comunque l’aria, i lupi la fiutano e attraversano il confine. 
Passeranno la notte in Francia e veglieranno sulla luna e sullo scrittore insonne, che non è mai solo. Pensa di esserlo ma sono decine i sempre fuori posto, i sempre solitari. Almeno i lupi hanno la forza di muoversi in coppia se non addirittura in branco.

Ma i nostri lupi, messaggeri del sogno, sono sempre e solo due. Sussurrano nella notte alle orecchie degli insonni, si nascondono nella tana quando il sole ritorna, ma non prima di avergli reso omaggio.

Due sono i lupi, uno il sole, due i mari, due i senza terra, uno lo scrittore, due i poeti, uno il sogno, due i desideri.


Silenzio infinito, altissima quiete.

domenica 5 marzo 2017

Ascolta, mia cara, ascolta la dolce notte in cammino

Lalla Romano, la roccia e l'aria

La scrittura di Lalla Romano, ha la semplicità, la casta semplicità che, come dice Benjamin, è "già la metà dell'arte di narrare": un'arte costituita da realtà, sogno e e silenzio. È una scrittura di tessitura omologa alla vita, ma più luminosa. Forse viene dal simbolismo e dall'impressionismo.

Entends, ma chère, entends, la douce Nuit qui marche.

È un'immagine di Baudelaire. Lalla Romano scrisse nella Giovinezza inventa d'essere rimasta incantata da questo verso, sentito a una lezione universitaria. Vi si parla della notte. Della dolce notte in cammino, di un'estasi in movimento. Vi si può trovare una profonda analogia con l'arte di Lalla Romano. Anche nella sua scrittura vi è il continuo spostarsi di un'estasi: variazioni della memoria come di una brezza.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

venerdì 3 marzo 2017

Cerco una prosa rapida e meditante.

Breve nota autobiografica

Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra su sfondi di cielo, di mare o di montagne.
Cerco una prosa rapida e meditante.
Per ciò che c'è di infinito nella vita, vivere è un po' come navigare. Per Baudelaire il mare è una metafora dell'anima. Nella scrittura si vorrebbe imprigionare il canto delle sirene.
Amo il francese, lo spagnolo, il provenzale. In quest'ultimo, come nel dialetto, cerco un'acre verdezza.

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

sabato 14 giugno 2014

Un mare di luce, un mare d'ombra

Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose.

Francesco Biamonti
L'angelo di Avrigue
Einaudi 1983

venerdì 25 aprile 2014

La luce mediterranea e gli ulivi centenari

Non c'è niente da fare: appena apri un libro di Francesco Biamonti entri in una dimensione diversa: il tempo allenta il suo ritmo, la luce mediterranea diventa protagonista, gli ulivi centenari custodiscono una terra difficile e gli uomini si muovono con lentezza, come seguendo il corso di un pensiero che non si deve interrompere. Le parole e la notte è il quarto e ultimo romanzo di Biamonti: uscì nel 1998 ed ora Einaudi lo ripropone con una bellissima prefazione di Giorgio Ficara.

incipit della recensione di Paolo Mauri nella sua rubrica Libri di ieri, sul Venerdì di Repubblica del 18 aprile 2014

venerdì 6 luglio 2012

Scrivere è un viaggio nel buio

Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt. Ma si sa che i rapporti fra le arti devono essere casti.
La scrittura è secca, la risposta al dramma è lirica. Di più non posso dire. Il mare, il vento, le stelle, tutto si convoglia nel viaggio; sulla terra, il male, la violenza hanno origine lontano, nei secoli.
In ogni ora che passa vi sono diamanti estremi, nell'ora più semplice. Ho pensato agli Ossi di seppia di Montale e al Cimitero marino di Valéry, ai due grandi interlocutori del golfo di Genova e del Golfo di Marsiglia, alla loro meditazione su rive scoscese e tra le pietre dorate e le tombe assalite dai marosi.
So che ogni libro in cui si allude al destino umano è un fallimento. Se poi vi è di mezzo un marinaio che vede buona parte delle cose sulle sue palpebre chiuse...


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
I silenzi di Attesa sul mare
Einaudi 2008

giovedì 5 luglio 2012

Scrivere un libro di cieli

Il paesaggio? E' destino umano abitare un mondo. Un'opera d'arte nasce da un rapporto della coscienza soggettiva con la storia e con la natura. Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi è quello ligure. Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera...
La donna e la morte sono sogni che si sprigionano all'improvviso. Portano a investigare nella mitologia dell'anima.
Amerei scrivere un giallo senza fatti, per mutamenti interni, oppure un libro di cieli.
Nella vita c'è sempre una mutilazione.



Francesco Biamonti 
Scritti e parlati
Breve nota autobiografica
Einaudi 2008

Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa

Leggo Montale, Valéry, Camus per la loro métaphysique ensoleillée e lo stile rischioso e severo.
Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa.
Ho amato Pavese, Silvio D'Arzo, Calvino, Lalla Romano, Rigoni Stern, Boine, Sbarbaro e Montale.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati

Breve nota autobiografica
Einaudi 2008

mercoledì 4 luglio 2012

Scrivere innaffiando le mimose

Anche quando sono lì che annaffio le mimose penso a delle frasi, mi creo gli stilemi per la scrittura, penso a come esprimere una certa sensazione, e dentro di me mormoro una frase, poi la rielaboro, perché troppe parole nascondono le cose. E allora penso a Cézanne, a come avrebbe visto le cose lui, a cosa avrebbe tagliato.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
da un colloquio con Giovanni Turra
Einaudi 2008

mercoledì 28 luglio 2010

Mentre si scrive

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano « l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.
Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Ancora Francesco Biamonti, da Scritti e parlati
Einaudi 2008


venerdì 16 luglio 2010

Attesa sul mare


La luce e l’ombra sono due immagini, due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra Ligura, un mondo intero, e la Francia quel che c’è di là. In questi giorni ho riletto il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Non dirò altro sul perché io ami i suoi libri L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), ma trascriverò alcuni frammenti da questo libro uscito postumo cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo. Inizio però dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone.
La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità ( o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.
Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti («Per me scrivere è un disastro luminoso») esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora.
E ora Francesco Biamonti:
Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra si sfondi di cielo, di mare o montagne.
Stile e ispirazione
Cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.
Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.
La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.
La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.
Attesa sul mare
Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa…
Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt…
In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
Einaudi 2008