Dalla Dickinson ho appreso una grande lezione: come attingere da sé la propria parola e che non c’è bisogno di vederla pubblicata perché esista.
Marisa Bulgheroni nell'intervista rilasciata ad Antonella Fiori
sull'Unità di lunedì 11/11/1996
Elena Petrassi: Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno. Milano parla, io racconto Milano e il mondo visto e immaginato da questo sogno. Raccolgo frammenti dal mondo e dai libri e li trascrivo.
Dalla Dickinson ho appreso una grande lezione: come attingere da sé la propria parola e che non c’è bisogno di vederla pubblicata perché esista.
Marisa Bulgheroni nell'intervista rilasciata ad Antonella Fiori
sull'Unità di lunedì 11/11/1996
Quando la notte prende il sopravvento e ci tiene tra le sue braccia, ecco che una nuova possibilità si apre. Mentre l’oscurità sfuma nell’argento dell’alba, noi possiamo anche udirne la voce, che è la voce degli uccellini sopravvissuti all’inverno. Ancora i suoni dell’umanità non si manifestano e si può restare ad aspettarli, perché cresceranno con l’avanzare della luce. L’alba è il primo evento di ogni giorno, ogni giorno è la speranza che ogni cosa vada bene, che ogni cosa vada meglio del giorno che l’ha preceduta. È cristallina la voce dell’alba, è alta e chiara e invita il sole a mostrarsi nei suoi drappi rossi e argentati.
Guardo fuori dalla finestra aperta, non importa se fa
ancora freddo. Sdraiata sul divano, avvolta in un plaid di lana, guardo il
colore degli alberi che trasmuta dal nero della notte che li confondeva con sé,
al timido marrone appena scheggiato dalle gemme nuove. Di notte gli alberi sono
come parole ancora immerse nell’inchiostro. È solo la luce che riesce a scrivere
nel cielo e a rendere la natura partecipe del progetto misterioso di ogni
giorno che inizia.
Prima che la parola
sia stata pronunciata
Chiedo alla luce questa
prima parola, la chiedo
perché la luce conosce
la differenza tra un silenzio
che precede la parola e
il silenzio che la segue.
Così avviene ogni giorno
questo miracolo: sentire
l’eco di ogni intenzione
prima ancora che la parola
sia stata pronunciata.
Così è trascorso questo giovedì 24 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 746 si esercita ancora al silenzio, lei che vorrebbe solo trillare con gli uccellini che hanno cantato tutto il giorno in fondo al giardino.
Non è proprio una domanda, è più un tentativo di capire quanto durerà ancora questa privazione della luce, questa attesa che consuma e sfinisce, questa mancanza d’aria. Se lo chiedono gli insonni soprattutto, quelli per cui la notte è un tormento un’interruzione della vita che non porta sollievo ma solo ulteriori pene. Gli insonni non riescono a sfuggire al minimo rumore notturno, sono assediati dalle sirene in lontananza, dalle rare auto che passano sui grandi viali che portano in periferia. Anche il loro stesso respiro è fonte di fastidio e noia, la notte è un’immensa voragine che toglie piacere e senso alla vita diurna. Ma ci sono anche altri tipi di insonni, non quelli che stentano ad addormentarsi, ma quelli che si svegliano proprio nel cuore del buio perché i rumori umani intorno sono cessati. Che sollievo diventa quel silenzio! Quanta bellezza si offre allora a quelli che non sanno più dormire. È possibile scegliere tra film e serie televisive, ma ancora meglio è mettersi a leggere, perché quel silenzio chiama le parole, perché così può risuonare ancora più alto e chiaro e le parole stesse ne traggono beneficio. Dunque, a che punto è la notte? Quando mi capita di svegliarmi all’improvviso, mentre sto sognando, l’oscurità e il silenzio mi accolgono con un canto di benvenuto e lo stupore di quel silenzio sconosciuto alle ore del giorno mi invade lo spirito e sono grata alla notte di avermi chiamato, di darmi la possibilità di ascoltare quel che non c’è, di prendere in mano un libro e la matita e ricominciare a leggere senza l’assedio delle ore diurne che si inseguono e rincorrono e non conoscono tregua.
