Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post

lunedì 29 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/386. Dopo la primavera aspettiamo la seconda primavera, una nuova fioritura

 



Nella penombra la stanza potrebbe essere un giardino, gli scuri lasciano filtrare la luce dorata del mattino, pochi i rumori in strada, per questo sento il canto degli uccellini, ma non quello delle rondini.

Aspetto con più impazienza la primavera ogni anno che passa, forse perché so che sono sempre meno quelle a cui potrò assistere, un pensiero fugace ma presente, non doloroso, perché è una pura constatazione.

Quello che a ogni stagione appena iniziata, tra marzo e aprile, mi fa disperare ogni volta, sono i cambi repentini di tempo, per cui a giornate tiepide e deliziose, punteggiate dai fiori neonati e dai germogli, seguono acquazzoni, tempeste di vento e il risultato è sempre lo stesso: pozzanghere che riflettono il cielo color antracite e i petali strappati che galleggiano nell’acqua e sono riflesso delle speranze cadute una dopo l’altra.

Contemplare la natura è una delle più grandi consolazioni di quest’epoca di pandemia e mi ritrovo a raccogliere foglie e sassi come ho iniziato a fare da bambina, prima ancora di saper leggere e scrivere.

Forse la prima lingua che abbiamo imparato è proprio quella degli alberi e dei rami, del loro netto stagliarsi contro la volta chiara del cielo, dipinti su una carta di riso sottile con pennelli giapponesi, dalla mano invisibile che colora a ogni risveglio il mondo, prima che noi apriamo gli occhi.

La lingua della pioggia è più complicata, perché ha varianti e dialetti che dipendono dall’intreccio con le nuvole, figlie capricciose del vento e del cielo, figlie di due padri celesti e di una madre terra che parla, invece, la lingua scura del fango e del fuoco e svela la sua gemella silenziosa che lavora all’ombra del vulcano sepolto.

Questa mitologia ctonia nasceva nel mio teatro mentale mescolata agli antichi miti greci, la cui narrazione paterna ha accompagnato la mia infanzia.

 

 

Persefone non era figlia unica

 

Gira, sorella il foglio che

hai in mano, lascia che io

guardi il mondo di sopra,

lo sa nostra madre che sono

ancora prigioniera? Che Ade

scherza quando lascia che

tu vada? Ma come potrebbe

lei, la madre, conoscermi

quando sono stata strappata

al suo grembo e condotta

dal vecchio fabbro nel silenzio

delle ancelle e nella rabbia

del re? Lei non ricorda che

siamo due perché non lo ha

mai saputo, non conosce

il patto scellerato che l’ha

orbata di entrambe le figlie.

E ora il re non può rivelare,

pena nuove carestie e siccità,

alla sua amante che il suo

grembo fu fertile due volte,

ma il re degli Inferi ancora

più astuto di tutti gli dei.

Io aspetto solo che tu mi

raggiunga nella stagione

scura, ma se non arrivi

presto, sorella, io fuggirò

e non so cosa accadrà

dopo. Se sarà la primavera

a fiorire due volte, o l’autunno

ancora più gonfio di acque

morte e foglie ingiallite, a

costringere il mondo nei suoi

colori del tempo che è stato.

Ecco che sei partita, principessa

dei germogli, regina di tutte

le rose. Ti seguirò questa volta

perché i tempi hanno bisogno

di una doppia speranza e della

seconda fioritura, gemella di

quella che abbiamo appena

veduto.

 

Così abbiamo scoperto perché la primavera di quest’anno è doppia, doppia la fioritura, doppia la speranza. E anche in cielo pare che siano due gli astri che splendono e i mari si acquietano, accolgono la luna e cullano la luce orfana delle stelle e noi siamo vicini a questa seconda nascita, a questa primavera inarrestabile e invincibile come l’estate che ci portiamo dentro.

