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martedì 26 gennaio 2016

Scrivere è abbandonarsi al mistero della terza persona

C'è in giro molta gente che scrive, professionisti bravi, efficienti, che sfornano prodotti spesso anche di buona qualità; ci sono pochi scrittori. J. M. Coetzee è uno scrittore. Non è semplicemente più bravo di altri, è un'altra cosa. Fa letteralmente un'altra cosa. Non produce libri - più o meno attuali, più o meno intonati ai gusti (prevedibili) del pubblico, con più o meno precisione mirati al successo di vendite. J. M. Coetzee da anni è impegnato nella costruzione di 
un'opera. Al centro, se stesso. Sia in Infanzia, sia in Gioventù (entrambi pubblicati da Einaudi nell'ottima traduzione di Franca Cavagnoli), la materia della narrazione è autobiografica; eppure, più lui scrive, più si congeda da sé stesso. Con postura kafkiana J. M. Coetzee si muove nel regno della terza persona, a confermare quella verità che sorprese Kafka, quando meravigliato osservò di essere entrato nella letteratura dal momento in cui aveva potuto sostituire il pronome «io» con «egli». Che cosa entra in gioco con la terza persona? Che cos'è la terza persona? Perché J. M. Coetzee dice «lui» parlando di sé? E' il mistero profondo della letteratura, non una questione grammaticale, ma filosofica; che riguarda, cioè, la filosofia delle forme narrative. Fa parte del mistero l'esperienza conturbante per il lettore di sostare in un racconto dove chi scrive rinuncia a dire «io» e delega ad altri questo potere. Se lo scrittore fa così, viene da pensare, è perché vuole che trionfi la narrazione, che l'elemento personale receda nel silenzio e in primo piano spicchi 
l'impersonalità della vicenda, quasi ad evocare il carattere anonimo per definizione dell'esperienza umana. Quel «lui», o «egli» di cui J. M. Coetzee si serve, diventa così tutti e nessuno.

incipit dell'articoli di Nadia Fusini dedicato a J. M. Coetzee
Repubblica 13 novembre 2002

giovedì 13 novembre 2014

Il racconto è parola che d'istinto cerca la voce

Beckett ama la forma breve. Nei diversi media, sia narrativi sia drammatici, che pratica, il tempo ha sempre un senso decisivo.
Quel "grande mostro a due teste", come lo chiama, domina l'esperienza umana e dunque anche la sua rappresentazione- su questo Beckett non ha dubbi. Chi vive, chi parla, chi racconta, chi agisce lo fa nello spazio di un'attesa - in un frattempo; non facciamo altro, noi viventi, che continuarea cominciare di finire... Il serpente si morde la coda, l'inizio si ricongiunge con la fine.E difatti, come fa notare Paolo Bertinetti nella sua densa introduzione al volume ( Beckett, Einaudi), la produzione letteraria dello scrittore irlandese «si apre con una serie di brevi prose, a partire da Assunzione, del 1929 e con una serie di brevi prose, circa sessant'anni dopo, si conclude». Ora, quei racconti e prose brevi, che Beckett scrisse nel corso degli anni in inglese, poi in francese e di nuovo in inglese, vengono riuniti, sì che noi lettori devoti possiamo cogliere di fiore in fiore dalle versioni di celebri traduttori e altrettanto devoti studiosi beckettiani.
Perché questo amore della forma breve? Perché è irlandese, e gli irlandesi hanno una innata propensione alla battuta? perché sopravvive in loro l'istintiva vocazione orale del racconto? O perché Beckett è sempre teatrale, e la parola in lui d'istinto cerca la voce? È un problema da non sottovalutare, perché chi ama leggere e chi ama scrivere risponde alle forme, prima che ai contenuti.
L'intensità poetica di questi testi è altissima, ricchissima la profondità linguistica; quanto alle storie, sono esili, esili le trame e il senso pare organizzarsi su altri assi. 

incipit della recensione apparsa su Repubblica venerdì 5 novembre 2010 di Nadia Fusini

Samuel Beckett
Racconti e prose brevi
a cura di Paolo Bertinetti
Einaudi 2010

sabato 18 gennaio 2014

E la nuvola, l’albero usato e l’usata nuvola

Finché la terra usata e il cielo, e l’albero
E la nuvola, l’albero usato e l’usata nuvola,
Perdono i vecchi usi che si facevano di loro,
Ed essi: questi uomini, e la terra e il cielo,
Si comunicano l’un l’altro comunicazioni precise,
Precise, libere conoscenze, secrete fin’allora,
Rotture di ciò che li teneva stretti. E come
Se la poesia centrale diventasse il mondo

Wallace Stevens
Aurore d’autunno
cura, prefazione e traduzione di Nadia Fusini
Garzanti 1992

