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sabato 20 giugno 2026

Come attingere da sé la propria parola

Dalla Dickinson ho appreso una grande lezione: come attingere da sé la propria parola e che non c’è bisogno di vederla pubblicata perché esista.

Marisa Bulgheroni nell'intervista rilasciata ad Antonella Fiori 

sull'Unità di lunedì 11/11/1996

giovedì 24 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/746. Chiara voce dell’alba, prologo di ogni mattino

 

 


Quando la notte prende il sopravvento e ci tiene tra le sue braccia, ecco che una nuova possibilità si apre. Mentre l’oscurità sfuma nell’argento dell’alba, noi possiamo anche udirne la voce, che è la voce degli uccellini sopravvissuti all’inverno. Ancora i suoni dell’umanità non si manifestano e si può restare ad aspettarli, perché cresceranno con l’avanzare della luce. L’alba è il primo evento di ogni giorno, ogni giorno è la speranza che ogni cosa vada bene, che ogni cosa vada meglio del giorno che l’ha preceduta. È cristallina la voce dell’alba, è alta e chiara e invita il sole a mostrarsi nei suoi drappi rossi e argentati.

Guardo fuori dalla finestra aperta, non importa se fa ancora freddo. Sdraiata sul divano, avvolta in un plaid di lana, guardo il colore degli alberi che trasmuta dal nero della notte che li confondeva con sé, al timido marrone appena scheggiato dalle gemme nuove. Di notte gli alberi sono come parole ancora immerse nell’inchiostro. È solo la luce che riesce a scrivere nel cielo e a rendere la natura partecipe del progetto misterioso di ogni giorno che inizia.

 

 

Prima che la parola sia stata pronunciata

 

Chiedo alla luce questa

prima parola, la chiedo

perché la luce conosce

la differenza tra un silenzio

che precede la parola e

il silenzio che la segue.

Così avviene ogni giorno

questo miracolo: sentire

l’eco di ogni intenzione

prima ancora che la parola

sia stata pronunciata.

 

 

Così è trascorso questo giovedì 24 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 746 si esercita ancora al silenzio, lei che vorrebbe solo trillare con gli uccellini che hanno cantato tutto il giorno in fondo al giardino.

mercoledì 23 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/745. A che punto è la notte…

 

 


Non è proprio una domanda, è più un tentativo di capire quanto durerà ancora questa privazione della luce, questa attesa che consuma e sfinisce, questa mancanza d’aria. Se lo chiedono gli insonni soprattutto, quelli per cui la notte è un tormento un’interruzione della vita che non porta sollievo ma solo ulteriori pene. Gli insonni non riescono a sfuggire al minimo rumore notturno, sono assediati dalle sirene in lontananza, dalle rare auto che passano sui grandi viali che portano in periferia. Anche il loro stesso respiro è fonte di fastidio e noia, la notte è un’immensa voragine che toglie piacere e senso alla vita diurna. Ma ci sono anche altri tipi di insonni, non quelli che stentano ad addormentarsi, ma quelli che si svegliano proprio nel cuore del buio perché i rumori umani intorno sono cessati. Che sollievo diventa quel silenzio! Quanta bellezza si offre allora a quelli che non sanno più dormire. È possibile scegliere tra film e serie televisive, ma ancora meglio è mettersi a leggere, perché quel silenzio chiama le parole, perché così può risuonare ancora più alto e chiaro e le parole stesse ne traggono beneficio. Dunque, a che punto è la notte? Quando mi capita di svegliarmi all’improvviso, mentre sto sognando, l’oscurità e il silenzio mi accolgono con un canto di benvenuto e lo stupore di quel silenzio sconosciuto alle ore del giorno mi invade lo spirito e sono grata alla notte di avermi chiamato, di darmi la possibilità di ascoltare quel che non c’è, di prendere in mano un libro e la matita e ricominciare a leggere senza l’assedio delle ore diurne che si inseguono e rincorrono e non conoscono tregua.

 

Una voce che si leva prima ancora che sia alba

 

A che punto è la notte

non lo sappiamo dire.

Solo quando il silenzio ci

chiama, solo allora lasciamo

che i rami del sonno

fioriscano e si pieghino

sotto il peso dei sogni che

ricordiamo. E non c’è più

separazione tra luce e

buio, tra ricordo e

immaginazione. Solo

allora capiamo che ogni

notte orliamo di sogni

il giorno, è questo

il segreto, questa

la benedizione. Un silenzio,

la fonte che zampilla,

una voce che si leva prima

ancora che sia alba, che

sia ripetizione.