Oggi è un lunedì mitologico, il 29 marzo del secondo anno senza Carnevale dove ho conosciuto la gemella di Persefone ma non ho ancora scoperto il suo vero nome. Questa Cronaca 386 è madrina delle gemelle di Demetra, ancora non so quali saranno gli effetti della doppia primavera, forse la pandemia sta scomparendo, forse il virus si sarà stancato e scomparirà, forse domani usciremo e l’aria avrà di nuovo il suo profumo.

lunedì 12 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/218: amo il mare, le poesie scritte, il fragile segreto di un fiore, il cielo tutto intorno

 



Camminare in silenzio, nelle strade vuote, come se i marciapiedi fossero la spiaggia con la bassa marea, sentire la sabbia umida sotto i piedi e il profumo d’autunno farsi salato e lasciarlo entrare tra quello delle mele e quello del pane appena sfornato.

Varcare il confine tra la città addormentata e la Casa delle Parole, attraversare il giardino, imboccare il sentiero giù fino al mare e riconoscere le case di quella città, riflesse nelle pozze d’acqua a contendere la luce con i granchi e le stelle marine.

Ordinare i pensieri che hanno accompagnato l’io in corteo e poi lo hanno consegnato ai sogni e alla notte.

Quella notte, averla attraversata così come si esplora una terra sconosciuta, cercando di riportare a qualcosa di noto ogni animale, ogni albero, ogni fiore, ogni persona.

Sapere che, in fondo, nulla è davvero sconosciuto nella notte appena finita, arrendersi alla potenza dei sogni e scegliere di portarne i frammenti nel mondo della veglia.

Il linguaggio dei sogni e della notte dice sempre la verità, parla per sillabe e frammenti perché non c’è un “io” che cuce e unisce quello accade.

È l’io di ciascuno di noi che si piega e siede al telaio del tempo e accetta di fare ordine e creare una sequenza laddove ordine non ce n’è mai stato.

Mi giro a cercare la stella marina rossa nell’ultima pozza d’acqua, ma trovo solo il riflesso della prima stella del mattino che si spoglia di ogni raggio di luce sino a svanire nel nitore dell’alba.

Ci sono momenti in cui sentiamo di appartenere a un tempo che non ha fine, ci abbandoniamo a questa sensazione e non cerchiamo di capire, perché respiriamo all’unisono con l’universo e siamo un atomo che viene dal passato e al contempo la scintilla che illumina il futuro.

L’arte nasce dalle fratture di questi momenti, da una ferita che non sanguina ma lascia colare il miele della creatività.

Ieri sera sono andata con mio fratello Alessandro al cinema Anteo, dove duecento spettatori hanno assistito alla lettura fatta da Nanni Moretti in persona, dei diari degli anni in cui lui stava cercando di girare Caro diario. Lui è uguale al personaggio che interpreta nei suoi film, un po’ come Woody Allen. Finita la lettura c’è stata la proiezione dell’edizione restaurata del film, che avevo visto in sala nel 1993 o 1994, che ha vinto il premio alla miglior regia a Cannes e di cui avevo un ricordo superlativo. Invece, ieri sera, l’ho trovato ancora un bel film, ma irrimediabilmente impregnato dello spirito del tempo. Il capitolo più bello è sempre il primo In vespa, dove Roma è magnifica e struggente, dove lui dice alcune tra le migliori battute della sua filmografia, quel viaggio in una città metafisica termina nel luogo dove venne assassinato Pasolini e quel pellegrinaggio mi ha commosso ancora una volta. Le isole è il capitolo più datato, tra telefoni fissi e televisione, racconta un’Italia che non c’è più ma che è stata il preludio all’Italia odierna, soffocata, come il resto del mondo, dalla tecnologia e dai social media. Niente da dire sul capitolo più personale e drammatico, dove il regista racconta del suo tumore e dei medici che per mesi non hanno capito di cosa si trattasse. Ecco, all’uscita ho pensato che sarebbe stato meglio non averlo rivisto, perché il bel ricordo si è scontrato con il presente.

Le opera d’arte sono figlie, non solo dell’artista, ma dello spirito del tempo che andranno a rappresentare. Poche sono quelle che riescono a valicare lo spazio e il tempo e a riproporsi, generazione dopo generazione, a nuovi sguardi, a nuove orecchie che potranno riconoscersi e sentire di appartenere a un dipinto, una scultura, un film o un libro che nella forza caduca del creatore, riesce a uscire dalla prigione del tempo e parlare con chi è nato secoli dopo.

Quanto era bella Milano ieri sera, con le luci dei grattacieli di Porta Nuova e il quartiere di Brera vivace e molto, molto mascherato.

