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martedì 15 settembre 2015

Per scrivere servono un'immaginazione straordinaria e una grande precisione

In questo contesto esplosivo, qual è il ruolo della letteratura?
"La letteratura è la cosa più pericolosa che ci sia. Nelle società libere non ce ne accorgiamo, ma la sua carica sovversiva è evidente nei regimi autoritari, nelle dittature ideologiche e militari, che hanno creato sistemi per controllare quelli che scrivono. In Messico i giornalisti sono vittime delle mafie, del cartello dei narcotrafficanti, e non possono esercitare alcun diritto di critica. Lo stesso avviene in molti altri paesi e genera attentati come quello di Parigi a Charlie Hebdo . La censura uccide la democrazia. La libertà d'espressione è il bene più prezioso che abbiamo. Leggere crea comunione e fratellanza e arricchisce la vita delle persone. I libri servono a vivere le vite degli altri, a incarnarsi nei personaggi dai destini inusuali, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a conoscere altre culture".

Il romanzo dunque è una delle poche certezze che ci restano?
"È impossibile pensare a un mondo senza finzione. Lo storytelling è indispensabile per il genere umano, per creare un'esistenza migliore di quella che abbiamo. Il romanzo è una delle sue manifestazioni. La lettura non è passiva come fissare uno schermo. Recentemente ho riletto Guerra e pace . La Storia è stata profondamente alterata dalla visione nazionalista, russa, di Tolstoj, ma non è importante, così come crediamo a Kafka, quando ci dice che Gregor Samsa si trasforma in uno scarafaggio. Tutte le grandi opere dicono la verità, pur mentendo. Non si tratta di una verità oggettiva, ma di quella letteraria. Quando scrivo, faccio ricerche sul campo, ma la narrativa non è un libro di testo o un saggio di sociologia. Mi documento per poter mentire con cognizione di causa".

E nella sua scrittura, che meccanismi utilizza?
"Il mio punto di partenza è sempre un'immagine, ma non ho ancora capito perché alcuni accadimenti mi obblighino a scrivere e altri non lascino tracce. I primi probabilmente toccano qualche nodo vitale della mia personalità, del mio inconscio. È un mistero che non decifrerò mai. E sì, lo scrittore parte nudo, alle prese con i ricordi puri e crudi, e si riveste con la fantasia".

Quale consiglio darebbe a chi volesse praticare l'arte della scrittura?
"Servono un'immaginazione straordinaria e una grande precisione. Un cocktail micidiale, apparentemente incompatibile. Ma lo consigliava anche Borges ".

frammenti dell'intervista di Annarita Briganti a Mario Vargas Llosa
Repubblica 14 settembre 2015

venerdì 6 dicembre 2013

Scrivere è essere presi dal combattimento con i propri demoni

Un’altra cosa che accomuna me e Vargas Llosa è la riflessione sul rapporto tra scrittura che inventa (la fiction che finge, potremmo anche dire che “mente”) e l’impegno per la verità, ineludibile nel nostro confronto col mondo e con la necessità di mutarlo. Nella raccolta di saggi che ho citato (Sables y utopías), Vargas Llosa denuncia la caduta dell’impegno nella letteratura contemporanea, dato che nell’epoca attuale parrebbe che molti autori abbiano rinunciato a quello che una volta si chiamava l’engagement. Egli dice inoltre che in America Latina uno scrittore non è soltanto scrittore ma, inevitabilmente, qualcosa d’altro. E aggiunge che talvolta si è lacerati tra i propri demoni e i propri doveri verso la causa pubblica e che, in tal caso, bisogna essere fedeli in primo luogo ai propri demoni. È questo, ritengo, un problema fondamentale per la letteratura, spesso una vera contraddizione. C’è l’intellettuale che si vota essenzialmente ed esplicitamente alla causa pubblica e c’è lo scrittore che è essenzialmente preso dal combattimento con i propri demoni. Cosa succede quando uno scrittore è entrambe le cose, come certamente è lui e come sono anch’io? Quando cioè si sente che queste due facce sono le facce di una stessa medaglia, una cosa sola e contemporaneamente due cose diverse, e soprattutto quando ci si rende conto che dall’una nasce una scrittura molto diversa da quella che nasce dall’altra?
Leggere La casa verde o Conversazione nella “Catedral” o tanti altri libri di Vargas Llosa è un’esperienza simile ma anche molto diversa dal leggere Sables y utopías. Lo stile, la lingua sono radicalmente diversi, perché in un caso si tratta di un linguaggio che vuole esplicitamente definire, giudicare, difendere o combattere, mentre nell’altro si tratta di un linguaggio che vuole essenzialmente narrare, far vivere le contraddizioni piuttosto che risolverle o giudicarle. In un caso non si può, nell’altro si può e talora si deve deformare la realtà per capirne il senso e la verità più profonda.
Non credo, soprattutto per quel che riguarda lo stile, che si tratti di una scelta deliberata, perché uno scrittore non sceglie bensì fa quello che può ossia quello che deve; è la vicenda, l’oggetto che gli dettano per così dire lo stile, l’incalzare paratattico delle chiare e nette definizioni oppure la struttura ipotattica che cerca di afferrare contemporaneamente la complessità contraddittoria delle cose.

Claudio Magris e Mario Vargas Llosa
La letteratura è la mia vendetta
Mondadori 2012