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mercoledì 19 aprile 2023

Animula vagula blandula

Animula vagula blandula,

Hospes comesque corporis

Quae nunc abibis in loca

Pallidula, rigida, nudula,

Nec, ut soles, dabis iocos…


(Piccola anima smarrita e soave,

compagna e ospite del corpo,

ora ti appresti a scendere in luoghi

incolori, ardui e spogli,

ove non avrai più gli svaghi consueti).


Adriano

domenica 9 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/154: ogni nome ripetuto è un nome salvato


Roxanne bussa al portone del convento, una novizia ci apre e ci fa entrare senza chiedere nulla, ci conosce ed eravamo attesi.

Attraversiamo l’ingresso, davanti a noi la chiesa, sulla destra una porta aperta lascia intravedere un chiostro dove una donna anziana, con il capo coperto sta leggendo ad alta voce:

 

 

Ogni nome ripetuto è un nome salvato

 

Dormo sul confine della sera, mai

saluto la prima stella, mai guardo

il blu fondersi col rosso e il carro

alato del sole venirmi incontro,

perché dormo e aspetto che sia

la notte a chiamarmi per nome,

così esco nel buio stellato e cerco

di decifrare almeno uno dei suoi

trentatré nomi e prego, prego

di salvarlo notte dopo notte, perché

ogni nome salvato e ripetuto è

un giorno in più per questo

universo.

 

 

Quando la lettura finisce, la Badessa di Colorno viene ad accogliere la nostra piccola comitiva.

 

- Bene arrivati e benvenuto mastro Borges, sono Teodora, badessa di questo monastero e cofondatrice dell’ordine delle api dell’invisibile. Qui sarai al sicuro, potrai dettare le tue poesie e le tue storie, le consorelle sono brave e bendisposte anche se è la prima volta che accogliamo uno scrittore della tua grandezza. Avrai la tua cella da cui accedere alla Biblioteca di Babele dove potranno entrare solo coloro che avrai invitato. Inoltre, improvvisa e inaspettata è giunta a noi anche un’altra grande voce del vostro Novecento. Scrive in francese e si chiama Marguerite, anche se i due suoi personaggi principali sono due uomini: Adriano l’imperatore e Zenone l’alchimista.

- Grazie madre Teodora – disse Roxanne – per l’ospitalità che offrite al poeta cieco. Vi chiedo accoglienza per me, per la consorella Héloïse, per il poeta David e per la narratrice delle nostre storie Caterina, che racconta di noi da quando il tempo si è spezzato e la pandemia sta mettendo a dura prova la tenuta di questa realtà.

- Potete fermarvi tutto il tempo che volete, dovrete rispettare i tempi del monastero e collaborare ai lavori, ciascuno per ciò che sa fare. Potete anche decidere di copiare i vostri libri laddove ne abbiate scritti perché amiamo conservare le parole di ogni autrice e autore vergate dalla sua stessa mano, questo varrà come collaborazione.

David sorrise e si disse pronto a tale collaborazione. Anche io accettai di buon grado e mi chiesi comunque come poteva Teodora sapere che avevamo portato i nostri libri con noi, con la speranza che il poeta cieco ci chiedesse di donarli alla Biblioteca di Babele.

 

- Teodora vi ringrazio della vostra ospitalità e della protezione che mi offrite. The time is out of joint, questo è certo. Se non potremo salvare questa realtà, potremo almeno salvare i frutti dello spirito di migliaia e migliaia di anni e civiltà. So che avete scelto la mia Biblioteca di Babele come luogo universale e che in un luogo ancora ignoto avete iniziato a conservare dipinti, sculture e manufatti. Non saremo vissuti invano, da altri tempi e altri universi verranno coloro che ameranno, proteggeranno e moltiplicheranno queste opere degli uomini e delle donne che coloro che ci hanno creati hanno messo in questa realtà.

Mentre eravamo intenti a scambiare i saluti e i convenevoli di benvenuto, la scrittrice Marguerite ci raggiunse e consegnò al poeta una pergamena.