Stamane il bello era invece l’assenza di esseri umani e delle nostre mascherine. Tiriamo un giorno alla volta tra i fili del nostro arazzo. Ancora non riusciamo a intravedere quale sarà il disegno finale.

Mi rallegro guardando e ascoltando la confusione dei bambini che escono da scuola, è un rumore lieto che mi colpisce da anni due volte al giorno, la prima poco dopo le otto, quando iniziano gli ingressi a scuola.

Posso tornare alle mie carte, ai libri da sistemare. Poi tornerò in riva al mare ad aspettare la prima stella della sera. David, il poeta, mi ha detto che verrà con me.

Questa Cronaca 218 gironzola nel dodicesimo giorno e secondo lunedì di ottobre dell’anno senza Carnevale. La poesia sonnecchia accanto al fuoco: un po’ gatto addormentato, un po’ brace sotto la cenere. Il titolo è la rielaborazione di alcuni versi di Sara Teasdale che suonano così:

“Io ho amato le ore al mare, le città grigie,

il fragile segreto di un fiore,

la musica, le poesie scritte

che mi hanno dato il cielo per poche ore.”


 


giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

lunedì 23 gennaio 2017

cercare una strada oltre l'infittirsi delle immagini

non resta che incamminarsi verso un desiderio sconosciuto, cercare un linguaggio e un nuovo alfabeto. Una strada oltre l’infittirsi delle immagini, oltre il loro deserto. Una strada oltre la malinconia: il varco scavato dalla vita reale nella vita dell’ossessione.

Antonella Anedda
La luce delle cose
Feltrinelli 2000

sabato 21 gennaio 2017

Mi chiedo cosa diventi la parola in tempi bui

Forse scrivere è l’esercizio di rinuncia che consente ai nostri brandelli di realtà di affiorare, forse la realtà di noi stessi appare quando rinunciamo a tutto tranne al bagliore incerto che lascia intravedere il fuoco che trascorre dalla nostra origine alla nostra morte. Ma io – nella mia casa, nella mia notte protetta – non ho che questo linguaggio, così impreciso, così privo di memoria. [...] Mi chiedo cosa diventi la parola in tempi bui, quale sia il suo tempo, quale tempo le conceda di esistere senza costringerla alla storia.

Antonella Anedda
La luce delle cose
Feltrinelli 2000

martedì 6 settembre 2016

l’autunno che replicava stelle

Settembre, notte

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti 
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela 
fissando perché restino ancora in questa stanza 
le grandi ombre di allora.

Schianta ancora il tuo petto contro il mio 
perché questa è l’unica orma dell’amore 
l’autunno che replicava 
stelle quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Donzelli 1999

domenica 7 agosto 2016

Approfittiamo del silenzio come di un apprendistato mistico

È troppo presto per parlare, per scrivere, forse per pensare; e per qualche tempo il nostro linguaggio somiglierà al balbettio del ferito grave che viene rieducato. Approfittiamo del silenzio come di un apprendistato mistico.

1943

Marguerite Yourcenar
Pellegrina e straniera
Carnet di appunti, 1942-1948
traduzione di Elena Giovanelli
Einaudi 1990

venerdì 5 febbraio 2016

Don DeLillo: ecco come procedo quando scrivo

Qualunque caratteristica abbia il linguaggio che uso scrivendo, è semplicemente lì, si travasa da me alla pagina.
(...)
Io sento le voci, guardo le facce, e questo è sempre il punto di partenza, e aspetto di vedere cosa ne scaturirà.
(...)
Alla fine, un romanzo comincia a rivelarmi i suoi temi, ma può anche darsi che ci lavori per un anno e mezzo, prima di avere anche solo un'idea dell'argomento, di che cosa passerà sopra le teste dei personaggi, per così dire... Ecco come procedo quando scrivo.

frammenti dell'intervista di Sybil Steinberg a Don DeLillo

L'arte dello scrivere
dall'esordio al best seller
traduzione di Pietro Ferrari
Marco Tropea Editore 1996

giovedì 17 settembre 2015

La contemplazione della natura e la nascita del linguaggio

Chi abbia avuto la ventura di nascere in campagna (o almeno in un giardino abbastanza vasto da non saperne troppo bene i confini) porterà per tutta la vita il sentimento di un arcano e pure preciso linguaggio, di uno svolgersi musicale di frasi che, mentre colma i sensi di sovrabbondante letizia, annuncia alla mente un ultimo disegno, sempre di nuovo promesso e differito.