Una voce che si leva prima ancora che sia alba
A che punto è la notte
non lo sappiamo dire.
Solo quando il silenzio ci
chiama, solo allora lasciamo
che i rami del sonno
fioriscano e si pieghino
sotto il peso dei sogni che
ricordiamo. E non c’è più
separazione tra luce e
buio, tra ricordo e
immaginazione. Solo
allora capiamo che ogni
notte orliamo di sogni
il giorno, è questo
il segreto, questa
la benedizione. Un silenzio,
la fonte che zampilla,
una voce che si leva prima
ancora che sia alba, che
sia ripetizione.
Torno a leggere dopo avere scritto queste poche parole
per la Cronaca 745 di mercoledì 23 marzo del terzo anno senza Carnevale e del
primo anno di guerra.
Riprendo il filo del discorso di ieri sulla carta, gli alberi e la luce. Lo riprendo perché ho iniziato a rileggere un piccolo libro prezioso di Junichiro Tanizaki, il Libro d’ombra:
“La carta, dicono, è invenzione cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non mi trasmette che l’impulso a usarla; se, invece, mi chino a osservare una carta cinese, o giapponese, a poco a poco mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La bianchezza stessa è diversa. Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese, o giapponese, la beve lentamente, e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto, e che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata, leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi”.
Mi piace molto questo approccio sensoriale alla carta. Alla sua bianchezza, alla sua capacità di offrirsi alla luce, al suo silenzio.
Dal mondo dell’immaginazione a quello della carta
Tace la carta, tace quasi
sempre, tace se noi non
la stropicciamo tra le dita,
tace quando la lasciamo
intonsa, senza figure e
senza parole. Tace la carta
ma ci ascolta nel suo
silenzio millenario e nelle
molte forme in cui l’abbiamo
plasmata ci attrae a compiere
quel gesto della mano, a
impugnare una penna o
una matita e a consegnarle
immagini e versi che smettono
di essere solo nostri, che
smettono di esistere nel
mondo invisibile della
nostra immaginazione.
Dopo avere scritto questa breve poesia mi soffermo ad
accarezzare il libro di Tanizaki, il quaderno su cui sto prendendo appunti e
poi annuso i fogli, anche gli odori sono molto diversi. Questa Cronaca 701 di
lunedì 7 febbraio del terzo anno senza Carnevale ne è incantata e ancora non ha
deciso quale preferisce
Quando le stagioni arrivano è la luce che lo
annuncia, muta intensità e colore, e noi non possiamo che piegare lo sguardo
sotto le nuove tonalità. Amo la luce azzurra dei freddi tramonti novembrini e
questo nuovo scarto della luce so che entrerà in una poesia, in una Cronaca o
anche solo in un appunto che resterà nel suo quaderno. Vorrebbero unirsi al
coro della luce anche gli alberi, ma non trovano modo di inserirsi in un canto
che solo la luce conosce e capisce e tutte le altre creature possono solo
intuire. La minima variazione fa vibrare le corde invisibili del creato, la
luce è l’unica prova evidente che l’universo è energia prima ancora che massa,
che il tempo è una nostra narrazione e che le nostre parole e immaginazioni
riescono a rendere conto solo di una minima parte, una parte residuale,
dell’immenso mistero che abitiamo e che ci abita. Mi piace tirare uno di questi
fili luminosi che accendono la giornata e tirarlo per vedere dove mi porta. A volte
diventa una storia nuova, a volte una poesia, la maggior parte delle volte
diventa il filamento di luce che era già e resta sospeso nell’aria come una
farfalla o una foglia, sino a quando non svanisce o non cade a terra. Un filamento
di luce caduto sceglie di solito una foglia per cadere, è questo il motivo per
cui le foglie autunnali si accendono di colori meravigliosi.
