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sabato 1 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/664. Perché c’è silenzio invece di un nome. Perché è inverno, anno nuovo

 



Oggi è il primo giorno del nuovo anno, un altro anno che non avrà il Carnevale. Anche all’inizio del 2021 ho trascritto questa poesia e quella Cronaca 299 era così piena di domande e di aspettative che sono rimaste le stesse così come le domande. Oggi è stata una giornata quieta di letture, occhiate verso il cielo, serie tv, un po’ di giornali, molte chiacchiere al telefono. Buon anno, che le domande trovino le giuste risposte, che le aspettative abbiano il loro compimento.

 

 

L'anno nuovo

 

È inverno, anno nuovo.

Nessuno ti conosce.

Via dalle stelle, dalla pioggia della luce,

giaci sotto il clima delle pietre.

Non c’è alcun filo che ti riconduca qui.

Gli amici s’assopiscono nel buio

del piacere e non possono ricordare.

Nessuno ti conosce.

Sei il vicino del nulla.

Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi,

il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città.

Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.

Non vedi il cuore ferito andare in fiamme,

i crani degli innocenti farsi fumo.

Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.

È finita. È inverno, anno nuovo.

I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso.

I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno

nulla da nascondere.

È finita e nessuno ti conosce.

Luce di stella alla deriva su acqua nera.

Vi sono le pietre nel mare che nessuno ha visto.

C’è una riva e la gente aspetta.

E niente ritorna.

Perché è finita.

Perché c’è silenzio invece di un nome.

Perché è inverno, anno nuovo.

 

 

La poesia è di Mark Strand, tratta da L'inizio di una sedia, a cura di Damiano Abeni, Donzelli editore 1999.

mercoledì 24 luglio 2019

Chiarezza, sottigliezza, agilità, impassibilità. Siedi contro il muro, leggi Giobbe e Geremia


(…)
Si vede talvolta in un treno, in una sala d’aspetto, un volto umano. Che ha di diverso? Di nuovo potremmo dire ciò che quel volto non ha, ciò che i suoi tratti non tradiscono.
Gli occhi non diffidano né sollecitano, non divagano e non indagano. Occhi in nessun attimo assenti, mai interamente presenti. Ai giorni nostri tali volti, comuni nei quadri antichi, sembrano sigillati da una indicibile malinconia. Pure, nel treno, nella sala d’aspetto, essi gonfiano l’animo di gioia, di un accresciuto, appunto, sentimento di vita. Non correrà parola, ma il puro, subitaneo sorriso è fuga in un tranquillo luogo, vulnerabile al punto da essere inattingibile. Si dice, rapidamente “occhi consapevoli”: Sono in realtà, occhi eroici. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti. Hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata alla mente. Neppure la fotografia può interamente distruggere tali volti, di più in più rari, è vero. Muta la razza, muta ormai la specie, tra poco tali volti saranno appena percepiti e, percepiti, anch'essi imperdonabili, tanto estranei al contesto, al sistema che li racchiude. Già cominciano a farsi invisibili, come il Graal e la lancia di Longino che una mano riportò al cielo, si dice, quando gli uomini non furono più degni di custodirli; come il cinese che leggeva un libro e su cui la folla subito si richiuse. Per essi, tuttavia, la bellezza cacciata non cessa il suo inavvertito circuito, fiore, stella, morte, danza continuano a somigliarsi, la somiglianza a sgominare il terrore. Chiarezza, sottigliezza, agilità, impassibilità. Siedi contro il muro, leggi Giobbe e Geremia.
Attendi il tuo turno, ogni rigo è profitto. Ogni rigo del libro imperdonabile.

Cristina Campo
Gli imperdonabili
Adelphi 1987

martedì 1 gennaio 2019

È inverno, anno nuovo. Nessuno ti conosce.

