venerdì 24 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/838. Quanto sei bella Roma quando è sera

 


  

Prima di partire dall’Umbria per Roma, sono rimasta parecchio a guardare il lago Trasimeno e la bellezza del paesaggio intorno, quanto mi è mancato viaggiare in questi anni…. come a tutto il resto del mondo. Ormai faccio davvero fatica a restare seduta davanti al computer a lavorare, fare call, corsi. Via, via, via… voglio stare in giro, ascoltare la voce delle persone dal vivo, abbracciarle, fermarmi a guardare il cielo e continuare a pensare che in questa bolla di mondo che il destino ci ha riservato, possiamo fare finta di niente e vivere come se non ci fossero la guerra, la pandemia in recrudescenza, la siccità. È davvero uno scenario da pre-apocalisse, ma lo ignoro, volutamente. Raffaella mi accompagna alla stazione e poi parte per uno dei suoi molti viaggi di lavoro. Ho il tempo di fare colazione in pasticceria e fare un po’ di osservatorio antropologico, una delle mie attività preferite. Colgo frammenti di conversazione tra la barista e gli avventori, poi vado in stazione dove una pattuglia della Polizia di Stato, chiede i documenti a tutti i presenti. Finalmente è ora di partire, il viaggio per Roma non è lungo, e sui treni regionali si vede la vera Italia che viaggia, lavora, dorme, ride, ascolta musica ad alto volume. Quel che non ho calcolato è che il treno regionale arriva alla stazione Termini nell’ultimo binario, proprio fuori, fuori, e sotto un sole cocente bisogna trascinarsi sino all’uscita. Affaticata non prendo in minima considerazione l’idea di andare coi mezzi pubblici e prendo un taxi, in una coda di taxisti nervosi che temono che gli altri rubino i clienti, che pure sono tanti. Infatti, due litigano violentemente e si prendono a male parole, alla fine salgo sul mio taxi e dopo aver dato l’indirizzo della mia amica Camilla, mi immergo nella bellezza eterna della città eterna, assediata da cinghiali e rifiuti, ma non in tutti i quartieri. Quando arrivo lei e suo figlio Nico mi stanno aspettando per il pranzo. Prima mangiamo una zuppa fredda di zucca e carote, poi pomodori ripieni di riso al forno, insalata fredda di pollo, mozzarella e pomodoro. Mangiamo un poco di tutto e avanzerà abbastanza cibo per il mio pasto serale. Dopo pranzo Nico sparisce in camera sua e io e Camilla ci adagiamo sui divani paralleli del soggiorno e iniziamo a parlare di Celan, Kafka, Bachmann, di tutte le cose accadute in questi anni, dei figli cresciuti, dei libri scritti e da scrivere. Nel tardo pomeriggio Camilla e suo marito Paolo partono perché devono seguire dei lavori nella casa in campagna, che è in Umbria, non molto lontano da Piegaro, dove ero io sino a qualche ora prima. Quando loro sono partiti e sono rimasta sola in casa ho sentito forte le stesse emozioni che ho provato la prima volta che sono venuta a trovarli, un senso di casa e di famiglia, loro hanno quattro figli, e di benessere. Resto per un po’ ancora a leggere allungata sul divano, poi vado in terrazza ad ascoltare le rondini, a guardare un cielo che si tinge di rosa, ad ascoltare le voci degli avventori dei bistro e ristoranti che sono nelle numerose vie che si incrociano. Apparecchio la tavola in maniera spartana, recupero dal frigorifero il cibo avanzato dal pranzo, una bottiglia di acqua fresca e mi lascio cullare dall’atmosfera dolce e romana. Prima di andare a dormire leggo e sono gioiosa per questo venerdì 24 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 838 è lieta di essere qui con me a Roma.

giovedì 23 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/837. Impressioni di Perugia e dintorni

 


 