 

 

Torno a leggere dopo avere scritto queste poche parole per la Cronaca 745 di mercoledì 23 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

lunedì 7 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/701. Il manto della prima neve le foglie degli alberi, così ci appare la carta

 


 

Riprendo il filo del discorso di ieri sulla carta, gli alberi e la luce. Lo riprendo perché ho iniziato a rileggere un piccolo libro prezioso di Junichiro Tanizaki, il Libro d’ombra:

“La carta, dicono, è invenzione cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non mi trasmette che l’impulso a usarla; se, invece, mi chino a osservare una carta cinese, o giapponese, a poco a poco mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La bianchezza stessa è diversa. Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese, o giapponese, la beve lentamente, e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto, e che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata, leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi”.

Mi piace molto questo approccio sensoriale alla carta. Alla sua bianchezza, alla sua capacità di offrirsi alla luce, al suo silenzio.

 

Dal mondo dell’immaginazione a quello della carta

 

Tace la carta, tace quasi

sempre, tace se noi non

la stropicciamo tra le dita,

tace quando la lasciamo

intonsa, senza figure e

senza parole. Tace la carta

ma ci ascolta nel suo

silenzio millenario e nelle

molte forme in cui l’abbiamo

plasmata ci attrae a compiere

quel gesto della mano, a

impugnare una penna o

una matita e a consegnarle

immagini e versi che smettono

di essere solo nostri, che

smettono di esistere nel

mondo invisibile della

nostra immaginazione.

 

 

Dopo avere scritto questa breve poesia mi soffermo ad accarezzare il libro di Tanizaki, il quaderno su cui sto prendendo appunti e poi annuso i fogli, anche gli odori sono molto diversi. Questa Cronaca 701 di lunedì 7 febbraio del terzo anno senza Carnevale ne è incantata e ancora non ha deciso quale preferisce

martedì 23 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/625. I filamenti di luce che accendono la giornata

 

 


 

Quando le stagioni arrivano è la luce che lo annuncia, muta intensità e colore, e noi non possiamo che piegare lo sguardo sotto le nuove tonalità. Amo la luce azzurra dei freddi tramonti novembrini e questo nuovo scarto della luce so che entrerà in una poesia, in una Cronaca o anche solo in un appunto che resterà nel suo quaderno. Vorrebbero unirsi al coro della luce anche gli alberi, ma non trovano modo di inserirsi in un canto che solo la luce conosce e capisce e tutte le altre creature possono solo intuire. La minima variazione fa vibrare le corde invisibili del creato, la luce è l’unica prova evidente che l’universo è energia prima ancora che massa, che il tempo è una nostra narrazione e che le nostre parole e immaginazioni riescono a rendere conto solo di una minima parte, una parte residuale, dell’immenso mistero che abitiamo e che ci abita. Mi piace tirare uno di questi fili luminosi che accendono la giornata e tirarlo per vedere dove mi porta. A volte diventa una storia nuova, a volte una poesia, la maggior parte delle volte diventa il filamento di luce che era già e resta sospeso nell’aria come una farfalla o una foglia, sino a quando non svanisce o non cade a terra. Un filamento di luce caduto sceglie di solito una foglia per cadere, è questo il motivo per cui le foglie autunnali si accendono di colori meravigliosi.

 

 

La luce che non ci appartiene

 

Se dico luce ognuno comprende

cosa annuncio: un giorno nuovo,

il sole che sale, un’intuizione,

una vita che nasce. Anche quando

pronuncio a voce bassa ombra,

ognuno comprende e vede

la luce infrangersi sui corpi

opachi di persone e cose. Ombra

non è buio, il buio arriva prima,

è la condizione originaria da

cui la luce scaturisce. Come lo

è il silenzio per la parola, è

il nido ed è anche lo scoglio

dove le onde del senso devono

infrangersi per permettere

alle parole di risplendere e dire

la luce, anche quella che non

ci appartiene, anche quella che

verrà dopo di noi.