Cristina Campo
Gli imperdonabili
Il flauto e il tappeto
Adelphi 1987

mercoledì 2 settembre 2015

Schianta ancora il tuo petto contro il mio

Settembre, notte

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti 
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela 
fissando perché restino ancora in questa stanza 
le grandi ombre di allora.

Schianta ancora il tuo petto contro il mio 
perché questa è l’unica orma dell’amore 
l’autunno che replicava 
stelle quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Donzelli 1999

venerdì 17 luglio 2015

Letteratura, scienza e scrittura come percorso di conoscenza

Romanzo di un trapianto cardiaco, Riparare i viventi è narrazione che si apre alla scienza, irrompe in un territorio spesso ritenuto estraneo alla letteratura, un territorio visto come il regno della razionalità, dell'obiettività, dell'imparzialità, mentre la letteratura sarebbe quello della passione umana, della soggettività. Ma questa incompatibilità tra scienza e letteratura, questa antica ruggine, non sussiste più in Riparare i viventi dove la scienza è al tempo stesso materia, motore e combustibile del romanzo, e il romanzo riesce a incarnare nella scrittura un'avventura medica.
E la scienza è motore della narrazione, in primo luogo nella misura in cui
iscrive il progetto romanzesco di Riparare i viventi in una dimensione risolutamente euristica: è un percorso di conoscenza.
Perché, prima di scrivere questo libro io non sapevo niente di trapianto cardiaco, e anche l'universo ospedaliero mi era del tutto estraneo e forse anche lì il mio desiderio di scrivere non poteva partire che dall'ignoranza del mio soggetto, da quella specie di tabula rasa che ero nel momento in cui incominciavo il libro. L'ho scritto allora come fa chi parte per una terra lontana, per scoprire qualcosa che ancora non sapevo. E in un certo senso quel romanzo registra il mio movimento verso quel soggetto concepito come terra incognita, assorbe quel percorso di conoscenza che ho seguito nella scrittura. 
(...)
Ma c'è di più: è proprio la precisione che nasce da un metodo di inchiesta documentaria, col suo spirito di esattezza e la sua etica dello sguardo, a liberare la creazione, far irrompere la fantasia, mettere in moto la metamorfosi.
Vero e proprio attivatore dell'immaginario: è scialitica a illuminare la frase dall'interno come la lampada sopra il letto operatorio; è elettroencefalogramma ad asciugarla, è Glasgow 3, che ai miei occhi evoca una città scozzese dove si gioca a pallone sotto la pioggia, a designare la natura criptata del linguaggio medico. Queste parole rare, queste parole tecniche, le vedo allora come dei trapianti di materie, le utilizzo proprio per la loro dimensione d'incompatibilità con il romanzo, che apre il campo alla poesia.
Penso al romanzo come a un organismo vivente, come a un ecosistema.
Entità organizzata capace di attingere dal proprio ambiente di che nutrirsi, evolvere e mantenersi in vita, capace di trasformarsi e di riprodursi. Ed è per questo che la permeabilità tra letteratura e scienza sono nel cuore stesso del mio lavoro: è là che riesco a conoscere il mondo, è là che riesco ad amarne il mistero.

Maylis de Kerangal
traduzione di Maria Baiocchi
frammenti dell'intervento che la scrittrice ha tenuto in occasione del Premio Letterario Merck che ha vinto con il romanzo
Riparare i viventi
traduzione di Maria Baiocchi con Alessia Piovanelli
Feltrinelli 2015

il testo completo è stato pubblicato su Repubblica di lunedì 13 luglio 2015


domenica 26 aprile 2015

Scrivere è scegliere il linguaggio che sappia coinvolgere il lettore nella visione che è la finzione

Spero di essere riuscita a mostrare quanto spazio ci sia, quante variazioni esistano, quante possibilità si possano considerare nel momento in cui si sceglie come narrare i propri racconti e i propri romanzi. Decidere l'identità e la personalità del narratore è un passo importante. 
Ma è solo un passo. Ciò che importa davvero è quello che avviene dopo: il linguaggio che lo scrittore usa per destare interesse e coinvolgere il lettore nella visione e nella versione di eventi che si sa essere finzione.