Impressioni di Perugia la prima volta che la visito: Medioevo, allegria, curiosità, bellezza, a misura umana. Il mattino facciamo una lunga passeggiata per le vie del centro, fermandoci a guardare le facciate dei palazzi, i cortili, le facce dei perugini, a respirare i profumi che escono dai forni e dalle pasticcerie. Dopo un pranzo rapido in una piazza attraversata da pochi turisti, torniamo a casa di Raffaella, l’editrice di Kaba Edizioni che mi ha invitato a presentare il nuovo libro di Anna Maria Farabbi La via del poco, in coedizione tra piédimosca edizioni e Al3vie, una raccolta di otto plaquette uscite negli anni che trovano insieme una nuova vita e contribuiscono a dare il senso all’opera raffinata della poetessa. Nel pomeriggio scendo in giardino, mi ronzano intorno api e farfalle, il profumo delle piante che mi circondano è intenso è persistente, mi riempio gli occhi di verde e provo una gioia creaturale perfetta. Il gatto – o gatta ? – che si è presentato alla porta ieri sera miagolando a voce altissima sino a quando non abbiamo condiviso il prosciutto crudo che stavamo mangiando insieme a un melone dolcissimo, non appena mi siedo per rileggere gli appunti e prepararmi alla presentazione che ci sarà nel tardo pomeriggio da POPOUP libri-spunti-spuntini, arriva e inizia a fare le fusa, si rotola nel prato, mi salta in braccio, mi dà tenere testate sulla guancia e poi si sdraia accanto a me. Le ore che passano sono perfette, una vita più vita, grazie alla natura nella quale sono immersa e alla presenza dell’adorabile micio. Poi arriva l’ora di tornare in città, la libreria è in uno slargo che mi ricorda un borgo ligure, c’è una fontana, le case rosa, gialle e verdi, la gente inizia ad arrivare, ci accomodiamo, beviamo acqua fresca, chiacchieriamo, poi inizia la presentazione, Anna Maria legge alcuni testi su mio invito, ha una voce molto bella e una grande capacità interpretativa. Del suo libro vorrei parlare in un post dedicato, così mi limito a copiare una poesia.

 

 

È la freccia scoccata dal dio delle origini

che affonda precisa/mente

dentro la terra vivente

della mia fronte

Sono milioni di uccelli

in uno stormo a punta

che vengono a riprodursi in me

nel brevissimo periodo del disgelo

 

 

Prima di ripartire ci fermiamo a comprare al volo due pizze, così scopro che in Umbria la quattro stagioni la fanno col prosciutto crudo e mezzo uovo sodo. Farò felice il micio, ne sono certa. La mia pizza alla fine la mangio in macchina, non tutta, e quando arriviamo a casa ecco che subito il gatto arriva a chiedere la pappa. Mangia senza esitazione il prosciutto, ma di fronte all’uovo sodo, si ferma e mi guarda, come se mi stesso dicendo “Ma davvero devo mangiare questa roba gialla e bianca?”, alla fine mangerà solo il tuorlo. Quando ha finito se ne va e mi intristisco un po’, perché non so se e quando ci rivedremo. Ecco che finisce così questo giovedì 23 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 837 afferma con decisione che l’uovo sulla quattro stagioni non ci va.

mercoledì 22 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/836. Più la giornata è intensa, più la Cronaca è pigra

 


Partire, partire, guardare il paesaggio dal treno come se fosse un viaggio lunghissimo che ci aspetta, poi fermarsi a Firenze qualche ora e prendere un regionale per l’Umbria dove un’amica ci aspetta. Arrivare a casa sua, un piccolo borgo incantato, case di pietra e una vista fenomenale sul lago Trasimeno. Una cena estiva e poi una rapida conoscenza con una gattina tutta nera, compreso nasino e vibrisse, che si è spazzolata tre fette di prosciutto e una di tacchino come se non ci fosse un domani. Gli occhi sono avidi di piccole cose, di bellezza, di novità. Tutto sembrava più bello e diverso oggi, perché era tempo che non guardavo un paesaggio così selvaggio e verde. Oggi è mercoledì 22 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 836, piccola e pigra, è inversamente proporzionale all’intensità della giornata.

martedì 21 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/835. La biblioteca è una farmacia dell’anima

 


 

Nella disordinata felicità delle letture estive mi decido a rileggere un piccolo prezioso libricino di Miro Silvera, scomparso da poco, Libroterapia. Un viaggio nel mondo infinito dei libri, perché i libri curano l’anima. In esergo c’è una famosa citazione tratta da La provincia dell’uomo. Quadermi di appunti 1942-1972 di Elias Canetti.

 

«Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose».

 

È proprio così, lo so per esperienza. La prima volta che ho letto Canetti avevo ventritré anni e vivevo da sola da pochi mesi. Non era usuale che una ragazza della mia generazione e della mia classe sociale facesse un simile passo, ma io ero molto orgogliosa della mia scelta e della mia affermazione di indipendenza. Lavoravo, studiavo, scrivevo, leggevo moltissimo e oltre a Canetti la grande scoperta di quel periodo fu Jung. Leggevo arrotolata sulla mia vecchia sedia a dondolo, ricordo in particolare un fine settimana di neve ed era bellissimo starsene in casa con Canetti che mi illuminava la vita. Nella mia memoria e nella mia biblioteca di Babele interiore, Jung e Canetti starano per sempre uno accanto all’altro e forse è arrivato il momento per rileggere tutto Canetti.