 

 

 

La vita è fatta davvero di poco, di piccole contemplazioni, di ricordi che ci saltellano in testa come le rane nello stagno, di una buona conversazione con un amico, di una parola o di un gesto d’amore, di un libro nuovo appena comprato per irresistibile impulso. A volte il libro se ne sta da anni su un ripiano della nostra biblioteca ed è bello scoprirlo e riscoprire perché lo avevamo comprato.

Ci sono foglie secche e una tazza di tè sulla mia scrivania, una raccolta di racconti fantastici scelti da Borges, il manoscritto del nuovo libro di poesie di Danilo Bramati per cui voglio scrivere una nota di lettura, molte penne colorate, molti quaderni. Ho qui con me tutto il mondo che mi serve perché nelle fredde giornate novembrine sto chiusa in casa, lavoro, scrivo, penso, leggo e torno a scrivere, mi lascio portare dai pensieri e dalle immaginazioni. Anche questa Cronaca 625 di martedì 23 novembre del secondo anno senza Carnevale respira la mia stessa aria e contempla la mia stessa luce e dopo un giretto davvero breve, torna ad acciambellarsi nella sua cesta accanto al fuoco.

giovedì 2 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/543. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio

 


 

L’esperienza della luce inizia dall’attesa, già mentre il mondo e le cose sono ripiegati nell’opacità del loro vero essere, inizia, davvero inizia con trepidazione il momento in cui ciascuno ricomincerà ad avere un’ombra anziché essere un’ombra. Perché i poeti amano così tanto la luce e l’ombra? Perché amano il gioco degli opposti? Forse perché imparare a conoscere la soglia tra gli opposti, favorisce l’insorgere della poesia. Che arriva a volte da un suono, a volte da un’immagine a volte da un silenzio. Preme nel cuore di tutti la poesia, preme per sgorgare e scorre veloce con il sangue e lenta con il respiro di chi ha imparato a stare nel momento. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio, questo è il segreto che sta in bilico in ogni riga scritta, in ogni riga letta. Mi chiedo sempre da dove arrivi il moto che spinge la poesia a rivelarsi, ma l’unica risposta che ottengo è quella del mare, quando le onde diventano un po’ più fragorose e ridono sincere di tutte le nostre preoccupazioni. Sono domande oziose e anche inutili, lo so, ma mi piace pensare che esista un luogo dove la poesia viva e cresca, come una pianticella nel giardino delle Esperidi, ricoperta di polvere d’oro prima che il vento Zefiro la soffi via. Così questa mattina, non appena la luce ha cominciato a sfilacciare il buio, sono scesa in riva al mare fino alla Casa delle Sorelle. Le luci erano tutte spente, così sono andata a dondolarmi sull’altalena che è rivolta verso la spiaggia, quella che loro chiamano l’altalena del ricordo, che è opposta a quella rivolta verso le Montagne della Nebbia, quella che è l’altalena della dimenticanza. Se vuoi pensare solo al futuro è lì che devi sederti, se cerchi la nostalgia di ciò che non è stato o di ciò che non è più, è verso il mare che bisogna guardare.

Cerco il futuro, ma il passato genera sempre un’attrazione particolare su di me, e più invecchio, più mi piace leggere libri vecchi e antichi, rileggere quelli che conosco e studiare storia e leggere romanzi storici, proprio quella storia che da ragazzina studiavo per dovere e non per piacere. Dall’altalena del ricordo, aspetto che la luce sia alta e il sole inizi a scaldare un po’ la sabbia. E poi, d’impulso, mi sfilo il vestito e corro a tuffarmi nell’acqua che è più argentea che azzurra. È fredda l’acqua del mattino, ma io nuoto veloce, mi immergo sotto la superficie, guardo le bolle d’aria che soffio fuori dai polmoni risalire verso l’alto e mi sorprendo, una volta di più, ad amare questo silenzio ritmato solo dal battito del mio cuore. Quando esco dall’acqua, le tre sorelle mi stanno aspettando al cancello della loro casa. Mi porgono un accappatoio e mi fanno strada verso la casa, che ora è illuminata e calda. Rabbrividisco, accetto volentieri la tazza di tè bollente e una fetta di torta sfornata da poco, perché è tiepida e si sbriciola tra le mie dita. Nessuna di noi parla, non ne abbiamo bisogno, lasciamo che siano il fumo e il vapore a dire qualcosa di questo momento che non sarà mai davvero passato. Un momento che sarà qui, su questa pagina, infinito, ripetuto ogni qual volta lo leggerete. Senza chiedere permesso vado a raggomitolarmi su una delle poltrone che stanno davanti al camino e il gatto nero, che ha mezzo musino bianco e che io chiamo Faucine (da fauci, dovreste vederle le sue fauci quando sbadiglia o cerca di mordicchiare) mi salta subito in grembo. Guardo il fuoco, accarezzo il gatto, mi assopisco e non mi sveglio se non dopo qualche ora. Quando il giorno è già alto, saluto e ritorno alla Casa delle Parole, dove mi aspetta il tavolo ingombro di carte, i libri aperti, pieni di sottolineature, il tempo che si è fermato, non ha voglia di andare, non ancora. Chiede una nuova storia e io inizio a raccontare di quella mattina in cui mi sono tuffata nell’acqua gelida, mentre l’altalena della dimenticanza, mi soffiava all’orecchio le cose che non volevo più sapere di avere saputo.