 

- Buongiorno a tutti e benvenuti, il mio arrivo non era previsto, me ne stavo nel mio aldilà quieto e silenzioso, immemore del mondo dei vivi e in dialogo con Adriano e Zenone come faccio da anni e anni, da sempre. Condivido l’idea del Paradiso come di una immensa biblioteca e ancora penso che le parole di Adriano vadano nella direzione e nelle intenzioni di questo ordine cui sono stata chiamata io pure dalle innumerevoli letture che Caterina mi ha dedicato. Ogni qual volta lei apriva un mio libro io sono tornata a respirare più vicino al confine di questo mondo e, infine, l’ho superato. Ecco cosa diceva il mio imperatore:

 

“Elevare fortificazioni in fin dei conti equivale a costruire dighe: equivale a trovare la linea sulla quale si può difendere una sponda o un impero, il punto dove sarà contenuto, arrestato, infranto, l'assalto delle onde o quello dei barbari. Costruire un porto, significa fecondare la bellezza d'un golfo. Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.

Ho ricostruito molto: e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di «passato», coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. La nostra vita è breve: parliamo continuamente dei secoli che han preceduto il nostro o di quelli che lo seguiranno, come se ci fossero totalmente estranei; li sfioravo, tuttavia, nei miei giochi di pietra: le mura che faccio puntellare sono ancora calde del contatto di corpi scomparsi; mani che non esistono ancora carezzeranno i fusti di queste colonne. Più ho meditato sulla mia morte, e specialmente su quella d'un altro, più ho cercato di aggiungere alle nostre esistenze queste appendici quasi

indistruttibili. A Roma, ho adottato, di preferenza, il mattone eterno, che assai lentamente torna alla terra donde deriva, e il cui cedimento, lo sbriciolamento impercettibile avviene in tal guisa che l'edificio resta una mole, anche quando ha cessato d'essere una fortezza, un circo, una tomba. In Grecia e in Asia, ho adoperato il marmo natio, la bella sostanza che, una volta tagliata, resta fedele alla misura umana, tanto che la pianta del tempio intero resta contenuta in ogni frammento di tamburo spezzato. L'architettura è ricca di possibilità più varie di quel che non farebbero supporre i quattro ordini di Vitruvio; i blocchi, come i toni musicali, sono suscettibili d'infinite variazioni”.

 

 

Recitò a memoria il brano del suo romanzo e poi venne ad abbracciarci e si sedette accanto a Borges e io pensavo di stare sognando, il mattino era luminoso e il cielo pareva di smalto azzurro. Le finestre del parlatorio ci permettevano di scorgere frammenti di questo mondo che si ergeva sul confine tra mondi e realtà differenti.

Mentre cercavo di uscire nel chiostro, Marguerite mi fermò:

 

- Aspetta Caterina, prima di uscire vorrei che tu leggessi i miei “Trentatré Nomi di Dio”, sono ricordi e immagini di viaggio, gli ultimi viaggi fatti con il mio caro amico Jerry.

 

Mi porse una pergamena simile a quella che aveva dato a Borges e io, con la voce più profonda e chiara che sono riuscita a estrarre dall’emozione, ho letto:

 