L'anno nuovo È inverno, anno nuovo. Nessuno ti conosce. Via dalle stelle, dalla pioggia della luce, giaci sotto il clima delle pietre. Non c’è alcun filo che ti riconduca qui. Gli amici s’assopiscono nel buio del piacere e non possono ricordare. Nessuno ti conosce. Sei il vicino del nulla. Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi, il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città. Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco. Non vedi il cuore ferito andare in fiamme, i crani degli innocenti farsi fumo. Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce. È finita. È inverno, anno nuovo. I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso. I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere. È finita e nessuno ti conosce. Luce di stella alla deriva su acqua nera. Vi sono le pietre nel mare che nessuno ha visto. C’è una riva e la gente aspetta. E niente ritorna. Perché è finita. Perché c’è silenzio invece di un nome. Perché è inverno, anno nuovo. Mark Strand L'inizio di una sedia a cura di Damiano Abeni Donzelli editore 1999 The New Year It is winter and the new year. Nobody knows you. Away from the stars, from the rain of light, you lie under the weather of stones. There is no thread to lead you back. Your friends doze in the dark of pleasure and cannot remember. Nobody knows you. You are the neighbor of nothing. You do not see the rain falling and the man walking away, the soiled wind blowing its ashes across the city. You do not see the sun dragging the moon like an echo. You do not see the bruised heart go up in flames, the skulls of the innocent turn into smoke. You do not see the scars of plenty, the eyes without light. It is over. It is winter and the new year. The meek are hauling their skins into heaven. The hopeless are suffereing the cold with those who have nothing to hide. It is over and nobody knows you. There is starlight drifting on the black water. There are stones in the sea no one has seen. There is a shore and people are waiting. And nothing comes back. Because it is over. Because there is silence instead of a name. Because it is winter and the new year.

domenica 14 gennaio 2018

in ogni stella una stella tace

Dietro ogni silenzio

Mai, in verità, ho raggiunto
le soglie estreme del silenzio.

Mai, mai, neppure
quando ascoltavo il grande platano
sillabare nella nebbia,
quando tacevo con gli amici,
con la gente.

C’è un silenzio oltre quel platano,
un silenzio oltre il silenzio.
Guardo il cielo che si oscura:
in ogni stella una stella tace.


Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

giovedì 16 marzo 2017

Di ramo in ramo passa il fuoco lieve.

