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martedì 31 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/814. Abbiamo vissuto nell’ordine del tempo

 

 


 

La pittura è stata spesso foriera di folgorazioni nel corso della mia vita ed è accaduto di nuovo anche oggi alla mostra Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento Veneziano. Sono esposti anche quadri di Tintoretto, Paolo Veronese, Giorgione, Palma il Vecchio e molte delle opere sono di grande bellezza. Ma la forza espressiva di Tarquinio e Lucrezia, dipinto tra il 1570 e il 1576, probabilmente l’ultimo quadro dell’artista, mi ha fatto molto riflettere sulla potenza espressiva dell’ultima fase della vita. Perché è vero, così come esistono artisti che brillano nel loro massimo fulgore durante la giovinezza, Rimbaud vale per tutti, ci sono artisti che cambiano, maturano, crescono anno dopo anno. Crescere non è forse il verbo adatto, utilizzare la parola crescita come sinonimo di miglioramento è una stortura della mentalità economicista della nostra epoca. Nel suo ultimo dipinto Tiziano ha rinunciato, o forse dovuto rinunciare, alla chiarezza del tratto, alla limpidezza dei lineamenti, ma quanta potenza emerge da una scena di violenza senza tempo? È come se il tempo fosse un setaccio e attraverso le sue maglie sempre più strette, solo le cose più importanti arrivano a risplendere proprio mentre è la luce del tramonto che illumina la vita. Un altro quadro meraviglioso è di Palma il Vecchio, un ritratto di donna nota come “la Bella” e la sua bellezza davvero ci giunge intatta dai quasi cinquecento anni che ci separano.

 

Quando la luce svanisce

 

 

Se guardo il tuo viso

liscio, privo di rughe,

riesco a immaginare

tutti i sentieri che saranno

scolpiti dalla vita. Se

guardo il tuo viso segnato

e sfioro i segni del tempo,

so che hai vissuto e

che nell’ordine del tempo

sei entrato. Un tempo

che era nostro, che è

nostro anche se la luce

scema sul filo dell’orizzonte.

 

 



Così anche questo mese finisce e oggi, martedì 31 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra, ha raggiunto il limite dell’orizzonte e si congeda con questa Cronaca 814, rugosa e allegra.

venerdì 21 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/439. Inventario delle nuvole e dei pensieri

 


Scrivere delle nuvole, guardarle e fotografarle o dipingerle non è niente di eccezionale, ma è una delle mie attività preferite. Perché le nuvole sono imprendibili e mutevoli, quando abbiamo finito di descriverle già non esistono più, così come i nostri pensieri, le sensazioni e le emozioni. Le nuvole appartengono al passato come tutto ciò che è in nostro potere cantare. La particolarità delle nuvole, come dei fiocchi di neve, dove mai ne troveremo due uguali anche se potessimo restare per millenni con il naso all’insù a osservarle.

Nell’articolo “Le mille e una nuvola” sul suo bellissimo blog Didatticarte, che vi invito a esplorare, Emanuela Pulvirenti ricorda Gavin Pretor-Pinney autore di Cloudspotting:

“Cosa c’è di più bello di un cielo azzurro? Un cielo pieno di nuvole”.

Seguono poi immagini dei quadri di John Constable, Mallord William Turner, Caspar David Friedrich e Gustave Courbet. È un articolo talmente interessante che spesso vado a rileggerlo e a guardare le immagini che lo corredano.

Ma perché sono ossessionata dalle nuvole? Oltre che dal cielo, dalle foglie, dagli alberi, dall’acqua, dalle ombre, dalla luce, dal vento, dal mare e via elencando?

Osservare le nuvole non è solo godimento estetico, le immagini delle nuvole sono chiavi che aprono porte con serrature che non combaciano.

Quando guardiamo una nuvola, la seguiamo nel suo cammino, lento o veloce, poco importa, ecco che mille forme si manifestano e poi svaniscono e nel guardarle noi ci troviamo a immaginare, altre forme e altri luoghi.

