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sabato 12 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/188: il tempo ha passi di pietra e ali nel vento

 

L’infanzia è una terra senza inizio e senza fine, una terra che ruota su se stessa e il sole intorno ad essa e ai bambini.

I grandi giardini di un tempo avevano vasche e fontane dove i bambini potevano giocare ai pirati e ai marinai.

Vi ricordate quanto fosse infinito il tempo in quelle giornate? Tempo che non aveva nome e sapore, guidati dalla luce saltavamo sulle scale e ci inseguivamo nei cortili. Ogni gesto era importante, ogni intenzione seria.

Non c’era ancora consapevolezza di sé e degli altri, le amicizie e gli amori erano assoluti e definitivi, così come le gelosie e le delusioni.

Credevamo l’autunno muto dopo gli schiamazzi dell’estate, ancora non sapevamo interpretare il linguaggio delle foglie e del cielo.

Correvamo nell’ombra come se fosse il pieno sole del mattino, non c’era abbandono tra i filari, non c’era nulla di imperdonato nel profilo delle colline.

Sul fiume scendevano uccelli fuggiti da un araldo, l’acqua scorreva seria nel compito di raggiungere il mare, ogni tanto un pesce sfiorava la superficie e poi guizzava verso il fondale, lasciando intatta la curiosità nei nostri occhi.

Quando si tornava a casa le prime finestre erano già illuminate e ciascuno preparava il proprio nido per le illusioni notturne. Nelle cucine baluginavano i primi televisori e il mondo entrava nelle case ogni giorno alle venti e restava sempre un mondo immenso da esplorare e costruire.

Guardavo dal balcone del soggiorno i palazzi di una via intitolata a un qualche russo del passato, ma per me erano i grattacieli di Manhattan che un giorno avrei visto con i miei occhi e forse sarei anche riuscita ad andare a vivere laggiù, o lassù in un appartamento che faceva il solletico alla luna.

Così il mio sguardo iniziava a essere un mosaico infinito del mondo che andavo scoprendo e desiderando.

Nella penombra dei pomeriggi infiniti, dove ero costretta a riposare accanto al mio fratellino, una volta accadde che sentii chiaramente una voce che mi chiamava dalla strada. Mi affacciai per capire chi fosse, ma non c’era nessuno, la strada era deserta, lo sarebbe stata per sempre. Ma mi piace pensare che quella voce mi stesse cercando per invitarmi a seguire i sentieri impervi della creazione e della fantasia. Una voce che mi chiamava, una vocazione precoce alle parole e al mondo che senza di esse era e restava muto.

Tutto mi sfidava, l’acqua così come la terra, la linea dell’orizzonte visibile dietro gli ultimi palazzi in fondo alla strada, i confini invisibili delle strade che sfrecciavano verso la grande città.

Il vento era muto, ma io sentivo il suo respiro tra le fronde sui rami. Le nuvole sembrava non si muovessero, ma io percepivo il loro costante mutare.

Tutto mi parlava e quella voce mi aveva chiamato e io risposi e così un destino venne segnato e le pietre miliari erano soprattutto libri e qualche dipinto.

Cioè lo sguardo di altre creature che di sicuro, come me, un giorno hanno sentito una voce chiamarli, forse da un tetto, forse da un albero, ma tutti da allora abbiamo iniziato a vivere nel mondo della nostra immaginazione e non solo nel mondo materiale percepito con i sensi che sono molti più di cinque.

Anche oggi sono seduta in riva all’acqua, immergo una mano, lascio che la corrente poi mi trasporti come se fossi solo un filo d’erba.

I fondali mi cercano, le stelle si specchiano nelle rose, ne copiano il colore. Mentre le nuvole scendono sul pelo di queste acque verdi, tutti i colori si mischiano e io credo di riconoscere lo scintillio dei tuoi che so intenti tra libri e taccuino a tracciare nuove parole.