Nell'inganno delle parole
I
È il sonno d’estate quest’anno ancora,
L’oro che chiediamo, dal fondo delle nostre voci,
Alla trasmutazione dei metalli del sogno.
Il grappolo delle montagne, delle cose vicine,
È maturato, è quasi il vino, la terra
È il seno nudo in cui la nostra vita riposa.
E respiri ci circondano, ci accolgono,
Come la notte d’estate, che non ha rive,
Di ramo in ramo passa il fuoco lieve.
Amica mia, è qui nuovo cielo, nuova terra,
Un fumo incontra un fumo
Al di sopra della disgiunzione dei due bracci del fiume.
E l’usignolo canta una volta ancora
Prima che il nostro sogno ci prenda,
Ha cantato quando s’addormentava Ulisse
Nell’isola in cui faceva tappa la sua erranza,
E anche chi arrivava acconsentì al sogno,
Fu come un brivido della sua memoria
Per l’intero suo braccio d’esistenza sulla terra
Che aveva ripiegato sotto la sua testa stanca.
Penso che respirò d’un fiato eguale
Sul giaciglio del suo piacere poi del riposo,
Ma Venere nel cielo, la prima stella,
Volgeva già la prua, benché esitante,
Verso l’alto mare, sotto nubi,
Poi derivava, barca il cui vogatore
Avesse dimenticato, gli occhi ad altre luci,
D’immergere di nuovo il remo nella notte.
E per la grazia di quel sogno cosa vide?
Che fosse la linea bassa di una riva
Ove sarebbero state chiare delle ombre, chiara la loro notte
A causa di fuochi altri da quelli che ardono
Nelle nebbie delle nostre domande, successive
Durante la nostra avanzata nel sonno?
Siamo navi grevi di noi stessi,
Traboccanti di cose chiuse, guardiamo
Alla prua del nostro periplo tutta un’acqua nera
Aprirsi quasi e ritrarsi, per sempre senza lido.
Lui comunque, nelle pieghe del canto triste
Dell’usignolo dell’isola casuale,
Pensava già a riprendere il suo remo
Una sera, quando sarebbe sbiancata di nuovo la schiuma,
Per dimenticare forse tutte le isole
Su un mare in cui cresce una stella.
Andare così, con lo stesso oriente
Al di là delle immagini ciascuna delle quali
Ci lascia alla febbre del desiderare,
Andare fiduciosi, perderci, riconoscerci
Attraverso la bellezza dei ricordi
E la menzogna dei ricordi, attraverso il tormento
Di alcuni, ma anche la felicità
D’altri, il cui fuoco corre nel passato in cenere,
Nube rossa in piedi al frangente delle spiagge,
O delizia dei frutti che non abbiamo più,
Andare, per l’al di là quasi del linguaggio,
Con soltanto un po’ di luce, è possibile
O non è altro che l’illusorio ancora,
Di cui ridisegniamo sotto altri tratti
Ma iridati dello stesso ingannevole bagliore
La forma nelle ombre che si condensano?
Ovunque in noi soltanto l’umile menzogna
Delle parole che offrono più di quel che è
O dicono cosa altra da quel che è,
Le sere non tanto della bellezza che tarda
A lasciare una terra che ha amato,
Plasmandola con le sue mani di luce,
Quanto della massa d’acqua che di notte in notte
Precipita con gran fragore nel nostro avvenire.
Noi mettiamo i nostri piedi nudi nell'acqua del sogno
È tiepida, non sappiamo se sia un risveglio
O se la folgore lenta e calma del sonno
Già tracci i suoi segni in rami
Che un’inquietudine scuote, poi è troppo scuro
Perché vi si riconoscano figure
Che questi alberi scostano, davanti ai nostri passi.
Noi avanziamo, l’acqua sale alle nostre caviglie,
O sogno della notte, prendi quello del giorno
Nelle tue mani amorose, volgi verso te
La sua fronte, i suoi occhi, ottieni con dolcezza
Che il suo sguardo si fonda al tuo, più saggio,
Per un sapere che non laceri più
La disputa tra il mondo e la speranza,
E che unità prenda e conservi la vita
Nella quiete della schiuma, dove si riflette,
Sia bellezza, nuovamente, sia verità, le stesse
Stelle che s’accrescono nel sonno.
Bellezza, sufficiente bellezza, bellezza estrema
Delle stelle senza significato, senza movimento.
A poppa sta il nocchiero, più grande del mondo,
Più nero, ma di un’opacità fosforescente.
Il lieve sciacquio dell’acqua appena agitata,
Si fa presto silenzio. E non sappiamo ancora
Se è un nuovo lido, o lo stesso mondo
Che nelle pieghe febbrili del letto terrestre,
Questa sabbia che sentiamo stridere sotto la prua.
Non sappiamo se approdiamo a un’altra terra,
Non sappiamo se mani non si tendano
Dal grembo dell’ignoto accogliente per afferrare
La corda che lanciamo, dalla nostra notte.
E domani, al risveglio,
Forse le nostre vite saranno più fiduciose
In cui voci e ombre indugeranno,
Ma distolte, calme, disattente,
Senza guerra, senza rimprovero, mentre
Il bambino accanto a noi, sul sentiero,
Scuoterà ridendo la sua testa immensa,
Guardandoci con la goffaggine
Della mente che riprende alla sua origine
Il suo compito di luce nell’enigma.
Sa ancora ridere,
Ha afferrato nel cielo un grappolo troppo greve,
Lo vediamo portarlo via nella notte.
Il vendemmiatore, colui che forse coglie
Altri grappoli lassù nell’avvenire,
Lo guarda passare, benché senza volto.
Affidiamolo alla benevolenza della sera d’estate,
Addormentiamoci…
… La voce che ascolto si perde,
Il rumore di fondo che è nella notte la copre.
Le assi della prua, incurvate
Per dar forma alla mente sotto il peso
Dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano.
Che mi dicono questi scricchiolii, che spezzano
I pensieri attestati dalla speranza?
Ma il sonno si fa indifferenza.
Le sue luci, le sue ombre: più nient’altro che
Un’onda che s’infrange sul desiderio.
II
E potrei
Fra poco, al sussulto del brusco risveglio,
Dire o tentare di dire il tumulto
Degli artigli e delle risa che si scontrano
Con l’avidità senza gioia delle vite primarie
Al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
Ingiustizia e sciagura devastano il senso
Che la mente ha sognato di dare al mondo,
Insomma, ricordarmi di ciò che è,
Non essere che la lucidità che dispera
E, benché sia ritorta
Ai rami del giardino di Armida la chimera
Che inganna la ragione quanto il sogno,
Abbandonare le parole a chi cancella,
Prosa, per evidenza della materia,
L’offerta della bellezza nella verità,
Ma mi sembra anche che non sia reale
Che la voce che spera, fosse essa
Inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
Queste barriere che spingiamo nella penombra,
Quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
Una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.
O poesia,
Non posso impedirmi di chiamarti
Con il tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
Oggi tra le rovine della parola.
Oso rivolgermi a te, direttamente,
Come nell’eloquenza delle epoche
In cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
In cima alle colonne dei saloni,
Ghirlande di foglie e di frutti.
Lo faccio, confidando che la memoria,
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
Di far essere il senso malgrado l’enigma,
Farà decifrare loro, sulle sue grandi pagine,
Il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
In silenzio, un fuoco chiaro,
I sarmenti dei loro dubbi e delle loro paure.
«Guardate, lei dirà, nel solo libro
Che si scriva attraverso i secoli, vedete crescere
I segni nelle immagini. E le montagne
Inazzurrarsi in lontananza, per essere a voi terra.
Ascoltate la musica che delucida
Con il flauto sapiente alla vetta delle cose
Il suono del colore in ciò che è.»
O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano delle colpe del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.
Ed è vero che la notte gonfia le parole,
Venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
Le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
Il sentiero che si perde nell'evidenza,
No, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
La loro sintassi è incoerenza, cenere,
E presto nemmeno vi sono più immagini,
Più libro, più grande corpo caloroso del mondo
Che stringa le braccia del nostro desiderio.
Ma so comunque che non esiste altra stella
Che si muova, misteriosamente, auguralmente,
Nel cielo illusorio degli astri fissi,
Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
Si raggruppano a prua, e perfino cantano
Come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
Davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
La terra nella schiuma, e brillava il faro.
E se rimane
Altro che un vento, uno scoglio, un mare,
Io so che tu sarai, anche di notte,
L'ancora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
E la legna raccolta, e la scintilla
Sotto i rami umidi, e, nell'inquieta
Attesa della fiamma che esita,
La prima parola dopo il lungo silenzio,
Il primo fuoco che prenda in fondo al mondo morto.


