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domenica 12 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/826. La prevalenza del bianco tra mille colori

 


 

Oggi è stata una giornata davvero speciale ed emozionante, iniziata con il matrimonio di Giorgia ed Enrico e terminata con una lunga passeggiata a piedi nudi sulla battigia a parlare di romanzi e scrittori. La sposa era bellissima e lo sposo pure, splendevano nella magnifica giornata estiva in un luogo incantato, circondati dalla bellezza del paesaggio abruzzese, colline, colline e il mare sullo sfondo. Kristine ha officiato la cerimonia e quando gli sposi hanno letto le promesse, confesso che anche il mio cuore di pietra si è smosso e mi sono commossa, come non mi succedeva al matrimonio di mio fratello e come non mi succede di solito ai matrimoni. Alla cerimonia è seguito un pranzo nuziale perfetto, con ogni ben di dio di cibo e bevande e tra mille chiacchiere, giochi, divertimenti. E così è passata questa giornata magnifica, terminata con la performance di Luca, una dei testimoni della sposa, che ha scritto e recitato due poesie erotiche scritte per l’occasione. L’unico momento di solitudine che mi sono concessa in questa giornata di riti collettivi, è stata a bordo piscina, quando mi sono messa a contemplare il paesaggio intorno e il cielo contornato dalle palme che lo inquadravano, verde su azzurro intenso, scintillii dell’acqua battuta dai raggi del sole che raggiungevano comunque il mio sguardo, le chiacchiere degli invitati che arrivavano come un’eco lontana. Ogni tanto mi fermavo a guardare i bei vestiti delle signore dai colori che coprivano davvero tutta la gamma dell’arcobaleno, lavanda, rosso, rosa, fucsia, bianco, avorio, blu, arancione, blu china, verde, verde chiarissimo, oro, giallo, azzurro, avorio sfumato di rosa e ancora lavanda. E la sposa in bianco che è il classico colore da matrimonio in un abito incantevole con lo strascico e un enorme bouquet di rose bianche. È proprio vero, più si invecchia più si apprezzano i riti e le consuetudini della tradizione, almeno così è per me.

Oggi è domenica 12 giugno del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 826 ha gli occhi colmi di bellezza e il pancino satollo di torta nuziale, una squisita millefoglie con la crema pasticcera e le gocce di cioccolato.

sabato 11 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/825. Una lingua millenaria che solo gli alberi conoscono

 


 

I viaggi lenti sono i miei preferiti, i viaggi in treno soprattutto, perché posso guardare il mutare del paesaggio, fantasticare, dormire, leggere e contare le stazioni che mancano all’arrivo. È stato un viaggio lento quello odierno in compagnia di Elisabetta e Roberta e la meta era una regione remota dell’Italia centrale a me sconosciuta, gli Abruzzi che al plurale mi piace di più. Siamo partite all’inizio del pomeriggio e arrivate in tarda serata. Poi abbiamo depositato i bagagli in albergo e raggiunto le amiche e gli amici per bere qualcosa. Il profumo del mare si mescolava con quello della pineta che separa il lungomare dalla strada principale che attraversa il paese. Gli invitati del Nord erano arrivati tutti, c’era un’allegria diffusa e quando i quasi sposi sono arrivati, abbiamo notato subito che lei sprizzava gioia come una ragazzina. Abbiamo tirato tardi ridendo e scherzando e poi siamo tornati in albergo. Dal balconcino della mia camera vedo le colline illuminate, l’aria è sempre profumata e il paesaggio mi ricorda quello calabrese della mia infanzia. Si sta bene sul balconcino, così prendo uno dei quattro libri che mi accompagnano in questo viaggio e leggo una poesia, quella sulla copertina della raccolta Quando non ci sono:

 

Vogliamo imparare in due giorni

una lingua millenaria

che solo gli alberi conoscono:

lasciarsi cullare dall’aria,

mentre le foglie dicono me ne vado

e le radici resto qui.