La
luce che non ci appartiene
Se dico luce ognuno comprende
cosa annuncio: un giorno nuovo,
il sole che sale, un’intuizione,
una vita che nasce. Anche quando
pronuncio a voce bassa ombra,
ognuno comprende e vede
la luce infrangersi sui corpi
opachi di persone e cose. Ombra
non è buio, il buio arriva prima,
è la condizione originaria da
cui la luce scaturisce. Come lo
è il silenzio per la parola, è
il nido ed è anche lo scoglio
dove le onde del senso devono
infrangersi per permettere
alle parole di risplendere e dire
la luce, anche quella che non
ci appartiene, anche quella che
verrà dopo di noi.
La vita è fatta davvero di poco, di piccole
contemplazioni, di ricordi che ci saltellano in testa come le rane nello
stagno, di una buona conversazione con un amico, di una parola o di un gesto d’amore,
di un libro nuovo appena comprato per irresistibile impulso. A volte il libro
se ne sta da anni su un ripiano della nostra biblioteca ed è bello scoprirlo e
riscoprire perché lo avevamo comprato.
Ci sono foglie secche e una tazza di tè sulla
mia scrivania, una raccolta di racconti fantastici scelti da Borges, il manoscritto
del nuovo libro di poesie di Danilo Bramati per cui voglio scrivere una nota di
lettura, molte penne colorate, molti quaderni. Ho qui con me tutto il mondo che mi serve perché
nelle fredde giornate novembrine sto chiusa in casa, lavoro, scrivo, penso,
leggo e torno a scrivere, mi lascio portare dai pensieri e dalle immaginazioni.
Anche questa Cronaca 625 di martedì 23 novembre del secondo anno senza
Carnevale respira la mia stessa aria e contempla la mia stessa luce e dopo un
giretto davvero breve, torna ad acciambellarsi nella sua cesta accanto al
fuoco.
L’esperienza della luce inizia dall’attesa, già mentre il mondo e le cose sono ripiegati nell’opacità del loro vero essere, inizia, davvero inizia con trepidazione il momento in cui ciascuno ricomincerà ad avere un’ombra anziché essere un’ombra. Perché i poeti amano così tanto la luce e l’ombra? Perché amano il gioco degli opposti? Forse perché imparare a conoscere la soglia tra gli opposti, favorisce l’insorgere della poesia. Che arriva a volte da un suono, a volte da un’immagine a volte da un silenzio. Preme nel cuore di tutti la poesia, preme per sgorgare e scorre veloce con il sangue e lenta con il respiro di chi ha imparato a stare nel momento. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio, questo è il segreto che sta in bilico in ogni riga scritta, in ogni riga letta. Mi chiedo sempre da dove arrivi il moto che spinge la poesia a rivelarsi, ma l’unica risposta che ottengo è quella del mare, quando le onde diventano un po’ più fragorose e ridono sincere di tutte le nostre preoccupazioni. Sono domande oziose e anche inutili, lo so, ma mi piace pensare che esista un luogo dove la poesia viva e cresca, come una pianticella nel giardino delle Esperidi, ricoperta di polvere d’oro prima che il vento Zefiro la soffi via. Così questa mattina, non appena la luce ha cominciato a sfilacciare il buio, sono scesa in riva al mare fino alla Casa delle Sorelle. Le luci erano tutte spente, così sono andata a dondolarmi sull’altalena che è rivolta verso la spiaggia, quella che loro chiamano l’altalena del ricordo, che è opposta a quella rivolta verso le Montagne della Nebbia, quella che è l’altalena della dimenticanza. Se vuoi pensare solo al futuro è lì che devi sederti, se cerchi la nostalgia di ciò che non è stato o di ciò che non è più, è verso il mare che bisogna guardare.