Il sabato è il giorno più bello della settimana, è un giorno di festa, di mercato, di rumori vivaci, di attese che mai si compiranno. Oggi è il dodicesimo giorno del mese di settembre dell’anno senza Carnevale e io continuo a seguire le tracce del tempo che ha passi di pietra e ali nel vento.


mercoledì 25 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/17: convocare la notte, scrivere il buio


Questa è l’ora incerta che tra il giorno e la notte sta, quella in cui la luce tremolante del giorno si abbandona alle mani salde dell’oscurità e poi scompare. Qualche anno fa avevo preso l’abitudine di ascoltare The Köln Concert di Keit Jarrett sul confine dell’imbrunire e lo faccio anche oggi e guardo il mondo, non quello sotto i miei occhi, non quello di oggi e non quello di allora, ma un mondo immaginato o vissuto in un tempo ancor più lontano. Richiamo nel teatro della memoria i monaci dell’Abbazia cistercense di Heiligenkreuz, consacrata nel 1133, in processione per recarsi nel coro a recitare i vespri, vedo il cielo nell’Abbazia di Jumièges, ancora più antica perché risale al 654, e sento risuonare anche lì canti che non ho mai udito. Dietro la casa di mia nonna paterna in Calabria, quando il sole scendeva e noi bambini dovevamo rientrare in casa per cena, staccavo una fogliolina di menta selvatica dai cespugli e andavo dietro il fienile per guardare i colori del tramonto e immaginare le vite degli altri che abitavano nelle case in collina di cui vedevo accendersi le luci.

Le luci che si accendono, ce ne sono altre. A un paio di chilometri dalla casa dei miei genitori dove sono cresciuta, intravedevo una fila di palazzi abbastanza alti da dare l’illusione di essere lo skyline di New York. Ogni finestra che si illuminava era un frammento di quel desiderio di essere altrove, di viaggiare, di scoprire l’America che ho coltivato per molti anni prima di poter far coincidere le mie immaginazioni con i grattacieli reali della città che non dorme mai, accompagnata dalla musica jazz che ascoltavo ossessivamente in quegli anni.

Dalla cima della Torre Nord, dalle finestre del ristorante Windows on the World e poi dalla terrazza ho visto il mondo dalla sua più alta vetta e lo stesso giorno ho visto le tanto agognate luci di Manhattan accendersi dalla cima dell’Empire State Building, proprio dove finisce il film con Meg Ryan e Tom Hanks Insonnia d’amore.

Ora che ho dato l’addio a questo giorno di una fredda primavera che ignora come stiamo noi, ora che ho convocato la notte, posso compiere il rito inverso e chiudere le persiane, chiudere tutto il mondo fuori da me. Apro e chiudo la mano destra per salutare l’albero che vive e respira ridosso alle mie finestre, vorrei che bastasse un gesto solitario a confondere il tessuto del buio con il tremolio della prima luce che ho acceso nello studio. Conosco a memoria le copertine dei libri che amo e che si offrono al mio sguardo laterale. Non ho bisogno di più luce per muovermi a piccoli passi come se non conoscessi tutti i sentieri che attraversano queste stanze e si tuffano in un altrove che neanche i muri possono fermare.

La notte è fatta di piccole ombre che si stringono le une alle altre e ci danno l’impressione di essere un unico corpo. Bisogna fermarsi e in silenzio aspettare che un chiarore misterioso si insinui e ci mostri la loro vera consistenza. Una si posa sulla mia mano ancora aperta. È come avere una farfalla che si è posata sul fiore della mia sera e si fida, sa che non cercherò di afferrarla. Una a una sfilano le piccole ombre e si mescolano con le finestre illuminate.

Dall'altro della stanza si apre all'improvviso uno scorcio della prima volta che ho visto le Dolomiti, del Sass Pordoi deserto e ancora ricoperto di neve, poi del Monte Bianco che non mi parlava, del rifugio nei Pirenei francesi chiuso da decenni e tutto le Cirque de Gavarnie che ci teneva nelle sue braccia di pietra e offriva gli alberi maestosi e il cielo chiaro come dimora per una sosta. L’imbrunire ci inseguiva sulla via del ritorno ma non ci prese, così ritornammo con in dono un desiderio di altri cammini e valli. La cima del Mottarone ci regalò i sette laghi sottostanti, luminosi come frammenti di vetro nel sole, soprattutto il lago d’Orta che fu meta di numerose soste e vacanze negli a venire che ora sono anni andati nel nido del tempo che fu, dove ci sono gusci di uova infrante e qualche piuma, nient’altro.

