Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post

venerdì 15 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/768. Siamo ancora immersi nel nostro confortevole e immobile mondo di ieri

 


 

Idee per un venerdì mattina, come se non ci fosse la pandemia, come se non ci fosse una guerra in Europa. Un mucchio di cose da fare, molte distrazioni, il sole, le magnolie fiorite, un pranzo con i nipoti. Scelgo le distrazioni, esco a passeggio, vedo nipoti e famiglia a pranzo, mangiamo bene nella solita trattoria a Baggio vecchia. Mi chiedo ogni giorno quanto durerà questa Drôle de guerre qui dalle nostre parti: perché sono convinta che la Terza guerra mondiale sia di fatto iniziata? Lo credo perché gli interessi economici sono enormi, l’intero assetto mondiale ne risentirà. Forse è davvero la fine della globalizzazione e del mondo come lo abbiamo conosciuto, come preconizza Domenico Quirico sulla Stampa del 13 aprile? L’articolo inizia così:

“Mi faccio volontario per una constatazione sgradevole, sommamente impopolare: in Italia non abbiamo ancora preso coscienza della gravità di quanto sta accadendo in Ucraina e delle conseguenze «globali», si dice così, sul mondo che verrà. Siamo immersi, dopo quaranta giorni di guerra furibonda, ancora nel nostro confortevole e immobile mondo di ieri. Che è già defunto, sconvolto da ininterrotte scosse vulcaniche proprio in questa terra europea, murato nelle tenebre”. [...]

Eppure ogni giorno abbiamo davanti le immagini per comprendere, basta aggiungere le didascalie. [...] Il mondo che verrà sarà feroce, coperto di ferro, diviso da muri di avversioni profonde, l’Asia russo cinese contro l’Occidente americano, con le rispettive dipendenze [...]

Eravamo il posto in cui rifugiarsi, eravamo la pace conquistata. Ebbene non sarà più così. Non saremo più il mondo della sicurezza. Prima parlavamo di pace e di guerra ma molti non sapevano di cosa stessero parlando. La pace con la globalizzazione e la cultura senza frontiere era una abitudine, era l’aria che ognuno respirava senza pensarci. La guerra era una parola, un concetto puramente teorico. Ora affrontiamo lo choc di questa rivelazione, apertamente”.

Di solito nessuno di noi ha la sfera di cristallo e vorrei tanto che questo grande giornalista avesse torto ma ho paura di no. Affrontare questa rivelazione come se fosse certa? E cosa possiamo fare noi semplici cittadini? L’immaginazione vacilla, ma non la speranza. Rileggo per intero l’articolo, ci rifletterò ancora.

Così è in questo venerdì 15 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e in questa Cronaca 768, ancora immersa nel nostro confortevole e immobile mondo di ieri.

sabato 12 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/706. Piccole riflessioni e tre parole: incertezza, perdita e fiducia

 



