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giovedì 20 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/683. Dove una sera di gennaio diventa un volo in mongolfiera

 


 

 

Freddo e lungo, infinito, gennaio è sempre e da sempre il mese più lungo dell’anno. È anche nebbioso, dubbioso e pigro, perché fa freddo e stare fuori non è molto piacevole. Ma poi basta avere un appuntamento per cena con un’amica e anche gennaio si illumina, come se mille lucine di Natale fossero sfuggite al mese passato e si fossero rimesse a funzionare. Così racconti di libri, Yourcenar e Woolf, viaggi mitici a Istanbul, Anatolia e Cappadocia irrompono nella noiosa quiete milanese e il tempo vola in racconti e progetti che prendono forma, romanzi iniziati da tempo che si avviano verso il loro compimento e romanzi appena iniziati che reclamano spazio, molto spazio per uscire a girovagare nel mondo. Non c’è niente di meglio che parlare di libri e letteratura in una fredda serata di gennaio a Milano, pensando anche alle amiche e agli amici lontani che vorremmo rivedere quanto prima.

 

Alle amiche lontane

 

Immaginare una storia,

iniziare a raccontare e

un’altra voce continua,

così non c’è più distanza

tra la mia e la tua voce

e possiamo continuare

a parlare per ore e ore

che non sono frammenti

di tempo, ma invenzioni

del mondo, sorrisi che

non finiscono mai e parole

che sgorgano e chiamano

le altre amiche lontane,

quelle che vorremmo

con noi stasera.

 

 

 

È molto tardi, è stata una serata bellissima, infinita e breve allo stesso tempo. Una serata che è stata una continuazione e un preludio. Sì è proprio così mia Cronaca 683 di giovedì 20 gennaio del terzo anno senza Carnevale, per oggi non abbiamo bisogno di altre parole.

martedì 21 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/562. La fine dell’estate e la luce, tutta la luce intorno

 


 

Oggi una giornata di lavoro intenso, di letture e di parole da ascoltare e silenzi da decifrare. Una giornata dove Milano stava in Iran e poi a Parigi e dove Roma era stesa a prendere il sole sulla spiaggia di Praia a mare. Quante storie vere da ascoltare, quante storie inventate più vere del vero e quanto silenzio tra gli alberi e le foglie in quest’ultima giornata d’estate.

 

 

Una lingua senza alfabeto

 

Guardo il silenzio, un modo

diverso per imparare l’attesa

e la quiete. Prende la forma del

vento il silenzio, a volte il volo

dell’airone sulla superficie del

lago lo fa rifulgere prima della

caduta. Guardo il silenzio per

meglio comprendere le parole e

ogni volto ne dispone un frammento

sulla superficie del tempo dove

possiamo imparare a leggere questa

lingua priva di sillabe e vocaboli, priva

anche dell’alfabeto, non ne ha

bisogno perché è tutto il mondo

che scrive la nostra storia, tempo

nel tempo, silenzio nel silenzio.

 

 

Oggi abbiamo salutato l’estate celebrando le ultime ore all’aria aperta, portoni spalancati su cortili antichi, mobili dimenticati, una stufa di ghisa e un romanzo bellissimo da finire che mi sta aspettando e che spero tra qualche tempo potrete leggere anche voi. Vero Elisabetta?

L’estate del secondo anno senza Carnevale è finita oggi martedì 21 settembre con questa Cronaca 562 e luce, tutta la luce intorno che stava prendendo commiato.

sabato 24 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/412. Dove il tempo non ha pensieri e la mattina piovosa è un comodo rifugio


 

Primavera senza confini, gente che passeggia, uno su tre con la mascherina abbassata, giovani ammucchiati sulle panchine e davanti ai bar, senza mascherina, impoeticità dei numeri e la sensazione di un “liberi tutti” che esploderà da lunedì, ma che in realtà è già esploso. So che le mie considerazioni da osservatore partecipante valgono quel che valgono, ma Milano è un buon posto da cui osservare il mondo. Tra un paio di settimane sapremo se questo “liberi tutti” sarà stato un azzardo o una scelta felice. È un tempo complicato e confuso questo, si procede navigando a vista e sperando che le cose migliorino. Ecco, forse oggi è un giorno di quelli dove è possibile fingere che sia un giorno normale. Così sono andata a fare un giro alla Feltrinelli di piazza Piemonte, molta gente, coda lunga alle casse. Nella sezione Libraccio “usati ma non vecchi” ho ricomprato un romanzo di William Styron letto trent’anni fa La scelta di Sophie, da cui è stato poi tratto il film meraviglioso di Alan J. Pakula. Il libro mi venne regalato da R., mio compagno di gioventù e io a mia volta, dopo averlo letto, lo regalai a M., amica di gioventù perché lei aveva un gran desiderio di leggerlo. Due persone che sono state importanti nella mia vita e per ognuna delle quali potrei scrivere almeno un racconto lungo, o forse no, perché ci sono persone e storie che bisogna lasciare al fiume del tempo e non pensarle più. Ma la mia memoria è molto forte, almeno sino ad ora, e involontaria. Mi ricordo una quantità di cose inutili, personali e collettive, che mi ricordo senza averne avuto mai l’intenzione. Insieme a Styron ho comprato Etichette di Evelyn Waugh, un libro autobiografico di viaggi e viaggiatori «Non sapevo in realtà dove stavo andando; se me lo chiedevano, dicevo in Russia», ecco sarebbe bello partire per la Russia, però mi accontento di sognarlo questo viaggio programmato per l’anno scorso e saltato a causa della pandemia. Dalla sezione Libraccio sono balzellata sino agli scaffali della poesia, non mi sono fermata a sfrugugliare, uso improprio del verbo lo so, ma quando frugo in libreria questo verbo mi viene sempre in mente ed è legato alla ricerca affannosa del libro perfetto, ma ho cercato Ararat di Louise Glück e Tutte le poesie. I e II, il cofanetto con l’opera completa di Carver che ho già in tutte le edizioni italiane e americane, ma questa edizione ha le poesie con il testo a fronte e poi ho voglia di rileggere Carver che ho sempre amato follemente e che corrisponde, in parte, a quell’immagine dello scrittore come essere tormentato dalla vita e ossessionata dalla scrittura che tanto amo. Per finire parlando di libri, ho letto anche una buona metà di La stagione che verrà, romanzo del 2015 della scrittrice Paola Soriga che non avevo ancora letto e che mi sta piacendo moltissimo, vivere coi libri e nei libri, è sempre parte del meglio della vita.