Chiudo gli occhi e chiedo ai ricordi di fermarsi, non so quanti ce ne siano ancora, né quanti ritorneranno a farmi visita. Ora che la notte mi avvolge, posso prendere il mio quaderno, la solita penna e scrivere il buio, non come fosse inchiostro, ma assecondando la sua vera natura simile alla carta in alcuni momenti, simile alla pietra in altri. Prima dei miei strumenti umani devo piegarmi a quelli dell’immaginazione e incidere le parole in frasi nel vento e nelle nuvole che si immergono nelle profondità dell’occhio di questo Dio addormentato.

Io non pretendo di conoscerne il volto, non posso immaginarne il pensiero, mi sono ignote le sue intenzioni. Ma so, che una sera di molti anni fa, quando ambivo al monastero e alle luci di New York allo stesso tempo, dopo avere guardato le solite finestre serali, mi ero accucciata nell'angolo, sotto il tavolo del soggiorno, da cui guardavo la televisione e mi ero sentita piccola, molto piccola. Avevo pensato a quella stanza come all'occhio di Dio e tempo, molto tempo dopo, avevo scritto questi pochi versi: “La stanza era l’occhio di Dio / e noi non eravamo che / polvere in quell'occhio”.

Ma ora so che la polvere è frammento di ciò che è stato e molecola di ciò che sarà.

Per questo non ho paura e torno ad aprire la finestra per salutare il mio albero e le nuvole invisibili, il cielo addormentato, voi che mi leggete e capite, voi che siete con me in quella stanza sotto il tavolo e in questa stanza, seduti in terra, silenziosi, se alzate una mano potete sfiorare la mia.

domenica 5 agosto 2018

Guardare un albero, scrivere un film: un periodo di astrazione e acutezza, di umidità

Una domanda antica e persistente.
     Come nasce un'idea? E in particolare l'idea di un film?
     Chi risponderà che l'idea gli è venuta mentre guardava un albero dirà una verità e una menzogna.
     Verità, nella misura in cui durante una passeggiata si è fermato a guardare un albero, senza una ragione precisa, mentre nulla sembrava costringerlo a farlo. Né la forma dell'albero, né il colore, né la vecchia ferita sul suo tronco conducevano a un'idea.
     Menzogna, nella misura in cui quando si è fermato a guardare l'albero, qualcosa - una frase ascoltata per caso in strada, tempo addietro, oppure letta in un libro, una notizia irrilevante comparsa sui giornali, un'immagine, intorpidita o dormiente in fondo al magazzino delle immagini che ognuno possiede - dopo un lavorio sotterraneo, di giorni, di mesi o di anni che si compiva segretamente dentro di lui - in quel preciso momento gli si è ripresentato, trasformato. Quel momento è diventato così, in modo inatteso, un incontro privilegiato con l'indicibile.
     L'albero non c'entrava proprio niente. Era innocente. In questo senso, tra verità e menzogna, potrei dire che l'idea delle nozze sul fiume nel Passo sospeso della cicogna è nata sull'autobus che mi portava da Broadway al Bronx, mentre attraversavo Harlem in una strana primavera del 1987.
     Ma cos'è che si è risvegliato in quel momento, trasformato e reso quasi irriconoscibile dall'oblio?
     E perché?
     Una lettura, probabilmente su un giornale del 1958.
     La lettura potrebbe essere la storia della sepoltura di un pastore, in un'isoletta a qualche decina di metri da Creta ma ancora nella sua ombra, dalla parte meridionale, verso il mar Libico. Inverno, mare in tempesta: impossibile fare la traversata in barca e un pastore morto aspetta di essere seppellito.
     Il papàs del paese più vicino a Creta era stato avvertito con delle segnalazioni. Venne, salì su una roccia, con l'abito che garriva al vento e si mise a dir messa al mare, mentre i pastori, dall'altra parte, sull'isoletta, seppellivano il morto. 
     Ma era proprio questo? O c'era qualcos'altro? In quel momento quale associazione di idee si completava nel silenzio, eppure in modo tanto decisivo, da sovrapporsi a quel che vedevo dal finestrino dell'autobus? (Harlem, nel sole del pomeriggio, magica e terribile al tempo stesso.) Come ha interferito (proprio come un altro canale interferisce improvvisamente con quello che stavamo guardando in televisione) l'immagine fantastica di un fiume, che fa da confine tra due Stati, con la bianca figura della sposa da una parte e dello sposo dall'altra?
     Il periodo che precede la realizzazione di una sceneggiatura è un periodo di umidità, con strane variabili, strane percezioni apparentemente irragionevoli. Un'alternanza di astrazione e acutezza. È un periodo di doppia vita. La parte rumorosa di te vive la quotidianità come sempre, mentre quella silenziosa tesse in segreto, con materiali invisibili, ciò che, a un certo punto, maturerà e uscirà in superficie, quando meno te lo aspetti, attraversando con stupefacente facilità tutti i filtri della quotidianità.
     Chi dirà che l'idea di un film è nata guardando un albero dirà la verità.