 

 

Una giornata lunga e bella questo sabato 11 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa breve Cronaca 825 si accontenta di tutta la bellezza che abbiamo condiviso.

venerdì 27 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/810. La nuova vita degli oggetti quando vengono donati

 

 


 

Mi interessa? Mi serve? Lo guarderò, userò ancora? Ci sono affezionata? Mi trasmette gioia o noia? Ho iniziato a frugare nella collezione di bigiotteria e ho individuato due collanine di pasta di vetro, una beige a filo singolo e l’altra rosa un filo e azzurro l’altro, ho anche scelto un braccialetto di filo di rame e corallini che mi aveva fatto un’amica di gioventù e poi un paio di orecchini ricavati da due piccole conchiglie bianche e beige, molate e incastonate in un filo di metallo. Poi ho scelto anche un paio di borsette mai usate, una tracolla di pelle arancione, molto anni Settanta e poi anche una minuscola borsetta da sera in seta nera con ricami d’argento, comprata ennemila anni fa. E ho pescato anche tra i libri comprati in doppio o triplo negli anni per farne poi dono: Da una stanza all’altra e Le lettere del mio nome, Sognami ancora di Grazia Livi, i racconti di Katherine Mansfield nell’edizione Oscar Mondadori, Nuove Poesie. Requiem, Le elegie duinesi di R. M Rilke, Canone Inverso di Paolo Maurensig, A occhi aperti. Conversazioni con Matthieu Galey di Marguerite Yourcenar, To the lighthouse  di Virginia Woolf, Paula di Isabel Allende, In fuga  di Anne Michaels, Diario di una scrittrice di Virginia Woolf, Il giunco mormorante di Nina Berberova, Ci sono bambini a zig zag e Vedi alla voce: amore di David Grossman, Vita breve di Katherine Mansfield di Pietro Citati, Le imperdonabili e Cuori pensanti di Laura Boella, Rainer Maria Rilke. Un incontro di Lou Salomé, Scrivere giorno per giorno di Christian Scharf e Scrivere Zen di Natalie Goldberg. È una strana manai quella di avere comprato libri doppi per poi regalarli, ma sono contenta di averlo fatto, perché la maggior parte sono ormai introvabili. La destinataria di questi doni è A., una ragazzina bella e talentuosa, che ha studiato violino per moltissimi anni e ama leggere. Spero che questi doni le piacciono, che i libri entrino a far parte del suo bagaglio culturale e della sua anima. (So per certo che le sono piaciuti moltissimo!) E sono così contenta di avere fatto dono di un pezzetto del mio mondo a una giovane donna che sul mondo si sta affacciando. È anche questo il senso di farsi mentori di giovani desiderosi di apprendere e io sono gioiosa perché lo sto facendo. Dopo questo incontro pomeridiano è seguita una bella cena in famiglia in un ristorante giapponese molto buono e questa Cronaca 810 di venerdì 27 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra, ha camminato sul filo del tempo e si è goduta questi piccoli piaceri che la vita ci offre anche in tempi tristi e difficili come questi.

giovedì 26 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/809. Il vento cade. Le mani spostano nel buio le tazze per la sera

 


Guardare Milano dall’alto e dal bello delle terrazze a casa del mio amico Luciano. Chiedere i nomi delle piante e dei fiori, respirare il profumo dei gelsomini, ammirare la luce che avvolge la città dall’alto mentre i rumori arrivano attutiti, gustare insieme un’ottima cena a base di parmigiana di melanzane, asparagi con le uova, insalata di pomodori, finocchi e cipolle di Tropea, crema pasticcera con le fragole fresche. Raccontarsi molto del proprio passato, dei primi amori, vedere la luce che scema lenta e dolce, in una di quelle belle serate estive come a maggio non se ne vedevano da anni. Ecco un’altra giornata da extra-mondo, dove dopo il lavoro ci sono le cose vere e importanti come l’amicizia. Porto sempre con me Notti di pace occidentale e lo leggo e rileggo:

 

Di colpo il giorno perde il suo rancore. Gli alberi

lo stretto cortile. Ombre di muri a picco

e cupo bianco di uccelli

trascinati con altro bianco tra i meli.