Francine Prose
Leggere da scrittore
traduzione di Jusi Loreti
Dino Audino editore 2014


martedì 21 aprile 2015

Scrivere è inventare il silenzio e farne una condizione di vita

Organizzai in modo diverso la mia giornata. Non mi era stato forse detto che nella mia scrittura s'intravedeva qualcosa di diverso? 
Era l'altra identità che s'affacciava al reticolato delle parole consumate, piegate a mille usi, e si guardava intorno. 
Era lei che aveva bisogno di essere alimentata. 
Come? Lo capii gradualmente. 
Prima di tutto preparandole un'area di raccoglimento e di piena gratuità. L'unico committente era interno e siccome era molto debole, bastava il minimo pretesto perché si confondesse: una visita, un mal di denti, un litigio, un capriccio, una cattiva lettura, un dovere. 
Dovetti irrobustire la sua voce e cercai di ridurre certe interferenze, anche se questo aumentava la mia cattiva coscienza.
Dovetti inventare il silenzio e farne, in certe ore, la mia condizione di vita.
Nel silenzio mi imposi un lavoro assiduo, come un falegname che pialla il legno. 
Volevo ridestare da quel giacimento di cui ho detto prima - oscuro, grumoso - il maggior numero di parole possibili. E di volta in volta volevo legare quelle parole al bagaglio in trasformazione dei miei pensieri e dei miei sentimenti. 
Col tempo si creò un ricco scambio fra il sentire e le parole che lo avrebbero rivelato: scambio che la scrittura rese visibile.
Non una grande scrittura, una scrittura che faceva il suo tirocinio un po' a sbalzi. Che insisteva, si ripeteva. Che cercava di non disgregarsi nei compiti familiari - spesso noiosi - anzi li teneva insieme con la volontà di viverli fino in fondo.
Imparai che non bisogna scartare nulla di una vita: ogni minima cosa, anche la più trita, è seme per l'esperienza.
A poco a poco la mia identità prese a riconoscersi - e a sfaccettarsi - attraverso le parole scritte e le parole presero a radicarsi nell'identità. 
Il linguaggio - uno scavo nella coscienza - si approfondì e mi promise di diventare il mio fedele specchio. 
Quante severe implicazioni, in questo miraggio!  Quanta concentrazione! 
Ma era finalmente un lavoro rivolto all'interno, è sempre questo che intendo quando dico "scrittrice". 
E quando dico "giornalista" intendo l'opposto: una che si volge impulsivamente ai fatti, e li insegue, e crede di afferrarli al volo, fin quando si trova lontanissima da sé, dispersa e consumata da una vana corsa.
Allora il principale problema - lo fu per me - sarà di rientrare a casa
La casa del linguaggio è approdo e permanenza.
Per usare le parole di Gianna Manzini - le scrisse nel '45, a proposito di Virginia Woolf - il problema sarà imparare "a raccogliersi l'anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori". 
Fu uno stato di necessità per lei. Dal quale scaturì un modo di essere scrittrice che volle definire così: una specie di "monacazione non palese".
Trascrivere oggi questa definizione fa un certo effetto. Nulla potrebbe apparire più inattuale e incongruo. Ma la Manzini aggiunse che, da quel modo di essere, le derivava una "scabrosa libertà".
1993


Grazia Livi
Narrare è un destino
La Tartaruga edizioni 2002 

venerdì 6 giugno 2014

La poesia ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola

Quando pronunciamo, ad esempio, la parola “sole, non liberiamo un significato bell'e pronto, ma passiamo attraverso un ciclo tutto particolare
Ogni parola è un fascio di significati, e un significato affiora da esso per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergere in un solo punto ufficiale. Pronunciando "sole", noi compiamo una sorta di enorme tragitto a cui siamo talmente abituati che viaggiamo immersi nel sonno. 
La poesia si distingue dal linguaggio automatico proprio in quanto ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola.
Questa risulta allora molto più lunga di quanto pensassimo, e ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino. 