Until the used-to earth and sky, and the tree
And cloud, the used-to tree and used-to cloud,
Lose the old uses that they made of them,
And they: these men, and earth and sky, inform
Each other by sharp informations, sharp,
Free knowledges, secreted until then,
Breaches of that which held them fast. It is

As if the central poem became the world

lunedì 30 dicembre 2013

Se la letteratura è il grano di una terra

Non solo il poeta dischiude immagini, distilla significati; il poeta apre gli occhi del lettore su visioni di luce strappate sull'orlo buio della voragine...

frammento della recensione di Nadia Fusini "Se la letteratura è il grano di una terra"  al nuovo libro di 

Antonio Spadaro 
Nelle vene dell'America. 
Da Walth Whitman a Jack Kerouac
Jaca Book 2013

venerdì 21 giugno 2013

Scrivere è il contrario dell'impulso a tacere


 (...) arriva la notizia che la scrittrice canadese ha annunciato che no, lei non scriverà più. E difatti da più di un anno al suo editor non arriva niente. L'aveva già detto altre volte, viene da pensare d'istinto a chi ama i racconti della Munro. L'ultima volta in una recente intervista: «Non che non abbia amato la scrittura», aveva detto, «ma forse quando si arriva alla mia età non vuoi più essere sola come uno scrittore deve essere». E aveva aggiunto: «Smetto per quella strana idea di essere "più normale"».
L'aveva già detto e non l'ha fatto. Il che non significa che menta. Al contrario. Ogni autentico scrittore insieme alla gioia di scrivere, ha anche l'impulso contrario a tacere. Quando lo vince, è perché lo trascina una volontà prepotente e ostinata di mettersi alla prova: provare a dire, provare a esprimere il proprio mondo interiore.

Nadia Fusini su Alice Munro
Repubblica 21 giugno 2013

domenica 16 giugno 2013

Scrivere è sfondare una finestra chiusa

Immaginate una stanza affollata - l' aria viziata, stagnante. Tra i presenti uno va alla finestra. Bene, pensate: la aprirà. Invece la sfonda. Ecco: per Virginia Woolf quello è Joyce. Per lui bisognava scuotere le fondamenta per rinnovare la fabbrica narrativa. Alcuni pilastri, però, li lascia intatti: la triade di Padre, Figlio, Madre - la più antica cellula del mito, della religione, della società. Della letteratura. Ma poiché per Joyce la letteratura si rinnova a punti crociati di tradizione e tradimento, le alterazioni contano: il padre Ulisse è un ebreo di erranza stanziale. Il figlio Telemaco è un intellettuale riottoso incatenato al labirinto in terra d' Irlanda; la Grande Madre Molly, più che una Mater Matura che apra all Aurora, è Afrodite sulla via del tramonto. Di questa cellula germinale - Joyce docet - la letteratura non può fare a meno; soprattutto della Grande madre - umida, acquatica. Come lui di Nora Barnacle: moglie e madre. E' con Nora - il 16 giugno 1904 - a Dublino che concepisce per sé la vita nuova. Sempre con Nora si ingravida di se stesso e nasce scrittore in esilio, che brucia in olocausto le inerti escrescenze di un genere stanco - il romanzo. E lo riporta ad abbeverarsi alla sua origine epica.

Nadia Fusini
Repubblica 16 giugno 2004

sabato 8 giugno 2013

Un pomeriggio woolfiano a Brescia

Una luce estiva affilava gli angoli delle strade, il mercato risuonava di cento lingue diverse. Odori di spezie piccanti e di pane bianco si affollavano nell'aria ferma del mezzogiorno. Poi piano si sono placate le voci e i passi, solo un vento lieve e il silenzio del giardino delle rose hanno accolto il mio arrivo nella casa.
Ho respirato quel silenzio per qualche ora e poi accompagnata dalla prima edizione Oscar Mondadori del Diario di una scrittrice, che il fratello del dottor Gherardo P. mi prestò in un remoto novembre del secolo scorso, e dai Meridiani dedicati a Virginia Woolf curati da Nadia Fusini, sono andata alla libreria Rinascita e ho raccontato la "mia" Woolf, partendo proprio dalla storia di quella copia del Diario e ho intrecciato le sue annotazioni agli avvenimenti della vita e poi alle prime e ultime righe di alcuni dei suoi romanzi: Jacobs's room, Al faro, Orlando, Le onde. Ho sentito e visto l'attenzione e le emozioni delle donne e degli uomini presenti. Non è semplice fare un discorso unitario su una scrittrice così imponente e particolare. Dopo tanti anni dalla mia prima lettura, ancora mi meraviglio del suo genio e della bellezza di quello che ha scritto. Così, a circa ottanta anni di distanza dal tempo in cui scrisse quelle parole, oggi pomeriggio eravamo con lei, presi in trappola dalle arti sapienti di una scrittrice che sapeva intessere nella trama narrativa momenti di poesia assoluta. E che sapeva illuminare le metafore con un ritmo della lingua unico. 
Era bello essere lì con tutte e tutti voi. 