Il commiato di questa sera è una poesia di Raymond Carver che mi piace molto.

 

Pioggia

Mi sono svegliato stamattina con
una gran voglia di restare tutto il giorno a letto
a leggere. Ho cercato di combatterla per un minuto.

Poi ho guardato fuori dalla finestra alla pioggia.
E mi sono arreso. Mi sono affidato totalmente
alla custodia di questa mattinata piovosa.

Rivivrei la mia vita un'altra volta?
Rifarei gli stessi imperdonabili errori?
Sì, se appena potessi, sì. Li rifarei.

 

Di errore in errore sono arrivata alla Cronaca 412 di sabato 24 aprile del secondo anno senza Carnevale, un sabato carveriano. La poesia di Raymond Carver è tratta da Racconti in forma di poesia, traduzione di Riccardo Duranti, minimum fax 1999. Di seguito il testo originale


Rain

Woke up this morning with
a terrific urge to lie in bed all day
and read. Fought against it for a minute.

Then looked out the window at the rain.
And gave over. Put myself entirely
in the keep of this rainy morning.

Would I live my life over again?
Make the same unforgiveable mistakes?
Yes, given half a chance. Yes.

sabato 10 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/216: un sabato al mare, un grande romanzo, una stella a illuminare la notte che viene

 

Il mare è l’infanzia della vita, per questo amiamo guardarlo, immergerci, solcarlo, attraversarlo, annusarlo, respirarlo, ascoltarlo.

Ogni mare meriterebbe una narrazione epica, a partire dal Mediterraneo, cantando tutti suoi nomi – Ligure, Tirreno Adriatico, Ionio, Canale di Sicilia, Egeo e Levante – e le sue infinite isole a partire da quelle italiane. Sardegna e Sicilia, Eolie, Egadi, Elba e via dicendo per arrivare a un totale di quasi duecento lembi di terra che costellano il nostro mare.

Mi piace vedere la finale “e“ di mare che sparisce prima di ogni nome e lo lega superando ogni distanza.

Amo tutti i libri dove c’è il mare come paesaggio, come stato d’animo, come speranza.

Amo i libri di Albert Camus, Claudio Magris, Predrag Matvejevic, Simone Perotti, Jean-Claude Izzo, Paolo Rumiz, Francesca Marciano e via citando.


Fermo qui la mia passione infinita delle liste, i nomi sarebbero ancora molti, e aggiungo Nadia Terranova con il suo magnifico romanzo Addio fantasmi. Un romanzo che ho divorato, struggente e meravigliosamente scritto. Il Mar di Sicilia è un confine tra passato e presente, tra dolore e riparazione, tra memoria e oblio. I sogni scandiscono il ritorno di Ida nella casa messinese dove è cresciuta e dove la scomparsa del padre è una ferita mai rimarginata. Un libro che va a insediarsi nella mia libreria dei libri da rileggere almeno una volta nella vita e che regalerò alle persone care che non lo conoscono, perché l’amore lo manifesto anche regalando libri.

 

Questo sabato d’autunno è passato in compagnia di questo romanzo, di citazioni trascritte in uno dei quaderni dedicati, di riflessioni profonde dell’autrice che scandaglia e scava nella relazione madre figlia e in quella padre figlia. Un triangolo originario che qui crolla per la sparizione dell’elemento maschile.

Presenti e quasi insopportabili sono il senso di colpa e la depressione che ne consegue. Perché forse la depressione è un dolore congelato che impedisce alla vita di auto-curarsi, di rimarginare le ferite, di avere pietà di noi creature umane, di lasciarci abbracciare e poter credere che sì, andremo avanti, che la vita possa avere ancora momenti di gioia e forse di felicità, nonostante i nostri cuori spezzati, le sparizioni, le assenze, i sensi di colpa.

Per uno strano cortocircuito letterario, ho condiviso la lettura di questo romanzo con la visione del film 84 Charing Cross Road, bellissimo e ispirato dall’omonimo libro della scrittrice americana Helene Hanff. I libri e le lettere che si scambiano Anne Bancroft e Anthony Hopkins, la scrittrice e il libraio, sono i veri protagonisti di questo film delizioso dove si incontrano New York e Londra negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, sino agli anni Settanta. 

I libri e i film che narrano di libri e di scrittori sono, da sempre, tra i miei preferiti e li colleziono da ormai tanti anni.

Anche Ida, la protagonista di Addio Fantasmi, scrive. Per la radio e non romanzi. Forse perché la voce viva dei drammi radiofonici le permette di immaginare la voce paterna che ha custodito per oltre due decenni.