Cerco
il futuro, ma il passato genera sempre un’attrazione particolare su di me, e
più invecchio, più mi piace leggere libri vecchi e antichi, rileggere quelli
che conosco e studiare storia e leggere romanzi storici, proprio quella storia
che da ragazzina studiavo per dovere e non per piacere. Dall’altalena del
ricordo, aspetto che la luce sia alta e il sole inizi a scaldare un po’ la
sabbia. E poi, d’impulso, mi sfilo il vestito e corro a tuffarmi nell’acqua che
è più argentea che azzurra. È fredda l’acqua del mattino, ma io nuoto veloce,
mi immergo sotto la superficie, guardo le bolle d’aria che soffio fuori dai
polmoni risalire verso l’alto e mi sorprendo, una volta di più, ad amare questo
silenzio ritmato solo dal battito del mio cuore. Quando esco dall’acqua, le tre
sorelle mi stanno aspettando al cancello della loro casa. Mi porgono un
accappatoio e mi fanno strada verso la casa, che ora è illuminata e calda. Rabbrividisco,
accetto volentieri la tazza di tè bollente e una fetta di torta sfornata da
poco, perché è tiepida e si sbriciola tra le mie dita. Nessuna di noi parla, non
ne abbiamo bisogno, lasciamo che siano il fumo e il vapore a dire qualcosa di
questo momento che non sarà mai davvero passato. Un momento che sarà qui, su
questa pagina, infinito, ripetuto ogni qual volta lo leggerete. Senza chiedere
permesso vado a raggomitolarmi su una delle poltrone che stanno davanti al
camino e il gatto nero, che ha mezzo musino bianco e che io chiamo Faucine (da fauci, dovreste vederle le sue fauci quando sbadiglia o cerca di mordicchiare) mi salta subito in grembo. Guardo il fuoco, accarezzo il
gatto, mi assopisco e non mi sveglio se non dopo qualche ora. Quando il giorno è
già alto, saluto e ritorno alla Casa delle Parole, dove mi aspetta il tavolo
ingombro di carte, i libri aperti, pieni di sottolineature, il tempo che si è
fermato, non ha voglia di andare, non ancora. Chiede una nuova storia e io
inizio a raccontare di quella mattina in cui mi sono tuffata nell’acqua gelida,
mentre l’altalena della dimenticanza, mi soffiava all’orecchio le cose che non
volevo più sapere di avere saputo.
Questa
è la Cronaca 543 di giovedì 2 settembre del secondo anno senza Carnevale, il
secondo di un’era che avrà un nome e sarà ricordata nei libri di storia.
Il venerdì del villaggio precede il sabato del villaggio, anche se le gioie e le ombre di uno e dell’altro sono per noi contemporanei, le medesime.
Ho un po’ allargato il cerchio delle mie passeggiate
oltre le usuali vie del quartiere e ho incontrato una mamma giovane e una
bambina piccolissima con i codini, i fiocchi e una maschera a forma di
farfalla. Ho incontrato molte persone anziane che camminavano dando l’idea di
avere una meta. Pian piano hanno cominciato a uscire anche tutti quelli che
finivano di lavorare e si apprestavano a fare la spesa. Il lampione ottuso di
ieri è riparato, niente più assembramenti, niente code nei negozi. Ma il niente
è un potente tessitore di senso e ci costringe a scegliere i fili con cui
vogliamo tessere ogni giornata che avremo.
La
notte che arriva silenzio dopo silenzio
Scelgo il cielo come ordito e
i rami come trama. Scherzo,
lo so, perché è il cielo ad avermi
scelta e io ricambio il suo
respiro con qualche parola
gentile. Arriveremo insieme
al momento in cui scendono
le ombre e se blu sarà questo
volto che tiene la città come
una cicatrice, allora saranno
lacrime i nostri passi e sogno
ogni nostra parola. Sono scese
le ombre della sera e si mischiano
con quelle del giorno che erano
invisibili. Così si fa vasta e
inquieta la nostra notte che
arriva, silenzio dopo silenzio.
Quanto mi piace questo momento del venerdì, quando il
lavoro è compiuto e le possibilità dei giorni di festa sono ancora infinite. Anche
se oggi so già cosà farò e così mi godo l’attesa di momenti che immagino ricchi
di senso e di parole.
Questa è, di già, la Cronaca 341, il cui titolo è parafrasi di alcuni versi leopardiani, e oggi è venerdì 12
febbraio del secondo anno senza Carnevale, quando abbiamo imparato a conoscere
come la vita sia frutto del caso e di molte ripetizioni. La notte che arriva silenzio dopo silenzio è inedita e l’ho scritta
oggi per offrire un dono al mio villaggio e alla mia notte.