Ho imparato l’incertezza in questi anni, forse ho imparato a ricordarla, a ricordare pandemie minori degli anni Sessanta del secolo scorso, crisi geo-politiche, la Guerra fredda e la sua fine, la caduta del Muro di Berlino, l’implosione della Jugoslavia, l’assedio di Sarajevo, le guerre del Golfo e così a ritroso e avanti e indietro nel tempo. La nostra civiltà aveva relegato la morte nei videogiochi, dove si risorge, e nei libri gialli e neri, dove l’assassino viene quasi sempre punito. Il virus non aveva volto, odore, consistenza e ha iniziato a colpire alla cieca i più fragili delle nostre società, gli anziani, gli ammalati. In qualche modo, a fatica, abbiamo resistito, abbiamo creduto di essere fuori dopo le prime cinque settimane di lockdown nel maggio 2020. Poi un’estate libera, la sensazione di essere tornati a quella normalità che avevamo negato strillando ai quattro venti che “niente sarà più come prima”. Niente è più come prima, la fragilità della nostra civiltà, di tutta l’umanità, non è più polvere che si può nascondere sotto un tappeto. Ciò nonostante soffiano venti di guerra in Ucraina e non è certo che la pandemia si stia davvero trasformando. Quando finì l’epidemia di Spagnola, oltre cento anni fa, nessuno ebbe la voglia di analizzarla, ricordarla, scriverne. Un grande meccanismo di rimozione collettiva ha fatto sì che quella storia fosse ancor meno ricordata delle grandi epidemie di peste nera. Accadrà così anche la nostro virus? È probabile, probabile che i ricordi si facciano sempre più blandi, che altre preoccupazioni arrivino a travolgerci. Come reagirà il corpo sociale? Parleremo sempre e solo di ripresa e crescita economica? La politica riuscirà a trovare quella centralità che l’economia le aveva scippato da decenni? Cambieranno le politiche pubbliche di investimento in istruzione e sanità? Sono tutte domande aperte che troveranno risposte nel tempo. Intanto continuiamo a vedere i numeri del contagio contrarsi, le proteste anti-sistema aumentare a partire da Canada e Francia, arrancare in Italia, dove ha prevalso il buon senso e il riconoscimento dell’autorevolezza della medicina. Se ci pensiamo bene tutta la nostra vita si basa sulla fiducia in qualcosa o qualcuno. Non possiamo vivere senza fiducia, non possiamo vivere senza prudenza. Ma la giovinezza ci chiama a essere spericolati e l’età di mezzo a guardare con un po’ di rimpianto quella libertà e quella sfrontatezza che abbiamo conosciuto da giovani. Certo, le giovani generazioni dovranno imparare a elaborare il trauma della distanza fisica e della scuola in DAD, ma ci riusciranno, chi prima e chi dopo, ognuno a modo suo e con i suoi tempi. Mi colpiscono molto di questi tempi soprattutto le storie degli anziani che in questi anni di pandemia hanno fatto ordine nelle proprie case, nei ricordi, hanno regalato le cose preziose o significative, buttato quelle che non lo erano più e poi hanno cominciato a progettare nuovi viaggi, cene con gli amici e hanno imparato ad accettare la perdita come una dimensione stabile della nostra vita. Dunque le parole di questi giorni sono incertezza, fiducia e perdita. Un’oscillazione continua di senso che delinea e delimita la condizione umana. E che per questo rende la nostra esperienza, il nostro passaggio su questo bellissimo pianeta, così straordinario. Mi sto chiedendo spesso se continuerò a scrivere queste Cronache ancora a lungo e penso che lo farò, perché sono un esercizio quotidiano, una ricerca personale di senso per me e per i miei lettori e mi concedono la gioia di una condivisione. Scrivo perché mi piace scrivere, perché è il mio modo di stare al mondo, perché l’atto dello scrivere mi riporta ai libri e agli autori che amo, alla grazia di averli nella mia vita, alla gratitudine.

Oggi è sabato 12 febbraio del 2022, terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 706 è meditabonda e riflessiva quanto me che la sto scrivendo, perché al contempo è lei a scrivere in me, a portarmi il mondo e a portarmi nel mondo.

venerdì 23 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/502. Oggi ti penso come si pensa al sorriso del ciliegio

 

 


Un’altra giornata afosa e zanzarosa, le cicale devono avere terminato il loro ciclo vitale perché non le sento più e di notte non ho ancora sentito i grilli. Questa è la città mai più silenziosa in questi giorni. Ma poi c’è il mio giardino incantato dove mi rifugio a leggere e scrivere, un luogo dell’anima prima ancora che fisico, un luogo dove poter respirare e lasciarmi rapire dalla bellezza della poesia. Anche oggi vi offro da leggere Danilo Bramati, dalla sua raccolta appena pubblicata L’ultima promessa.

 

 

Il rito

 

Oggi ti penso come si pensa

al sorriso del ciliegio.

Hai salutato il mondo?

Hai ruotato la sfera

nel palmo della tua mano,

accarezzato le terre e gli oceani?

 

Anch’io, sai, oggi mi sento

come uno che abita,

la mia casa è questo vento

che non distingue.

E adesso voglio compiere

il rito, adesso apparecchio la tavola

come un altare

poi tufferò le dita

nella tazza benedetta,

mi segnerò la pelle.

 

 

 

Abitare nel vento, accarezzare le terre e gli oceani, compiere un rito per rendere sacro anche il giorno più normale. È in questa dimensione fuori dal tempo e in un diverso spazio, dove la grande poesia ci può condurre anche a contemplare il sorriso di un ciliegio.

 

La vita è fatta soprattutto di questo, di attimi che diventano eternità, attimi che viviamo, scriviamo, ricordiamo, rileggiamo.

 

Oggi è venerdì 23 luglio del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 502 anch’essa immersa nella bellezza e nella gioia della poesia.

lunedì 16 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/253: e notte sono io, della tua notte

 


Il tempo non è che un mare increspato di piccole onde, è l’eternità a essere oceano e porto accogliente per tutti i naviganti.

Durante la tempesta scrutiamo tra i marosi in cerca di segnali, ma possiamo solo aspettare che la furia si plachi e se scorgiamo intorno a noi una quiete assoluta è solo perché siamo al centro del ciclone.

Da qualche giorno ho proprio questa impressione, di essere in mare aperto e nell’occhio di un ciclone di cui non riesco a percepire le reali dimensioni, l’estensione, l’altezza e la direzione.

Questa improbabile quiete, così come accadde durante il primo lockdown, è governata dai numeri che vengono snocciolati senza soluzione di continuità. I numeri della pandemia, delle vittime, dei nuovi ammalati, dei guariti, dei confinati in casa. Questi numeri, una prima rappresentazione del mondo, sono pesanti se letti nella loro nuda verità, si diluiscono quando vengono riportati alle percentuali. Dietro ogni numero ci sono una persona, una vita, una famiglia in preda al dolore e allo sgomento.