Nel nostro nuvolario personale una nuvola non è mai soltanto una nuvola, una nuvola è una porta o una finestra e attraversandola giungiamo in un luogo rarefatto della mente dove pensiamo per immagini prima e per parole poi.

 

 

Una nuvola, due nuvole, molte nuvole

 

Osservare le nuvole è davvero

il lavoro perfetto per imparare

a guardare e poi a stare nel

tempo e nell’impermanenza

di tutte le cose, perché le nuvole

sono filosofe naturali e sanno

che le risposte stanno nelle domande

e nell’altrove, in tutti i luoghi da

cui proveniamo e in quelli verso

cui andiamo. Andiamo? Ma non

è certa la direzione e neanche

il senso. Come scriveva Jean Cocteau

per la poesia, lo stesso possiamo

dire di tutte le nuvole. A cosa servono

dunque le nuvole? Sono indispensabili.

Ma non so per cosa.

 

 

Oggi ho guardato molte nuvole, nel cielo, nei quadri, nelle fotografie e sono piena di gioia. Sì perché le nuvole mi fanno questo effetto e anche i pensieri sono più leggeri dopo averle guardate.

Questa è la Cronaca nuvolosa numero 439 di venerdì 21 maggio del secondo anno senza Carnevale, le nuvole della fotografia sono antiche nuvole del 2013 viste a Torri del Benaco sul lago di Garda.

Nel nuvolario delle Cronache, ogni Cronaca cerca la sua poesia e la sua nuvola e io mi incanto a guardarle sdraiata sulla mia.

mercoledì 12 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/430. Come pronunciare il nostro alfabeto che qui è sconosciuto

 


 

 

Il pittore è arrivato al porto con le fanciulle e le rondini, sa che è giunto il momento del commiato, che potrà continuare a dipingere le gemelle e la fanciulla addormentata, ma solo grazie alla memoria e non più in compagnia dello sguardo. Tutto si è compiuto in una manciata di giorni e lui sa che non potrà mai ritornare. Le gemelle gli hanno regalato una scatola di colori che non finiscono mai e una pezza di broccato, color bronzo come quello dei loro abiti, perché ne faccia un mantello o una coperta per le sere in cui le penserà senza più poterle guardare se non nei quadri nuovi.

 

 

Il canto di Andrey che parte

 

Sono partito da Odessa mio

amore, ma non per tornare da

te. È da te che sono partito per

cercare un mare più profondo e

un cielo più vasto. Passerò da

Varna amore mio e ancora starò

cercando il tuo volto tra i mille

che mi verranno accanto. E a

Venezia fermerò i miei passi e

nelle onde della laguna cercherò

una casa, la casa dove poterti

chiamare e dire che i leoni di

San Marco si svegliano all’alba,

che la Fenice risorge davvero

dalle sue ceneri e gli unicorni

pascolano nei prati che questa

città nasconde dietro le mura

dei cortili e delle case. Quando

verrai, amore mio, porta con te

una brocca della nostra acqua e

tutte le parole del nostro alfabeto

che qui conoscono come straniere,

mentre la mia lingua gioisce anche

solo a ricordarle. Ti scioglierò i capelli

mia piccola sirena, e ti chiederò

di restare mentre canterò questi

mari così lontani, ma così simili

al canto del nostro amore.

 

 

Sale su un battello a vapore Andrey, mentre le fanciulle identiche sono diventate sei. Vorrebbe chiedere chi sono le altre, ma il rumore è troppo forte e la banchina sempre più lontana. Così smette di guardarle e cerca il mare. Ogni onda è un pensiero, ogni onda è un ricordo.