 

Questa è la Cronaca 543 di giovedì 2 settembre del secondo anno senza Carnevale, il secondo di un’era che avrà un nome e sarà ricordata nei libri di storia.

venerdì 12 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/341: il cielo si è fatto blu scuro e scendono le ombre

 



Il venerdì del villaggio precede il sabato del villaggio, anche se le gioie e le ombre di uno e dell’altro sono per noi contemporanei, le medesime.

Ho un po’ allargato il cerchio delle mie passeggiate oltre le usuali vie del quartiere e ho incontrato una mamma giovane e una bambina piccolissima con i codini, i fiocchi e una maschera a forma di farfalla. Ho incontrato molte persone anziane che camminavano dando l’idea di avere una meta. Pian piano hanno cominciato a uscire anche tutti quelli che finivano di lavorare e si apprestavano a fare la spesa. Il lampione ottuso di ieri è riparato, niente più assembramenti, niente code nei negozi. Ma il niente è un potente tessitore di senso e ci costringe a scegliere i fili con cui vogliamo tessere ogni giornata che avremo.

 

La notte che arriva silenzio dopo silenzio

 

Scelgo il cielo come ordito e

i rami come trama. Scherzo,

lo so, perché è il cielo ad avermi

scelta e io ricambio il suo

respiro con qualche parola

gentile. Arriveremo insieme

al momento in cui scendono

le ombre e se blu sarà questo

volto che tiene la città come

una cicatrice, allora saranno

lacrime i nostri passi e sogno

ogni nostra parola. Sono scese

le ombre della sera e si mischiano

con quelle del giorno che erano

invisibili. Così si fa vasta e

inquieta la nostra notte che

arriva, silenzio dopo silenzio.

 

Quanto mi piace questo momento del venerdì, quando il lavoro è compiuto e le possibilità dei giorni di festa sono ancora infinite. Anche se oggi so già cosà farò e così mi godo l’attesa di momenti che immagino ricchi di senso e di parole.

Questa è, di già, la Cronaca 341, il cui titolo è parafrasi di alcuni versi leopardiani, e oggi è venerdì 12 febbraio del secondo anno senza Carnevale, quando abbiamo imparato a conoscere come la vita sia frutto del caso e di molte ripetizioni. La notte che arriva silenzio dopo silenzio è inedita e l’ho scritta oggi per offrire un dono al mio villaggio e alla mia notte. 

sabato 25 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/139: all’ombra dell’ibisco rosso non dormono le fanciulle in fiore


Tre come le sorelle che vivono nella casa sulla spiaggia, tre come le lune che risplendono nel nostro cielo, tre come i delfini che saltano nel nostro mare, tre come i tentativi di aprire il mio cuore all’alba e al vento.

Inizia così un racconto che sto scrivendo, leggo questo incipit alla poetessa, alla regina e alla sacerdotessa. Non mi pare di averle molto colpite, Margot sbadiglia, le altre abbassano lo sguardo.

Chiedo loro perché siano così indifferenti e tiepide.

- Ma che dici! Mi riprende subito la poetessa, è che la storia la conosciamo molto bene anche noi.

- Di che storia state parlando? È una mia invenzione…

- La storia delle figlie del colonello non è una tua invenzione. È una storia che esiste nell’ampio arcipelago delle storie che sono già state scritte, prosegue la sacerdotessa.