1. Mare al mattino

2. Rumore della sorgente nelle rocce sulle pareti di pietra

3. Vento di mare a notte, su un’isola

4. Ape

5. Volo triangolare dei cigni

6. Agnello appena nato / bell’ariete / pecora

7. Il tenero muso della vacca / il muso selvaggio del toro

8. Il muso paziente del bue

9. La fiamma rossa nel focolare

10. Il cammello zoppo che attraversò la grande città affollata andando verso la morte

11. L’erba / L’odore dell’erba

12. Un suo disegno: forse stelle o fiocchi di neve,  impronte d’uccello o fili d’erba


13. La buona terra / La sabbia e la cenere

14. L’airone che ha atteso tutta la notte, intirizzito, e che trova di che placare la sua fame all’aurora

15. Il piccolo pesce che agonizza nella gola dell’airone

16. La mano che entra in contatto con le cose

17. La pelle – tutta la superficie del corpo

18. Lo sguardo e quello che guarda

19. Le nove porte della percezione

20. Il torso umano

21. Il suono di una viola o di un flauto indigeno

22. Un sorso di una bevanda fredda o calda

23. Il pane

24. I fiori che spuntano dalla terra a primavera

25. Sonno in un letto

26. Un cieco che canta e un bambino invalido

27. Cavallo che corre libero

28. La donna-dei-cani

29. I cammelli che si abbeverano con i loro piccoli nel difficile wadi

30. Sole nascente sopra un lago ancora mezzo ghiacciato

31. Il lampo silenzioso / Il tuono fragoroso

32. Il silenzio fra due amici

33. La voce che viene da est, entra dall’orecchio destro e insegna un canto.

 

Poi li ho guardati e tutti avevano gli occhi chiusi e vennero a chiamarci per il pasto principale della giornata e io ho pensato che avrei voluto restare lì per sempre, in quella stanza dove luce e ombra giocavano a scacchi e io ero felice.


Questa Cronaca 154 del nono giorno del mese di agosto dell’anno senza Carnevale, nasce dalle letture sovrapposte e incrociate di Borges e Yourcenar, oltre che dal piacere di avere creato l’Ordine delle Api dell’invisibile e questo varcare i confini dei mondi letti, reali e immaginari.

La poesia è mia benché sia qui attribuita a Yourcenar.

I Trentatré Nomi di Dio della Yourcenar sono un testo nato dalla complicità con il suo giovane amico Jerry Wilson compagno di numerosi viaggi, soprattutto in Marocco e in Egitto, cui è dedicato lo scritto composto il 22 marzo 1982 e originariamente pubblicato in francese «Les Trente-trois Noms de Dieu», La Nouvelle Revue Française, n° 401, juin 1986, p. 111-117. Queste informazioni sono tratte dal libro di Achmy Halley Marguerite Yourcenar en poésie. Archéologie d’un silence, Editions Rodopi, 2005.

La traduzione italiana è stata fatta da Fiammetta Biancatelli e contiene anche un ricordo della traduttrice e poetessa Silvia Baron Supervielle, Nottetempo edizioni 2003.

sabato 6 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/90: incessantemente la rosa si tramuta in altra rosa


Rondini, rondini soltanto rondini che sfidano le nuvole nel cielo. Scendono in picchiata, risalgono, si chiamano.

I gelsomini continuano a fiorire e il loro aroma impregna l’aria anche di giorno, la notte sembra di essere in un giardino orientale dove gli amanti passeggiano nel buio.

La città che ha oscillato tra il silenzio e i soliti, fastidiosi rumori umani, oggi splende di assenza. I milanesi non amano restare nella loro città nei fine settimana, fuggono sempre altrove. Mare, campagna, montagna, lago, città d’arte. I miei concittadini potrebbero contribuire a scrivere un Dizionario della fuga e dei ritorni. So quanto abbiano patito nei mesi di confinamento, so quanto il clima in questa terra spinga alla fuga. So quanto i milanesi amino parlare malissimo o benissimo della loro città e sottolineo loro, perché i non milanesi, secondo i milanesi, non possono capire lo spirito della città del fare, che è stata costretta a fermarsi, a riflettere. Ma tanto tutto sta già tornando come prima. Così lascio la città vuota di abitanti e torno alle mie amate Montagne della Nebbia e senza neanche passare dalla Casa delle Parole, vado a vedere se è cambiato qualcosa alla Casa delle Stelle.

Il mosaico delle stelle binarie si è ingrandito, sul piccolo scrittoio, nel taccuino rosso c’è una rosa appena recisa, come fosse un segnalibro. Con la grafia elegante che sto imparando a conoscere, il misterioso architetto ha copiato la seconda parte della poesia di Borges che gli ho portato ieri.



II.

Vanno per l’aria placide montagne
oppure cordigliere d’ombre tragiche
che oscurano il giorno. Le chiamiamo
nuvole. Hanno sempre forme strane.
Shakespeare ne osservò una. Somigliava
a un drago. Quella nube di una sera
risplende e brucia nella sua parola
e ancora seguitiamo a rivederla.
Le nuvole che sono? Architettura
del caso? Forse Dio ne necessita
per eseguire l’opera infinita:
sono i fili della Sua trama oscura.
Forse la nube non è meno vana
dell’uomo che la guarda nel mattino.