Yves Bonnefoy
Le assi curve
in L’opera poetica
traduzione di Fabio Scotto
I Meridiani 
Mondadori 2010

mercoledì 7 dicembre 2016

nella sua danza di rosa smemorata

Il tempo viene nella sua danza di stella impazzita 


Dove sono le nevi del tempo passato? 
Dove le belle dame? 
Se gioco con un ricordo sto 
tenendo tra le mani qualcosa 
che ho o qualcosa che 
ho perduto? Se fugge 
l’istante che non so scrivere 
mi resta lo scrivere di 
questa fuga bislacca. 
Però vorrei sapere, una cosa 
davvero vorrei sapere, quanto 
è grande il magazzino che 
tiene a riposo tutto il tempo 
perduto. Non so se cercare 
da un letto in una stanza 
chiusa sia più efficace del 
contemplare il mare in un 
pomeriggio di bonaccia. 
Ma il tempo non torna, 
il tempo viene nella sua danza di 
stella impazzita, nella 
sua danza di rosa smemorata, 
il mio patto è questo, 
io lascio che passi, purché 
in cambio la pagina sia 
colma delle parole, non 
solo le mie che tu stai 
leggendo, ma più di tutto 
le tue che io non vedo 
ma che la tua voce mi 
porterà all'orecchio roca 
di fumo e di dolore.

