Visualizzazione post con etichetta nuvola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nuvola. Mostra tutti i post

lunedì 2 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/785. Dove le nuvole si adeguano al cielo urbano



Scelgo la materia con cui costruire questo giorno: pietre, alberi, nuvole, il mio sguardo sul cielo. Dalla strada, che sta nel mondo più in basso, all’albero, creatura del regno intermedio, alle nuvole, che ci costringono a chinare il capo all’indietro per poterle guardare, o a sdraiarci su un prato e lasciare che il loro movimento, lento o veloce non importa, ci rubi lo sguardo e allo stesso tempo lo intessa di nuova luce e nuove percezioni.

Anche se si tratta di pietre, alberi e nuvole che appartengono alla città mai più silenziosa riesco, all’interno di questo paesaggio urbano, a ritagliare un paesaggio senza tempo che mi protegge lo sguardo e mi rallegra. Le nuvole urbane sanno di avere un cielo più piccolo a disposizione e si adeguano nelle forme per riuscire a mostrarsi comunque nella loro effimera bellezza.

 

 

In attesa di un nuovo stupore

 

Una margherita, il muso

di un cane, una pecora,

queste sono le nuvole

che attraversano il mio

cielo. Poi risplende il

fiore di un’immensa

gonna di taffetà, e così

una nuova favola attraversa

il vento e arriva sin quaggiù,

dove noi siamo sempre

in attesa di un nuovo stupore.

 

 

Così ho trascorso l’intera giornata ad ascoltare questa nuova favola, a catturare il canto del vento tra le foglie e a stupirmi della bellezza del mondo, nonostante la guerra, nonostante il dolore.

Oggi è lunedì 2 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 785 ancora svolazza insieme alle nuvole e alle favole.

giovedì 18 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/375. Il tempo è un bambino azzurro che gioca in riva al mare

 


 

Dopo una mattina iniziata nella gloria della primavera, questo giorno è virato sull’inverno e poco c’è stato da fare, se non stringersi tra le braccia e ritornare a casa. La grande città del Nord e silenziosa a intermittenza, è tutta nel tempo dei ritagli tra una preoccupazione e l’altra. Però non posso interrompere il mio compito di raccoglitrice. Continuo a tessere il tempo, le voci, le storie e dal passato mi arrivano voci che non ho dimenticato, ma che non potrò mai più udire.

 

L’acqua scivola nello stesso modo

 

È cieco il mondo senza il tuo

sguardo, come potremo dire

le sfumature dell’alba se tu per

primo non le avrai viste? Per

questo sfogliamo il grande libro

delle foglie, chini a cercare quali

siano cadute dal tuo albero e

quali tu abbia raccolto dai nostri

pensieri. Come trovare la differenza

se l’acqua scivola nello stesso modo?

Risponde la nuvola che ha visto

accadere la pioggia e il sereno:

cerca negli occhi, non dimenticare. 

 

Anche oggi ho vissuto una vita moltiplicata grazie a sogni non solo miei, motivo per cui ringrazio ancora Ivan C., Susanna F. e tutte e tutti coloro che hanno condiviso i sogni e il mondo dei sogni cui abbiamo accesso grazie alle parole e alle immagini.

Non so da dove arrivino e non so dove vadano i sogni, ma queste sono le prime parole che sono scaturite:

 

Il ritorno della casa

 

Il tempo è un bambino

azzurro che gioca in riva

al mare. Lo guardo e vedo,

e so che sono sempre

rimasta a giocare con

lui. Oggi è la casa che è

tornata da me.

 

Ora tutti i sogni sono diventati un unico sogno e da una riva all’altra di tutti i mari, noi ci guardiamo e ci riconosciamo.

 

Le statue si svegliano dal sonno millenario

 

Giro intorno all’antica

chiesa, giro e non trovo

la porta che mi hai

indicato. Giro ancora e

mi avvicino, il vecchio

guarda senza parlare e

fa cenno con la testa,

appare così la terza porta,

quella a sinistra, celata

dai rami fioriti, ora possiamo

entrare e i passi risuonano

sulle pietre antiche e le statue

si svegliano dal sonno millenario.

Ecco siamo arrivate, il pane è

sull’altare.