Fissa il tuo corpo nell’asta della siepe

in questa umiliazione di fogliame abbassato

falce di ramo, cespuglio di qualcosa

che da lontano ci tormenta.

Un battito leggero di bastoni, forme ardenti e veloci

strette a un incubo segreto

l’arancia, lo sferico inganno di quel rosso

in un cesto di ferro.

 

Il vento cade. Le mani spostano nel buio le tazze per la sera.

È questo che ci fa tremare?

questo spazio che non saprà mai nulla, la notte che si compie

qui dove il cibo si addensa?

Guardo il tuo piede scostare un lembo scuro

forse un dorso di bestia ormai sottile

e la terra ritrarsi anche lei, buia, leggera.

Ora tutto è vicino incustodito

forse basterebbe uno scatto per capire – qui

contro i sassi – nell’aria, nell’aiuola.

 

Ma è solo notte

notte l’angolo esatto che ci stringe la nuca.

 

 

Poi si è fatto tardi, sono ritornata a casa con l’ultimo metrò, la città era ancora piena di gente, e oggi era giovedì 26 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 809 vorrebbe mangiare ancora le fragole con la crema pasticcera.

martedì 24 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/807. E se Eraclito e Parmenide avessero ragione contemporaneamente

 


Tornare in un martedì ricco di commissioni e lavoro a uno dei miei libri di poesia preferiti di Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti:

 

Lava

 

E se Eraclito e Parmenide

avessero ragione contemporaneamente

e due mondi esistessero affiancati

uno tranquillo, l’altro folle; una freccia

scocca immemore, e l’altra indulgente

la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,

gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,

le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo

si struggono in una crudele fiamma rugginosa.

La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,

c’era la guerra, la guerra non c’era,

gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,

le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,

le ali dello sparviero devono essere brune,

tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,

le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole

vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli

reggono cauti lunghi stendardi boscosi,

il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa

e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.

Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade

folli stordite dalla propria luce.

Nel museo davanti a una tela scura

si stringono pupille feline. Tutto è finito.

I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive

una sgrammaticata condanna a morte.

La giovinezza si dissolve nell’arco

di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno

medaglioni, la disperazione volge in estasi

e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo

come grappoli d ’uva e la bellezza dura, tremula, immota

e Dio c’è e muore, la notte torna a noi

sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.

 

 

I versi di questa magnifica poesia sono tutti pronti per diventare titoli delle nuove Cronache o di future poesie apocrife. Vedrò nei prossimi giorni cosa accadrà. Oggi è martedì 24 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 807 ha scelto di essere euclidea e credo abbia ragione.

lunedì 23 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/806. Come se non fossimo dotati dell’orecchio assoluto per il silenzio

 

 


Dato che il lunedì è sempre lunedì, mi abbevero alla fontana dell’amarezza indolente di noi fortunati abitanti occidentali e vado a pescare tra le poesie di Adam Zagajewski e ne scelgo una tratta da Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019), a cura di V. Parisi:

 

 

In prima persona plurale

 

A Julian Kornhauser

 

Indossiamo parole usate, enfasi e disperazione

corrose dalle labbra altrui,

camminiamo sulle botole dell’altrui spavento,

in un’enciclopedia scopriamo la vecchiaia,

di sera fingiamo che sia scoppiata la guerra,

conversiamo con Baczyński,

facciamo in fretta i bagagli,

ci ricordiamo dei poeti d’un tempo,

andiamo in stazione, condanniamo il fascismo,

e poi trionfalmente,

in uno scompartimento di prima classe,

in prima persona plurale,

diamo voce a tutta la nostra perspicacia,

come se non fossimo dotati

dell’orecchio assoluto per il silenzio.