Quanto amo questa poesia e l’uomo che l’ha copiata deve amarla quanto me.
Lo sguardo cieco di Borges, lo sguardo acuto di Shakespeare, la nuvola a forma di drago, le parole dei poeti che ardono nei secoli, la mia curiosità, la gioia di quegl’istanti in cui il mondo, la sua bellezza, la potenza del canto sono un tutt’uno e risplendono ancora nel mio mattino.

Porto la rosa recisa con me, la rosa che diventa tutte le rose, la rosa dei poeti, la rosa degli innamorati, la rosa che fiorisce senza un perché e profonde bellezza e mistero da quando è bocciolo a quando sfiorisce e lascia che i petali tornino alla terra e al vento.

Sulla strada del ritorno incrocio la coppia regale che torna alla casa comune. Anche la regina ha in mano una rosa che pare la gemella di quella che ho io. Scorgo un lampo di curiosità nel suo sguardo mentre si accorge della mia rosa.

Al nostro piccolo corteo si uniscono i lupi che hanno la capacità di sbucare all’improvviso come se arrivassero da un’altra dimensione e forse è proprio così.

Seduti nel giardino davanti alla nostra casa ci sono la sacerdotessa e il guerriero, lui le sta porgendo una rosa identica alle altre due.

Le tigri arrivano di corsa a salutare i lupi, le aquile sorvegliano il nostro cielo mentre una brezza leggera si mischia al nostro respiro.

Il congedo di questa sera è un appunto di Marguerite Yourcenar.


“Una rosa è una rosa, ma dalla rosa di Anacreonte alla rosa del Roman de la rose, dal rosone delle cattedrali ai mazzi di fiori di Renoir, si esprimono, si elidono e si susseguono tutti i possibili modi di vedere la rosa e la vita”.

1942

Marguerite Yourcenar

Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948

traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990



La poesia di Jorge Louis Borges è tradotta da Domenico Porzio. Tutte le opere.Volume I. Meridiani Mondadori, 1984

***


II
Por el aire andan plácidas montañas
o cordilleras trágicas de sombra
que oscurecen el día. Se las nombra
nubes. Las formas suelen ser extrañas.
Shakespeare observó una. Parecía
un dragón. Esa nube de una tarde
en su palabra resplandece y arde
y la seguimos viendo todavía.
¿Qué son las nubes? ¿Una arquitectura
del azar? Quizá Dios las necesita
para la ejecución de Su infinita
obra y son hilos de la trama oscura.
Quizá la nube sea no menos vana
que el hombre que la mira en la mañana.

Jorge Louis Borges

da “Los conjurados”, Alianza, Madrid, 1985

venerdì 22 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/75: non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile


La casa ha fondamenta nelle nuvole per questo non la si trova mai nello stesso posto.

Ridiamo insieme quando ciò accade e tu mi dici che la tua casa ora è dove noi siamo insieme.

Le nuvole sono molto solide e possono contare sulla complicità del vento.

La sacerdotessa governa entrambi i mondi e spinge la tempesta nel passato dove il re ancora non aveva conosciuto la sua regina.

Chiamo la casa che appare in cima alle Montagne della Nebbia e un attimo dopo le aquile la portano dove noi siamo insieme.

Non è questo il regno dei tuoi libri, poesie millenarie corrono di bocca in bocca e tu ti ostini a volerle trascrivere nei tuoi taccuini che poi conservi per me.

Il giardino non è completo – mi dici – non basteranno gli arbusti e il gelsomino di Spagna per confinare il labirinto nella sua giusta dimora.

Qui tutti hanno un palazzo dell’immaginazione, niente può fermare questo desiderio.

Tracci i primi passi del labirinto in modo tale che ogni uscita mi porti da te.

I poeti hanno voci oblique che cercano spazio dove solo il tempo continua a regnare.

Ti ascolto e vedo, anziché sentire, il nitore di ogni tua parola.