Elena Petrassi
Scrivere il vento

Atì editore 2016

lunedì 14 novembre 2016

dove una stella devota si smarrisce, sul petto le cade e si sfrange

Canti di un'isola

Frutti d’ombra cadono dalle pareti,
luce lunare intonaca la casa,
e cenere di spenti crateri
entra col vento marino.

Tra gli amplessi di bei giovinetti
dormono i litorali,
la tua carne rammemora la mia:
già mi era incline
quando le navi
abbandonavano la sponda e croci
grevi della nostra spoglia mortale
facevano da alberature.

I luoghi di supplizio sono deserti, adesso:
ci cercano e non ci trovano.

Quando tu risorgi,
quando io risorgo,
non vi è pietra davanti alla porta,
non vi è barca sul mare.

Domani i tini rotoleranno
incontro alle onde domenicali;
noi arriveremo alla spiaggia,
coi piedi unti, laveremo i grappoli
e pigeremo a vino la vendemmia,
domani alla spiaggia.

Quando tu risorgi,
quando io risorgo,
il carnefice è appeso al portale,
il martello s’inabissa nel mare.

Dovrà venire la festa, un giorno!
Sant'Antonio, tu che hai sofferto,
San Leonardo, tu che hai sofferto,
San Vito, tu che hai sofferto.

Largo alle nostre preghiere, largo
a chi prega, largo alla musica e alla gioia!
Abbiamo imparato il candore,
ci uniamo al coro delle cicale,
mangiamo e beviamo,
le gatte magre strisciano
intorno alla nostra tavola:
fin che comincia la messa serale,
io ti tengo per mano
con gli occhi,
e un cuore tranquillo e coraggioso
a te sacrifica i suoi desideri.

Miele e noci ai bambini,
reti colme ai pescatori,
fecondità ai giardini,
luna al vulcano, luna al vulcano!

Oltre i limiti divampano le nostre scintille,
oltre la notte fanno ruota i razzi,
la processione sopra buie zattere
si allontana e il tempo cede
al mondo preistorico,
ai sauri striscianti,
alle piante lussureggianti,
ai pesci febbrili,
alle orge di vento e alle voglie
della montagna, dove una stella
devota si smarrisce, sul petto
le cade e si sfrange.

Siate perseveranti adesso, o santi stolti:
al continente dite che i crateri non hanno pace!
San Rocco, tu che hai sofferto,
o tu che hai sofferto, San Francesco.

Quando uno parte, deve gettare
in mare il cappello pieno di conchiglie
raccolte durante l’estate,
e andarsene con i capelli al vento.
Deve scagliare in mare la tavola
apparecchiata per l’amato,
deve versare in mare il vino
avanzato nel bicchiere,
dare ai pesci il suo pane
e mescolare al mare una goccia di sangue.
Deve infilare bene il coltello
dentro le onde e affondarci le scarpe,
cuore, àncora e croce,
e andarsene coi capelli al vento!
Allora sì, ritornerà.
Quando?
                 Non domandare.

Vi è fuoco sotto la terra,
e il fuoco è puro.

Vi è fuoco sotto la terra,
e roccia liquida.

Vi è un fiume sotto la terra,
che in noi si riversa.

Vi è un fiume sotto la terra,
che abbrucia le ossa.

Si avanza un grande fuoco,
si avanza un fiume sopra la terra.

Noi ne saremo testimoni.

Ingeborg Bachmann
Poesie
traduzione di Maria Teresa Mandalari
Guanda 1978

***

Lieder von einer Insel

Schattenfrüchte fallen von den Wänden,
Mondlicht tüncht das Haus, und Asche
erkalteter Krater trägt der Meerwind herein.

In den Umarmungen schöner Knaben
schlafen die Küsten,
dein Fleisch besinnt sich auf meins,
es war mir schon zugetan,
als sich die Schiffe
vom Land lösten und Kreuze
mit unsrer sterblichen Last
Mastendienst taten.

Nun sind die Richtstätten leer,
sie suchen und finden uns nicht.