 

 

 

Questa poesia mi ravviva il senso di impotenza e frustrazione per la guerra che non solo non finisce, ma si è come fermata in un tempo sospeso segnato dal battito moribondo dei siti d’informazione che hanno raffreddato l’enfasi guerresca di questi primi tre mesi di guerra. Così, forse è davvero meglio esercitare l’orecchio assoluto per il silenzio che ai poeti non può certo mancare. Oggi è lunedì 23 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 806 si tace con me per andare a dormire. 

sabato 21 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/804. Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto


 


Svegliarsi il mattino presto di sabato, quando il mondo inizia a tirare il respiro e a prepararsi alla festa è uno dei momenti migliori della settimana. Oggi mi sveglio ancora in compagnia di Billy Collins.

 

Aubade

 

Se vivessi nella casa di fronte a me
e fossi seduto al buio
sul bordo del letto
alle cinque del mattino,

mi potrei chiedere che cosa ci fa
la luce accesa nel mio studio a quest’ora,
eppure eccomi alla mia scrivania
nel mio studio a chiedermi la stessa identica cosa.

So che non dovevo alzarmi così presto
per aprire con un coltellino
i pacchi di giornali all’edicola
come potrebbe pensare l’uomo della casa di fronte.

È ovvio che non sono un agricoltore o un lattaio.
E non sono l’uomo della casa di fronte
che siede al buio perché sonno
è sua madre e lui uno dei suoi tanti orfani.

Forse sono sveglio solo per ascoltare
il tenue stridulo tintinnio,
del tungsteno nell’unica lampadina
che ha lo stesso suono del fruscio degli alberi.

O il mio compito è solo quello di stare seduto immobile
come il bicchiere d’acqua sul comodino
dell’uomo della casa di fronte,
immobile con la fotografia di mia moglie in cornice?

Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto,
ed ecco il motivo del mio essere in piedi:
per catturare la canzone di tre note di quell’uccello
e aspettare ora assieme a lui una risposta.

 

Ma che risposta ho aspettato io per tutto il giorno? Nessuna risposta è arrivata, solo domande, domande a non finire sul tempo, sulla guerra, sulla vita e sulla morte.

Oggi è sabato 21 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 804 ha passeggiato silenziosa con me tutto la giornata.

venerdì 20 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/803. Le scuse della poesia: chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità

 



Non sono proprio certa di condividere tutte le scuse di Wislawa Szymborska, ma la poesia ha un suo perché e io mi sono lasciata trascinare dal ritmo e dalle immagini più che dal significato. A volte bisogna anche abbandonarsi a questo stare nelle parole senza porsi troppi perché, senza vivere nel senso di colpa e nel rimpianto. A volte bisogna vivere e basta, così come accade in questi giorni di una guerra sempre più stanca e dall’esito ancora imprevedibile.

 

 

Sotto una piccola stella

 

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.

Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.

Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.

Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.

Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.

Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.

Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.

Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.

Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.

Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.

Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.

Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.

E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,

immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,

assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.

Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.

Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.

Verità, non prestarmi troppa attenzione.

Serietà, sii magnanima con me.

Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.

Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.

Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.

Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.

So che finché vivo niente mi giustifica,

perché io stessa mi sono d’ostacolo.

Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,

e poi fatico per farle sembrare leggere.

 

 

E così è arrivato anche venerdì 20 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 803 non chiede scusa proprio per niente e impettita continua a leggere e rileggere questa poesia cercando un senso.

giovedì 19 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/802. La luce mette in corsivo ogni cosa che tocca

 

 


 

Saccheggio ancora Balistica di Billy Collins per il titolo di questa Cronaca e poi mi metto a girovagare in questi versi:

 

E dovrei ricordare la luce

che entra dalle grandi vetrate a quest’ora del giorno

e mette in corsivo ogni cosa che tocca.