Il re chiama a raccolta i lupi che non tornano, sono già chiusi nella loro tana.

Solo le aquile eleganti e silenziose si aggrappano alle braccia regali.

È proprio del silenzio che volevo parlarti – ti dico –, ho capito solo oggi che non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile.

Così se siamo lontani e tu parli con gli alberi dalle radici profonde e trai linfa vitale da tutta quella vita sotterranea che a poco a poco si rivela, tu potrai scrivere quelle parole necessarie in un taccuino intonso che un giorno leggerò.

La muta rivoluzione delle stelle evoca una danza notturna che danzerò per te con la sacerdotessa.

Tutto diventa notte se le stelle aspettano il primo passo, anche i pescatori si vestono di nero e portano le lucciole al posto delle lampare.

Che la sfida abbia inizio, proclama il re!

Ma questo regno non gli appartiene, lui regna sulla luce e sull’oro che discende dal sole.

Senti come profumano i gelsomini?

Le luci danzanti fanno a gara per mettersi in mostra e io non so se brillino di più le lucciole, le stelle o le lingue di fuoco che incendiano anche le tue parole.

Così non è mai stato prima, così sarà per sempre, eternamente, vaticina la sacerdotessa.

Entro nella casa che è tornata sull’altipiano e ha preso radici nelle radici degli alberi, ultima sapienza cui pochi possono accedere.

La quarta fiamma che danza nell’oscurità è quella della candela che contende la mia attenzione a quel silenzio popolato di assenti.

Io pure trascorro molto del mio tempo a conversare con chi era e con chi un giorno sarà.

Tra questi due lembi del tempo che diciamo eterno, stanno le nostre vite, più splendenti ancora nelle parole che scriviamo e che sappiamo troveranno la loro eco in altre parole gemelle che da sempre si stavano cercando.

Quoi? L’éternité.

Questo suggerì il poeta e la scrittrice accolse nelle mani queste poche sillabe a raccontare una vita.

L’eternità non arriva e non parte, siamo noi a uscirne per una manciata di scintille che chiamiamo giorni.

Abbiamo solo bisogno di un miracolo domestico che segni i confini perché ogni anima ne possiede molti, molto più di tutta la terra.

I confini non escludono, i confini proteggono quel germoglio appena sbocciato che splenderà nel tempo e che ci chiamerà per nome.


Quoi? L’éternité è un verso di Arthur Rimbaud da cui Marguerite Yourcenar ha tratto il titolo per il terzo volume dei suoi romanzi autobiografici.


venerdì 8 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/61: il fuoco di ogni persona e l’incendio del mio stesso sangue


Qui sull'Altipiano si fanno spesso incontri interessanti e non a caso.
Sono uscita a passeggio con un libro di Eduardo Galeano e dopo pochi passi fuori dal giardino della casa affollata, lui è arrivato.
I libri evocano non solo i personaggi ma anche gli autori. Lui è uguale a come lo ricordavo, con la stessa luce negli occhi chiari, com'era quando l’ho ascoltato qui a Milano e ci aveva detto che l’utopia è come l’orizzonte, serve a continuare a camminare.
Mi chiede cosa sto leggendo, è stato chiamato, ma la mia voce ancora non era abbastanza chiara.

“Ogni persona brilla con luce propria fra tutte le altre. Non ci sono due fuochi uguali, ci sono fuochi grandi, fuochi piccoli e fuochi di ogni colore. 
Ci sono persone di un fuoco sereno, che non sente neanche il vento, e persone di un fuoco pazzo, che riempie l’aria di scintille.
Alcuni fuochi, fuochi sciocchi, né illuminano né bruciano, ma altri si infiammano con tanta forza che non si può guardarli senza esserne colpiti, e chi si avvicina va in fiamme”.