Theo Anghelopoulos
In luogo del prologo
in
Petros Markaris
Diario di un'eternita
Io e Theo Anghelopoulos
traduzione di Andrea Di Gregorio
La nave di Teseo editore 2018



venerdì 17 febbraio 2017

Scrivere è "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti

C'è il pianoforte nero che suonava ogni giorno: «Glielo regalò il padre dall'Inghilterra due mesi prima di morire». L'edizione Adelphi di Allucinazioni, El hombre que confundió a su mujer con un sombrero e tutti i suoi libri pubblicati all'estero. La locandina del film tratto da Risvegli, appoggiata a terra. Cechov, Faulkner, Auden, che aveva conosciuto in gioventù, una biblioteca sterminata di letteratura e saggistica. La moquette beige, come l'amorfa porta del suo appartamento. Il letto con la coperta azzurra, come lo ha lasciato. E poi l'adorato dizionario di inglese Oxford «che leggeva ogni sera a letto con me prima di addormentarsi». La foto seppia di Muriel Elsie Landau, madre amatissima e uno dei primi chirurghi della storia britannica. Gli scatti di lui nel suo studio, prima di un tuffo nel lago e quello con la t-shirt rossa di Musicofilia. «Questa foto con i lemuri invece è stata scattata durante il nostro ultimo viaggio insieme, nella riserva di Durham, in North Carolina. Era il luglio 2015, un mese prima che se ne andasse. Oliver studiava molto l'evoluzione, dunque i lemuri gli piacevano molto».
Il 30 agosto 2015, a 82 anni, Oliver Sacks è morto in questo appartamento di New York, nell'alternativo quartiere di Chelsea, a pochi passi dal Whitney Museum di Renzo Piano. Ma qui, in queste stanze semplici del secolo breve, c'è ancora una brezza di vita meravigliosa, di tenue immortalità. Il nostro Virgilio è Bill Hayes, unico vero amore di Sacks. Scrittore e fotografo americano di 56 anni che per la prima volta parla a un giornale dopo l'addio del compagno e che domani pubblica per l'editore americano Bloomsbury il meraviglioso Insomniac City. Il libro, che è nato l'anno scorso dopo un breve soggiorno a Roma, è un diario della vita di Hayes a New York, dove si è trasferito nel 2009, ma soprattutto della sua relazione con Oliver Sacks. Fino agli ultimi, drammatici istanti della sua vita.
(...)
Sacks e Hayes si sono conosciuti nel 2009, nella primavera di New York, davanti a un caffè. L'amore è sbocciato pochi mesi dopo, a dicembre, mentre Oliver salutava Bill in partenza verso Washington dove la sua famiglia lo attendeva per Natale: «Fu lui a cercarmi a inizio di quell'anno: gli era piaciuto molto il mio libro
The Anatomist e mi aveva scritto », spiega Hayes. «Così abbiamo cominciato una corrispondenza. Di carta, ovviamente, perché Oliver sino all'ultimo non ha mai avuto un computer, mai uno smartphone. Solo un cellulare minimale per le emergenze. Era di un altro tempo. Come il nostro amore».
Non a caso, Insomniac City, che allude a New York ma anche alle notti insonni dei due, è una collazione di appunti e scritti di Hayes sulla loro passione. «Una delle prime cose che mi disse Oliver fu: "Devi tenere un diario". Scriveva qualsiasi cosa su carta, in ogni momento, era maniacale. Per lui era cruciale "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti».