 

 

È davvero la luce che scrive il mondo, lo rende visibile. Ma senza l’ombra il lavoro è imperfetto. E qui ricorro a un maestro dell’ombra il giapponese Junichiro Tanizaki e il suo Libro d'ombra:

 

 

 

“L'inchiostro di china acquarellato (il sumi e) è, tra i generi della pittura, quello a cui vorrei paragonare la stanza giapponese. Dove l'inchiostro sfuma, la è lo shoji; dove si addensa, là è è il toko no ma. Ogni volta che mi accade di vedere un toko no ma di particolare eleganza, mi meraviglia la dimestichezza che i Giapponesi hanno con i segreti dell'ombra. Con quanta raffinatezza sono state distribuite luce e oscurità! Niente di maniera e di artificioso: solo uno spazio spoglio, la semplicità del legno, la nudità delle pareti. I raggi luminosi che vi penetrano provocano, ora in questo, ora in quell'angolo, il raggrumarsi dell'ombra. Osservate come minuscolamente annotti dietro i travicelli, o tra i fiori, o sotto una mensola. Non è altro che ombra, comunissima ombra; e tuttavia, com'è alto il silenzio nelle anfrattuosità dell'aria, e com'è inalterabile la quiete! Non sarà forse condensata, in quelle chiazze taciturne, la cosa che gli Occidentali chiamano: "il mistero dell'Oriente"? Anch'io da bambino, ero percorso da un brivido, quando il mio sguardo si sviava in quegli angoli del soggiorno, o del salotto, dove la luce non giungeva mai.

In verità, non esistono né segreti, né misteri: tutto è magia dell'ombra”.

 

Così, presa tra luce e ombra, tra casa e giardino, tra narrativa e poesia, continuo il mio imperfetto stare nella soglia, il luogo preciso dove nascono sillabe e versi.

 

Oggi è giovedì 19 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 802 è una perfetta sintesi degli opposti che si completano.

mercoledì 18 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/801. Oggi è un giorno di primavera così perfetto

 


Continuo a bighellonare tra vecchi libri di poesia e vecchi quaderni di appunti e abbozzi. Ho continuato a buttare vecchi quaderni di lavoro che non mi serviranno mai più e sto cercando di dare un senso e un ordine a tutte le scritture giovanili che sono molte, molte di più di quanto non mi fossi resa nello scorrere degli anni. per ora le metto in ordine, poi arriverà il tempo della selezione, ma quel tempo non è ancora oggi. Oggi però è il giorno giusto per una bella poesia di Billy Collins tradotta da Franco Nasi e tratta dalla raccolta Nine Horses, che credo sia ancora inedita in italiano.

 

 

Oggi

 

 

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,

reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

da spingerti a spalancare

tutte le finestre di casa,

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,

anzi, a rimuoverla dallo stipite,

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni

e il giardino che scoppia di peonie

sembrassero incisi nella luce del sole

da farti venir voglia di prendere

un martello per il fermacarte di vetro

del tavolino del salotto

e  liberare così gli abitanti

dal cottage coperto di neve

perché possano uscire

tenendosi per mano e ammirare

questa cupola più grande azzurra e bianca,

be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

 

 

E oggi è anche mercoledì 18 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 801 passeggia tra le peonie in giardino.

martedì 17 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/800. La gioia di scrivere circondati da un assedio di frasi

 

 


In questi giorni sono rimasta intrappolata nella poesia di Wislawa Szymborska e non ho proprio voglia di essere altrove, anzi mi sento proprio come la cerva di questa poesia, come se anche io fossi solo una creatura scritta.

 

La gioia di scrivere

 

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?

Ad abbeverarsi a un’acqua scritta

che riflette il suo musetto come carta carbone?

Perché alza la testa, sente forse qualcosa?

Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,

da sotto le mie dita rizza le orecchie.

Silenzio -anche questa parola fruscia sulla carta

e scosta

i rami generati dalla parola «bosco».

 

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo

lettere che possono mettersi male,

un assedio di frasi

che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta

di cacciatori con l’occhio al mirino,

pronti a correr giù per la ripida penna,

a circondare la cerva, a puntare.

 

Dimenticano che la vita non è qui.

Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.

Un batter d’occhio durerà quanto dico io,

si lascerà dividere in piccole eternità

piene di pallottole fermate in volo.

Non una cosa avverrà qui se non voglio.

Senza il mio assenso non cadrà foglia,

né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

 

C’è dunque un mondo

di cui reggo le sorti indipendenti?

Un tempo che lego con catene di segni?

Un esistere a mio comando incessante?

 

La gioia di scrivere.

Il potere di perpetuare.