Non aspetta che sia io a chiedergli qualcosa e inizia a parlare:

- Ricordo molto bene il giorno in cui ho avuto la prima visione di una persona e del suo fuoco. Stavo parlando con una donna che mi piaceva molto ma che non riuscivo ad avvicinare e ho visto il suo fuoco sciocco che non mi dava né luce, né calore e allora ho smesso di cercarla.
Camminavamo allo stesso passo ed ero contenta di stare un po’ di tempo con lui.
- Un fuoco grande era quello di Juan Rulfo che dopo La pianura in fiamme e Pedro Paramo, non pubblicò praticamente più nulla. Scrisse quello che doveva e si ammutolì come uno che ha fatto l'amore nella migliore maniera e poi si addormenta nella camera da letto. Un giorno, nella sua casa in Messico, prese una lavagna a due facce che aveva da un lato una penna e dall'altra un cancellino: si scrive con questa, mi disse indicando la penna, ma soprattutto con quest'altra, con il cancellino. Penso di essere stato un buon allievo.

- Solo un fuoco grande tra i tuoi amici? gli chiedo
- No, certo che no, il fuoco pazzo era quello di Juan Carlos Onetti che, quando lo andavo a trovare, mi offriva un vino che causava una cirrosi istantanea e mi impastava la bocca, sicché mi chetavo subito. Fumava come un turco e per dare lustro alle sue parole mentiva attribuendole a un proverbio cinese o a un detto etrusco. Una volta mi disse: “le uniche parole che meritano di esistere sono quelle migliori del silenzio. Non solo gli scrittori ma anche i politici dovrebbero imprimerselo nella mente. Il silenzio è un linguaggio perfetto ed è dura per la parola competere. Per questo riscrivo più volte un testo finché non sento che è migliore del silenzio”. 
- E hai seguito questo suo insegnamento?
- Sempre mia cara narratrice, per questo ho quasi smesso di scrivere molte volte nella mia vita. Ora bisogna che vada. Come sai non possiamo fermarci a lungo in questa dimensione anche se siamo stati chiamati. Ma ti assicuro che è stato un piacere, anche se nella Grande Biblioteca di Babele sono in ottima compagnia con i miei amici e un vino migliore di quello che abbiamo bevuto da questa parte delle Montagne.

Ci salutiamo con un abbraccio e ognuno prosegue per la propria strada.
Penso al fuoco di ogni giorno, a quello che alimenta la voglia di vivere e l’energia.
Penso ai miei ospiti, al loro fuoco che è grande, i lupi sono circondati di fiamme verdi e scintille dorate e il loro fuoco è un solo fuoco.
Il re emana fiamme altissime color porpora ma ne manca la metà che avvolge la regina.
Il poeta è come seduto su un trono d’oro, le fiamme si irradiano come raggi solari.
La sacerdotessa ed io abbiamo lo stesso colore che varia a seconda delle ore del giorno.
Blu-azzurro al mattino, arancione nel pomeriggio e rosso carminio di sera.
Il suo viaggiatore non è ancora arrivato ma lei è certa che il suo sia un fuoco grande e pazzo, che emana scintille che ci regalerà.
- E di notte? – mi chiede – di notte di che colore è il nostro fuoco?

“Ho ritrovato il vero senso delle metafore dei poeti. 
Mi sveglio ogni notte nell'incendio del mio stesso sangue”.

Risponde Marguerite Yourcenar, la più sapiente di tutte le scrittrici.

È così che vivono e dormono quelli che scrivono e studiano.
Nel fuoco e nell’incendio perenne.
E l’amore alimenta ogni fuoco, ogni incendio.
E i colori del fuoco mutano perché la luce dell’amore è bianca e trasparente.
Gli amanti attraversano il fuoco senza bruciarsi mai.
Ardono e non si consumano, il desiderio è la fiamma più alta, la fiamma che scintilla e illumina tutto il mondo intorno.


I racconti di Eduardo Galeano sono tratti da un’intervista di Sebastiano Triulzi apparsa su Repubblica
La citazione iniziale è tratta dal suo Il libro degli abbracci
La citazione di Marguerite Yourcenar è tratta dal suo libro Fuochi

lunedì 8 agosto 2016

tutti i possibili modi di vedere la rosa e la vita

Una rosa è una rosa, ma dalla rosa di Anacreonte alla rosa del Roman de la rose, dal rosone delle cattedrali ai mazzi di fiori di Renoir, si esprimono, si elidono e si susseguono tutti i possibili modi di vedere la rosa e la vita.