Bisogna che io mi fermi un istante a pensare, qui siamo quattro donne e tutte e quattro scriviamo. Caterina la narratrice, che sono io, la regina Margot, la sacerdotessa Héloïse e Anna la poetessa, che interferisce di continuo con la mia scrittura e io con la sua tanto, che a volte, credo che siamo la stessa persona.


Qualche volta mi fermo sotto una parola
Precario riparo per la mia voce che trema
Che lotta contro la sabbia
Ma dove è la mia dimora.


Le figlie del colonnello erano tre, nate nel giro di tre anni e rimaste orfane alla nascita di Emilie. Colette e Simone pretendevano di avere un seppur vago ricordo della madre, mentre Emilie si consumava nel senso di colpa alimentato dai singhiozzi del padre che in lei rivedeva l’amatissima moglie Catherine. Dato che il colonnello Chabon era spesso via per le esercitazioni, le bambine crescevano nella casa di campagna in compagnia di un’istitutrice ciascuna e delle visite del parroco e di sua sorella Marie-Angèle che portavano loro il conforto della religione.
In casa imparavano il francese, il latino, l’inglese, il russo e il tedesco perché la madre aveva fatto giurare al marito che le figlie avrebbero dovuto imparare almeno tre lingue ciascuna. Suonavano il pianoforte, ricamavano, cucivano da sé gli abiti e imparavano anche a cucinare perché in quella grande casa di campagna si erano persi i confini tra la servitù e la vita borghese. Il colonnello faceva le sue apparizioni con regolarità e a ogni visita veniva scattata una fotografia che lo ritraeva con le figlie, così che un’intera parete del suo studio si andava riempiendo delle loro immagini. Un’intera fila, quasi vicino al soffitto, ritraeva anche la madre che era bellissima come Emilie e sembrava felice vicino al colonnello che era tanto più grande di lei. Le bambine amavano guardare le fotografie e commentare gli abiti della madre e i gioielli che il padre aveva detto che un giorno sarebbero stati divisi tra loro tre. Quel che l’uomo non scoprì mai è che le bambine scoprirono molto presto il nascondiglio della chiave della camera della loro madre e che iniziarono a visitarla di nascosto, senza che nessuno lo scoprisse mai. Sì perché la camera e il boudoir della madre confinavano con il guardaroba nella  camera delle bambine e solo un paravento celava la porta di comunicazione. Fu facile trovare la prima chiave sotto la lampada nello studio del padre e poi, una volta nel boudoir, aprire da quel lato la porta e potersi muovere con agio da un ambiente all’altro e curiosare tra gli oggetti della madre defunta. Trovarono e provarono gli abiti delle fotografie, i gioielli, gli ampi cappelli che erano ormai passati di moda, le pellicce, i guanti di capretto e i ventagli di piume. Lunghissimi file di perle dalle sfumatura che andavano dal bianco più puro al rosa, all’avorio e al grigio erano la passione di Emilie, Colette e Simone ardevano più per le acque marine, gli smeraldi e i diamanti così, pensavano, non sarebbe stato difficile dividere i gioielli una volta diventate grandi. Il trumeau di Catherine, la madre, custodiva non solo i cofanetti con i gioielli ma anche i diari che ancora le bambine non riuscivano a leggere perché erano scritti in russo.
Si dava, infatti, che Catherine fosse russa da parte di madre che, a sua volta, era figlia di una nobildonna tedesca che era dama alla corte dello zar. Quando la padronanza della lingua consentì loro di leggere i diari materni, una vita sfavillante alla corte dello zar, la vita della nonna e della madre bambina, si dispiegava sotto i loro occhi. Ce n’era abbastanza perché le storie si moltiplicassero grazie alla loro fantasia e ufficiali di cavalleria facessero vorticare in un valzer senza fine le loro antenate.
La vita scorreva così, ricca e senza particolari intoppi sino a quando il colonello, ormai in là con gli anni, cadde da cavallo e si fratturò le ossa del collo. L’agonia fu breve, i funerali solenni e rapidi, la lettura del testamento non interruppe la semplicità della loro vita. Colette era già maggiorenne ed era stata nominata tutrice delle sorelle sino al compimento della maggiore età. Momento nel quale, si dissero, avrebbero lasciato la dimora paterna per andare a vivere a Parigi. Ma quando Simone compì i fatidici ventuno anni, nessuna delle tre accennò all’antico patto e rimasero tranquille a vivere con le tre istitutrici che invecchiavano con grazia e la gioia di quella vita confortevole e protetta dalle brutture del mondo. Sino a quando, una sera, un messaggero a cavallo aveva bussato alla loro porta. Non fu il messaggero a turbare la quiete, né tanto meno il messaggio, era la firma in fondo al messaggio che diceva:

“Caro marito, torno a scrivervi presso la casa di campagna perché l’ultima missiva recapitata presso il vostro reggimento è stata respinta. Ho pensato che forse avete raggiunto l’età della pensione e che vi siete ritirato nella casa che tanto amate insieme alle nostre bambine. Vi chiedo ancora una volta di ascoltare le mie ragioni e di darmi la possibilità di riabbracciare le mie figlie. La Vostra devota, anche se voi non mi credete, moglie e amica fedele Catherine”.


Alla fine di questo racconto che stavo imbastendo intervenne ancora Anna la poetessa.


Partire partire
Non sono una che resta
La casa il giardino così amati
Non sono mai dietro ma sempre davanti
Nella splendida nebbia
Sconosciuta.


E questa poesia? Chiede Margot la regina.

È la poesia di Catherine, una di quelle persone che non sanno restare e amano l’alba ammantata di nebbia e non quella sconvolta dal sole. L’ora azzurra del giorno nascente ha un gusto diverso ogni stagione. L’azzurro è della primavera e dell’inverno, il grigio dell’autunno e il rosa dell’estate.

Così sono rimasta imbrigliata nella mia stessa rete e devo continuare a inseguire questa storia e a scriverla per voi che mi leggete e per me stessa, perseguitata da tutte le parole, dette, non dette o solo immaginate.



Le due poesie di questa Cronaca 139 sono di Anne Perrier e le ho tradotte io.
Il titolo deriva dal titolo di un vecchio racconto “Le figlie dell’ibisco rosso” iniziato tanti anni fa e rimasto in sospeso.


Je m'arrête parfois sous un mot
Précaire abri à ma voix qui tremble
Et qui lutte contre le sable
Mais où est ma demeure



Partir partir
Je ne suis pas de ceux qui restent
La maison le jardin tant aimés
Ne sont jamais derrière mais devant
Dans la splendide brume
Inconnue

venerdì 24 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/138: quelle luci disperse che non so ancora chiamare per nome


La parola che manca è acqua, la seconda parola che manca è cortile, manca anche la rosa per finire.

Ieri ho scritto della pioggia e la pioggia ha invaso tutti i regni e noi siamo rimasti chiusi in casa e abbiamo raccontato storie e abbiamo letto storie.

Poi abbiamo scritto, per non dimenticare, per poter rileggere e stupirci a ogni nuova lettura.

Perché le pagine sono tavole scolpite, ma le parole sgorgano come acqua e nessuna sorgente ha memoria dei limpidi zampilli.

Perché ogni zampillo è nuovo, è parola primigenia che cerca uno spazio dove stare, non importa se nell’aria o nella pagina scritta a mano.

Non importa se nel vento che geme o nell’incavo del silenzio.

Il silenzio non è lineare, non è piatto, è fatto di angoli, è concavo, è convesso. 

Se ne sta acciambellato come un gatto e si stira quando arrivano parole nuove a solleticarlo.

Nessuna parola è tale se prima non ha attraversato l’oceano del silenzio, se prima non si è bagnata e ha mutato colore, sillabe e consistenza.

Ogni parola lascia qualcosa di sé nell’oceano, per questo basta immergere le mani e contare le stelle che sono rimaste impigliate nella rete della lingua.

È dolce il movimento che porta le mani dalla bocca all’orecchio, solo così le parole possono attraversare la luce e risplendere dei significati che sappiamo donare loro.

Com’è dolce la pioggia, anche se impetuosa, si è arresa a cadere quaggiù sui selciati piegati dal caldo e scolpiti dal sole.

Cade la pioggia e una parte scivola nel terreno e l’altra parte, subito, evapora e torna nel cielo.

Lassù saranno nuove nuvole ad accoglierla e la pioggia perderà prima il nome e poi il ricordo della caduta.

La parola che manca è necessità, nessuno sa di cosa ha bisogno. La vita antica ha smesso di scintillare e tutti vediamo nitidamente che non abbiamo bisogno di più cose di quante già non siano nelle nostre case.