Ma intanto mi sono gustata il librino di Miro Silvera e i suoi consigli libresco-terapeutici e anche questa Cronaca 835 di martedì 21 giugno del terzo anno senza Carnevale continua a leggere con me.

lunedì 20 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/834. Era la rabbia dei temporali estivi furiosa, impulsiva, svelta a montare così come a zittirsi

 

Quando muore qualcuno lo sappiamo che non se ne è davvero andato via. Perché sentiamo la presenza intorno e dentro di noi, la voce cara che ci parla, a volte addirittura il profumo. Finché qualcuno viene ricordato non è davvero morto. Ma cosa succede se un morto torno dal luogo innominabile e non torna come fantasma, ma come persona in carne e ossa? È da questo spunto narrativo che Giorgia Tribuiani ha costruito il suo gran bel terzo romanzo Padri, pubblicato da Fazi qualche mese fa e presentato al Premio Strega, che ho divorato. La lingua è bellissima, chiara e precisa, il ritmo travolgente.

“Quel pomeriggio un vento nuovo si affannò a oscurare il cielo – un’unica stringa, gialla e malata, resisteva tra le nubi e un mare d’asfalto – e, come una raccoglitrice nel giorno della prima delusione d’amore, con la stessa irruenza e lo stesso desiderio di rovinare il mondo, a strappare e tirare giù dagli alberi le nespole, i fichi, le albicocche e l’estate troppo acerba. Era la rabbia dei temporali estivi: furiosa, impulsiva, svelta a montare così come a zittirsi, e Gaia dovette colmare correndo la distanza tra il cancello e le scale, i polsi sulla fronte e i gomiti in avanti a parare le sferzate della pioggia. Stampò orme d’acqua e polvere su tutti i gradini e rincasò ignorando il tappetino. Si affacciò invano in ogni stanza cercando il padre e il nonno; poi si tolse i vestiti bagnati, ne indossò di nuovi e riempì una brocca d’acqua per dare da bere alle piante: dare da bere alle piante la calmava”.

La giovane Gaia, che dovrebbe scrivere la tesi, si trova intrappolata nella cittadina di Alba Adriatica, piacevole come lei la descrive con anche qualche riferimento reale, alle prese con il ritorno di nonno Diego, deceduto da 40 anni, suo padre Oscar e una crisi matrimoniale che esplode perché sua madre Clara si rifiuta di credere che quel barbone senza mestiere possa essere davvero il suo mancato suocero. Ecco una tipica scena balneare:

“Sul lungomare l’odore salmastro del pomeriggio era stato annichilito da quelli della sera. Fumo e profumi. Sudore. Dopobarba. Odori umani spezzati da pizzerie che rompevano la fila di hotel sul lato della strada opposto alla spiaggia; odori in frantumi, frammenti di odore, così come la musica e le voci: narici e orecchie facevano appena appena in tempo a ritrovarsi, abituarsi, a risintonizzarsi, che ecco che tutto già cambiava, era cambiato. Latino americano, discomusic, karaoke; ogni sera. Passeggini, tacchi, quattro anziane sottobraccio, ragazzi seduti su vecchi schienali di panchine sbiadite – gambe distese, gambe piegate; gambe pronte a scattare al passaggio di altre gambe – per dirigersi in direzione opposta alla fiumana, verso sud: si stava lentamente abituando a tutto questo? Diego tirò fuori il tabacco. Accettare questo mondo, starci dentro non potendo starne fuori, rivedere i vecchi amici: avrebbe camminato (pure lui, ma per forza) sottobraccio, avrebbe spinto i passeggini coi nipoti. Il tabacco gli cadde. Suo figlio gli passò una Marlboro e fumò con lui contro la siepe che costeggiava la passeggiata, gli sguardi al tratto di spiaggia con le giostrine, i tappeti elastici e le file di genitori che, un metro alla volta, spingevano i passeggini fino alle casse”.