 

Lascio sospese queste tre nuove poesie alla Cronaca 375 del secondo anno senza Carnevale e alla luce del giorno che se n’è andato, un giorno che è stato giovedì 18 marzo 2021.

lunedì 26 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/232: dove la pioggia canta e i bambini ridono ancora

 


Pioggia, la pioggia cade, ma non è l’unica azione che compie perché la sento cantare. Certo, ho le mie allucinazioni uditive da poeta, e la voce della pioggia non è la sola che sento oggi, ma è la più forte.

 

Quel che la pioggia canta

 

Cosa canti pioggia, in queste

ore del nostro scontento? Come

riesci a fare quello che fai

sempre, come quando eravamo

felici? Le gocce rallentano un

poco la corsa, mi guardano

dall’altro lato della finestra.

E non cantano, non parlano,

non hanno davvero niente

da dire. Così presto loro

la mia voce e le sento che

implorano solo che la caduta

non sia veloce perché possano

guardare ogni cosa intorno e

ascoltare ogni suono e immaginare

di essere ancora nuvola nella nuvola.

 

Mi fermo a guardare il cielo che piomba sulla terra, la terra che si spacca, i mulinelli d’acqua accanto ai marciapiedi, le foglie che pure si sono arrese. Finiscono così anche i sogni d’amore, in un vortice e in un rimpianto autunnale.

Tutte le strade sono diventate quest’unica strada che posso compiere a mio piacimento tra le stanze della casa.

Si lamentano gli oggetti, piagnucolano i mobili e i libri tremano nelle copertine, come se temessero di essere destinati alla rimozione.

Dobbiamo imparare a ricollocare il nostro corpo in spazi chiusi che in questi mesi stiamo rimodulando intorno a noi.

Ma i corpi si ribellano, vogliono fuggire e spesso lo fanno anche contro la nostra volontà.

Imprigionati tra il terrore irrazionale di cadere ammalati – un francesismo – e il bisogno innato di aria e spazio intorno, stiamo attraversando quest’ultimo lunedì di ottobre come se sapessimo che qualcosa di tremendo accadrà. E forse è proprio così ed è al di là dalla nostra possibilità di reagire.

L’unica nota di allegria di questa giornata sono le voci e le risa dei bambini che a metà pomeriggio sono usciti da scuola. I bambini sono un bel pensiero, sono il desiderio e la speranza di futuro che nascono e rinascono generazione dopo generazione.

Oggi è il 26 ottobre dell’anno senza Carnevale, è l’ora del tè e della scelta di un nuovo libro per questa sera. La poesia è inedita ed è frutto di questa giornata pioggiosa e piovosa.

martedì 8 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/184: la volta in cui sono diventata vento e poi nuvola, stella e cielo

 

Si incendia l’aria all’alba ed è un fuoco che segue quello di ieri sera al tramonto. Come può essere così bello e indifferente il cielo che ammicca al nostro povero e sofferente mondo?

Posso stare qui, in spiaggia a guardare albe e tramonti, e sospirare al ritmo delle onde. Devo abituarmi alla vita quotidiana, alle ore di lavoro, ai timori legati alla ripresa della scuola, alla vita in mascherina cui è buona cosa abituarsi per contribuire a tenere sotto controllo la diffusione del virus.

Una cerva sbuca dal sentiero, è strano vederla qui in spiaggia. La riconosco, l’ho già vista altre volte in giardino, la stella sulla fronte la rende inconfondibile. Si avvicina, strofina il muso sulla mia mano e poi fugge via.

È anche per questi incontri imprevisti che mi piace vivere in questa terra bizzarra che assomiglia al mondo della città silenziosa ma non coincide proprio con quel che sappiamo della realtà.

Sorella cerva che corri, fratello sonno che mi assedi, come posso rispondere alla chiamata del tempo?

Mi risponde un angelo, sottile e verde come le foglie tra cui si nasconde, “Accetta il vento – mi dice – accettalo sino a diventare vento tu stessa. Abbandonati a questa trasformazione, sperimenta e poi torna nella tua forma usuale più forte e più ricca”.

Torno nella città silenziosa e imbocco una via a caso, la percorro soffiando e scompigliando le adolescenze già folli che bivaccano sui marciapiedi. Mi fermo su un viso, poi su un altro ma sempre per poco tempo e poi ritorno fino alla mia strada e senza neanche averlo pensato, ho forma di nuvola e ascendo nel cielo chiaro del primo mese d’autunno. Anche la melodia che sento è chiara e salva tutte le parole che arrivano dalla terra. Nient’altro che una memoria verbale, come se le parole da sole bastassero a dire la vita.