frammento dell'intervista di Antonello GuerreraBill Hayes, compagno di Oliver Sacks

Repubblica lunedì 13 febbraio 2017

lunedì 6 febbraio 2017

Scrivere per non perdermi, per non disancorarmi da me stessa

È importante dire che, prima di trasferirmi a New York, non avevo mai scritto se non per dovere: temi al liceo, tesi di laurea e di abilitazione, documenti professionali.
La voglia o meglio l'urgenza di racconto è esplosa a New York, per colmare l'assenza delle persone con cui fino ad allora avevo diviso l'esistenza, forse per saturare un vuoto. In quella città che aveva imprevedibilmente spaccato in due la mia vita proiettandomi in un altrove dove mi sarei dovuta reinventare tutto, perfino la lingua della sopravvivenza, le cose che andavo scoprendo in una sorta di non indolore "festa mobile" imponevano di essere raccontate. Non solo perché ne valeva la pena, ma perché se non l'avessi fatto avrei rischiato di perdermi, di disancorarmi da me stessa. Per "stare" a New York avevo bisogno di non rimuovere quel che avevo lasciato, di tenermelo amorosamente accanto in un dialogo ininterrotto. 
La scrittura si è presentata come il solo strumento capace di cancellare la distanza, creando uno spazio di condivisione, facendosi ponte tra due estremi spaziali e temporali. La scrittura, nemica del silenzio.

dall'introduzione dell'autrice

Maria Nadotti
Prove d'ascolto
Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo 
edizioni dell'asino 2011

lunedì 28 dicembre 2015

Le parole sono trama e ordito della memoria

Elenco. Memoria

Cosa non devo dimenticare
     

  1. La notte, da piccola, nel letto della casa di Castagneto e Vittorio nel letto accanto. Il mio posto nel mondo, quello che pensavo che fosse. Il freddo delle lenzuola umide, il caldo della brace: insieme.
  2. Che il tempo non esiste. Siamo tutti al mondo allo stesso momento, nel   passato nel presente e nel futuro.
  3. Che è inutile spiegare questa cosa. Qualcuno la sa, qualcun altro non può ed è inutile.
  4. Le regole della salute: dormire almeno sei ore, avere rispetto del corpo, curarlo. Dedicare dieci minuti al giorno ad ascoltarlo e capire cosa chiede. Fare esercizio, camminare. Non usare farmaci se non è assolutamente necessario. Se non è. Assolutamente. Necessario.
  5. Chiamare la nonna. Scriverle qualche riga ogni giorno e inviarle una lettera ogni settimana.
  6. Il potere della musica. Lhasa de Sela, la sua voce.
  7. Il potere della lettura. Un libro, ovunque con me, sempre.
  8. Il potere delle favole. Non abbandonare il progetto di tradurre le fiabe raccolte nel mondo. Non rinunciare. Insistere anche quando sembra così faticoso. Doloroso.
  9. Todo cuadra. Questa formula, tutto è al suo posto. Ma non si può tanto tradurre. Tutto è proprio come deve essere. Non c’è da ostinarsi a spostare i pezzi. Bisogna solo osservarli muovere, vedere dove vanno. Questo siamo: spettatori attivi nel teatro dell’universo. È uno spettacolo, realmente, la vita. Todo cuadra.
  10. L’amore è fragile. È una cosa talmente magica che bisogna starci molto attenti. A come si dicono le cose. Svanisce, altrimenti: va via. Deve rimanere nel bello. Vive di sorrisi. Handle with care, con cura. Controllare le proprie ossessioni, non fare scenate di gelosia inutili. Non metterlo alla prova, soprattutto. Mai.
  11. Parole tranello. Capriccio. Colpa. Regola. Pericolo. Non giocare con queste parole. Quando sembra che gli altri conoscano le regole del gioco e tu no. Quando vogliono farti pensare che sei inadeguata, e alla fine davvero lo pensi. Quando vogliono farti dire che sei stata una bambina viziata, che hai giocato col fuoco. Che la colpa è tua. La colpa. È tua. Che non sei stata prudente, non hai visto il pericolo. Egoista, cieca. Bisognava sopportare. Non giocare con queste parole. Non toccarle. Sono trappole mortali.
  12. Quando sono scesa da Barnes&Noble, in libreria, a cercare una guida di New York. 11 settembre 2001. Gli sguardi delle persone attorno a me che si affacciavano per strada a vedere il fumo e dicevano un incendio, forse. La storia non la capisci mai mentre accade. È raro. Anche Vera, la mamma di David, mi diceva di quando furono portati nei campi: non lo capisci subito, è raro. La storia grande è uno spostamento piccolo nella tua vita. È la storia piccola della tua vita a essere grande.