Osip Mandel'štam 
Conversazioni su Dante
traduzione di R. Faccani e R. Giaquinta
Il melangolo 1994

lunedì 2 giugno 2014

Luce è linguaggio per un uomo di fuoco

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra -
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,
la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien
Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

Marianne Moore
Le poesie
a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti
con due saggi di T.S. Eliot e W.H. Auden.

Adelphi 1991

venerdì 16 maggio 2014

La scrittura all’origine è gesto e suono

Lo stesso rapporto, che intercorre tra l’esperienza e noi, c’è tra pensiero e linguaggio. Non viene prima il pensiero e poi la maniera di esprimerlo (o viceversa): non c’è un contenente e un contenuto. Concrescono insieme. Abitano nella medesima e inesauribile realtà. Esiste qualcosa prima di questa relazione? C’è il mito che è già una “voce”, un suono prima ancora di essere linguaggio o nome: la traccia di un tempo in cui l’uomo comunicava con cenni o atti o corpi. La scrittura è perciò all’origine gesto e suono. Coincide con la voce mitica, dice Cacciari, che si agita all’interno di ogni parola. Ed è quel “suono” (ancora una volta indicibile) che il poeta cerca di rievocare.

Repubblica martedì 13 maggio:frammenti della recensione di Antonio Gnoli a
Massimo Cacciari
Labirinto filosofico
Adelphi 2014

domenica 27 aprile 2014

Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso

Le virtù dei nostalgici. Secondo Starobinski sviluppano la capacità di essere critici. E di creare, con la scrittura, esperienza.

Entrare in un libro di Jean Starobinski è come addentrarsi in una foresta incantata, piena di una varietà molteplice di erbe, cespugli e alberi. Respiri un’aria fresca, guardi in alto e ti accorgi che ogni pianta ha un tronco robusto con ramificazioni fittissime e che da ciascun ramo si dipartono altri rami e rametti secondari, all'infinito, con le loro frondosità cangianti da cui filtrano luci e bagliori. È questo procedere per continui avvii e rinvii e continue aperture, a volte spaesanti, il tratto più tipico della saggistica del novantaquattrenne critico ginevrino, medico, storico della scienza e delle idee. Saggista prima di tutto, dove per saggio si intende una forma di pensiero e di scrittura, libera e mai capricciosa, dalla razionalità multiforme, aperta e dialogante. 
(...)
Il discorso di Starobinski si muove tra scienza e critica letteraria, tra storia dei concetti e analisi del linguaggio che li definisce tecnicamente e li esprime in arte. C’è un passo che chiarisce molto bene il rapporto che c’è, per Starobinski (il quale si è formato, tra l’altro, con il grande maestro di stilistica Leo Spitzer), tra le parole e le cose, oggetti inscindibili della sua ricerca. È un passo che scaturisce da una domanda: se i sentimenti preesistano alle parole che li nominano, oppure se i sentimenti si materializzino nella nostra coscienza solo dal momento in cui hanno ricevuto un nome. Starobinski risponde che si tratta di due proposizioni «vere a titolo complementare»: 
«Una volta nominato, avendo acquisito un’identità, un sentimento non è più veramente lo stesso. Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso, che per l’innanzi era rimasto evanescente. Ne fa un concetto. Opera una definizione e invoca un sovrappiù di definizione: diventa materia di saggi e di trattati. Viviamo di passioni le cui parole ci precedono, e che non avremmo provato senza di esse». 

frammenti della recensione apparsa sul Corriere della Sera del 22 aprile 2014 di Paolo Di Stefano al nuovo libro di 

Jean Starobinski 
L'inchiostro della malinconia
traduzione di Mario Marchetti
Einaudi 2014


lunedì 31 marzo 2014

La poesia sta nell'alfabeto della vita

Il posto della poesia


Non sta la poesia
nelle oscurità del linguaggio
ma in quelle della vita.
Non sta nelle perfezioni del suo corpo
ma nelle emorragie della sua ferita.
Non sta dove credevamo che fosse
né è un’immagine unica e fissa.
Sta dove fugge quanto amiamo:
sta nel suo commiato.
È dire addio a noi stessi
nel girare ogni volta lo stesso angolo.
È la pagina che muove solo il tempo
col suo inchiostro uguale ma diverso.
Non sta la poesia nel linguaggio
bensì nell'alfabeto della vita.