Lasciamo Andrey Remnev, autore anche del quadro che accompagna questa Cronaca 430 di mercoledì 12 maggio del secondo anno senza Carnevale, al suo viaggio. Forse più avanti lo ritroveremo insieme alle fanciulle e alle rondini di Odessa, insieme alle nuove poesie che dalle onde saranno accompagnate.

giovedì 6 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/424. Le rondini d’oro e l’incendio della sera

 


La ragazza dormiva a braccia conserte su un tavolo di pietra, la testa appoggiata sulla sommità e il viso rivolto verso il cancello. La vidi per la prima volta una mattina molto presto, c’erano ancora i canti dell’alba che risuonavano dai nidi e le rondini sfrecciavano intorno a lei, senza svegliarla. Mi chiesi come potesse dormire con quel festoso frastuono, mi fermai qualche istante ancora, ma lei non si svegliò. Il giorno successivo passai di nuovo davanti alla villa, era quasi mezzogiorno e la ragazza dormiva nella stessa posizione del giorno prima. Non c’erano più le rondini a sfrecciare nel cielo, ma il suo sonno sembrava protetto dalla medesima veglia della natura intorno che sembrava volerla proteggere. Poi fu che non ci pensassi più, salvo incrociare la sua via andando verso il caffè dove mi ero dato appuntamento con gli amici. Mi fermai al cancello e la ragazza dormiva sempre, sembrava che non si fosse mai mossa, il viso era rilassato e di un bell’incarnato, la vestaglia giapponese bianca a rosa, ricamata con grossi fiori viola e oro, nella luce morbida del pomeriggio luccicava ancora di più. Rimasi fermo per qualche istante, ma lei non si mosse neanche quel giorno, così ripresi la mia strada. Fu solo la settimana successiva che notai un cambiamento, la vestaglia, forse era davvero un kimono, era turchese e verde smeraldo. Sulla schiena si intravedevano delle canne di bambù ricamate finemente, di un verde più tenue ombreggiato di un color giada che faceva rilucere la figurina addormentata. Da quel giorno non potei fare a meno di passare per controllare che quel sonno fosse sempre profondo e protetto dal fitto giardino che circondava la villa. La vestaglia di seta, la prima volta che passai da lì al tramonto, era rosso fuoco, striata di arancione, l’insieme dava l’idea di un incendio appena scoppiato. La ragazza dormiva sempre, mi chiesi una volta di più cosa stesse sognando, battei la punta del bastone contro la cancellata, ma a sfrecciare via furono le rondini che volavano basse, mentre lei non si mosse. Fu nella quarta settimana che la mia impazienza ruppe indugi e scrupoli, girando intorno alla villa avevo intravisto la possibilità di arrampicarmi sul muro di cinta e poi da lì appendermi a un ippocastano dall’aria robusta e lasciarmi poi dondolare giù sul prato. Ero certo che non ci fossero cani da guardia, né giardinieri che avrebbero potuto fermare la mia intrusione. Quel pomeriggio la ragazza indossava una vestaglia di seta nera ricamata con delle rondini dorate. Il suo sonno imperscrutabile non cambiava mai e io ero deciso ad assistere al suo risveglio. Mi sedetti al riparo di un cespuglio poco distante dal tavolo di pietra e dalla fanciulla addormentata. E poi accadde che il grande portone di legno intarsiato della villa si aprisse e sulla soglia apparisse una fanciulla identica a quella che stava dormendo. Sugli avambracci tesi portava un chimono di broccato arancione e oro, copia identica a quello che lei stessa indossava. Fu un attimo e tutto un frullare di ali, perché le rondini d’oro posate sulla fanciulla addormentata presero il volo. Ma lei non si mosse, non poteva muoversi, era una fanciulla scolpita nel marmo e dipinta con una tale maestria da sembrare viva. Chi aveva compiuto quel miracolo compositivo aveva certo studiato le antiche sculture greche che, benché giunte a noi prive di colori, ne conservano tracce quasi invisibili. Lo sapevo per averne letto in un libro studiato ai tempi dell’università. Il miracolo della fanciulla addormentata era ancor più intenso per via della vestaglia di seta. Quella viva indossava una vestaglia dal taglio tradizionale, mentre quella per la sua sosia che sempre dormiva, era tagliata e cucita in maniera tale da caderle addosso con pieghe perfette. Il corpo era roseo e perfetto, i piccoli seni sbocciavano da un petto elegante come le spalle e il collo. Guardai la fanciulla, che era ormai accanto alla sua sosia e non ebbi più dubbio alcuno che lei ne fosse stata il modello. Con gesti rapidi e sicuri aveva denudato la statua e sostituito la vestaglia. Poi si era seduta accanto, sulla panchina e aveva assunto la stessa posizione. Le rondini dorate, che vidi di nuovo solo per qualche istante, si posarono sulle mani delle due ragazze. Anche l’altra, quella che respirava, si era addormentata e il mio occhio non riusciva più a staccarsi. Temetti di stare impazzendo perché capii di essermi innamorato, ma non della fanciulla di carne viva. Io bramavo quell’essere di pietra che chiamava a sé le rondini d’oro e l’incendio della sera. Sentii un cigolio e vidi che il grande cancello era aperto, qualcuno mi stava invitando a lasciare il giardino e le fanciulle addormentate. Imboccai così il sentiero con in cuore la promessa di tornare l’indomani. Volevo svelare quel mistero e baciare quelle labbra più fresche anche dell’ultima rosa.