Qui nella città silenziosa così così, la notte è arrivata nel suo ampio vestito di velluto scuro. Finita questa Cronaca 216, scritta sabato 10 ottobre dell’anno senza Carnevale, andrò a cucinare. Un piatto di pasta con le verdure che ha l’aroma di infanzie perdute e remote, che ormai vivono solo nel mio olfatto e nella memoria che si sprigiona. In casa, la ricetta veniva fatta risalire alla cucina di entrambe le nonne. È molto semplice: cavolfiore bianco sbollentato, cipolla altrettanto bianca affettata sottile e lasciata imbiondire in una padella con olio extra-vergine di oliva, un po' di sale. La pasta migliore è quella fresca, tirata a mano, come gli strascinati che facevano mamma e nonna pugliesi. Ma vanno bene anche i maccaroni della nonna calabrese e le più modeste, ma buonissime, penne rigate della Voiello.

Vi auguro una serata di buona compagnia, buon cibo, buon vino, un bel libro, un film amato da rivedere.


giovedì 16 aprile 2020

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore

Oggi è morto Luis Sepúlveda, sono profondamente triste e addolorata come tutti i suoi lettori in giro per il mondo. Lo avevo visto a Milano l’ultima volta lo scorse ottobre, in in occasione dello Zacapa Noir Festival ed era stato bello ascoltarlo.
Nel 1993 ho scritto una recensione al suo primo libro “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, la trascrivo per ricordare la gioia che leggere Lucho mi ha sempre dato.

Il tempo in cui si svolge questa storia (Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, Guanda 1993, lire 18.000) è forse il presente, forse soltanto ieri o ieri l'altro. La vastità, la luce verde della foresta amazzonica levano la cognizione del tempo ai coloni. Il tempo che ritorna lento ripiegato su stesso uguale non è lo stesso tempo nel quale viviamo noi occidentali, tesi come frecce nella direzione del futuro. Nella foresta si vive in uno stato di sospensione tra il tempo e l'eternità ed è lì che si svolge la storia che ha come protagonista Antonio José Bolivar Proano, che non è nato in quella terra ancora fitta di misteri agli occhi dei coloni, dei cercatori d'oro o dei semplici avventurieri che di tanto in tanto si fanno vivi sfidando l'inferno verde. Lui è arrivato decenni prima ancora giovane con una moglie al suo fianco, moglie che ha resistito solo pochi anni alla vita sfibrante, al prezzo che la foresta chiede a chi non è suo figlio. Nonostante l'uomo si impegni con tutte le sue forze nel tentativo di odiare la foresta non ci riesce perché si sa impotente. «E nella sua impotenza scoprì che non conosceva abbastanza bene la foresta da poterla odiare». È a partire da questa consapevolezza che Antonio José Bolivar decise che per odiare o per amare deve prima conoscere, imparò la lingua degli abitanti della foresta, gli Shuar, imparò a cacciare servendosi della cerbottana, dimenticò di essere un contadino cattolico, e dimenticò i suoi sogni di vendetta che contemplavano la foresta ardere come un vero inferno sulla terra, dimenticò perché alla fine era stato «sedotto da quei luoghi senza confini e senza padroni».
È nel continuo confronto con una natura vittoriosa che riscopre le potenzialità del suo corpo, la forza dei muscoli, la prontezza dei riflessi, l'acutezza dei sensi.
Antonio José Bolivar era diventato come uno shuar, ma non era uno shuar. Anche se era sopravvissuto al morso del serpente più velenoso, anche se la foresta lo aveva prescelto, anche se aveva potuto amare donne della foresta, lui continuava a essere un bianco, un diverso tra i bianchi e un diverso tra gli shuar. Quando viene scacciato, perché non ha saputo vendicare in maniera degna la morte del suo compagno di caccia e amico, sa di non essere uno shuar, e quando ritorna a vivere tra i bianchi scopre di essere ancora uno di loro, perché sa leggere. «Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l'antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere, ma non aveva niente da leggere».
Ed è la lettura che rende, ma non interamente, l'uomo ormai vecchio al suo mondo malato di presunzione. Lo rende a quei suoi simili che sono capaci solo di lasciare il deserto dietro di sé e solo morte al loro passaggio. Il vecchio sa di voler leggere ma non cosa, quindi parte per la caccia, cattura animali che sa di poter rivendere vivi. Il dentista, che diventerà poi il suo fornitore di romanzi, lo presenta alla maestra di El Dorado, dove il vecchio potrà, accedendo alla biblioteca della scuola, farsi un'idea di cosa gli piaccia leggere. Passano cinque mesi prima che egli riesca a scoprire cosa davvero gli piacesse leggere. Ma finalmente trova un libro «dove c'era amore, amore da tutte le parti. I personaggi soffrivano e mescolavano la felicità con le sofferenze in modo così bello, che la lente di ingrandimento gli si appannava di lacrime». E nella lettura di quei romanzi d'amore «che lo aspettavano, tentatori, distesi sul tavolo alto, estranei al passato disordinato a cui Antonio José Bolivar Proano preferiva non pensare, lasciando aperti i pozzi della memoria per riempirli con le gioie e i tormenti di amori più forti del tempo». Niente e nessuno riescono a distogliere il vecchio dalla lettura dei suoi romanzi, solo la paura di perdere la capanna dove vive lo spingono ad aiutare il viscido sindaco di El Idilio nella caccia a una femmina di tigrillo impazzita dal dolore e che sta seminando la morte lungo le rive del fiume.
I felini non uccidono se non spinti dalla fame o dal dolore, e la femmina è stata privata dei suoi cinque cuccioli da un cacciatore idiota che lei ha ucciso subito dopo. L'equilibrio della foresta è infranto, perché nella foresta la morte non arriva mai gratuitamente. I vecchi shuar che sanno di avere esaurito il loro tempo, danno una festa di addio, si ubriacano del succo di una radice allucinogena e si lasciano divorare dalla foresta, tornano a vivere di nuovo nel ventre delle formiche, nei nuovi alberi che nasceranno, nelle vite di quelli che arriveranno dopo.
L'equilibrio deve essere ristabilito e il prezzo del sangue pagato. La femmina impazzita non può vivere e sarà proprio il vecchio, a malincuore, a doverla uccidere.
Le pagine del romanzo che descrivono l'inseguimento, la caccia e la morte dell'animale sono tra le più belle del libro. Incredulo di esserci riuscito Antonio José Bolivar, uccide l'animale e dà il suo corpo al fiume. Sa di essere una creatura della foresta ormai, non solo un gringo, e che forse anche i suoi anni stanno per finire e maledice in cuor suo «tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia». Perché anche lui è diventato uno dei custodi di quella terra feroce il cui senso a noi bianchi sfugge. Perché come il vecchio potremmo stare in silenzio e ascoltare le voci sconosciute che arrivano dal profondo degli alberi. Potremmo sentire il canto degli uccelli e la voce dei pesci nei fiumi, cose che forse un tempo anche noi occidentali sapevamo fare. Io non credo che basteranno pochi anni perché la nostra cultura riesca a fermarsi e guardarsi intorno. Non credo che nel frattempo riusciremo a impedirci di infliggere nuove, profonde ferite alla terra. Ma credo che il rispetto si possa imparare, credo che si possa anche imparare ad amare. Amare di «quell'amore puro, senza altro fine che l'amore stesso. Senza possesso e senza gelosia».
Perché se è vero che noi non possediamo nulla se non noi stessi e non sempre, ed è vero che la nostra cultura ha ottenuto prima di tutto di far sì che fossero le cose a possederci, perché non leggere libri come questi, libri «che parlavano d'amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana»?