Wenn du auferstehst,
wenn ich aufersteh,
ist kein Stein vor dem Tor,
liegt kein Boot auf dem Meer.

Morgen rollen die Fässer
sonntäglichen Wellen entgegen,
wir kommen auf gesalbten
Sohlen zum Strand, waschen
die Trauben und stampfen
die Ernte zu Wein,
morgen am Strand.

Wenn du auferstehst,
wenn ich aufersteh,
hängt der Henker am Tor,
sinkt der Hammer ins Meer.

Einmal muss das Fest ja kommen!
Heiliger Antonius, der du gelitten hast,
heiliger Leonhard, der du gelitten hast,
heiliger Vitus, der du gelitten hast.

Platz unsren Bitten, Platz den Betern,
Platz der Musik und der Freude!
Wir haben Einfalt gelernt,
wir singen im Chor der Zikaden,
wir essen und trinken,
die mageren Katzen
streichen um unseren Tisch,
bis die Abendmesse beginnt,
halt ich dich an der Hand
mit den Augen,
und ein ruhiges mutiges Herz
opfert dir seine Wünsche.

Honig und Nüsse den Kindern,
volle Netze den Fischern,
Fruchtbarkeit den Gärten,
Mond dem Vulkan, Mond dem Vulkan!

Unsre Funken setzten über die Grenzen,
über die Nacht schlugen Raketen
ein Rad, auf dunklen Flößen
entfernt sich die Prozession und räumt
der Vorwelt die Zeit ein,
den schleichenden Echsen,
der schlemmenden Pflanze,
dem fiebernden Fisch,
den Orgien des Winds und der Lust
des Bergs, wo ein frommer
Stern sich verirrt, ihm auf die Brust
schlägt und zerstäubt.

Jetzt seid standhaft, törichte Heilige,
sagt dem Festland, dass die Krater nicht ruhn!
Heiliger Rochus, der du gelitten hast,
o der du gelitten hast, heiliger Franz.

Wenn einer fortgeht, muss er den Hut
mit den Muscheln, die er sommerüber
gesammelt hat, ins Meer werfen
und fahren mit wehendem Haar,
er muss den Tisch, den er seiner Liebe deckte,
ins Meer stürzen,
er muss den Rest des Weins,
der im Glas blieb, ins Meer schütten,
er muss den Fischen sein Brot geben
und einen Tropfen Blut ins Meer mischen,
er muss sein Messer gut in die Wellen treiben
und seinen Schuh versenken,
Herz, Anker und Kreuz,
und fahren mit wehendem Haar!
Dann wird er wiederkommen.
Wann?
            Frag nicht.

Es ist Feuer unter der Erde,
und das Feuer ist rein.

Es ist Feuer unter der Erde
und flüssiger Stein.

Es ist ein Strom unter der Erde,
der strömt in uns ein.

Es ist ein Strom unter der Erde,
der sengt das Gebein.

Es kommt ein großes Feuer,
es kommt ein Strom über die Erde.

Wir werden Zeugen sein.

Anrufung des Großen Bären
München 1956 

giovedì 6 ottobre 2016

Guidami tu, stella variabile, finché puoi

La malattia dell'olmo

Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
– e a futura memoria i sempreverdi
immobili.

Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.

Guidami tu, stella variabile, finché puoi...

– e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso
fino al pullulare delle luci.
                                   Scocca
da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.

Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
– dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana – scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.

È fatto – mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra – adesso dormi, riposa.

                                   Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco – sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.


Vittorio Sereni
Stella variabile 
Garzanti 1981

domenica 5 giugno 2016

naufraghi d'amore gli azzurri regni

La luna mi versa nell'anima
profonda un'acqua abbagliante,
che me la rende uguale
a un pozzo tiepido e dolce.

Il mio fondo allora, buono
per tutti, sale, sale
e spiega, al livello del prato
del mondo, la sua acqua lucente.

Acqua che ha in sé stella e fiore,
che attrae la sete con lumi
celesti, ove sono, naufraghi
d'amore, gli azzurri regni.