Ma Diego, stonato da quel ritorno, non può non confrontare il suo tempo con questo tempo:

“Ad onta dei vecchi all’entrata, ad onta di suo figlio e sua nipote lì dintorno, Diego varcò la porta a vetri volendo accondiscendere all’inganno di essere rientrato nel suo tempo, e che per una sera, una soltanto, gli fosse concesso un commiato alla vita perduta; ma affacciandosi sull’area di legno circolare, un’impalcatura edificata sulla rena e sbiadita dal sole, delimitata da sedie e tavolini, vide dissiparsi l’illusione. Lungo il perimetro gli anziani più timidi osservavano le danze delle gonne e degli orli delle giacche attraverso la rotonda, ed erano gonne ed erano giacche che il Diego della vita precedente non riconosceva: dov’erano quei bei colori accesi? i rossi e i gialli e i verdi e le gonne lunghissime e svasate, i corpetti coi pois, fiocchi rossi nei capelli? dov’erano quei bravi stivaletti con il tacco e con la punta arrotondata?”.

È proprio il tempo il signore di questo romanzo, il tempo che prima ha gettato Diego sulla spiaggia del presente come un naufrago... e poi dopo poche settimane gli ruba quel che resta della giovinezza e lo trasforma in un vecchio... perché l'ordine del tempo non può essere sovvertito... e il passato serve solo a ricordarci che è del presente che dobbiamo avere cura e non vivere di ricordi e rimpianti. Una delle cose che più mi è piaciuta è come la talentuosa scrittrice sia riuscita a rendere plausibile e verosimile, grazie a dettagli ed elementi di realtà, un avvenimento perturbante, il ritorno di un morto, che sconvolge la vita di suo figlio e della sua famiglia. E la cosa più strana non è neanche questa inattesa resurrezione, ma la segretezza dell'evento... a nessuno viene in mente di raccontare alle autorità e ai media che un morto è tornato. Tutte le tensioni e i non detti della famiglia esplodono intorno al lutto e all'assenza che Oscar ha subito da bambino... Oscar che guarda ossessivamente i VHS con le immagini di Gaia bambina... mentre Clara fugge come se non avesse aspettato di avere il giusto pretesto per farlo. Da dove è tornato Diego? E perché è tornato? Non scrivo altro, perché i misteri devono essere preservati.

Oggi è lunedì 20 giugno del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 834 rilegge il romanzo respirando l’aroma della pineta di Alba Adriatica.

domenica 19 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/833. Un libro che si cancella mentre lo scrivi

 

 


 

È bello non ricordare da un giorno con l’altro le cose fatte o pensate, è molto riposante. Così non penso a niente di quel che è accaduto di piacevole nei giorni scorsi e mi concentro sulla vita cittadina, con le sue incombenze e richieste continue di fare e fare. Milano è fatta così, non ha requie e non è facile staccarsi dai ritmi frenetici, anche se da quando hanno chiuso le scuole tutto si muove al rallentatore e il quartiere si è svuotato. Anche oggi mi sono immersa nella poesia di Brezmes e questa è la mia preferita:

 

 

Autobiografia

 

 

Vengo da un luogo

che mi insegue;

vado verso un luogo

che mi sfugge.

 

Tra questi due luoghi io esisto:

questo spazio tra parentesi,

questi puntini di sospensione

nella neve

delle pagine di un libro

che si cancella mentre lo scrivi.

 

Impronte di qualcuno

che dice che sono io.

 

 

Oggi è domenica 19 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 833 mi insegue per le vie vuote della città.

sabato 18 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/832. Il mondo esiste, e non ha bisogno di me

 



Continua la pigra deriva estiva e io leggo poesia, scrivo e fantastico sdraiata in spiaggia. Il resto del tempo lo trascorro a nuotare, a chiacchierare con i vicini di ombrellone e passeggiare in pineta L’estate è ormai arrivata, mi sono così allontanata dalla vita cittadina e respirare salsedine e resina mi ritempra e mi riempie di gioia. In questa vita beata continuo a leggere Alfonso Brezmes Quando non ci sono e le sue parole sono un balsamo.

 

 

 

Microcosmo

 

Sto seduto qui.

Mormora un fiume

che non raggiunge lo sguardo.

Presto farà notte

e verranno gli animali

con i loro occhi come ferite,

soffierà il vento,

cadrà qualche stella,

e il mondo avrà compiuto

un altro giro perfetto

su se stesso.

Sto seduto qui.

Tutto è così semplice.

Il mondo esiste,

e non ha bisogno di me.

 

 

 

Oggi è sabato 18 giugno del terzo anno senza Carnevale e la città mai più silenziosa mi stava aspettando. Sono così contenta di essere qui com’ero contenta di essere al mare ancora stamattina e questa Cronaca 832, in realtà, sta ancora sguazzando tra le onde.