La parola che manca è futuro, un tempo vasto e più immenso di quel che è stato, un tempo migliore perché è nelle radici della nostra cultura credere che progrediremo e cresceremo verso un sole più luminoso.

Le parole che mancano sono così tante che ci fermiamo. Raccolgo dalla cesta di Alexandre e François – il misterioso architetto e il sapiente guerriero - le parole che hanno raccolto in giardino e in spiaggia dopo la tempesta.

Oceano è la prima parola e se ne sta in un guscio d’uovo di tartaruga, sguardo è la seconda ed è scolpita su una pietra di lava nera, stella è la terza e la stella marina morta contiene una briciola di quella luce che è arrivata dal cielo.

C’è questa tristezza da emisfero australe stasera che mi percorre i brividi e le mani e allora cerco una poesia per i miei amici e le mie amiche che condividono questi giorni, uno diverso ogni giorno, e mi danno felicità con le loro parole.



Il Sud 

Da un tuo cortile aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che non so ancora chiamare per nome
né ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio d’acqua
nel segreto pozzo,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzioso uccello addormentato,
la volta dell’androne, l’umido
– forse son queste cose la poesia.



Sono la cicala e il vento, il grillo che canta ogni notte sotto la mia finestra, il mare che ho visto e quello che ho sognato. Sono il cortile e questo giardino, la promessa dei melograni, un gatto addormentato nel prato, un gatto addormentato sul mio letto. Posso chiedere all’infinito e all’eternità di stilare una nuova lista.

Loro accettano, io mi siedo alla mia scrivania e resto in attesa, ascolto, poi scrivo….



Il titolo di questa Cronaca 138 è un verso dalla poesia Il Sud di Jorge Luis Borges, tratta da Fervore di Buenos Aires, traduzione di Tommaso Scarano, Adelphi 2010


El Sur

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de sombra haber mirado
esas luces dispersas,
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

sabato 18 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/132: chiamo il canto delle parole che stanno in silenzio

Per primo venne il vento e non lasciò tracce se non nei tuoi capelli. Vennero le rondini poi e fecero un nuovo nido proprio sopra il tuo orecchio sinistro.

La luce seguì il vento ed era dappertutto, prima l’aria poi il nitore di questo cielo estivo che non domanda e non risponde.

Il silenzio era già qui, ma nessuno poteva sentirlo, il silenzio sta sempre dietro le parole e le sorregge. Il silenzio precede la parola e la segue, ciò significa che ogni parola non è che un’interruzione del silenzio stesso.

Il mare risuonava negli occhi e nella memoria, un mare azzurro il mattino e verde scuro nel pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento l’acqua ancora fredda pungermi coi suoi mille aghi. Mi lascio andare sotto la superficie e guardo la luce che mi insegue.

Un viaggio ciascuno di noi lo ha compiuto per arrivare sino alle Montagne della Nebbia. Sono stati tutti viaggi di scoperte inaspettate, di amori imprevisti dietro la coltre delle nuvole. Pure le stelle si sono innamorate e hanno accettato di scendere sul soffitto della tua nuova casa solo per poterti guardare da vicino.

La rosa fiorisce in questo giardino, fiorisce in ogni mio libro e in ultimo fiorisce sulla tua mano.
La tua rosa, proprio la tua rosa, quella che ti osserva mentre scrivi seduto al tuo tavolo ingombro di libri e taccuini. La rosa sapiente e profumata, quella che conosce tutte le tue poesie.

Un libro non è solo carta e inchiostro, è l’anima di chi l’ha scritto che è diventata materia. Un libro non è solo una storia, una lingua, una memoria. Mescola le sue sillabe e ti sarai perduto in una lingua nuova di cui non conosci le regole. Un libro è una promessa o una resurrezione.

Il tempo non si misura se non con i sospiri, con la lontananza cui siamo costretti, con la memoria comune che si arricchisce ogni giorno di parole mai dette prima e ancor meno scritte. È un cerchio il tempo, un pesce azzurro, un morso dell’eternità alla nostra mela.

La voce, la tua voce, conosco ogni sfumatura della tua voce, il suo colore. Ti riconoscerei anche tra mille anni e sempre potrei dirti “Ecco, finalmente sei arrivato”.