Una forza ancora più intensa mi risucchia più in alto e sono la quarta stella della cintura di Orione, risplendo per millenni e poi vado più oltre ancora e divento un cielo immenso.

Il cielo che guarda il poeta girare intorno alla torre e le aquile lanciarsi sulla stessa preda.

Solo qualcosa in me ricorda che sono io, che sono dentro la stella e il cielo, il vento e la nuvola.

Io è la mia ancora nel mondo, Io che è un altro e scrive le poesie al posto mio mi riporta al mio tavolo, ai libri aperti che attendono di essere finiti.

Il tempo compirà il suo giro, le ferite antiche saranno rimarginate, l’osso si sarà saldato dopo la caduta e le cicatrici diranno che qualcosa è accaduto, che qualcuno ha avuto cura del suo simile, così abbiamo imparato la pietà e la compassione, così ci siamo staccati dalla pietra e dalla caverna, e siamo diventati coloro che raccontano. A noi il compito di dare voce al mondo e a tutte le creature animate e inanimate.

Così scrivo quello che scrivo e brucio nell’incendio del giorno nuovo. Bevo l’aria e trasformo le foglie in lettere che ti scriverò.

Un istante ancora, un sogno che si disperde nel risveglio, un profumo che mi ricorda la tua pelle. Sei ancora tu o sei un altro cielo, un’altra stella, un’altra nuvola? Non rispondi e mi mostri la tua valigia. Sei tornato carico di storie e sillabe che presto mi racconterai.

Nelle foglie-lettere le parole si moltiplicano, le scriverò anche se ora siamo insieme, scriverò quelle parole essenziali che fanno di noi un verbo coniugato nel tempo futuro.

 

Questa Cronaca 184 è stata scritta l’ottavo giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale. Il riferimento all’osso rotto si riferisce a un aneddoto che riguarda l’antropologa Margaret Mead che è di facile reperimento in Rete. Anche oggi le poesie si sono nascoste nella prosa, ma io le riconosco, sillaba dopo sillaba.

martedì 2 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/86: facciamo che io ero il vento e tu la nuvola e tu il cielo

Non c’è niente di più bello che passeggiare nella brughiera quando all’orizzonte si manifestano le nuvole del temporale e poi esplodono i primi tuoni.
Mentre l’aria diventa elettrica e il profumo dell’ozono copre ogni altro profumo, i lupi corrono a rifugiarsi nella loro tana segreta. Aquile e tigri oggi non si sono fatte vedere. A dire il vero nessuno si è fatto vedere, tutti sono chiusi nelle loro stanze e il re e la regina stanno nel castello nevoso a divertirsi, lo so perché me lo ha detto la sacerdotessa ieri sera prima di rinchiudersi nella sua stanza con il magnifico sapiente guerriero che la ama come lei ama lui. Si parlano con gli sguardi, lui cerca la sua mano, la stringe, poi le sfiora la schiena, lei rabbrividisce e torna a chinarsi sui libri. Non sono poi molto diversi dalla coppia regale e dai lupi, mi dico.
Tutto questo amore intorno a noi fa bene persino alla brughiera e alle Montagne della Nebbia. Siamo in un mondo diverso qui, dove le coppie scrivono e studiano, si amano, vanno e vengono da questo mondo agli altri portando lacerti di ciascun mondo negli altri. Mi piace stare qui con i miei imprevedibili compagni di viaggio. A volte penso che assomigliamo un po’ a una comune hippy degli anni Sessanta, forse lo spirito profondo è proprio quello originario del peace and love, ma penso che davvero questa lentezza, lo spirito riflessivo, l’impegno nello studio, la cura delle parole possano avere un effetto benefico sia su di noi che scriviamo che sui nostri lettori, amici o sconosciuti che siano.
Mentre il temporale si avvicina mi guardo intorno per cercare un rifugio e proprio ai margini del bosco intravedo una casa di pietra che sono certa non ci fosse l’ultima volta che sono passata di qua, così vado a vedere.
È una casa in costruzione, sono stati eretti i muri perimetrali, le stanze che corrono sui quattro lati e il tetto che le protegge. Non ci sono molte finestre, sul lato settentrionale neanche una, e il grande cortile centrale ha già tracciati sentieri, aiuole e lo spazio per una grande vasca. Sono sempre più curiosa ma non c’è molto altro da vedere. In una delle stanze, cui si accede dal cortile, l’unica finestra guarda verso l’Altipiano. In un angolo qualcuno ha lasciato una sedia molto simile a una vecchia tripolina in cuoio. Accanto ci sono un leggio di legno con un porta-candele e uno scrittoio allungabile. Quando mi avvicino vedo che sullo scrittoio c’è un taccuino dalla copertina rilegata in marocchino rosso. La curiosità prevale sul senso di colpa per la mia invadenza in trenta secondi.