Juan Ramon Jimenez
Poesie
traduzione di Francesco Tentori Montalto
Guanda 1965

martedì 24 maggio 2016

Io invece sono immaginaria, incredibilmente immaginaria

Accanto a un bicchiere di vino

Con uno sguardo mi ha resa più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho ingoiato una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, io ballo
in uno sciame di ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino all'osso.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall'onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.

Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza più il quadro.


Wislawa Szymborska
Taccuino d'amore
a cura di Pietro Marchesani
Libri Scheiwiller 2002

giovedì 12 maggio 2016

i gabbiani sospesi nell’aria si muovono appena, punteggiatura di un più alto scritto

Valzer
Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovič; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.
Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 

a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

martedì 3 maggio 2016

la stella non ha finito il suo racconto alla sera

Dalla strada io vengo, o primavera,
dov'è sospeso il pioppo
la lontananza paventa, la casa teme di crollare,
ove l'aria è azzurra come il fagotto della biancheria
di chi, guarito, esce dall'ospedale.
Ove la sera è vuota come un racconto interrotto
l'ha lasciato una stella senza terminarlo
per rendere confusi mille occhi chiassosi,
senza fondo e privi di espressione.

Boris Leonidovič Pasternak
Poesie 
traduzione di Angelo Maria Ripellino
Einaudi 1957

martedì 26 aprile 2016

il tuo bacio dura come urto impossibile di stelle, come lo spazio che a un tratto divampa

Vieni sempre, vieni

Non ti accostare. La tua ardente fronte,
le orme dei tuoi baci,
il fulgore che anche di giorno sento se ti accosti,
lo splendore contagioso che resta nelle mani,
il fiume luminoso dove affondo le braccia,
dove non oso bere perché temo dopo la dura vita della stella.

Viva in me non ti voglio come vive la luce,
astro di solitudine fuso con la sua fiamma,
cui l’amore si nega attraverso lo spazio
duro e azzurro che separa,
dove ogni stella inaccessibile
è un deserto gemente che invia la sua tristezza.

Brilla la solitudine nel mondo senza amore.
L’esistenza è una vivida corteccia,
una rugosa pelle immobile
dove l’uomo non può trovare il suo riposo,
benché inclini il suo sogno contro un pianeta spento.

Non ti accostare. La tua fronte raggiante, carbone acceso che mi strappa a me stesso,
fulgido lutto dove di colpo morire mi tenta
e bruciarmi le labbra al tuo tocco indelebile,
disfare la mia carne contro il tuo ardente diamante.

Non ti accostare, perché il tuo bacio dura come urto impossibile di stelle,
come lo spazio che a un tratto divampa,
etere diffusore dove la distruzione dei mondi
è un solo cuore che totale arde.

Vieni, vieni come l’oscuro carbone spento che racchiude morte;
vieni come la notte cieca che mi accosta il suo volto;
vieni come due labbra segnate dalla rossa,
lunga linea che fonde i metalli.

Vieni, vieni, mio amore; vieni, ermetica fronte, rotondità ruotante,
orbita che brillando mi muori tra le braccia;
vieni come due occhi o fonde solitudini,
imperiose chiamate di un abisso che ignoro.

Amore, vieni, morte; vieni ché ti distrugga;
voglio uccidere o amare, morire o darti tutto;
vieni, leggera pietra che precipiti,
turbata come luna che mi chiede i miei raggi!


Vicente Aleixandre
La distruzione o Amore
traduzione di Francesco Tentori Montaldo
Einaudi 1970

Ven, siempre ven

No te acerques. Tu frente, tu ardiente frente, tu encendida frente, 
las huellas de unos besos, 
ese resplandor que aun de día se siente si te acercas, 
ese resplandor contagioso que me queda en las manos, 
ese río luminoso en que hundo mis brazos, 
en el que casi no me atrevo a beber, por temor después a ya una dura vida de lucero.

No quiero que vivas en mí como vive la luz, 
con ese ya aislamiento de estrella que se une con su luz, 
a quien el amor se niega a través del espacio 
duro y azul que separa y no une, 
donde cada lucero inaccesible 
es una soledad que, gemebunda, envía su tristeza.