giovedì 4 gennaio 2018

I monaci neri, il vapore bianco

Pochi viaggiatori, i marciapiedi vuoti, i quotidiani appena arrivati nell'edicola.
Non ero stanca, non avevo sete, non conoscevo il desiderio di sonno o riposo.
In attesa che sul cartellone nero apparisse il numero del binario che mi avrebbe condotto verso il tuo paese, sentii uno sferragliare di treni in arrivo e rotaie stressate dietro di me. Da una immensa nuvola di vapore emerse la sagoma luccicante e nera di una locomotiva. Pensai subito che né la locomotiva, né il
vapore potessero appartenere a quel mondo e tempo che per convenzione chiamiamo realtà. Tra i passeggeri che si affollavano alla discesa, accompagnati da bauli e valigie di cuoio antico, due soprattutto attirarono il mio sguardo. Erano uomini monumentali, due pope ortodossi, dai copricapo e mantelli neri, inconfondibili. Avevano pesanti croci d’oro sul petto che apparivano all'oscillare delle barbe, bianca una, brizzolata l’altra. Avevano visi segnati da fatiche lontane e forse offuscati dal sonno interrotto. Mi scivolarono accanto, da destra verso sinistra, come sorretti dalle nuvole di vapore intorno a noi. 
(...)

incipit del secondo capitolo del mio nuovo romanzo.

Elena Petrassi
In giornate identiche a nuvole
Atì editore 2017

mercoledì 3 gennaio 2018

l'unica cosa che gli interessava erano i libri che doveva ancora scrivere

E il suo di entusiasmo? Come mai si era spento, come mai non provava più nessun piacere nell'imparare cose nuove? Temeva che la risposta fosse una soltanto: l'età. Aveva solo quarantasette anni - ne mancavano appena tre prima di raggiungere l'epifania del vecchio scrittore - eppure sentiva che il piatto della bilancia si era già inclinato dall'altra parte. Ormai la porzione di futuro che ancora gli spettava da vivere come uomo giovane, vitale e ancora attraente qual era, si era fatta molto più piccola di quella che aveva già consumato. Teoricamente avrebbe dovuto fare uno sforzo per cercare di godere il più possibile il tempo che gli restava. Perché allora non aveva più voglia di impegnarsi, di raccogliere le energie e indirizzarle all'esterno, invece di angosciarsi e occuparsi solo di se stesso?
Era arrivato alla conclusione che l'unica cosa che gli interessava erano i libri che doveva ancora scrivere prima che fosse tardi e non avesse più niente da dire. "Egocentrismo - tratto necessario/essenziale", aveva annotato una volta queste parole su un taccuino, pensando che un giorno avrebbe potuto usare quell'idea per scrivere un saggio. A quel punto della sua vita l'unica cosa che desiderava veramente era di starsene davanti al computer, disturbato il meno possibile, aspettando le parole che avrebbe composto, riga dopo riga, la storia ancora informe che aveva in testa. Sapeva che in questo non era il solo; non c'era scrittore che intervistato non rispondesse la stessa cosa a proposito del loro lavoro: l'atto dello scrivere era un lavoro sedentario e solitario, in cui non si aveva bisogno degli altri. Da giovane aveva accumulato esperienze a sufficienza; adesso doveva solo elaborare quel materiale, organizzarlo in qualche modo, trasformarlo in racconto. Che bisogno aveva di riviverlo?

Francesca Marciano
Isola grande, isola piccola
Una serata indiana
traduzione di Tiziana Lo Porto
Bompiani 2015

sabato 14 gennaio 2017

I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo

Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio.