 

Ho scritto questa Cronaca 424 suggestionata dall’immagine del quadro High Water del pittore russo Andrey Remnev che ho scoperto su Facebook grazie a Jean-Philippe de Tonnac. Scrivere a partire da un’immagine è un percorso che sto facendo con Valentina Durante e Giulio Mozzi, che ringrazio. Le immagini ci parlano e non sappiamo perché, noi rispondiamo con le parole, che delle immagini sono compagne. Oggi è giovedì 6 maggio del secondo anno senza Carnevale.

giovedì 22 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/228: le emozioni che vengono da ogni luogo, dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta

 


Vivere ogni giorno come se stessimo compiendo un destino o un’opera d’arte. Quali immagini mi vengono in mente per dare corpo a questa idea?

La prima è quella di un lento e sapiente lavoro di cucito: scegliamo la stoffa, il modello, tagliamo, passiamo le marche, imbastiamo, proviamo, cuciamo, stiriamo e infine indossiamo questa giornata faticosa che ha portato molte preoccupazioni, pensieri tristi, molti nuovi ammalati e molti perduti per sempre, soprattutto tra gli anziani. Faccio fatica a scrivere la parola morte, non a pensarla, non a guardarla in faccia. Conosco moltissime persone che hanno perso uno o tutti e due i genitori o altri parenti quest’anno. Non è facile rassegnarsi alla perdita di chi amiamo, ma accade, accade ogni giorno e, prima o poi, a ciascuno di noi.

Vivere ogni giorno, un passo dietro l’altro, un respiro dietro l’altro. Prima del cucito c’è la tessitura, un’arte quasi completamente scomparsa che mi riporta alla mente Penelope e la sua tela infinita, gli arazzi medioevali, le donne che fino al secolo scorso tessevano in casa le stoffe necessarie alla vita quotidiana. Tra i miei cimeli di famiglia conservo un telo per materasso bianco e blu e alcune lenzuola tessute dalla nonna materna in Puglia durante gli anni Venti del secolo scorso.

Tessitura e cucito sono attività che la nostra civiltà da sempre assegna alle donne e che sono diventate arte dopo che i couturier e gli stilisti maschi le hanno portate alle luci della ribalta.

Vivere ogni giorno, un movimento dietro l’altro, le mani che modellano il vaso, che trasformano l’umile argilla in oggetti d’uso quotidiano. Conservo tra i cimeli due vasi e un’anfora modellati da zio Paolo, fratello del nonno materno, nel suo forno in Puglia.

Gli oggetti evocati da queste immaginazioni non sono opere d’arte, ma sono destinati all’uso quotidiano e arricchiscono la nostra giornata della semplice bellezza creata da mani sapienti e occhi curiosi.

Poi, come diceva Picasso, per un brivido improvviso ci scrolliamo di dosso la vita quotidiana e accade che:

 

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.

L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno”.

 

O come scriveva Pierre Hadot (vedi la Cronaca 222 del 16 ottobre 2020) proviamo un “sentimento oceanico” e ci sentiamo parte di un tutto, nonostante la fatica e le difficoltà.