La soledad destella en el mundo sin amor. 
La vida es una vívida corteza, 
una rugosa piel inmóvil, 
donde el hombre no puede encontrar su descanso, 
por más que aplique su sueño contra un astro apagado.

Pero tú no te acerques. Tu frente destellante, carbón encendido que me arrebata a la propia conciencia, 
duelo fulgúreo en que de pronto siento la tentación de morir, 
de quemarme los labios con tu roce indeleble, 
de sentir mi carne deshacerse contra tu diamante abrasador.

No te acerques, porque tu beso se prolonga como el choque imposible de las estrellas, 
como el espacio que súbitamente se incendia, 
éter propagador donde la destrucción de los mundos 
es un único corazón que totalmente se abrasa.

Ven, ven, ven como el carbón extinto oscuro que encierra una muerte; 
ven como la noche ciega que me acerca su rostro; 
ven como los dos labios marcados por el rojo, 
por esa línea larga que funde los metales.

Ven, ven, amor mío; ven, hermética frente, redondez casi rodante 
que luces como una órbita que va a morir en mis brazos; 
ven como dos ojos o dos profundas soledades, 
dos imperiosas llamadas de una hondura que no conozco.

¡Ven, ven, muerte, amor; ven pronto, te destruyo; 
ven, que quiero matar o amar o morir o darte todo; 
ven, que ruedas como liviana piedra, 
confundida como una luna que me pide mis rayos!

martedì 9 febbraio 2016

Che ci siano tormente, nevi, piogge e lo scoppiettio furioso della fiamma

Addio,
dimentica
e perdona.
E brucia le lettere,
come un ponte.
E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.
E che ci sia nell'oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco.
Che ci siano tormente,
nevi, piogge
e lo scoppiettio furioso della fiamma,
e che tu abbia in futuro
più fortuna di me.
E che possa esserci una possente e splendida
battaglia
che risuona nel tuo petto.

Sono felice
per quelli che forse
sono
in viaggio con te.

Josif Brodskij
1957
traduzione di Silvia Comoglio
dall’annuario Tellus, n. 29, Editrice LaboS, 2008

***

Прощай,
позабудь
и не обессудь.
А письма сожги,
как мост.
Да будет мужественным
твой путь,
да будет он прям
и прост.
Да будет во мгле
для тебя гореть
звездная мишура,
да будет надежда
ладони греть
у твоего костра.
Да будут метели,
снега, дожди
и бешеный рев огня,
да будет удач у тебя впереди
больше, чем у меня.
Да будет могуч и прекрасен
бой,
гремящий в твоей груди.

Я счастлив за тех,
которым с тобой,
может быть,
по пути.

giovedì 24 dicembre 2015

Ora tutta la vita è nel mio sguardo, stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

Cristina Campo
Passo d’addio
All’Insegna del pesce d’oro - Scheiwiller 1956

martedì 29 settembre 2015

Il grande silenzio delle rondini radenti

Pietro Ingrao 1915-2015
in ricordo di un uomo speciale
dal suo sito 


II

Iniziazione

 Vocabolari

La luna è uno spento
cratere di sale
deserto alla vita, la luna
è un fiato un velo

che travalica in soglie le goffe
pianure della incatenata
terra, la luna

è solo un assurdo silenzio
una fuga deposta,
un brullo pensiero che bussa
in cerca di un nome.

La luna è il crollo, l'erranza.


Variazioni serali
Il Saggiatore 2000

LA NOTTE

Il grande silenzio
delle rondini radenti
simili a bocche sigillate, allora che a piedi scalzi
invade il fianco l'oscuro, denudarsi,
splendere i muri
nell'opale.

Questi strani sposalizi di un istante.


L'alta febbre del fare
Mondadori 1994


VI

Segna nel diario che la stella del Nord
non esiste.
Né sale
sembra si trovi, né pianto.
Tu solo, in frantumi, labbro, lago sepolto nel ghiaccio.


VII

Grido, sangue dell'amaranto

nella nera pianura dell'inverno.


Il dubbio dei vincitori
Mondadori 1986