Anne Michaels
In fuga
traduzione di Roberto Serrai
Giunti 1998

giovedì 20 ottobre 2016

Tutti i romanzi sono un unico libro che noi stessi abbiamo scritto

Di colpo mi son trovata dentro un libro su come leggere i romanzi, e non riesco a smettere di costruire frasi. È questo il libro che vedo quando sollevo il coperchio e guardo dentro. Sarà come leggere tutta la narrativa come se fosse un unico libro che noi stessi abbiamo scritto.
 5 febbraio 1927

Virginia Woolf
lettera a Vita Sackville-West 

giovedì 17 marzo 2016

Una vita da lettore forte e la felicità fatta di carta e parole che un libro è


Leggere libri crea dipendenza, comprare libri crea dipendenza. Niente di meglio da annusare di un bel libro di carta, niente di meglio che guardare i libri nella libreria e nelle incerte torri accanto al letto. È vero i libri compongono un paesaggio che non sta solo nei nostri occhi ma che ogni giorno ci aiuta a ricordare e definire chi siamo, da dove veniamo e dove vorremmo andare. A Milano ci sono molte belle librerie, ne hanno aperte di nuove che non ho ancora visto, ma la Feltrinelli di via Manzoni, la libreria Utopia e il Libraccio di Via Corsico in particolare, potrebbero darmi la carta di platino come miglior cliente! E dall’anno scorso ho iniziato a comprare libri su Amazon – Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Stati Uniti perché a volte non resisto all'urgenza di avere tra le mani una novità e non voglio aspettare l’occasione di andare in libreria e perché i libri nelle altre lingue che leggo – inglese, francese e spagnolo – arrivano nel giro di pochi giorni o settimane e mi sembra inutile passare da una libreria fisica visto che a Milano, chiusa la Feltrinelli di piazza Cavour e fatto salvo per la Hoepli, proprio non saprei dove andare a procurarmeli i libri stranieri. Grande soddisfazione mi dà comprare libri su Maremagnum che è una libreria virtuale che aggrega centinaia di librerie non solo italiane. Ho comprato decine di libri anche da loro perché il gusto di un libro di seconda mano non somiglia a null'altro al mondo. A volte, quando sono molto fortunata, ci sono foglietti e annotazioni, dediche e riflessioni dei proprietari precedenti e questo rende per me quel libro ancora più prezioso. Il momento che amo più di tutti è quando mi arrivano i pacchetti e ogni volta è come se fosse la mattina di Natale quando avevo sei anni. Ho letto 13 ebook negli ultimi sei mesi, ho amato le storie che ho letto - tra gli altri 2 romanzi di Ian McEwan (perché io a un certo punto della mia vita abbia smesso di leggere McEwan è una domanda che ancora non ha risposte perché è uno scrittore che adoro e Sabato e Espiazione sono due capolavori assoluti) e uno di Clara Sanchez - ma da quando li ho letti penso che dovrei averli anche di carta. Mi sono mancati la sensazione tattile della carta, il peso nella mano, la copertina, poterli sottolineare e segnare e scrivere sui margini come faccio sempre quando leggo un libro che mi piace e scelgo citazioni per il mio blog. Mi è mancato il non poterli annusare e sfogliare e poi decidere se è un libro che vorrei rileggere, se non rileggerò mai ma voglio comunque tenere o se è un libro che potrei decidere di vendere al Libraccio o regalare alla biblioteca vicino a casa. Mi sono mancate le copertine, quelle bianche di Einaudi, quelle colorate di Adelphi, quelle eleganti dei libri di poesia di Crocetti e Atì. Gli ebook non hanno copertine e così quando i pochi lettori che incrocio in metrò ogni mattina leggono Kindle o Kobo, il non sapere cosa stanno leggendo un po’ mi scoccia. Giusto ieri c’erano due uomini coi capelli grigi che leggevano libri di carta: il primo, molto più alto di me, leggeva Anna Karenina di Tolstoj e non leggeva nella mente, ma compitava con le labbra e sussurrava parola dopo parola. L’altro, più basso di me, stava leggendo i racconti di Gianrico Carofiglio Non esiste saggezza e si è un po’ seccato perché ho continuato a girargli intorno finché non sono riuscita a vedere la copertina del libro. Sono contenta quando incontro gente che legge in metropolitana anziché sfogliare compulsivamente facebook o fare qualche giochino. Qualche settimana fa ho addirittura incrociato una signora che leggeva Proust in francese e un ragazzo che leggeva il Don Chisciotte. Anche io, come quasi tutti i lettori forti, quando scopro uno scrittore che mi piace divento un temibile lettore seriale. Devo leggere tutto quello che è stato pubblicato e se ci sono in circolazione biografie, autobiografie, epistolari, carteggi, saggi critici devo leggere pure questi e sono in preda alla frenesia più assoluta fino a che non ho finito. Mi era accaduto con Simone de Beauvoir e Grazia Livi, con Colette, con Sylvia Plath, con Rimbaud e Baudelaire, Proust e Marie Cardinal, con Alberto Moravia e Eugenio Montale, con Katherine Mansfield, Virginia Woolf e Marina Cvetaeva, tra gli altri, quando ero ragazza e via via negli anni  con Irène Némirovsky, Gianrico Carofiglio, Alicia Gimenez Bartlett, Agota Kristof e Paul Auster (e qui chiudo la lista perchè forse mi converrebbe allegare la Garzantina della Letteratura).
Leggere è una delle cose che più amo al mondo, i libri sono tra i miei oggetti preferiti. E credo che il segreto di ogni lettore forte stia nella felicità fatta di carta e parole che un libro è. È una felicità fatta dalla consapevolezza di appartenere a una vasta comunità di lettori e scrittori che conversano e crescono, maturano, amano, imparano, pensano e si divertono attraverso il tempo e lo spazio. Se il tempo è la quarta dimensione i libri sono la quinta, ogni libro è un mondo da scoprire e condividere. Ogni libro scritto è un dono al mondo, ogni libro letto è la felicità della condivisione. I primi due libri da “grandi” di cui sono diventata proprietaria sono stati il libro de poemas


di Federico Garcia Lorca e un vocabolario Zingarelli. 