Gli altri numeri sono quelli dell’economia, delle aziende che chiudono, delle richieste di sussidio, dei disoccupati, dei nuovi poveri. Anche questi numeri sono la rappresentazione delle nostre povere vite in balia di un nemico minuscolo e letale, invisibile e sconcertante.

Dietro ogni numero sono celate narrazioni molto simili tra loro, ma ognuna uguale a se stessa, la febbre, il respiro corto e la paura. Il dolore, lo spaesamento, la speranza.

Non tutte le storie hanno un lieto fine, mentre ci eravamo ormai abituati a scongiurare il male rappresentandolo nei libri, al cinema, nei videogiochi, il male è arrivato in silenzio e ci ha, letteralmente, mozzato il respiro.

Il respiro è vita, calma, piacere, gioia involontaria dell’essere vivi. Respiriamo male nella città silenziosa, respiriamo male da anni. Ma siamo in qualche modo assuefatti all’aria pesante e riconosciamo la differenza solo dopo che da questa città ci siamo allontanati.

 

Dove trovare l’aria, dove ripristinare il respiro e la speranza in questo mese che è il culmine dell’autunno?

Io cerco nella poesia la mia aria spirituale e in lunghe camminate nel mio quartiere cerco un respiro profondo a dispetto della qualità dell’aria.

Come tutti aspetto la buona novella, il giorno in cui scopriremo che il numero dei nuovi contagi è crollato, che le terapie intensive si sono svuotate e che il mondo ridiventerà un luogo di nuovo aperto ed esplorabile.

Ora continuiamo a vivere nel nostro guscio, nelle nostre stanze, aspettiamo, condividiamo il tempo con chi amiamo, quando possiamo in presenza, se no in video e al telefono.

È un mondo ristretto quello in cui stiamo vivendo, dove siamo stati costretti a ripensare il nostro stile di vita, le aspettative, i progetti. Non ho mai pensato che ne saremmo usciti migliori, non lo credevo a marzo, non lo credo ora.

Ma credo che la nostra umanità dolente avrà qualche strumento in più per essere più umana, per riconoscere la fragilità e la vulnerabilità e avere cura gli uni degli altri, soprattutto di chi è più fragile e vulnerabile.

 

Anche oggi, lunedì 16 novembre dell’anno senza Carnevale, è un giorno interlocutorio e la Cronaca 252 è altrettanto interlocutoria, tesse ragnatele e foglie secche, soffia nel vento parole antiche. Così vi saluto con una poesia di Rilke tradotta da un altro poeta, Lorenzo Gobbi:

 

 

Come il custode ha la capanna

tra le vigne e veglia,

sono capanna, io, Signore, tra le tue mani;

e notte sono io, Signore, della tua notte.

 

Vigna, pascolo, antico frutteto,

campo, che nessuna primavera mai ha tralasciato,

albero di fico che anche in una terra

tutta pietre porta molti frutti:

 

c’è un profumo che si spande uscendo dalla tua

                                                    rotonda chioma.

E tu non chiedi, se io stia vegliando;

senza spavento, dissolti nei sentori,

quiete a me risalgono le tue profondità.

 

 

 

Wie der Wächter in den Weingeländen

seine Hütte hat und wacht,

bin ich Hütte, Herr, in deinen Händen

und bin Nacht, o Herr, von deiner Nacht.

 

Weinberg, Weide, alter Apfelgarten,

Acker, der kein Frühjahr überschlägt,

Feigenbaum, der auch im marmorharten

Grunde hundert Früchte trägt:

 

Duft geht aus aus deinen runden Zweigen.

Und du fragst nicht, ob ich wachsam sei;

furchtlos, aufgelöst in Säften, steigen

deine Tiefen still an mir vorbei.

 

– Rainer Maria Rilke, um den 1.5.1905, Worpswede

 

 

Da Il libro d’ore, a cura di Lorenzo Gobbi, Servitium 2008

giovedì 12 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/249: le porte non si aprono più e neanche si chiudono, così la soglia non respira e non crea nuova poesia

 


Le porte aprono e chiudono, ci consentono l’ingresso nei luoghi chiusi, ci proteggono dagli estranei. Apriamo le porte per entrare nel vasto mondo e affrontare ogni nuova giornata.

Apriamo e chiudiamo la porta della nostra casa e della nostra stanza, scegliamo lo spazio ristretto, per lasciarci andare a quella intimità con noi stessi che solo le mura intorno e il tetto sopra e un pavimento sotto, ci consentono.