Così leggo una serie di brevi citazioni senza autore.

Chi parla agli istanti parla alla parte più profonda del tempo, a quella immediata.

A cosa serve la letteratura? A parlare, a continuare a capire, a innamorarsi del mondo.

Lo spirito è un’altra strategia della materia.

Poche sillabe soltanto mi separano dal silenzio.

Sospensione dell’attitudine. Va sospeso qualunque giudizio esistenziale, positivo o negativo. Non si valuta la vita di un’artista, ma solo la sua forza, l’originalità dell’opera. I giudizi non si possono fare dentro l’arte, ma solo intorno a come la si vive.

Una deformazione concettuale porta sempre a una deformazione emozionale. Difficile tornare indietro poi.

La scrittura vive di folgorazioni e ostacoli e l'ostacolo vale quanto la folgorazione, è una folgorazione rimossa.
Non si frammenta il tempo in quantità lineari per scrivere, la scrittura non è questo.
Le folgorazioni sono rapide, gli ostacoli sono lenti e sono folgorazioni rallentate che faticano a uscire, che devi scavare, inseguire, limare.

La creatività è uno dei temi che più mi intriga e affascina. Ne hanno scritto neuroscienziati, pittori, fotografi, scultori, critici e scrittori. Tutti siamo creativi, è una delle caratteristiche evidenti della nostra specie, ma la spinta creativa non produce necessariamente arte. Non basta essere creativi per essere artisti. Ma allora da cosa nasce l'arte? Parlandone con il mio amico poeta ne è venuta una piccola definizione che mi piace molto: “l'arte è un deragliamento della creatività”.

Di bacino in bacino, l’acqua trasforma una cascatella scintillante in un paese incantato, dove regnano antiche leggi del deserto e del silenzio.

Poi mi fermo, ancor più stupita, conosco molte di quelle citazioni e nelle pagine si è intrufolata pure una mia vecchia poesia.

E tu la nuvola e tu il cielo

Facciamo che io ero la nuvola
e tu il vento, giochiamo
insieme spostando le strade
dell’immaginazione là dove
serve che accolgano i nostri
passi silenziosi. Una primavera
instabile ha ammantato di fiori
la città prima che l’inverno si
ritirasse nella sua sconfitta. Così
conto la pioggia mischiata ai petali
che illumina il marciapiede del
ritorno a casa. Sono più aspra
di questa stagione smemorata, presa
alla gola dal lupo della solitudine e
già colma del desiderio di contare
la tua ombra che si nasconde a ogni
passaggio delle nuvole nel cielo.
e tu la nuvola e tu il cielo

e insieme ancora lo stesso mistero.

Un mistero che vive in questa casa incompiuta e nel temporale. Di chi sarà questo taccuino?
Accendo la candela e continuo a leggere, piove.

venerdì 1 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/54: la rosa sapiente e profumata


Se aprile era ed è rimasto il mese crudele, maggio è da sempre il mese delle rose e della piena fioritura.

Fioriscono non solo le rose in maggio, ma anche i pioppi, tutta la città ne resta avvolta e nel pioppeto della mia infanzia è come camminare in una nuvola.

Oppure come camminare sotto la neve e trovarsi allo stesso tempo in quella passeggiata e in un ricordo come scrive Göran Tunström ne L'oratorio di Natale:

"La neve mi costringeva a socchiudere gli occhi e mi serrai più stretto il collo del cappotto, mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo, mentre procedevo per quella via in cui, una volta, avevo dato il nome a tante cose. Camminavo con il mio passo da adulto e contemporaneamente, con un’altra parte di me, avevo tre anni. La mano che stringeva la borsa teneva al tempo stesso la mano di mia madre, indicava un cono gelato, si liberava da una mischia in Grecia, seguiva le meraviglie di una partitura. Ogni azione del passato generava mille altre possibilità, scorreva a rivoli verso suoi propri futuri. Ed essi proseguono, sempre più numerosi, nelle terre vergini della coscienza, ombre che t’inseguono e vengono inseguite. Non c’è mai requie".