Jaime Siles

Traduzione di Emilio Coco
da Poeti spagnoli contemporanei, Edizioni dell’Orso, 2008

venerdì 6 dicembre 2013

Scrivere è essere presi dal combattimento con i propri demoni

Un’altra cosa che accomuna me e Vargas Llosa è la riflessione sul rapporto tra scrittura che inventa (la fiction che finge, potremmo anche dire che “mente”) e l’impegno per la verità, ineludibile nel nostro confronto col mondo e con la necessità di mutarlo. Nella raccolta di saggi che ho citato (Sables y utopías), Vargas Llosa denuncia la caduta dell’impegno nella letteratura contemporanea, dato che nell’epoca attuale parrebbe che molti autori abbiano rinunciato a quello che una volta si chiamava l’engagement. Egli dice inoltre che in America Latina uno scrittore non è soltanto scrittore ma, inevitabilmente, qualcosa d’altro. E aggiunge che talvolta si è lacerati tra i propri demoni e i propri doveri verso la causa pubblica e che, in tal caso, bisogna essere fedeli in primo luogo ai propri demoni. È questo, ritengo, un problema fondamentale per la letteratura, spesso una vera contraddizione. C’è l’intellettuale che si vota essenzialmente ed esplicitamente alla causa pubblica e c’è lo scrittore che è essenzialmente preso dal combattimento con i propri demoni. Cosa succede quando uno scrittore è entrambe le cose, come certamente è lui e come sono anch’io? Quando cioè si sente che queste due facce sono le facce di una stessa medaglia, una cosa sola e contemporaneamente due cose diverse, e soprattutto quando ci si rende conto che dall’una nasce una scrittura molto diversa da quella che nasce dall’altra?
Leggere La casa verde o Conversazione nella “Catedral” o tanti altri libri di Vargas Llosa è un’esperienza simile ma anche molto diversa dal leggere Sables y utopías. Lo stile, la lingua sono radicalmente diversi, perché in un caso si tratta di un linguaggio che vuole esplicitamente definire, giudicare, difendere o combattere, mentre nell’altro si tratta di un linguaggio che vuole essenzialmente narrare, far vivere le contraddizioni piuttosto che risolverle o giudicarle. In un caso non si può, nell’altro si può e talora si deve deformare la realtà per capirne il senso e la verità più profonda.
Non credo, soprattutto per quel che riguarda lo stile, che si tratti di una scelta deliberata, perché uno scrittore non sceglie bensì fa quello che può ossia quello che deve; è la vicenda, l’oggetto che gli dettano per così dire lo stile, l’incalzare paratattico delle chiare e nette definizioni oppure la struttura ipotattica che cerca di afferrare contemporaneamente la complessità contraddittoria delle cose.

Claudio Magris e Mario Vargas Llosa
La letteratura è la mia vendetta
Mondadori 2012


lunedì 9 settembre 2013

Stare dentro un'altra luce

Restare

Gli occhi si sono fatti di sale nel voltarmi
i pensieri si sono fermati nei gesti, nel silenzio delle cose fatte;
ho raccolto le briciole del dopopranzo
e le ho scosse nell’aria vitrea del giardino
dove è appena spiovuto e irrompe il sole.
Qui, anche il più lieve soprassalto del merlo oltre la siepe
sta fermo e stanno ferme le mie parole come navi in bottiglia.
La vostra lingua è la mia, ma la mia non è la vostra
mi son sentito pensare mentre in casa lampeggia in penombra
il televisore e una musica epica diffonde l’eleganza di una berlina.
Tengo per me cos’è curare il fuoco
l’odore spesso di legna bagnata, lo stoppino fra le dita
lo stare di tutti i giorni nelle cose da fare, dentro un’altra luce
rotta dalle nuvole, un diverso tramontare allacciato agli alberi alti
pieno negli occhi delle case, sulle bestie dei poveri;
un po’ qua un po’ là
si sta soli così, oggi, un giorno così, un giorno più soli.

Pierluigi Cappello
Mandate a dire all’imperatore 

Crocetti, 2010