Quando usciamo, la porta alle nostre spalle verrà dimenticata sino al ritorno. Le porte negli uffici di rado hanno resistito alla mania degli open space. Niente porte da aprire e chiudere se non un’unica porta di accesso ai saloni. Intorno il brusio del lavoro dei colleghi, nessuna intimità, controllo sociale attivato, fatica a concentrarsi.

In tanti anni di lavoro credo di avere provato tutte le combinazioni possibili di ufficio, perché gli open space sono stati una moda, lo sono ancora, resistono anche se meno disumanizzanti che negli anni Novanta e Duemila, adesso ci sono dei minimi separé che proteggono dallo sguardo, ma per i rumori non si può fare nulla, né si possono contrastare i malumori dei coinquilini, le loro sfuriate.

In questi mesi di confinamento ho molto apprezzato il silenzio e la solitudine, benché io passi diverse ore al giorno appesa al mio riquadro in una delle tante piattaforme disponibili.

Un giorno qualcuno scriverà della sparizione degli uffici e della retorica spaziale connessa.

In un luogo dove ho lavorato per tantissimi anni, agli impiegati venivano date sedie senza braccioli, quelle con i braccioli erano riservate solo ai funzionari. Non era il ruolo, ma il grado a sancire un diritto. I funzionari avevano sottomano, portapenne e portacarta di vera pelle e un set di penne da firma come se ne vedono ormai solo nei film degli anni Cinquanta e Sessanta.

Un giorno mi si ruppe lo schienale della mia sedia e chiesi al segretario capo di averne una nuova. Nel magazzino ce ne erano di due diversi colori, rosso arancio per gli informatici e verdi per gli analisti di procedure. Ma non c’erano sedie rosse senza braccioli, c’erano solo sedie verdi senza braccioli. Ma non la ottenni perché io ero un tecnico informatico, non un’analista.

Così andai a protestare dal vice capo della struttura che chiamavamo benevolmente “il vescovo” perché si aggirava per i corridoi con aria pensosa, il busto chino in avanti e, spesso, le mani dietro la schiena. Non era difficile immaginarselo come un porporato che stesse andando a visitare il suo gregge.

Tornai dal segretario capo, che si arrabbiò moltissimo, insieme al vescovo e tutti e tre tornammo in magazzino. Infervorato l’uomo spiegò perché non potesse darmi una delle sedie verdi senza braccioli, riservate agli analisti, né una sedia rossa con i braccioli, riservata sì ai tecnici informatici, ma solo se funzionari.

Il vescovo ben conosceva le mie veementi reazioni e così ordinò al segretario capo di darmi una sedia rossa con i braccioli perché, e qui si mise a ridere da solo, di certo non avrei preteso di diventare funzionario grazie alla sedia. Fu l’unica battuta che gli sentii pronunciare in tanti anni trascorsi sullo stesso piano, ma non l’unica occasione che la vita ci propose di vivere insieme esilaranti situazioni da ufficio che vi racconterò nel corso del tempo.

Il segretario capo, mi intimò di non dire a nessuno che avevo avuto in dotazione la sedia con i braccioli. Protestai che se ne sarebbero comunque accorti tutti, ma lui fu implacabile. Nessuno doveva saperlo, punto e basta. Peccato che tra il magazzino e il mio ufficio ci fosse tutto il quarto piano da percorrere. Voi non avete idea di quanto fossero lunghi quei corridoi! E siccome gli informatici tenevano volentieri aperte le porte di quei magnifici uffici con due grandi finestre, quattro scrivanie, quattro armadi e quattro sedie a bracciolo variabile, ne approfittai per salutare tutti i colleghi. In questo caso il maschile plurale non è un maschile plurale diventato universale, ma lo specchio fedele della realtà, perché i tecnici informatici erano tutti maschi e all’epoca, su circa centocinquanta baldi programmatori, analisti tecnici, sistemisti, operatori e proceduristi, donne eravamo solo in sette. Tra gli analisti di procedure la presenza femminile era un po’ più alta, ma solo perché tante ragazza che facevano le “perforatrici” avevano cambiato ruolo. In ogni ufficio trascinai la mia nuova dotazione potei riposarmi sulla mia sedia rossa nuova fiammante e con i braccioli.

Mi sono resa conto, ripensando a tutti gli anni trascorsi a una scrivania, che i capi più pericolosi sono stati quelli della retorica della porta aperta. Quelli che ti dicevano, bonari e sorridenti, che per qualunque problema la loro porta sarebbe stata sempre aperta.

Come faranno ora che le porte degli uffici sono sempre meno aperte e chiuse? Facezie a parte, la sociologia, l’antropologia e la poetica degli uffici meriterebbero indagini approfondite. Magari ricorderò in una Cronaca futura qualche altro aneddoto degno di nota, almeno per me.

La retorica delle porte è affascinante, ma trovo ancora più interessante la dimensione spaziale della soglia, quel luogo che è dentro e fuori allo stesso tempo.