Neve, nuvola, pioppo, coscienza, Grecia, passato, futuro.

Stabilisco una connessione tra queste parole, so che ciascuna ha per me un senso profondo che le nutre, le avvolge, le consuma e le rigenera.
Non tutte le parole di uso comune sono idonee a entrare nella misteriosa tessitura di una poesia. Alcune, anche se banali, possiedono, invece quell’aura che le destina a entrare in un verso, a diventare parte della trama, dell’ordito o del telaio.
Rileggo ad alta voce, a beneficio dei lupi soprattutto, queste poche parole che si affollano sotto le mie dita laboriose.
Tendo un filo e leggo il nome, è la Grecia che mi chiama, la Grecia del poeta più reale di cui io abbia mai letto anche se esiste solo grazie alla penna di Anne Michaels nel romanzo In fuga.
Così Jakob Beer, scampato allo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti, rinasce grazie al soldato greco Athos.
Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio”.
Vita e morte, morire e rinascere, come una stagione, come una rosa, come le onde del mare che ci consolano soprattutto quando possiamo guardarle e ascoltarle al mattino.
Questo lungo e per molti insopportabile isolamento che ancora non è finito, anche se è maggio e le rose sono sbocciate, forse ha dato modo di ricordare, a chi lo aveva dimenticato, che vita e morte sono gli estremi di un cerchio di cui non conosciamo né diametro né circonferenza.
Taluni scivolano giù dalla circonferenza e neanche se ne accorgono, altri scivolano avanti e indietro sempre nello stesso semicerchio, altri scoprono la scorciatoia del raggio per arrivare al centro, ma se non hai compiuto tutto il periplo neanche il centro ha più senso.
In questo cammino di senso che è la vita siamo accompagnati dai linguaggi, non dalla sola lingua materna, ma dalle lingue che impariamo via via che il mondo ci offre i suoi frutti, conoscete quel lampo, quella folgorazione di parlare e pensare in una lingua che non avete respirato in braccio a vostra madre?
Così le parole, ogni parola, rivelano che sotto l’involucro scintillante in cui crediamo di averle riconosciute, si celano involucri di senso e rimandi alla stessa cosa o pensiero designato da una parola sorella.
Per questo motivo ci dice ancora Anne Michaels, che cita un detto ebraico:
“Tieni un libro in mano e sei un pellegrino alle porte di una città nuova”.

E la città nuova, dove le parole risplendono in cesti di alabastro è una città ancora più ricca se ci si ferma a contemplare le parole, a cercarne i sensi nascosti, a trattarle come se ciascuna fosse insostituibile.
“L'amore ti fa vedere un posto in modo diverso, così come si maneggia in modo diverso un oggetto che appartiene a una persona amata. Se si conosce bene un paesaggio, si guarderanno tutti gli altri paesaggi in modo diverso. E se si impara ad amare un posto, a volte si può anche imparare ad amarne un altro”, scrive ancora Anne Michaels e amore e parola sono, come già scrivevo, fili della stessa tessitura.
Ogni parola porta in sé le sedimentazioni geologiche della lingua, il peso dei secoli, la voce di chi le ha pronunciate e di chi le ha scritte.
Ogni parola è un neurone di un cervello vasto quanto tutti gli universi che riusciamo a immaginare. Quanti dendriti, assoni e sinapsi per ogni parola?
Ogni parola è circondata da una ragnatela di legami e senso che la congiunge a ogni altra parola che sconfina da qui alla Biblioteca di Borges.
Come fare per non perdere anche la più piccola sfumatura?
Mi affido come sempre alla poesia e alla sapienza intrinseca che la sostiene.
Il re ha capito, si alza dal suo sofà accanto al fuoco e prendo dal leggio un libro monumentale che sembra crescere mano a mano che si avvicina al mio tavolo ricoperto di carte e appunti.
Leggi, mi chiede, leggi a voce bassa solo per me, perché non ci sia questa sera altro mondo fuori dalle tue parole.


La rosa sapiente e profumata
  
Quella rosa, quella non un’altra
perfetta sull'orlo della sparizione
dove l’ultimo petalo esita a
proclamare la propria fioritura.
È quella la rosa che ha scolpito
il fondo della pupilla, immagine
pietrosa incisa in un occhio
che non sa il fondo perché
dentro l’abisso vive. Quello
è l’occhio scolpito, quella
vi dico, proprio quella rosa
aulentissima e perfetta, oh
mia mistica visione che a ogni
cosa doni il profilo di una
rosa. Quella rosa, quella
non un’altra. Dolorosa,
sapiente e profumata, mai
nata nel maggio odoroso.