Non è facile ammettere che l’ombra è la nostra dimensione naturale. Non è facile perché ce ne accorgiamo solo quando è la luce che ci colpisce e il nostro essere precipita sulla terra e raddoppia il nostro cuore. Uno luminoso per quando sei con me, uno ombroso per quando ti sto cercando.

Scrivere è un gesto delle mani, poi della voce, poi dell’immaginazione, poi della memoria; poi del vento e della luce, poi del silenzio che sospira e del mare che lo culla; poi del viaggio che non si muove mai senza la rosa e della rosa che viaggia da una poesia all'altra; poi del libro che cerca il tempo e del tempo che trova sempre un libro dove sostare; poi ancora di nuovo, della voce che non crede a quel che pronuncia e dell’ombra che finge di non capire a cosa servano i colori.

Queste sono le mie prime parole preferite che mi vengono in mente:

1) Vento
2) Luce
3) Silenzio
4) Mare
5) Viaggio
6) Rosa
7) Libro
8) Tempo
9) Voce
10) Ombra
11) Scrivere


Sono solo undici, il vocabolario è lì che mi aspetta, come quando avevo sette anni e non sapendo come utilizzarlo iniziai a leggerlo dall'inizio alla fine.

Ho letto questa Cronaca 132 a voce alta agli altri inquilini della Casa delle Parole e chiesto a ciascuno di scrivere la propria lista. Perché le liste sono frammenti del sé e del mistero che cercano ordine in questa realtà e finiscono con il vivere in uno qualunque dei regni che già conosciamo.

La dodicesima parola è leggere, per questo vi saluto e torno a sdraiarmi all’ombra dei miei libri in fiore.

domenica 4 giugno 2017

Una biografia del desiderio e della nostalgia

L'ombra del passato è formata da tutto quello che non è mai successo. Invisibile squaglia il presente come la pioggia col calcare. Una biografia del desiderio de della nostalgia. Ci guida come un campo magnetico, una forza che che torce lo spirito. È per questo che si resta turbati per un odore, una parola, un posto, per la fotografia di un anno montagna di scarpe. Per l'amore che chiude la bocca prima di gridare un nome.
Non ho assistito ai fatti salienti della mia vita. La parte più intima della mia storia deve essere raccontata da un cieco, un prigioniero del rumore. Da dietro un muro, da sotto terra. Dall'angolo di una casupola su un'isoletta che sporge come un osso dalla pelle del mare.

Anna Michaels 
In fuga
Traduzione di Roberto Serrai
Giunti 1998

giovedì 27 aprile 2017

Un alito come di fuoco era attorno a te – Venivi dalla rosa

Dove è ghiaccio, li è frescura per due.
Per due: così ti feci venire.
Un alito come di fuoco era attorno a te –
Venivi dalla rosa.

Io domandai: com'eri chiamata laggiù?
Tu me lo dicesti, quel nome:
era cosparso d’un chiarore come di cenere –
Dalla rosa, venivi.

Dove è ghiaccio, lì è frescura per due:
io ti diedi il doppio nome.
Sotto, spalancasti allora il tuo occhio –
Dove il ghiaccio s’apriva ristava alto un bagliore.

Ed ora, dissi, io chiudo il mio –:
Prendi questa parola – il mio occhio la declama al tuo!
Prendila, ripetila con me,
ripetila con me, lentamente,
ripetila con me, tu la devi trattenere
e, il tuo occhio, tenerlo aperto finché ciò dura!

Paul Celan
Di soglia in soglia
a cura di Giuseppe Bevilacqua
Einaudi 1996



Wo Eis ist, ist Kühle für zwei.
Für zwei: so ließ ich dich kommen.
Ein Hauch wie von Feuer war um dich ?
Du kamst von der Rose her.

Ich fragte: Wie hieß man dich dort?
Du nanntest ihn mir, jenen Namen:
ein Schein wie von Asche lag drauf ?
Von der Rose her kamst du.

Wo Eis ist, ist Kühle für zwei:
ich gab dir den Doppelnamen.
Du schlugst dein Aug auf darunter ?
Ein Glanz lag über der Wuhne.

Nun schließ ich, so sprach ich, das meine ?:
Nimm dieses Wort ? mein Auge redet's dem deinen!
Nimm es, sprich es mir nach,
sprich es mir nach, sprich es langsam,
sprich's langsam, zögr es hinaus,
und dein Aug ? halt es offen so lang noch!