Vermeer è stato il pittore della soglia, ho dedicato a questo tema un lungo intervento tenuto una quindicina di anni fa alla Taverna San Tomaso, nel ciclo “Sentimento dello spazio” organizzato dal poeta Danilo Bramati che già conoscete perché ho incluso molte sue poesie nelle Cronache.

Lo sguardo di Vermeer si ferma sempre abbastanza lontano dal soggetto ritratto, che non sembra quasi mai accorgersi dello sguardo del pittore.

Anche in poesia il tema della soglia e dello sguardo è ricorrente, ma non andrò oltre, perché volevo scrivere solo delle porte di casa che si aprono sempre meno spesso, delle soglie dove non possiamo fermarci, degli uffici che sono retaggi del passato.

O forse, come ha dichiarato Umberto Galimberti, ma non so più dove, “Cosa ci ha insegnato la pandemia? Niente. Torneremo al precedente stile di vita con la foga di chi ha vissuto un periodo di astinenza”.

Non sono certa che abbia ragione, non credo che abbia ragione, spero che non abbia ragione; però è vero che siamo una società in crisi di astinenza.

A volte ci vogliono interruzioni brusche per imparare la differenza tra le cose buone e le cose cattive. Qui mi fermo e vado a fare una chiacchierata con la mia porta di casa che vedo ormai di rado. Dovrò inventarmi qualcosa per vivificare la nostra relazione.

Oggi è un giovedì dodici del mese di novembre dell’anno senza Carnevale. È notte, le porte sono tutte chiuse, le strade silenziose. Dormono gli alberi e i bambini, chi proteggerà i loro sogni se gli adulti e il vento sono così incerti e preda di sgomento?


P. S. qualche tempo dopo la mia pretesa della sedia con i braccioli, il vescovo considerò che anche gli impiegati dovevano beneficiare della maggiore comodità delle sedie dei funzionari. Così tutti avemmo, ufficialmente, la nostra sedia rossa con i braccioli a prescindere dall’inquadramento.

 

venerdì 30 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/236: Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria

 

Cerco ogni giorno il bello del mondo dentro e fuori di me. Mi guardo intorno, leggo e rileggo, mi lascio trasportare dalle onde della poesia, a volte mia, molto più spesso di altri. Così, oggi mi sono imbattuta in questa poesia della neo-premio Nobel per la letteratura Louise Glück.

 

 

 

Nostos

 

C’era un melo nel cortile –

saranno forse

quarant’anni fa – dietro,

solo prati. Ciuffi

di croco nell’erba umida.

Stavo a quella finestra:

fine aprile. Fiori di primavera

nel cortile del vicino.

Quante volte, davvero, l’albero

è fiorito nel giorno del mio compleanno,

il giorno esatto, non

prima, non dopo? L’immutabile al posto

di ciò che si muove, di ciò che evolve.

L’immagine al posto

della terra inarrestabile. Che cosa

so di questo luogo,

il ruolo dell’albero per decenni

preso da un bonsai, voci

che vengono dai campi da tennis –

Terreni. L’odore dell’erba alta, tagliata di fresco.

Quello che uno si aspetta da un poeta lirico.

Guardiamo il mondo una volta, da piccoli.

Il resto è memoria.

 

 

In questi versi che trovo belli è l’ultimo verso più di tutti che mi colpisce e impone una domanda: ma è vero che guardiamo il mondo solo una volta da bambini e che il resto è memoria?

Credo che, scientificamente, sia vero perché l’atto della visione è una continua ricostruzione a partire da quanto abbiamo già veduto e memorizzato nel corso del tempo. Se un piccolo trauma rende cieco uno dei due occhi, accorgersene non è immediato perché il cervello ricostruisce ciò che l’occhio non vede.

Ma non sono le implicazioni delle neuroscienze a interessarmi di questi versi, ma il portato umano e poetico.

Il mondo è nuovo solo una volta, ma quella sola volta ci fa amare uno specifico paesaggio cui torneremo con nostalgia per tutta la vita.

La ripetizione dell’atto del guardare, visto come funziona il nostro cervello, rafforza la dimensione mnemonica. Ma è sempre quella prima volta che ci modella lo sguardo e rimane in noi come un marchio indelebile.

Lo sguardo è il senso più implicato nello scrivere poesia, il tatto, cioè le mani, segue a ruota. I polpastrelli sfiorano una tastiera, le dita impugnano una penna. Il terzo senso è l’udito perché le parole devono cantare nel nostro orecchio interiore e tessere, sillaba dopo sillaba, quel ritmo unico che rende parole allineate con molti a capo, una poesia.

L’olfatto e il gusto sono sollecitati in maniera minore e sono tramitati dalla memoria o sollecitati da un fattore esterno che sollecita la memoria che, così, riporta a galla qualcosa di perduto, qualcosa che non sapevamo più di sapere.