questa lista della memoria è di Irina Lucidi, una donna fuori dal comune, il libro che racconta la sua storia è di

Conchita De Gregorio
Mi sa che fuori è primavera
Feltrinelli 2015

giovedì 17 aprile 2014

Scrivere significa ritornare a guardare il mondo

La mia formazione  tutto ciò che ho scritto e tutto ciò che hanno scritto
gli autori che mi hanno influenzato, discende direttamente da lui. Il neorealismo letterario, iconografico e cinematografico si è nutrito di
Robert Capa.
(...)

Gli piaceva portare immagini di mondo e trasformare lo sguardo delle persone sul mondo. Ma le foto che sto osservando non cambiano solo il mio sguardo sul mondo, è come se facessero nascere un’urgenza, come se lanciassero
un allarme: ritornate a guardare il mondo e non limitatevi a prenderne dei calchi, a strappare dal quotidiano una qualunque immagine per reimmetterla in circuito, per bombardare di fotogrammi inutili che saturano la vista e non raccontano nulla. Questi scatti di Capa, infatti, non basta vederli, non è sufficiente guardarli e poi passare oltre: bisogna fermarsi e leggerli. Sulla rivista Holiday Capa scrive: «Sono tornato a fotografare Budapest perché mi è capitato di essere nato lì; ho avuto modo di fotografare Mosca che di solito non si offre a nessuno; ho fotografato Parigi perché ho vissuto lì prima della guerra; Londra perché ho vissuto lì durante la guerra; e Roma perché mi dispiaceva non averla mai vista e avrei invece voluto viverci».
(...)

Il segreto di Robert Capa non sta nel risultato finale, ma nella ricerca,
nel viaggio, che non può esistere se non compromettendo tutto se stesso. Non c’è altra salvezza se non stare dentro ciò che vuoi capire. Se non stare dentro la vita.

frammenti dell'articolo che Roberto Saviano ha dedicato a Robert Capa
dopo avere visitato della mostra a lui dedicata "Capa a colori" al Center of Photography di New York
Repubblica 13 aprile 2014

martedì 14 gennaio 2014

Si immagina sempre, anche il reale

Quanto è impor­tante per lei l’immaginazione?
 L’immaginazione è una cosa che viene fuori sem­pre e comun­que men­tre scrivi, si mate­ria­lizza ogni volta che cer­chi di descri­vere qual­cosa. Anche se quel qual­cosa è real­mente acca­duto. Se vuoi rac­con­tare una sto­ria sei costretto a imma­gi­narla, per certi versi inven­tarla. Nabo­kov a un certo punto disse che scri­vere Lolita lo costrin­geva a inven­tare l’America. L’America era già stata inven­tata, certo, e lui l’ha solo descritta, ma l’ha fatto in un modo che solo lui avrebbe potuto fare. E scri­vere è esat­ta­mente que­sto: inven­tare qual­cosa che c’è sem­pre stato, ma che non era mai stato rac­con­tato in quel modo. Nabo­kov l’ha fatto con l’America, Char­les Dic­kens con Londra”.