La vendetta d’una mano mortale.

 

 

Come dice bene l’ebbrezza del poeta, come intesse il mistero dello scrivere versi con una gioia che non ha eguali. Per questo l’ho scelta per questa Cronaca 800 di martedì 17 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Tutti questi 800 giorni sono intessuti di poesia che ho scritto, letto e copiato, poesia che è gioia e anche salvezza e salute mentale.

lunedì 16 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/799. Scrivere è un tentativo per non cadere fuori dal quadro

 


 

Oggi è lunedì, un lunedì come mille altri, un lunedì di maggio dove la guerra ha rallentato, i ragazzini gelsomini sono in piena fioritura e adesso non ho bisogno di andare ad annusare quelli della villa, non ne ho bisogno perché sono fiorite anche le tre nuove piante di gelsomino che adornano le ringhiere di casa mia, che soddisfazione! Questa quiete domestica mi ha fatto venire voglia di immergermi nella pittura di Vermeer e poi di tuffarmi in un’altra poesia di Wislawa Szymborska:

 

Paesaggio

 

Nel paesaggio dell’antico maestro

gli alberi hanno radici sotto la pittura a olio,

di sicuro il sentiero conduce alla meta,

un filo d’erba sostituisce autorevole la sigla,

sono le cinque, credibili, del pomeriggio,

il maggio è trattenuto in modo delicato, ma deciso,

così mi sono fermata anch’io – sì, mio caro,

sono io quella donna sotto il frassino.

 

Guarda quanto mi sono allontanata da te,

che cuffia bianca ho, che gonna gialla,

come stringo il cestino per non cadere dal quadro,

come sfoggio un destino altrui

e mi riposo dai misteri vivi.

 

Anche se mi chiamassi non ti sentirei,

e anche se ti udissi, non mi volterei,

e anche se io facessi quel gesto impossibile,

il tuo viso mi parrebbe estraneo.

 

Conosco il mondo per sei miglia intorno.

Conosco erbe ed esorcismi per ogni malanno.

Dio guarda ancora il mio cucuzzolo.

Continuo a pregare di non morire all’improvviso.

La guerra è castigo, e la pace premio.

I sogni vergognosi vengono da Satana.

Ho un’anima ovvia come un nocciolo di prugna.

 

Non conosco i giochi del cuore.

Non conosco le nudità del padre dei miei figli.

Non credo che il Cantico dei Cantici

abbia una brutta copia contorta e tormentata.

Quello che voglio dire è in frasi fatte.

Non uso la disperazione, non è cosa mia,

me l’hanno solo affidata in custodia.

 

Anche se mi tagliassi la strada,

anche se mi guardassi negli occhi,

ti scanserei sull’orlo di un abisso più sottile d’un capello.

 

A destra c’è la mia casa, che conosco da ogni lato,

insieme ai suoi scalini e all’entrata,

e dentro accadono storie non dipinte:

il gatto salta sulla panca,

il sole cade sulla brocca di zinco,

dietro al tavolo siede un uomo ossuto

e aggiusta un orologio.

 

Oggi è lunedì 16 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 799 è rimasta folgorata da tutta questa luce.

domenica 15 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/798. Altrove. Altrove. Come risuonano queste piccole parole

 

 


 

Ancora non ho deciso se la smania di essere altrove, di viaggiare, di dormire sotto cieli diversi da quelli abituali, di conoscere gente nuova sia più un desiderio della gioventù o proprio un modo di essere, di stare al mondo. Forse l’indole guida la smania anche quando siamo giovani, ma credo sia la gioventù a far ardere questo desiderio di incontri e di luoghi mai visti. Forse con l’età si diventa più nostalgici e più desiderosi di ritornare là dove siamo già stati. Quando ero ragazza i viaggi più carichi di smania e aspettative erano quelli che mi portavano in Svizzera, a Losanna dalle mie carissime e perdute amiche, le sorelle E. e AM. Quanto mi piaceva stare con loro! Erano poco più grandi di me ma avevano già viaggiato moltissimo, lavoravano, amavano i libri e parlavano tre o quattro lingue con disinvoltura. La letteratura francese e italiana sono state una scoperta che ho condiviso con entrambe. Io sola volevo diventare una scrittrice da “grande”. Loro amavano i libri ma volevano solo leggerli, non scriverli. Grazie alla loro ospitalità ho incontrato F. che invece voleva diventare scrittore, proprio come me, e leggeva Artaud, Kierkegaard e mi ha fatto ascoltare The Köln Concert di Keith Jarrett per la prima volta. Ho creduto nelle affinità elettive di quegli incontri, ma la forza centripeta della vita ci ha spinti altrove, l’unica cosa che so per certo è che lui non è diventato uno scrittore. Ma quanto era bello arrivare a Losanna e trovarli in stazione ad aspettarmi!