Così il piacere delle prime cose possiamo ricordarlo ed evocarlo grazie ai molto strumenti umani che, nel corso della storia, hanno potenziato i nostri sensi: la pittura, la scultura, il disegno, la fotografia, la poesia, il canto, la musica, la scrittura, la letteratura, il cinema, la Rete.

Tutte le nostre produzioni artistiche ci riportano a quello sguardo primigenio che ha suscitato in noi lo stupore di essere nel mondo e di essere mondo.

Un essere mondo che colloca noi e i nostri manufatti artistici in un preciso tempo, cioè in uno spazio dove lo sguardo della prima volta resterà eternamente.

Poi ci saranno solo ripetizioni, infinite, perché le tecnologie permettono di riprodurre all’infinito quella materia diventata arte, quello sguardo che si è incarnato in un’opera umana che andrà oltre la vita breve di ogni creatore.

L’arte è la più grande sfida al tempo che noi umani abbiamo mai lanciato. Il tempo ci consuma  e ci lascia naufragare sulle rive dell’eternità. Ma non così le nostre opere, perché crediamo fermamente alla sopravvivenza di ciascuna di esse e alla sopravvivenza della nostra anima in esse.

E anche per questo che continuo a scrivere queste Cronache, giorno dopo giorno. In queste parole rimane qualcosa di me e di quel mondo che ho veduto per la prima volta.

 

Oggi è il trentesimo giorno di ottobre dell’anno senza Carnevale, un anno che sarà solo il primo degli anni senza Carnevale? Vorrei che non fosse così, ma temo che lo sarà. Il titolo della Cronaca, nonché verso della poetessa, li ho letti sul sito del Post e ho seguito il link per arrivare a leggere l’intera poesia tradotta da Claudio Giunta. Di seguito la versione originale.

 

Nostos

 

There was an apple tree in the yard —

this would have been

forty years ago — behind,

only meadows. Drifts

of crocus in the damp grass.

I stood at that window:

late April. Spring

flowers in the neighbor’s yard.

How many times, really, did the tree

flower on my birthday,

the exact day, not

before, not after? Substitution

of the immutable

for the shifting, the evolving.

Substitution of the image

for relentless earth. What

do I know of this place,

the role of the tree for decades

taken by a bonsai, voices

rising from the tennis courts —

Fields. Smell of the tall grass, new cut.

As one expects of a lyric poet.

We look at the world once, in childhood.

The rest is memory.

 

Louise Glück, Meadowlands, Harper Collins, New York 1996.


sabato 12 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/188: il tempo ha passi di pietra e ali nel vento

 

L’infanzia è una terra senza inizio e senza fine, una terra che ruota su se stessa e il sole intorno ad essa e ai bambini.

I grandi giardini di un tempo avevano vasche e fontane dove i bambini potevano giocare ai pirati e ai marinai.

Vi ricordate quanto fosse infinito il tempo in quelle giornate? Tempo che non aveva nome e sapore, guidati dalla luce saltavamo sulle scale e ci inseguivamo nei cortili. Ogni gesto era importante, ogni intenzione seria.

Non c’era ancora consapevolezza di sé e degli altri, le amicizie e gli amori erano assoluti e definitivi, così come le gelosie e le delusioni.

Credevamo l’autunno muto dopo gli schiamazzi dell’estate, ancora non sapevamo interpretare il linguaggio delle foglie e del cielo.

Correvamo nell’ombra come se fosse il pieno sole del mattino, non c’era abbandono tra i filari, non c’era nulla di imperdonato nel profilo delle colline.

Sul fiume scendevano uccelli fuggiti da un araldo, l’acqua scorreva seria nel compito di raggiungere il mare, ogni tanto un pesce sfiorava la superficie e poi guizzava verso il fondale, lasciando intatta la curiosità nei nostri occhi.

Quando si tornava a casa le prime finestre erano già illuminate e ciascuno preparava il proprio nido per le illusioni notturne. Nelle cucine baluginavano i primi televisori e il mondo entrava nelle case ogni giorno alle venti e restava sempre un mondo immenso da esplorare e costruire.

Guardavo dal balcone del soggiorno i palazzi di una via intitolata a un qualche russo del passato, ma per me erano i grattacieli di Manhattan che un giorno avrei visto con i miei occhi e forse sarei anche riuscita ad andare a vivere laggiù, o lassù in un appartamento che faceva il solletico alla luna.

Così il mio sguardo iniziava a essere un mosaico infinito del mondo che andavo scoprendo e desiderando.