La vita quotidiana e l’arte stanno, in apparenza, sulle rive opposte del fiume del tempo, ma non è così. Ha ragione Picasso nel rivendicare all’artista il ruolo di ricettacolo di emozioni e dunque di creatore. Ma senza la tessitura, il cucito, l’arte del vasaio, insieme alle mille altre cose che facciamo per vivere giorno dopo giorno, non vi sarebbe racconto possibile, non vi sarebbero le relazioni tra lo sguardo dell’artista con il cielo, le nuvole, lo sguardo di un passante, il vento d’autunno che ci scuote come foglie.

È sottile il margine che separa l’occhio dell’artista dall’occhio comune, è sottile ma solo l’artista lo possiede. Quando un dipinto, una poesia, un romanzo o una scultura sono compiuti e arrivano a noi è come se vedessimo, ascoltassimo e capissimo per la prima volta qualcosa che era già sotto i nostri occhi.

Rendere noto l’ignoto e visibile l’invisibile, questo ci donano gli artisti.

Ci fanno sentire soli nella moltitudine e accompagnati nella solitudine, anche in questi giorni di nuove paure e malinconie.

Questa sera vi saluto con una poesia di Ghiannis Ritsos che avevo già pubblicato nella Cronaca 14 del 22 marzo 2020.


L’altra città

 

Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto

ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte

o come scelte, come libere - intersecate sempre.

Ma nel profondo, in centro, esiste l'unica solitudine - dice;

una città sorda, quasi sferica, senza alcuna

insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,

con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta

da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città

da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con

le mani conserte,

ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,

questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati

dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,

inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

 

Sono passati giusto sette mesi e la Cronaca odierna, di giovedì 22 ottobre dell’anno senza Carnevale, è la 228.

La citazione di Picasso è tratta dal libro Propos sur l’art, Gallimard 2000 e citata in esergo al volume L’arte in sei emozioni di Costantino D’Orazio, Editori Laterza 2018.


giovedì 10 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/186: ...un sasso, una foglia, una porta nascosta

 

Prima della creazione venne il sogno, fu un sogno di immagini vorticose, di colori incandescenti, di parole in lingue non ancora nate.

Poi la mano si aprì e si tese, caddero i semi di melograno, le foglie dell’oleandro si aprirono alla prima stagione e questo gesto creò la prima memoria e il primo oblio.

L’oblio non esiste senza memoria, la segue passo passo perché ne è l’ombra, a volte leggera, a volte così difficile da portare.

Se teniamo la memoria nel cuore dove starà l’oblio? In una tasca di oscurità? O sarà luce accecante che rende comunque impossibile la visione?

 

Lo sguardo si apre sul vasto mondo, a che età avremo accumulato abbastanza ricordi per iniziare a ricordare anziché a vedere?

Perché immagini che non sapevamo più di avere visto tornano nei nostri occhi pur se con quella patina opaca che denuncia il passare del tempo?

L’unico luogo dove lo sguardo non troverà mai una replica di ciò che già conosce è un cielo nuvoloso. Non grazie al cielo ma grazie alla mutevolezza stessa delle nuvole.

Mai, mai potremo guardare due volte la stessa nuvola, mai potremo richiamarla intatta nella nostra memoria.

Nel teatro interiore lo spazio è ancora più ridotto, così ci accontentiamo di approssimazioni e sovrapposizioni, sino a quando le forme non saranno compiute e basteranno a se stesse.

La forma delle nuvole è l’unico segno che il tempo riconosce e di cui si fida. Se una nuvola è cambiata, il tempo saprà di essere passato su questa terra e in questo cielo.

La luce accompagna le metamorfosi nuvolesche, tinge la superficie e guida il carro d’oro del tramonto verso l’altro emisfero.

La diffusione dei colori è una conseguenza dell’amore sfrenato tra il tempo e la luce, l’arcobaleno e i pittori rapiscono i figli celesti di questo amore e ci trasmettono i colori e le forme. Che non è detto che siano o siano state reali.

I dipinti sono i figli terrestri della luce, lo sguardo dei pittori è la levatrice di paesaggi con figure assenti, di nature morte, di volti che mai si sono riflessi nell’occhio di un passante.