1942

Marguerite Yourcenar
Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948
traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990

domenica 7 agosto 2016

Approfittiamo del silenzio come di un apprendistato mistico

È troppo presto per parlare, per scrivere, forse per pensare; e per qualche tempo il nostro linguaggio somiglierà al balbettio del ferito grave che viene rieducato. Approfittiamo del silenzio come di un apprendistato mistico.

1943

Marguerite Yourcenar
Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948
traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990

sabato 6 agosto 2016

segretamente la memoria si nasconde al fondo dell'oblio

Accettare che questo o quell'essere, che amavamo, sia morto. Accettare che questo o quell'essere non sia che un morto tra milioni di morti. Accettare che questo o quello, vivi, abbiano avuto le loro debolezze, le loro bassezze, compiuto errori che tentiamo inutilmente di coprire con pietose menzogne, un poco per pietà verso di loro, e molto per pietà verso noi stessi, e per la vanagloria di avere amato solo la perfezione, l'intelligenza e la bellezza. Accettare la loro indipendenza di morti, senza incatenarli, povere ombre, al nostro carro di vivi. Accettare che siano morti prima del tempo, perché non c'è tempo. Accettare di dimenticarli, perché l'oblio è nell'ordine delle cose. Accettare di ricordarli, perché segretamente la memoria si nasconde al fondo dell'oblio. E accettare anche, ma ripromettendoci di fare meglio un'altra volta, e al prossimo incontro, di averli goffamente, mediocremente amati.

1943

Marguerite Yourcenar
Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948
traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990

lunedì 18 luglio 2016

Ma una luce tutta greca continua sottilmente ad avvolgere le cose

Siamo ad Alessandria, ma potrebbe trattarsi, d'altro canto, del Pireo, di Marsiglia, di Algeri, di Barcellona, di qualsiasi altra grande città mediterranea. A parte il colore del cielo, non siamo poi così lontani dalla Parigi di Utrillo; una camera fa pensare alle abitazioni di Van Gogh, alle loro sedie impagliate, ai loro vasi di porcellana gialla, ai loro muri luminosi e nudi. Ma una luce tutta greca continua sottilmente ad avvolgere le cose: leggerezza dell'aria, nitidezza del giorno, abbronzatura sulla pelle umana, salsedine incorruttibile che preserva anche da una totale dissoluzione i personaggi del Satyricon, il capolavoro greco in lingua latina.

Marguerite Yourcenar
Con beneficio d'inventario
traduzione di Fabrizio Ascari
Bompiani 1985

venerdì 29 gennaio 2016

C’è fra di noi qualcosa che è meglio dell’amore: è una complicità

Spero che questo libro non venga mai letto.

*
* *

C’è fra di noi qualcosa che è meglio dell’amore: è una complicità.

*
* *

Assente, il tuo volto si dilata tanto da colmare l’universo. Passi allo stato fluido, quello dei fantasmi. Presente, si con-densa; e raggiungi la concentrazione dei metalli più pesanti, l’iridio, il mercurio. Mi fa morire, quel peso, cadendomi sul cuore.

Marguerite Yourcenar
Fuochi
traduzione di Maria Luisa Spaziani
Bompiani 2001

Questo è l'incipit di questo piccolo libro impreziosito da una prefazione dell'autrice e dalla traduzione della poetessa Maria Luisa Spaziani.
Ho deciso che un po' alla volta, seguendo il filo dei ricordi, copierò gli incipit dei libri che ho letto.
Sono tanti, tantissimi, più di quanti non immaginassi. 
Ma quei libri sono parte di me, sono parte della mia architettura interiore.
A chi può interessare i libri che ho letto? A tutti e a nessuno.
Ma a volte basta una piccola suggestione, una citazione che suscita in noi una curiosità,  un desiderio, una nostalgia ed ecco che il mondo si apre su nuovi significati. Anche per questo leggo molto e anche per questo restituisco parte dello stupore e del significato che i libri mi donano su questo blog.

Elena Petrassi