Le poesie le leggevo senza capire le metafore, avevo sette anni, e il vocabolario lo leggevo in ordine alfabetico. Mi piace pensare che questi due libri abbiano fatto scoccare la scintilla che mi ha spinto non solo a diventare un lettore forte ma anche a scrivere e non solo poesie – ho pubblicato tre libri sinora -  ma anche romanzi, di cui uno solo edito per il momento, e scrivere i profili delle scrittrici che amo per l’Enciclopedia delledonne e recensioni per varie riviste, blog e siti. 







Ha ragione Umberto Eco quando scrive che leggere è un’immortalità all'indietro e George R. R. Martin quando dice che leggere è vivere mille vite. Non so se riuscirò a leggere tutti i libri che ho comprato e che mi hanno regalato prima di morire. Ma non ci penso, sono troppo impegnata a leggere.

E. P.

mercoledì 20 gennaio 2016

Leggere Ian McEwan come se fosse la prima volta

A volte capita che uno scrittore molto amato scivoli via dal nostro orizzonte senza che ce ne rendiamo conto. A me è successo con Ian McEwan che ho adorato ma che poi, e davvero non so perché, ho smesso di leggere. 
Nei giorni scorsi ho preso in mano Sabato e l'ho divorato. Un romanzo dov'è c'è tutta l'esistenza di un uomo raccontata in un giornata di sabato, il 15 febbraio 2003 per l'esattezza,  che diventerà unica, terrorizzante, speciale. Una giornata che inizia con un risveglio prima dell'alba e un areo in fiamme che sta cadendo e si chiude più o meno alla stessa ora della domenica. 
Henry Perowne, il protagonista è un neurochirurgo che conduce una vita piena e ricca. Ha un lavoro che lo coinvolge completamente, ama la musica, è sposato con una bella donna che ama ed è ricambiato, due figli giovani adulti, un talentuoso musicista blues e una poetessa che sta per pubblicare con un editore prestigioso il suo primo libro, una bella casa. Per un banale incidente questa bella vita, mentre l'Inghilterra sta per entrare in guerra contro l'Iraq e Londra è invasa dai manifestanti, rischia di finire all'improvviso e di entrare tra i casi di cronaca nera. C'è davvero tutto in questo romanzo straordinario, la fragilità della vita, l'incontro con la malattia e la morte, che Henry affronta tutti i giorni in sala operatoria, la felicità dell'amore coniugale, riflessioni sulla creatività artistica e scientifica, sullo sport, sulla decadenza fisica e la vecchiaia incipiente. Anche le riflessioni sulla politica e l'attualità, incluso lo scontro tra civiltà sono attuali al punto da sembrare scritte in questi giorni di inizio 2016.
La sensazione è di vivere istante dopo istante con lui, proprio quel che lui sta vivendo, di entrare nella sua pelle e nei suoi pensieri. Un libro magistrale, che finisce dritto dritto sul ripiano dei libri da rileggere. Di seguito l'incipit in italiano e in inglese.

Elena Petrassi

Ian McEwan
Sabato
traduzione di Susanna Basso
Einaudi 2005



Qualche ora prima dell’alba Henry Perowne, un neurochirurgo, si sveglia per ritrovarsi già in movimento, seduto nell’atto di scostare le coperte e quindi di alzarsi in piedi. Non sa esattamente da quanto è cosciente, né del resto la cosa risulta avere rilevanza. Non gli è mai successo nulla di simile ma non è allarmato e neppure vagamente sorpreso, perché si muove con assoluta disinvoltura, provando un piacere diffuso agli arti, e sentendosi schiena e gambe insolitamente vigorose. Eccolo in piedi, nudo accanto al letto - si corica sempre nudo - in tutta la sua statura, consapevole del placido respiro di sua moglie e dell’aria invernale della stanza sulla pelle. Anche quella è una sensazione gradevole. L’orologio sul comodino segna le tre e quaranta. Henry non ha idea di che cosa ci faccia alzato: non sente il bisogno di liberare la vescica, e neppure è turbato da un sogno o da qualche particolare del giorno precedente, o addirittura dalle condizioni in cui versa il mondo. È come se, lì in piedi al buio, si fosse materializzato dal nulla, in piena forma e in completa libertà. Non si sente stanco, a dispetto dell’ora e delle fatiche degli ultimi giorni, e non è nemmeno preoccupato per un caso recente. Anzi, è sveglio, sereno e inspiegabilmente euforico. Senza averlo deciso e per nessuna ragione al mondo, si incammina verso la più vicina delle tre finestre della stanza con un passo di tale agilità e scioltezza da fargli sospettare che si tratti di un sogno o di un episodio di sonnambulismo. Se è così, rimarrà deluso. I sogni non gli interessano; trova più promettente la possibilità che tutto questo sia vero. D'altronde è perfettamente lucido, ne è più che certo, e sa bene di essersi lasciato il sonno alle spalle: riconoscere la differenza tra sonno e veglia, distinguerne i confini, sono questi i fondamenti della sanità mentale.