Davanti a noi le immagini si moltiplicano, come i dipinti, le poesie, i romanzi e noi viviamo in mondi che non sono il nostro e in quel mondo che ci colpisce lasciamo che i nostri occhi seminino e disperdano le visioni che già hanno accumulato.

Di certo non arriveremo mai con il nostro sguardo sino alla fine del tempo, con il nostro sguardo possiamo creare pietre miliari e lasciarle a chi ci seguirà.

“...un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati.

Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre, dalla prigione della sua carne siamo giunti all'indescrivibile, indicibile prigione di questa terra.

Chi di noi ha conosciuto il fratello? Chi ha guardato nel cuore del padre? Chi non è rimasto per sempre prigioniero? Chi non è per sempre solo e straniero?

O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi! Muti cerchiamo la grande lingua dimenticata, la strada perduta per il cielo, un sasso, una foglia, una porta nascosta. Dove? Quando?

Perduto spirito, pianto dal vento, torna ancora”.

Muti cerchiamo la grande lingua dimenticata, scrutiamo il cielo in cerca delle nuvole che conosciamo anche se, già sappiamo, che anche il nostro sguardo dovrà dimenticarle.


Questa Cronaca 186 è nata il decimo giorno di settembre dell’anno senza Carnevale. Parlo e riparlo con tutti gli abitanti della Casa delle Parole perché sto scrivendo un altro testo e parlare serve a sciogliere i nodi.

 

La citazione è tratta dal romanzo di Thomas Wolfe O Lost, meglio conosciuto come Angelo, guarda il passato.


domenica 20 novembre 2016

voglio capire attraverso quali ripensamenti sono arrivata a come sono ora

Spesso restaurando una vecchia tela, riaffiorano tracce di altre forme nascoste dagli ultimi strati di colore. Potrà apparire un albero attraverso un abito di donna, dietro un bambino potrà nascondersi un cane o una barca rimasta senza mare. Si parla allora di ripensamenti, un modo ricercato per dire che il pittore ha cambiato idea… Ormai sono vecchia e voglio capire attraverso quali ripensamenti sono arrivata a come sono ora.

monologo iniziale del film 
Giulia di Fred Zinnemann con Jane Fonda e Vanessa Redgrave
basato sul racconto autobiografico Pentimento della scrittrice Lillian Hellmann, sceneggiatura di Alvin Sargent.

Uno dei miei film preferiti in assoluto che di tanto in tanto rivedo con piacere.
Una storia di amicizia, amore e morte. Una storia che parla di coraggio e anche dei tormenti della vita creativa.

E.P.




lunedì 20 luglio 2015

L’Amleto del suo cuore sapeva che tali cuori vedono oltre

La tempesta imminente

Per il quadro di S. R. Gifford, di proprietà di E. B., 
esposto alla Mostra Nazionale nell’aprile 1865


Ogni cuore che ha vita vibrerà per lui
che visse nelle sue fibre questo quadro. Oscuro
presagio, oscuri indizi dalla sfera d’ombre
lo inchiodarono, trascinato in quel paesaggio.
Una nube demonica come una montagna bruciava
in un cuore mite, come questo lago rinchiuso a urna,
dimora delle ombre, nient’altro
che un pensoso figlio di Shakespeare.
E mai le linee separavano nettamente, immerse
nel mito, nel destino.
L’Amleto del suo cuore sapeva che tali cuori vedono
oltre; nessuna sorpresa coglierà chi giunge
nel nucleo segreto di Shakespeare: quello
che cerchiamo e fuggiamo è lì,
l’estrema conoscenza umana.

