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giovedì 19 dicembre 2013

Toccavamo il cielo, in un rivoltarci continuo tra le onde e la corrente, nella pioggia di stelle

Robertino (1953-2003)

Veniva con noi in spiaggia, o meglio ci raggiungeva a notte fonda, chiudendo la cosiddetta discoteca.
Aveva qualche anno più di noi, cioè di me e Marco. Come tutti i giovani, ci nascondevamo dalla milicia. Non parlava quasi mai di politica, ma di diritti civili. Non parlava del Cile, sua terra natia, non poteva, e non appariva nostalgico, aveva interesse per la vita, la sua  e quella di tutti i popoli e il suo era un sorriso sempre disponibile, e tutto ciò che parlava spagnolo era abitato solo da giovani. 
Con i baschi spesso uscivamo a bere melocotones, ovvero pesche immerse nella grappa, bruciate nei loro pentolini di latta, e, distesi con le braccia sotto la nuca, sognavamo di costruire il futuro, che non era proprio il nostro, ma quello di tutti i giovani. Eravamo noi l'unico popolo, tra il mare e il sole. I quattro colpi alla porta del destino dello Straniero, l'attesa di Roquentin, il valore chiassoso di Fuentes, il labirinto portegno.
Eravamo a Castelldefels, a una ventina di chilometri da Barcellona, un camping per il popolo, Estrella de mar, e sapevamo come sopravvivere a noi stessi. La letteratura era la via d'uscita. Per ore parlavo di Azorìn con Roberto che sempre giocava con il mio nome: Darìo, diceva, come il poeta Rubén Darìo. E per ore parlavamo di Ernesto Sabato, del Tunnel e di Sobre heroes y tumbas e, soprattutto, dell'ultimo, Abàdon el exterminadòr... la Terra sembrava tramutarsi nel rosso del sole al mattino, in un'alba senza tregua.
Qualcuno, attraversando la carrettera nacionàl, lasciava la vita per raggiungere il mare, non so come ma tutti noi interpretavamo questo come un'eredità di Franco.
Nell'oltre, nel mediterraneo a perdifiato, col sole calante, sapevamo che Roberto si era allora svegliato e organizzava la serata per qualche famiglia catalana. Girava sempre il disco La fiesta di Raffaella Carrà che, come Colombo, i catalani consideravano una loro connazionale. Nel suo mestiere del tempo era costretto a mettere i dischi per il ballo.
Poi nella notte veniva il mare e là toccavamo il cielo, in un rivoltarci continuo tra le onde e la corrente, nella pioggia di stelle.
Roberto non amava giocare al calcio, ma quando ci battemmo in Espana-Resto del mondo, portò la risata che ci permise di sconfiggere gli avversari, distraendoli.
Era l'estate del 1977.

lo scrittore Dario Arkel 
ha scritto apposta per questo blog un ricordo di 

Roberto Bolaño


venerdì 13 dicembre 2013

Un romanzo è uno specchio lungo il cammino

Si è detto che I detective selvaggi potrebbe essere letto come un insieme di racconti autonomi. Di fatto, proprio da lì è nato un nuovo racconto indipendente: Amuleto. Il tua sarebbe, pertanto, "il genere di romanzo che Borges avrebbe accettato di scrivere". Che ne pensi?

"È molto generoso da parte di Ignacio Echevarría, che fu colui che fece il commento. Per me Borges è senza dubbio il più grande scrittore di lingua spagnola del XX secolo, lo scrittore completo. Un gran poeta, un gran prosatore, un grande saggista, è perfetto. Borges è un mostro sacro. Borges è Borges. Voglio però puntualizzare che I detective selvaggi non è un insieme di storie: è un romanzo, ed è un romanzo con una struttura difficilissima e un'unità tremenda. Che da lì scaturisca una storia, non ha nulla a che vedere con l'unità del romanzo. Un romanzo, come dice Stendhal, è uno specchio lungo il cammino, sono storie che passano lungo questa passeggiata per il sentiero. 

Alla ricerca del tempo perduto non è altro che una successione di piccole storie. Tuttavia, Alla ricerca del tempo perduto è un romanzo con una solida struttura. Ogni cambiamento, dal momento in cui metti il punto e a capo in un romanzo, in un modo o nell'altro ti pone di fronte a una nuova storia. È come il flusso e il riflusso del mare. Ogni volta che c'è un punto a capo, la storia deve prendere un nuovo respiro. Devono apparire nuovi personaggi o una situazione nuova. Almeno un bar diverso. Questo fa sì che una storia sia una concatenazione di piccole storie. Ma tutto nella vita reale è una concatenazione. Il corpo non è altro che un'accumulazione di piccole storie, molecole, atomi, che nel congiungersi lo creano. A ogni modo, una cosa è un racconto e altra cosa un romanzo. In un romanzo può entrarci di tutto, sì. Però un romanzo è un romanzo, ha delle regole: in un romanzo una storia che sia totalmente separata, come in un corpo, o si tramuta in un cancro che hai dentro, o si trasforma in qualcosa che esce, come un figlio, però nei miei romanzi, non esce niente, tutto è assolutamente coeso. 


Roberto Bolaño 

frammenti di un'intervista
Repubblica martedì 15 ottobre 2013