Nella penombra dei pomeriggi infiniti, dove ero costretta a riposare accanto al mio fratellino, una volta accadde che sentii chiaramente una voce che mi chiamava dalla strada. Mi affacciai per capire chi fosse, ma non c’era nessuno, la strada era deserta, lo sarebbe stata per sempre. Ma mi piace pensare che quella voce mi stesse cercando per invitarmi a seguire i sentieri impervi della creazione e della fantasia. Una voce che mi chiamava, una vocazione precoce alle parole e al mondo che senza di esse era e restava muto.

Tutto mi sfidava, l’acqua così come la terra, la linea dell’orizzonte visibile dietro gli ultimi palazzi in fondo alla strada, i confini invisibili delle strade che sfrecciavano verso la grande città.

Il vento era muto, ma io sentivo il suo respiro tra le fronde sui rami. Le nuvole sembrava non si muovessero, ma io percepivo il loro costante mutare.

Tutto mi parlava e quella voce mi aveva chiamato e io risposi e così un destino venne segnato e le pietre miliari erano soprattutto libri e qualche dipinto.

Cioè lo sguardo di altre creature che di sicuro, come me, un giorno hanno sentito una voce chiamarli, forse da un tetto, forse da un albero, ma tutti da allora abbiamo iniziato a vivere nel mondo della nostra immaginazione e non solo nel mondo materiale percepito con i sensi che sono molti più di cinque.

Anche oggi sono seduta in riva all’acqua, immergo una mano, lascio che la corrente poi mi trasporti come se fossi solo un filo d’erba.

I fondali mi cercano, le stelle si specchiano nelle rose, ne copiano il colore. Mentre le nuvole scendono sul pelo di queste acque verdi, tutti i colori si mischiano e io credo di riconoscere lo scintillio dei tuoi che so intenti tra libri e taccuino a tracciare nuove parole.

Il sabato è il giorno più bello della settimana, è un giorno di festa, di mercato, di rumori vivaci, di attese che mai si compiranno. Oggi è il dodicesimo giorno del mese di settembre dell’anno senza Carnevale e io continuo a seguire le tracce del tempo che ha passi di pietra e ali nel vento.


lunedì 20 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/134: estate, stagione assoluta del deserto e del mare


Tondo come il mondo, il pianeta blu, l’arancia azzurra. Il mondo è il pianeta, noi siamo il mondo. Il mondo è la nostra casa comune, una casa instabile, di tempeste, terremoti, vulcani in eruzione, mari agitati, nuvole in corsa, una casa che non governiamo ma che ci illudiamo di avere domato. Perché abbiamo dato un nome a tutte le cose, ma il nome da solo non basta, non bastano le sillabe e le singole lettere. Non basta una lingua a dare conto del mondo, né bastano tutte le lingue per poterlo dire. C’è sempre qualcosa che eccede la nostra capacità di dirlo in parole. Ma ci resta la contemplazione, ci resta l’ammirazione e il sogno di vederlo per una volta almeno da lassù, tondo, azzurro di mare e bianco di nuvole.

 

Il dolore è il mondo ferito che entra in noi, la scomparsa di qualcuno che amiamo, un cambiamento irreversibile, il crollo della speranza, la lontananza di qualcuno che amiamo. Il dolore ha tanti volti e non li mostra mai tutti insieme. Ci sono dolori che sono come una buca scavata nel terreno e una bambina rimasta intrappolata che non ha più neanche la forza di piangere e gridare. I suoi immensi occhi azzurri continuano a infrangere l’oscurità, ma nessuna mano tesa è abbastanza forte per poterla tirare su. O forse la bambina neanche ci prova, perché la buca è una certezza e perché il mondo, lassù, fuori, può causare ancora più dolore.

Il dolore esce da noi con un grido lacerante, squarcia l’aria, i nostri stessi polmoni. Ma non c’è dolore che non arrivi dal mondo, non c’è dolore che non sia legato a una relazione distorta, morta o malata. Il dolore sopravvive alla relazione, tiene in schiavitù le persone, non le lascia cambiare. Ci sono persone che vivono crogiolandosi nei dolori e nelle perdite. Anni fa su un treno avevo incontrato una donna anziana che stava andando a passare una settimana di vita con il figlio minore, la nuora e il nipotino che vivevano a Riccione. Lei non voleva trasferirsi da loro perché non avrebbe più potuto andare a trovare tutti i giorni al cimitero il marito e il figlio primogenito che era morto in un incidente di moto. A volte i morti prendono il sopravvento sui vivi e li scalzano dall’amore. È più facile amare chi non c’è più, perché i morti non cambiano, non cambieranno mai e i vivi cambiano ogni giorno e, nella relazione, ci portano nel cambiamento nella terra dei vivi.

 

La terra non è propriamente il mondo. La terra è più vicina, significa mondo ma anche solo una parte di esso, la parte che amiamo e conosciamo meglio, spesso quella in cui siamo nati. Non c’è epoca che non abbia visto una parte dell’umanità doversi staccare dalla propria terra e iniziare a piangerla non appena partiti.