Herman Melville
Da Poesie di guerra e di mare
traduzione di Roberto Mussapi
Oscar Mondadori 1984




venerdì 27 marzo 2015

Per dipingere una nuvola bisogna aspettare come se si fosse noi stessi una nuvola

La mattina presto, o poco prima del tramonto, esce dalla sua casetta bianca a due piani. Porta con sé la scatola, il cui coperchio funge da cavalletto; la tavolozza è ridotta al minimo: polvere blu di Prussia, bianco e nerofumo, carminio e vermiglio per ravvivare i colori. In un primo momento, non dipinge. Non basta guardare quell'oggetto, il cielo, come qualunque altro. Il cielo non è un oggetto, è un ambiente, e un ambiente selvatico. Si sottrae se lo si affronta subito, se si cerca di superarlo in velocità, e il risultato è brillante come può esserlo, per esempio, una tempesta di Turner; ma se si aspetta troppo a lungo, il risultato è freddo, infedele: un cielo in stile accademico. Bisogna rimanere in piedi nel posto scelto, di fronte al paesaggio, e aspettare. Per ore Carmichael aspetta. E' ovvio che non aspetta stupidamente, l'ispirazione; non aspetta neppure una bella disposizione delle nuvole, perché tutte le disposizioni di nuvole sono interessanti in ugual misura per chi sa contemplarle. Aspetta semplicemente che la pittura sorga in lui come una turbolenza, che si formi impercettibilmente, proprio come fanno le nuvole, aspetta che si aggreghi attraverso tutto il suo corpo, affinché la bellezza del cielo impregni la carta. Carmichael aspetta, come se fosse lui stesso una nuvola. E soltanto allora dipinge.

Stéphane Audeguy
La teoria delle nuvole
traduzione di Maurizio Ferrara
Fazi editore 2009

mercoledì 4 dicembre 2013

Attorno a noi, invisibili nell'aria, le idee si formano e si disfano continuamente come nuvole

Attorno a noi, invisibili nell'aria, le idee si formano e si disfano continuamente come nuvole. 
(...) Noi possiamo modificare, trasformare, adattare la prima forma ad un contenuto pittorico, grafico o plastico, ma dobbiamo sinceramente dire che le idee non sono nostre, possiamo soltanto dire che si sono manifestate per mezzo di noi e il nostro merito sarà di aver preso contatto con il loro mondo al momento giusto, sarà di capire quando dobbiamo agire e quando di dobbiamo fermare, così che l'idea venga pura alla nostra luce. 
Questi disegni, che oggi si chiamano astratti, non vogliono essere considerati come opere d'arte nel senso completo dell'espressione, ma presi per quello che sono: dei messaggi dal mondo delle armonie, leggibili solo da artisti, messaggi che già contengono un germe, quel germe che potrà dar vita a una nuova espressione d'arte. 
Vi sono uomini e artisti e questi ultimi hanno il compito di rendere percepibile ai primi il mondo limpido delle armonie.

Bruno Munari
dalla presentazione del catalogo
Disegni astratti di Ciuti, Fontana, Lupo, Munari, Pintori, Radice, Soldati, Steiner, Veronesi.
G.G. Gorlich editore 1944