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Some hours before dawn Henry Perowne, a neurosurgeon, wakes to find himself already in motion, pushing back the covers from a sitting position, and then rising to his feet. It's not clear to him when exactly he became conscious, nor does it seem relevant. He's never done such a thing before, but he isn't alarmed or even faintly surprised, for the movement is easy, and pleasurable in his limbs, and his back and legs feel unusually strong. He stands there, naked by the bed - he always sleeps naked - feeling his full height, aware of his wife's patient breathing and of the wintry bedroom air on his skin. That too is a pleasurable sensation. His bedside clock shows three forty. He has no idea what he's doing out of bed: he has no need to relieve himself, nor is he disturbed by a dream or some element of the day before, or even by the state of the world. It's as if, standing there in the darkness, he's materialised out of nothing, fully formed, unencumbered. He doesn't feel tired, despite the hour or his recent labours, nor is his conscience troubled by any recent case. In fact, he's alert and empty-headed and inexplicably elated. With no decision made, no motivation at all, he begins to move towards the nearest of the three bedroom windows and experiences such ease and lightness in his tread that he suspects at once he's dreaming or sleepwalking. If it is the case, he'll be disappointed. Dreams don't interest him; that this should be real is a richer possibility. And he's entirely himself, he is certain of it, and he knows that sleep is behind him: to know the difference between it and waking, to know the boundaries, is the essence of sanity. 

 

venerdì 23 ottobre 2015

Come attraversare la porta che conduce all'immaginazione

Esiste una porta che conduce all'immaginazione e bisogna
attraversarla per diventare consapevoli; le sue chiavi sono i
simboli. Si possono portare idee al di là di quella porta... 
ma bisogna farlo sotto forma di simboli.

Frank Herbert & Bill Ransom
Salto nel vuoto
The Jesus Incident
URANIA 1221 - 1979

sabato 26 settembre 2015

Scrivere non è raccontare ciò che accadde, non solo, ma immaginare quel che potrebbe accadere

E ora, dopo aver portato questo romanzo a una conclusione assolutamente tradizionale, farei meglio a precisare che tutto ciò che ho raccontato negli ultimi due capitoli accadde veramente, ma non proprio nella maniera che vi ho fatto credere. 
Ho già detto in precedenza che siamo tutti poeti, anche se non molti di noi scrivono poesie; e così siamo tutti romanzieri, abbiamo cioè l'abitudine di scrivere futuri in forma narrativa per la nostra vita, anche se oggi forse tendiamo piuttosto a immetterci in un film...
Charles non faceva eccezione: le ultime pagine che avete letto non raccontano ciò che accadde, ma ciò che lui immaginò potesse accadere nelle ore trascorse tra Londra ed Exeter.

John Fowles
La donna del tenete francese
traduzione di Ettore Capriolo
Mondadori 1970

giovedì 24 settembre 2015

Per scrivere bisogna immergersi in uno stato di non-consapevolezza

E fu così che mi misi a scrivere romanzi: perché è ben strano ma la gente è
disposta a darti un’automobile se in cambio gli racconti una storia. E, cosa ancora più strana, non c’è niente di più piacevole al mondo che raccontare delle storie. È molto più divertente che recensire romanzi famosi. Eppure, se voglio ubbidire all'invito della vostra segretaria e parlarvi delle mie esperienze professionali come scrittrice di romanzi, devo raccontarvi la stranissima
esperienza che mi capitò in quanto scrittrice di romanzi. E per capirla dovete prima cercare di immaginarvi lo stato d’animo di un romanziere. Spero di non tradire alcun segreto professionale se vi dico che il più grande desiderio di un romanziere è di rimanere il più possibile in uno stato di non-consapevolezza. Il romanziere deve indursi uno stato di perpetuo letargo. Ha bisogno che la
vita proceda con la massima tranquillità e regolarità. Ha bisogno di vedere sempre le stesse facce, di leggere sempre gli stessi libri, di fare sempre le stesse cose giorno dopo giorno, mese dopo mese, mentre scrive, in modo che nulla spezzi l’illusione in cui vive: in modo che nulla turbi o interrompa le misteriose esplorazioni e perlustrazioni, i guizzi, gli scatti e le improvvise scoperte di quello spirito così timido ed elusivo che è l’immaginazione creativa. Credo che questo stato mentale sia uguale per gli uomini come per le donne. Comunque sia, vorrei che vi immaginaste una ragazza seduta con in mano una penna che per minuti, per ore anzi, non viene intinta nel calamaio.
L’immagine che mi viene in mente quando penso a questa ragazza è l’immagine di un pescatore che giace immerso nei sogni sulla riva di un lago profondo con la lenza protesa sull'acqua. La ragazza dunque lasciava scorrere incontrollata l’immaginazione dietro ogni roccia, dentro ogni fessura del mondo che giace sommerso nelle profondità del nostro essere inconscio. Ed ecco l’esperienza, l’esperienza che credo sia molto più comune tra le donne che scrivono che non tra gli uomini. La lenza le scorreva veloce tra le dita. L’immaginazione aveva preso slancio. Aveva toccato le pozze, le profondità, i luoghi oscuri dove stanno assopiti i pesci più grossi. A quel punto ci fu uno sconquasso. Ci fu un’esplosione. Schiuma e confusione ovunque. L’immaginazione era andata a
cozzare contro qualcosa di duro. La ragazza fu strappata al suo sogno. Era anzi precipitata in uno stato di angoscia acuta e dolorosa. Fuori di metafora, aveva pensato a qualcosa, qualcosa che riguardava il corpo, che riguardava le passioni, che era sconveniente per lei, come donna, esprimere.