Per tornare in quegli attimi questa sera mi infilo in una poesia della poetessa che gli attimi li conosceva a memoria, cioè Wisława Szymborska. Questa poesia è tratta da Vista con granello di sabbia,  Adelphi, 1998.

 

 

La stazione

 

 

Il mio arrivo nella città di N. è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario. È scesa molta gente.

L'assenza della mia persona si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito frettolosamente in quella fretta.

A una è corso incontro qualcuno che non conoscevo, ma lei lo ha riconosciuto immediatamente.

Si sono scambiati un bacio non nostro, intanto si è perduta una valigia non mia.

La stazione della città di N. ha superato bene la prova di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto. I particolari si muovevano sui binari designati.

È avvenuto perfino l'incontro fissato.

Fuori dalla portata della nostra presenza.

Nel paradiso perduto della probabilità.

Altrove. Altrove. Come risuonano queste piccole parole.

 

 

Mentre cammino in quella stazione incantata che mi portava dai miei amori è scesa la notte di domenica 15 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 798 ama i viaggi in treno, proprio come me.

sabato 14 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/797. L’odore di casa e d’infanzia

 

 


 

Ecco abbiamo quasi finito, la luce del pomeriggio entra morbida da Ovest e quando dico la parola casa, sono queste le stanze che subito mi saltano negli occhi. Certo non ci sono più i rumori noti, il suono dei vostri passi, le vostre risa, le voci sommesse che parlavano di notte al di là del muro, il respiro lieve del fratellino che dormiva accanto nella culla che pure era stata mia. È una belva feroce il tempo, una belva che ci lascia crescere e nell’ombra aspetta solo il momento per gettarsi su di noi e riprendere tutto quello che ci aveva dato. Ammesso che davvero qualcosa ci fosse arrivato tra le pieghe grigie della vita quotidiana. Ma è tutto finito, solo noi sappiamo quel che ho detto il giorno in cui ci portasti a vedere la casa. In punta di piedi davanti alla finestra della cameretta ti chiesi, papà: “Ma è tutta mia?”. “Tua e del fratellino” mi rispondesti mentre il fratellino se ne stava beato nel gorgogliare dei suoi sette mesi e guardava innocente quelle mura che sarebbero state davvero sue solo venti anni dopo. Ci sono stati lutti, commiati e distacchi in questi anni. E anche se so che le cose sono soltanto cose, staccarmi da qui è una delle prove più dure.

 

 

Una cosa, una cosa è rimasta

 

Ora che la casa è tutta in ordine

e pulita, ora che i vostri oggetti

preferiti hanno trovato dimora

nelle nostre case, posso salutare

le ombre e lasciarle scivolare via.

Ormai non riconosco più

queste mura, non riconosco

l’impronta dei vostri corpi sul

letto e nelle poltrone. Ma resta

una cosa, una cosa è rimasta:

è il vostro odore, l’odore di casa

e d’infanzia.

 

 

Lo so che siamo stati fortunati per averla avuta questa casa, per avere avuto una famiglia e molti ricordi. Dolori non sono mancati ma anche tanta gioia, gli alberi nel giardino e un luogo dove poter ritornare ogni giorno e ogni giorno dire: casa!

Oggi è sabato 14 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 797 odora di casa e d’infanzia.