 

 

Prepararsi all’addio


Salutate la casa, il pozzo
gli ulivi, mettete delle colline
il profilo in un’altra quiete che
confonderà le querce
alle ciminiere.

Ai treni consegnate i giochi nei
campi, gli stornelli dell’estate  
lasciateli all’aia. Della cucina
prendete il fumo che con altro
fumo mescolerete.

All’orecchio non confidate
subito il segreto dell’oleandro,
lasciate che le voci barbare
ne violino la sfera.

Il viaggio inizia con la terra
che non si stacca, non si
stacca dalle suole.



La madre, la madre, porta che dall’infinito ci conduce all’eternità. Non ci sono madri innocenti, non ci sono madri colpevoli. Diventare madre significa accettare la vita com’è, significa accettare la sfida dell’essere e farsi carne per un’altra carne, per un altro frammento di eternità che respirerà qui nel mondo e amerà la terra e forse noi. Se diventare madre era un destino fino a pochi decenni fa, ora più che mai, almeno in Occidente, è diventato una scelta, un dono di sé. Come una scelta è il non diventare madri ed essere comunque donne, essere madri non è solo partorire un bambino, è prendersi cura. Essere donna implica anche la possibilità di dire di no a tutto questo e scegliere altro. Ma tutti noi continuiamo a relazionarci con la nostra di madre. Presente, assente, buona o cattiva, amorevole o indifferente lei è il primo, vero oggetto d’amore, l’amore che genera gli amori successivi.

Gli uomini sono l’umanità intera, uomini e donne nascosti nel neutro maschile universale che comprende le donne e al contempo le cela. Affermare che le donne non sono uomini a partire proprio dal linguaggio è stata una prima grande rivendicazione. Me nonostante il Novecento con tutte le guerre, le sconfitte, i lutti, le lotte, il femminismo e il Sessantotto, la vita delle donne e degli uomini continua a essere divisa verticalmente dalle responsabilità in seno alla famiglia, dalla divisione del lavoro, dalle aspettative sociali. Il patriarcato non è morto e la pandemia di quest’anno ce lo ha dimostrato.

Il deserto è un luogo assoluto dove i mistici si rifugiano a cercare o a sfuggire da Dio, dove i nomadi calpestano le proprie impronte secolo dopo secolo, dove l’acqua si nasconde e la sete non si esaurisce. Dove il caldo soffocante del giorno è gemello del gelo stellato della notte. Ho conosciuto solo un deserto sinora, quello del Negev in Israele. Il deserto tutto intorno al Mar Morto, il silenzio, l’acqua così salata da essere amara, la solitudine che era diventata una cosa viva, l’oasi di En Gedi e lo Wadi Arugot dove ho sentito Dio e la natura essere tutt’uno e sento ancora nelle orecchie il vento tra le foglie, il rumore delle cascatelle d’acqua e il respiro mio e della mia amica Titti che non abbiamo parlato per ore e ore. Si può fare spazio a un deserto e un’oasi dentro di sé e mettersi in ascolto. Qualcuno parlerà.

L’onore non è più una parola molto usata, pertiene all’individuo e alla società. È molto più che rispetto e implica il riconoscimento di valori e comportamenti comuni che devono essere preservati e valorizzati. L’onore è il contrario della menzogna e dell’opportunismo e sono poche le persone di questo scorcio di secolo che potrei affiancare alla parola onore.

Anche la miseria è una parola desueta pur non essendo la miseria scomparsa. La miseria e l’onore non sempre abitano nella stessa casa, ma si può essere miseri ma onorevoli. La miseria non è solo la povertà estrema delle cose, ma soprattutto la povertà estrema dell’anima e non basterà nessuna ricchezza a colmarne i vuoti e a rammendarne i buchi.

L’estate è la stagione assoluta, la stagione della terra di Camus, l’epoca delle virtù e della luce, la stagione che esiste e si rivela come invincibile anche nel cuore di un inverno, reale o metaforico ha poca importanza.

Il mare non è solo l’acqua che abbraccia le terre. Il mare è uno stato d’animo, il mare tutto accoglie e tutto restituisce. I tesori sommersi sono tali solo perché noi possiamo continuare a cercarli. Il mare accompagna il pensiero e il respiro, ci fa tornare bambini e gioiosi.

Come questo mare dalle rive di sabbia e pochi scogli dove stiamo leggendo questa nuova lista di parole preferite che è quella di Albert Camus.

“Le mie dieci parole preferite: il mondo, il dolore, la terra, la madre, gli uomini, il deserto, l’onore, la miseria, l’estate, il mare”.

"Mes dix mots préférés: le monde, la douleur, la terre, la mère, les hommes, le désert, l'honneur, la misère, l'été, la mer".

Albert Camus, Carnets III (1951-1959)

 

Prepararsi all’addio è tratto dalla mia prima raccolta Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004