Virginia Woolf
Voltando pagina
Saggi 1904-1941

a cura di Liliana Rampello
Il Saggiatore 2011


lunedì 14 settembre 2015

Gli scrittori del secolo nuovo

Il romanziere resta sempre un dio, dal momento che crea (neanche il più aleatorio dei moderni romanzi d'avanguardia è riuscito a sopprimere completamente il suo autore); ciò che è cambiato è che noi non siamo più gli dèi dell'immagine vittoriana, onniscienti e sentenziosi; ma dèi secondo una nuova immagine teologica, e il nostro principio fondamentale è la libertà, non l'autorità.

John Fowles
La donna del tenete francese
traduzione di Ettore Capriolo
Mondadori 1970

martedì 29 aprile 2014

Ondeggiare dolcemente, arrendersi al vento

«Sarebbe stato bello guardare le erbacce del giardino ondeggiare dolcemente, arrendendosi al vento; dalla strada sarebbe arrivato un leggero odore di catrame; la casa avrebbe ansimato e cigolato piano sotto il sole ardente, e lei avrebbe girato per le stanze e le avrebbe esaminate in cerca di indizi, di vestigia perdute della vita che si era svolta in quella casa prima che venisse ridotta a vetri rotti, a lunghe ferite nell'intonaco che mostravano il graticcio retrostante; si sarebbe prostrata carponi davanti a Dio; si sarebbe ritrovata nel seminterrato, tra la luce polverosa che entrava dai pozzetti, l’odore di nafta e il pavimento di terra battuta, compattato in quell'angolo laggiù, sotto il vecchio tavolo, in quella rientranza piena di ragnatele che lei ricordava da quando aveva esplorato la casa insieme agli uomini, e Byron aveva picchiato sul vecchio serbatoio mentre August, trascinando in giro la sua mole, faceva un balletto e cantava Sympathy for the Devil; avrebbe provato l’impulso di trascorrere il resto dell’eternità là sotto, in quella fresca oscurità, perché in quel momento, mentre guidava, desiderava solo togliersi dal sole abbagliante e dall'impressione che il territorio selvaggio in cui si trovava fosse così levigato dalla luce che era impossibile guardarlo».

David Means
Il punto
traduzione di Silvia Pareschi
2014 Einaudi

la segnalazione arriva direttamente dal blog della traduttrice 

venerdì 25 aprile 2014

La luce mediterranea e gli ulivi centenari

Non c'è niente da fare: appena apri un libro di Francesco Biamonti entri in una dimensione diversa: il tempo allenta il suo ritmo, la luce mediterranea diventa protagonista, gli ulivi centenari custodiscono una terra difficile e gli uomini si muovono con lentezza, come seguendo il corso di un pensiero che non si deve interrompere. Le parole e la notte è il quarto e ultimo romanzo di Biamonti: uscì nel 1998 ed ora Einaudi lo ripropone con una bellissima prefazione di Giorgio Ficara.

incipit della recensione di Paolo Mauri nella sua rubrica Libri di ieri, sul Venerdì di Repubblica del 18 aprile 2014

giovedì 14 marzo 2013

Il mondo che accade


Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.
Quell'ultima mattina accadde che fossero insieme in cucina, e si sfiorassero di continuo per prendere oggetti dagli armadi e dai cassetti, e poi si fermassero al lavandino o al frigorifero l'uno in attesa dell'altra, ancora un po' vischiosi della materia dei sogni, e lei fece scorrere l'acqua del rubinetto sui mirtilli che teneva in mano e chiuse gli occhi per inalarne il profumo.

Don DeLillo
Body Art
traduzione di Marisa Caramella
Einaudi 2001

venerdì 3 agosto 2012

Entrare a Milano (l'incipit della certosa di Parma)

Capitolo primo
Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato il ponte di Lodi e annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore.
I prodigi d'ardimento e di genio cui l'Italia assistette nel giro di qualche mese, ridestarono un popolo addormentato; ancora otto giorni prima dell'arrivo dei francesi, i milanesi non vedevano in essi che un'accozzaglia di briganti avvezzi a fuggir sempre davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale; questo almeno era quanto ripeteva loro tre volte alla settimana un giornaletto, grande come la mano, stampato su cattiva carta. 
Nel Medio Evo i milanesi non erano stati meno bravi dei francesi della Rivoluzione, tanto che s'erano meritati di vedere la loro città rasa al suolo dagli imperatori d'Alemagna. Ma da quando erano diventati dei fedeli sudditi, il loro gran daffare era di stampare sonetti su fazzolettini di taffetà rosa ogni volta che si celebrassero le nozze d'una donzella appartenente a qualche famiglia nobile o ricca. Due o tre anni dopo questa data memoranda della sua vita, quella stessa donzella si prendeva un cavalier servente; talora il nome del cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, occupava un posto d'onore nel contratto di matrimonio. C'era un bel salto tra tali costumi effeminati e le profonde emozioni che diede l'arrivo imprevisto dell'armata francese. Sorsero nuovi costumi profondamente sentiti. Il 15 maggio 1796 tutto un popolo ebbe ad accorgersi che quello che aveva sin allora rispettato era estremamente ridicolo e qualche volta odioso. La partenza dell'ultimo reggimento austriaco segnò il tramonto delle vecchie idee; esporre la propria vita diventò di moda. Si vide che dopo secoli di ipocrisia e di sensazioni scipite bisognava amare qualche cosa di vera passione e per quello sapere all'occasione arrischiare la vita.


Seguo la promessa di felicità di Antonio Muñoz Molina e mi accingo a rileggere...


Stendhal
La certosa di Parma
traduzione di Camillo Sbarbaro
Einaudi 1976