Elena Petrassi

Figure del silenzio
Atì Editore 2010

martedì 11 ottobre 2016

mi duole questo colore sulla nube - mi fa male il tempo

Sera grigia


Mi duole in petto la bellezza; mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos
traduzione di Nicola Crocetti
Poesia n. 278 gennaio 2013

lunedì 5 settembre 2016

quella nuvola fiorì solo un istante, in un giorno di settembre, il mese azzurro

Ricordo di Mary A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l'amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
c'era una nube ch'io mirai a lungo:
bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.


Bertolt Brecht
Poesie
a cura di Guido Davico Bonino
Einaudi 2014

(questa poesia è diventata famosissima grazie al meraviglioso film 
Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck)

Erinnerung an die Marie A.
1
An jenem Tag im blauen Mond September
Still unter einem jungen Pflaumenbaum
Da hielt ich sie, die stille bleiche Liebe
In meinem Arm wie einen golden Traum.
Und über uns im schönen Sommerhimmel
War eine Wolke, die ich lange sah
Sie war sehr weiß und ungeheuer oben
Und als ich aufsah, war sie nimmer da.

2
Seit jenem Tag sind viele, viele Monde
Geschwommen still hinunter und vorbei.
Die Pflaumenbäume sind wohl abgehauen
Und fragst Du mich, was mit der Liebe sei?
So sag ich dir: Ich kann mich nicht erinnern
Und doch, gewiß, ich weiß schon, was du
meinst.
Doch ihr Gesicht, das weiss ich wirklich
nimmer
Ich weiß nur mehr: ich küßte es dereinst.

3
Und auch der Kuß, ich hätt ihn längst
vergessen
Wenn nicht die Wolke dagewesen wär
Die weiß ich noch und wird ich immer
wissen
Sie war sehr weiß und kam von oben her.
Die Pflaumenbäume blühn vielleicht noch
immer
Und jene Frau hat jetzt vielleicht das siebte
Kind
Doch jene Wolke blühte nur Minuten
Und als ich aufsah, schwand sie schon im
Wind.

lunedì 15 agosto 2016

Sei come una nube intravista fra i rami

Notturno

La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi piú puro.

                                     Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

Cesare Pavese
Lavorare stanca
Einaudi 1961

sabato 13 agosto 2016

sei nuvola, sei mare, sei l'oblio

Nubi

Non vi sarà mai cosa che non sia
una nube. Lo son le cattedrali
di vasta pietra e bibliche vetrate
che il tempo spianerà. Lo è l’Odissea,
che cambia come il mare. Se la riapri
sempre cambia qualcosa. Anche il riflesso
del tuo viso è già un altro nello specchio
ed il giorno è un dubbioso labirinto.
Siamo chi se ne va. La numerosa
nuvola che si disfa all’occidente
è nostra effigie. Incessantamente
la rosa si tramuta in altra rosa.
Sei nuvola, sei mare, sei l’oblio.
Sei anche tutto quello che hai smarrito.

Jorge Luis Borges

domenica 13 marzo 2016

questi margini della poesia, come una foglia abbandonata dal cielo

III

Se anche avessimo il potere di sollevare
oltre le case e le strade azzurre
questo carico di ombre, di dubbi
che ci consuma come pietra sulla soglia,
e una nuvola potesse portar via d'un tratto
a disperderne il sale sulle acque del mare,
acconsentiremmo noi a gettarvi soltanto
questi margini della poesia, a rimanere
quaggiù, nell'erba viva
come una foglia abbandonata dal cielo?

Guy Goffette
Elogio per una cucina di provincia
traduzione di Chiara de Luca

III

Eloge per une cuisine de province

Si même nous avions pouvoir d’élever
au-dessous des maisons, des routes bleues,
cette charge d’ombres, des doutes
qui nous use comme pierre des seuils
et qu’une nuage puisse tout emporter d’un coup
en disperser le sel sur les eaux de la mer,
consentirions-nous seulement à y jeter
ces marges du poème, à demeurer
ici-bas, dans l’herbe vive
comme une feuille que le ciel a quittée?