E.P.

sabato 1 giugno 2013

Scrivere, tenere una penna in mano

L'amico Foster pronunciò alla morte dell' amata Virginia l'elogio più semplice e toccante: non c' è scrittore al mondo, disse, che più di Virginia Woolf abbia amato scrivere. Scrivere, tenere una penna in mano, stare appollaiata nello scantinato di Tavistock Square, o nella capanna in fondo al giardino di Rodmell, toccare e ritoccare una frase, ritornare ogni giorno al diario... queste le piccole voluttà della succulenta dieta quotidiana di Virginia, la cui vita è un calendario perfettamente ritmato di ore diverse, ognuna assegnata a una differente scrittura: il romanzo, il diario, la lettera, il saggio, la recensione, la biografia, la parodia - calendario interrotto, dieta condita dalle passeggiate soprattutto pomeridiane per la città di Londra... Perché a una cert'ora, tra il tè e la cena, specie d'inverno, le prende una smania che il cuor volge al desio dell'aperto, e Virginia Woolf abbandona la posa accovacciata dello scrittore e veleggia in strada con l'andamento ondeggiante della flâneuse. In quell'ora crepuscolare in cui l' anima melanconica piega alla nostalgia di chissà quale impossibile ritorno, l'écrivain metamorfosa in flâneur e s'avventura all' aperto - capace, dichiara, per un quaderno, per una matita di attraversare tutta Londra. Sì Virginia Woolf cammina per scrivere, per scrivere si espone all' avventura della città, si immerge nelle sue onde, si abbandona al suo moto, si butta, insomma, nell'"affollata danza della vita moderna".

Nadia Fusini
incipit dell'articolo apparso su Repubblica del 7 agosto 1998

giovedì 10 gennaio 2013

Per lo scrittore la parola è invocazione

Lo scrittore ha un rapporto speciale con le parole: per uno scrittore la parola è invocazione. Lo scrittore si aspetta che la lingua gli apra un'altra dimensione, differente.

Nadia Fusini
La figlia del sole
Vita ardente di Katherine Mansfield
Mondadori 2012

mercoledì 9 gennaio 2013

Katherine Mansfield

Oggi è il 90° anniversario della morte di Katherine Mansfield.
Per ricordarla ho scritto una recensione del romanzo La figlia del sole che Nadia Fusini le ha dedicato.

Il testo è stato pubblicato oggi sul blog di poesia della rai a cura di Luigia Sorrentino

E.P.

giovedì 6 settembre 2012

Il segreto della creazione, l'autore e la sua patologia

... questo è un libro interessante non tanto su Shakespeare o su Flaubert. Ma sulla lettura. E svela come, una volta creato, il personaggio risuoni nel lettore creando zone d' eco illimitate e non circoscrivibili. Nel chiaroscuro del sentimento noi lettori rispondiamo in un modo di cui non saremo mai del tutto in grado di rispondere, se non entrando nei meandri di una interminabile autoanalisi. Non ci avvicina però di un passo in più al mistero della creazione. Perché l'opera non è parte di quella vicenda che qui si definisce: l'autore e la sua patologia. L'opera non la spiega la biografia. E non serve tirare in ballo di nuovo una questione già risolta: da Proust, da Virginia Woolf. Certo che c'è dell' energia autobiografica nella scrittura, certo che quando lo scrittore si mette all'opera, travasa in opera ricordi, suoni, visioni, parole che ha sentito, che altri hanno detto, che lui ha pensato... Ma tutta l'energia della vita vissuta non è volta a produrre un feticcio di se stesso. Semmai, serve a far nascere l'altro da sé. Alla lettera. Lo scrittore usa se stesso come cavia, si spolpa, si toglie vita, ricordi, emozioni; ma non per fare di sé il monumento. Semmai, per arrivare al cuore di una verità che è di tutti e di nessuno, né di Charles, né di Flaubert. Il segreto della creazione non è nell'infanzia dello scrittore, né nelle vicende che ha patito. Come non è nella somma dei residui diurni l'ombelico del sogno. Ma chi sa dare conto di quella trionfale alchimia che accade in opere come quelle che il nostro autore discute? ...

Nadia Fusini
un brano della recensione
uscita su Repubblica del 20 aprile 2001
dedicata al libro Adultera e Re
dello psicanalista Renato Speziale Bagliacca