domenica 2 giugno 2013

La gioia di scrivere

Piacere. Gusto, Com'è raro sentire usare queste parole. Com'è raro vedere la gente vivere o, a proposito, creare, sottomettendosi a loro. 
Eppure se mi chiedessero di nominare i principali componenti della natura di uno scrittore, le cose che formano il suo materiale e lo spingono lungo la strada per la quale vuole andare, io potrei solo consigliare di seguire il proprio piacere, il proprio gusto.
Avete il vostro elenco di scrittori preferiti; io ho il mio. 
Dickens, Twain, Wolfe, Peacock, Shaw, Molière, Jonson, Wycherly, Sam Johnson. 
Poeti: Gerard Manley Hopkins, Dylan Thomas, Pope.
Pittori: El Greco, Tintoretto.
Musicisti: Mozart, Haydin, Ravel, Johann Strauss (!).
Pensate a tutti questi nomi e penserete a grandi o piccoli, nondimeno importanti, piaceri, appetiti, desideri. 
Pensate a Shakespeare e a Melville e penserete al tuono, al fulmine, al vento.
Conoscevano tutti la gioia di creare in forme grandi o piccole, su canovacci illimitati o ristretti. Questi sono i figli degli dei. Conobbero la gioia nel proprio lavoro. Non importa se la creazione arrivò con difficoltà, qui e là lungo la strada, o se le malattie e le tragedie toccarono le loro vite più intime. Le cose importanti sono quelle che ci sono arrivate dalle loro mani e menti, e queste scoppiano di vigore animale e vitalità intellettuale. I loro odi e i loro sconforti sono stati trattati con una specie di amore.
Guardate l'allungamento di El Greco e ditemi, se potete, che non provava gioia nel suo lavoro. Potete veramente sostenere che Dio che crea gli animali dell'universo del Tintoretto è un lavoro fondato su altro che non sia il "divertimento", nel senso più ampio e più pienamente sviluppato del termine?
Il Jazz migliore dice "Gonna live forever; don't believe in death". (Vivrai per sempre, non credere alla morte).
E la migliore scultura, come la testa di Nefertiti, dice e ripete "La Bellezza è stata qui, è qui, e sarà qui per sempre". 
Ciascuno degli uomini che ho nominato ha raccolto un pizzico di argento vivo dalla vita, l'ha conservato nel tempo e ha costretto, nella fiamma della propria creatività, a voltarsi verso di esso e dire "Non è forse bello?". Ed era bello.
Cos'ha a che fare tutto ciò con lo scrivere i racconti dei nostri tempi?
Solo questo: se scrivi senza piacere, senza gusto, senza amore, senza divertimento, sei solo un mezzo scrittore.
Significa che sei così occupato a tenere d'occhio il mercato o a prestare orecchio al versante avanguardistico, che non sei te stesso. Non conosci neanche te stesso. 
Prima di tutto uno scrittore dev'essere, è, agitato.
Dev'essere una cosa di febbri e entusiasmi.
Senza questa forza, farebbe bene a uscire a raccogliere pesche o a scavare dei fossi. Dio sa che sarebbe meglio per la sua salute.
Quanto tempo c'è voluto perché voi scriveste una storia dove il vostro vero amore e il vostro vero odio finissero sulla pagina? Quand'è stata l'ultima volta che avete avuto il coraggio di abbandonare un pregiudizio che vi è caro e allora la pagina è stata come illuminata da un fulmine? Quali sono le cose migliori e le peggiori della vostra vita, e quand'è che comincerete a sussurrarle o a gridarle?

Ray Bradbury
La gioia di scrivere in
Lo zen nell'arte della scrittura
Libera il genio creativo che è in te
traduzione di Paolo Nori e Salim Catrina
DeriveApprodi 2000

sabato 20 ottobre 2012

Creare per uscire dal proprio inferno

Non c' è nessuno che abbia mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non per uscire dal proprio inferno.

Antonin Artaud citato
da Ernesto Sabato
in Prima della fine
Einaudi 2000
recensito da Stefano Malatesta
su Repubblica del 22/01/2000

domenica 2 settembre 2012

Trarre la forma da disarmonie intenzionali


Dal piccolo porto di Collioure, un pezzo di Catalogna in terra francese, André Derain scrive nell'estate del 1905 all'amico Maurice Vlaminck, con il quale condivideva dall'inizio del nuovo secolo un atelier a Chatou, dell'esperienza affascinante che va facendo in quei mesi a fianco di Matisse, sotto la luce calda e zenitale di quel meridione d' Europa: scrive della "luce bionda, dorata, che sopprime le ombre"; del suo quotidiano "sfacchinare seriamente e con tutta l'anima" attorno a una trentina di studi, tutti rigorosamente condotti all'aria aperta, in cerca di "quelle cose che traggono la loro forma da disarmonie intenzionali"; e di quanto, infine, quell' aria tersa che respira, quel mondo diverso che ora conosce, fatto di pini e di olivi, di mare e di cieli inondati dal sole, imprimano un corso nuovo alla sua pittura: così che, dice, "la mia guarigione data solo da oggi".

Fabrizio D'Amico
in un articolo dedicato alla mostra
di Derain e Matisse a Torino
Repubblica 8 febbraio 1999

sabato 1 settembre 2012

Dipingo l'invisibile. Fotografo il visibile

Dipingo quello che non può essere fotografato.
Fotografo quello che non voglio dipingere.
Dipingo l'invisibile.
Fotografo il visibile.

Man Ray
1974