Lei con Bad Beha­vior voleva inven­tare New York?
 No, quando ho scritto quei rac­conti non era alla città che pen­savo, ma alle per­sone. Certe per­sone in par­ti­co­lare, in momenti pre­cisi delle loro vite. Anche se poi, scri­vendo, New York è venuta fuori comunque”.

Parte sem­pre dai per­so­naggi quando scrive una storia?
 Sì, per me sono e restano la cosa più importante”.

E sa sem­pre dall’inizio se la sto­ria che sta per scri­vere sarà un rac­conto o un romanzo?
 Sì, anche se per Vero­nica c’è stato un momento in cui non ero più sicura di cosa fosse. Ma è durato poco. Non sapevo se la sto­ria avrebbe retto nel lungo periodo”.

E che cosa ha fatto?
 Con­ti­nuando a scri­vere, ho capito che non poteva che essere un romanzo”.

frammenti dell'intervista a Mary Gaitskill di Tiziana Lo Porto
D di Repubblica 16 giugno 2012

sabato 5 ottobre 2013

Guardare e scrivere

Una finestra è un punto di osservazione da cui guardare il mondo esterno, che fluisce sbadato e insondabile, ed è insieme uno squarcio attraverso il quale spiare la vita, sempre misteriosa e inafferrabile, che scorre e si consuma in stanze sconosciute, ma è anche uno specchio in cui il flâneur, l'uomo che vagabonda per la strada cercando di cogliere il segreto e l'essenza di una città, scorge insieme l'interno di una casa e il riflesso del suo volto, scopre se stesso immerso nel fluire delle cose e indistinguibile, nel suo essere più profondo e ignoto, da esse. Così accade ad Antonio Muñoz Molina, famoso scrittore che camminando per New York diviene un passante anonimo e sconosciuto non solo agli altri ma pure a se stesso, in quel vero capolavoro che è il suo libro Finestre di Manhattan, uscito alcuni anni fa e splendidamente tradotto da Maria Nicola. Pochi libri dimostrano con altrettanta forza poetica la verità di quella parabola di Borges che narra di un pittore, il quale dipinge paesaggi - alberi, città, montagne, fiumi - e alla fine si accorge di aver dipinto il proprio autoritratto, non perché abbia alterato soggettivamente la realtà, ma perché la sua identità - come quella di ognuno di noi - consiste nel modo in cui vede, sente, coglie, ama o respinge il mondo, le persone e le cose. 

Pietro Citati
incipit della recensione pubblicata sul Corriere della Sera il 27 maggio 2013

lunedì 15 ottobre 2012

Frammenti di carta


A volte quando sfoglio quotidiani e riviste  anziché leggere subito gli articoli che mi interessano strappo le pagine e le conservo. Ho diverse cartellette di varie dimensioni e forme con questi ritagli. I temi sono sempre gli stessi, vite di scrittori, viaggi in paesi che continuano a essere misteriosi, New York, le stelle, architetti e architettura, Milano, i libri, il mare, i poeti, le nuvole, gli alberi, Parigi, i giardini, ricette di cucina, gente che legge, gente che non guarda nell'obiettivo, gente che passa, case da abitare, volti sconosciuti che vincono l’oblio, fotografie in bianco e nero. Gli articoli che restano nelle scure dimore di cartone alla fine sono pochi, quelli che ho letto subito e che mi hanno lasciato una piccola folgorazione, un senso di scoperta, la comprensione di qualcosa che non sapevo, restano. Quelli che non ho letto subito e che prendo in mano a distanza di tempo sopravvivono di rado alla lettura ritardata. Ma so perché continuo a farlo, perché quando strappo la carta e li conservo, con loro conservo il desiderio di provare quel brivido della scoperta, di una nuova rivelazione.

E.P.